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Libera Pedrazzoli: l’ostetrica che nell’entroterra veneziano fece nascere più di tremila bambini 

Venezia, 21 marzo 2022 – Era il gennaio del 1940 quando Libera Pedrazzoli faceva nascere il suo primo bambino a Meolo. Cinquant’anni più tardi vestirà per l’ultima volta i panni di ostetrica, dopo aver fatto vedere la luce a più di tremila neonati. Ottanta chilometri in sella ad una bicicletta lungo le strade buie, innevate, ghiacciate o distrutte dai bombardamenti dell’entroterra veneziano: Libera non si fermava mai. 

Partì da Pegognaga, un piccolo paese nella periferia di Mantova, con la sua valigia in mano e le idee ben chiare: voleva essere un’ostetrica. Iniziò così, con una laurea in Ostetricia e Ginecologia a Venezia, quella che per Libera diventò una vera e propria missione per la vita.

Aveva provato a lavorare come maestra nella stessa scuola in cui aveva studiato qualche anno prima. Libera insegnava, le piaceva, ma sapeva che la sua vita era sul campo, sapeva che voleva esser parte di qualcosa di più grande che non si poteva imparare sui libri o spiegare dal banco di una cattedra. Per questo decise di lasciare Venezia e raggiungere Meolo, iniziando a lavorare come ostetrica comunale.

Il suo non era un semplice mestiere, ma una vera e propria missione che poteva portarla a far nascere fino a bambini 175 in un anno. Montava in sella alla sua bicicletta e pedalava per chilometri da Meolo verso i piccoli paesi vicini per aiutare le giovani madri a dare alla luce i loro bambini a qualsiasi ora del giorno e della notte. Nel pieno del secondo conflitto mondiale, in un paese immerso nella campagna, essere ostetrica significava far nascere i bambini al lume di candela, senza riscaldamento, senza acqua calda e spesso, tra le sirene dei bombardamenti aerei nemici. 

Libera non si limitava ad assistere le future mamme durante il parto, ma si spingeva più in là, aiutando uomini e donne che si presentavano al consultorio pediatrico in cerca di assistenza, combattendo contro la tubercolosi e prestando soccorso agli sfollati di guerra. 

Forte e determinata fino all’età di 93 anni, Libera dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo, dividendosi tra neonati e bisognosi, cambiando le sorti di un paese da sola. Con la sua bicicletta portava solidarietà, dedizione e conoscenza, donando a quei bambini a cui dava la vita l’affetto incondizionato che aveva per la sua gente, lo stesso che i cittadini di Meolo hanno dimostrato intitolandole un’intera biblioteca. 

 

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La Venice Fashion Week torna ad animare le sale di palazzi e hotel veneziani con un’edizione primaverile dedicata alle donne creative della città lagunare

Venezia, 21 marzo 2022 – Promuovere i talenti emergenti, le partnership tra artigianato veneziano e designer contemporanei, e, allo stesso tempo, portare a Venezia il dibattito internazionale sulla moda sostenibile. Queste sono le tematiche care alla Venice Fashion Week, la manifestazione organizzata da Venezia da Vivere e patrocinata dal Comune di Venezia e da Homo Faber che valorizza e promuove i talenti emergenti e l’artigianato veneziano. Con la sua edizione primaverile, l’iniziativa celebrerà i 1600 anni di Venezia attraverso eventi dedicati alle donne creative di Venezia, una collezione e una mostra che hanno come protagonista il Merletto di Burano, sfilate di collezioni sartoriali e la presentazione del network dei creativi della moda e dell’artigianato.

Sartoriale, creativa, sostenibile, artigianale, su misura: il 23 marzo 2022 la moda torna ad animare le sale di palazzi e hotel di Venezia con sfilate, cocktail, mostre e incontri. Il primo appuntamento, previsto per mercoledì 23 marzo alle 12, avverrà nella Sala della Musica di Palazzo Sagredo: sarà un incontro tra fashion designer ed esperti di artigianato e di moda sostenibile.

A seguire Plissè Chic, il primo fashion show dell’edizione primaverile della Venice Fashion Week. Alle 19:30 la storica Terrazza dell’Hotel Bonvecchiati farà infatti da sfondo alla presentazione del brand Mine de Rien, la collezione di abiti da sera di Francesca Venuti che porta nel futuro il plissé fatto a mano con volumetrie e geometrie uniche, ed è dedicata alla donna che ha ideato l’abito Delphos: Henriette Nigrin, moglie e musa di Mariano Fortuny.

Per il programma completo della Venice Fashion Week consultare il sito https://www.venicefashionweek.com/calendar/

Tutti gli eventi sono gratuiti su prenotazione obbligatoria, inviando una richiesta via mail a info@venicefashionweek.com. È necessario attendere conferma.

L’ingresso è con Green Pass ed è consentito solo a chi indossa abbigliamento da sera. Durante gli eventi verranno girati i video ufficiali.

 

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Marietta Barovier: l’imprenditrice veneziana che inventò la perla rosetta

Venezia, 20 marzo 2022 – Cresciuta nella fornace del padre tra colori e paste vitree, creava e modellava il vetro quasi fosse un alchimista. Marietta Barovier, l’inventrice della perla rosetta, fu tra le prime imprenditrici e artigiane nella città che oggi ha 1600 anni di storia alle spalle. 

Erede di Angelo Barovier, l’inventore del prezioso cristallo veneziano, a metà Quattrocento Maria detta Marietta inizia a lavorare il vetro accanto al padre e al fratello, dedicandosi alla produzione di gioie e collane per le gentildonne attraverso l’uso di canne bucate in vetro colorato, necessarie per creare le perle veneziane. Le stesse, da cui Marietta partiva per sperimentare e creare nuovi manufatti, frutto del suo talento e della sua maestria artigianale da cui nacque poi quella che nei secoli successivi diventerà la merce di scambio per eccellenza, usata per acquistare terreni, comprare schiavi, liberare prigionieri di guerra e ottenere privilegi: la perla rosetta.

Nonostante il volere della madre, che nel suo testamento decise di lasciarle una dote da sessanta ducati, l’unica donna di casa Barovier decise invece di sposare la sua passione, seguendo le orme del padre e aprendo una fornace, grazie alla concessione del doge Agostino Barbarigo. Iniziò così a produrre “vetri bellissimi”, circondata però dalle invidie e dai malumori dei colleghi, che sfociarono infine nella protesta di Giorgio Ballarin. Lo stesso Ballarin pare fosse stato impiegato come garzone prima dal padre di Marietta sul finire del ‘400 e poi dal fratello, lavorando a fianco degli abili Barovier e copiando alcune tra le segrete ricette per la produzione del vetro. Diventò così un concorrente diretto di Marietta, non minacciandone però mai, in alcun modo, l’attività imprenditoriale.  

Unica custode dei preziosi quaderni del padre Angelo, Marietta aveva il talento e il genio dei Barovier, da sempre artisti, artigiani e imprenditori. Indipendente e creativa, lavorò instancabilmente nella sua piccola fornace di Murano fino all’età di quasi settant’anni, plasmando il vetro grezzo e trasformandolo in un emblema di aristocrazia. 

 

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Morosina Morosini, la dogaressa che nel 1595 fondò a Venezia il primo laboratorio del merletto 

Venezia, 19 marzo 2022 - A Venezia, in quello che fu il tesoro della Basilica di San Marco, era custodita una rosa forgiata in oro e donata cinquecento anni fa ad una donna, che viene ancora ricordata per lo sfarzo delle celebrazioni che la introdussero in città. Morosina Morosini è passata alla storia come la moglie del Doge Marino Grimani e come colei che durante la sua sontuosa incoronazione portò in città feste e banchetti lunghi quattro giorni e quattro notti. Quella stessa donna però non fu solamente una grande dogaressa ma anche, e soprattutto, l’imprenditrice e fondatrice di un laboratorio tra i cui tavoli nacquero le prime maestre di un’arte che ha reso famosa Venezia in tutto il mondo: il merletto. 

In quella stessa città che ancora oggi accoglie le sue ceneri tra le mura della chiesa di San Giuseppe, Morosina nacque figlia di un’illustre famiglia veneziana che aveva già reso alla Serenissima tre dogi. Era una giovane donna di quindici anni quando divenne la sposa di Marino Grimani, segnando il suo destino da futura dogaressa. 

Quella stessa fortuna che aveva ereditato e che l’aveva aiutata nella sua vita da giovane donna, Morosina decise di investirla per dare impiego a decine di veneziane che in contrada Santa Fosca, nel sestiere di Cannaregio, ricamarono e impreziosirono indumenti, lenzuola e tovaglie a suon di “punto Venezia”. 

Donne di ogni età che guidate da una concittadina diedero vita a quella forma di artigianato che ancora oggi rende famosa la loro città in tutto il mondo. 

Nacque così tra quelle mura veneziane nel 1595 il primo laboratorio dedicato alla lavorazione del merletto. Quella trama bianca e sottile, come la rete di un pescatore, che impreziosiva scollature e fazzoletti da mano e che fu portata alla ribalta proprio da una donna ambiziosa e lungimirante che non si accontentò di essere la moglie di un uomo potente ma che investì tutto per creare una bottega le cui opere arrivarono ben aldilà dei confini della Serenissima.

 

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Arcangela Tarabotti, la veneziana che nel Seicento lottava per i diritti delle donne

Venezia, 18 marzo 2022 - Costretta a prendere i voti per un difetto fisico che non la rendeva appetibile alle nozze. Arcangela Tarabotti, nata Elena Cassandra, quattrocento anni fa passeggiava tra le mura del monastero benedettino di Sant’Anna, nel sestiere di Castello, rivendicando i diritti delle donne. Una giovane veneziana femminista che, prima di molte altre, scriverà con coraggio per denunciare le violenze subite rivendicando la parità tra uomo e donna secoli prima che fosse consentito farlo. 

Nata a Venezia nel 1604 tra infilatrici di perle, marinai e costruttori di remi, in un’epoca in cui le giovani donne avevano il diritto di esistere solo per essere promesse spose mentre lei, che era nata zoppa, non poteva ambire a questo privilegio. L’unica di quattro sorelle ad essere costretta, contro la sua volontà, alla monacazione da chi avrebbe dovuto proteggerla e curarla, non si rassegnò mai al trattamento che le avevano riservato i suoi genitori e dedicò la sua vita a denunciare la violenza a cui erano sottoposte quelle giovani veneziane, costrette ad una vita di rinuncia e devozione. 

Era stata una bambina felice, prima, nata in una famiglia benestante da un padre marinaio, ma proprio insieme a lui lascerà la sua casa a tredici anni diretta verso quella che diventerà la sua dimora per il resto dei suoi giorni. 

Dopo un inizio difficile, fatto di fughe e rifiuti, Elena Cassandra smetterà di esistere il 24 settembre 1623, giorno in cui prenderà i voti, al suo posto nascerà una giovane Arcangela Tarabotti, la cui voce, che urlava di ingiustizie e soprusi arriverà ben oltre le porte del suo monastero. 

Una battaglia che parlava di emancipazione femminile, di indipendenza economica, di diritto al lavoro, come forma di indipendenza, e allo studio, come arma di conoscenza e difesa. Una lotta per rendere ogni donna libera di essere artefice del proprio destino, come gli uomini, e non come lei, costretta per trent’anni a vivere una vita che non si era scelta. 

Arcangela decise di combattere scegliendo la scrittura come la sua miglior arma di rivendicazione, aprì le porte del suo convento e svelò la durezza dell’esistenza delle donne che erano costrette a viverci, rinchiuse per sempre tra quelle mura. 

Quattro libri e centinaia di lettere dopo, tra le pagine di “La semplicità ingannata” e “L’inferno monacale”, si può ancora leggere la difficoltà di una vita fatta di sofferenza e dolore che la spinse a combattere per la libertà di quelle giovani donne del futuro che oggi, leggendo le sue parole, possono ricordare chi già quattrocento anni fa combatteva per loro. 

 

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Al Conservatorio Benedetto Marcello va in scena “La Serenissima commedia”, un originale viaggio nella storia di Venezia

Venezia, 17 marzo 2022 – Uno spettacolo di prosa, poesia e musica che propone un divertente ed originale viaggio nella storia di Venezia. Sabato 19 marzo, alle ore 17, nella sala dei Concerti del Conservatorio Benedetto Marcello, va in scena “La Serenissima Commedia”, un appuntamento che rientra nelle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia e che vuole raccontare, attraverso le parole e la musica, la lunga storia della Serenissima Repubblica di Veneziaoltre che essere un omaggio a Dante Alighieri a 700 anni dalla sua morte. Protagonisti di questo insolito itinerario – che si snoda tra dramma e commedia avendo come guida i versi danteschi nella traduzione ottocentesca in lingua veneta di Giuseppe Cappelli – saranno le voci di Goldoni, Marco Polo, Shakespeare, Gallina, che ritroveranno vita nelle note di Rossini, Mozart, Cimarosa, Liszt, Mendelssohn e Clementi. Recitazione e musica animeranno un affresco incomparabile che rende omaggio all’opera del “Sommo poeta” e al destino di una città nata sul mare e destinata a stupire il mondo per sempre.

Caterina Cornaro, l’ultima regina di Cipro ricordata ogni anno durante la Regata Storica

Venezia, 17 marzo 2022 – Amatissima dai suoi sudditi, sia asolani che ciprioti, accolta da Venezia come una figlia e ricoperta dei più alti onori, avvolta da un alone di eleganza e raffinatezza che l’ha fatta passare alla storia. Caterina Cornaro, ultima regina della Serenissima e signora di Asolo, è una figura immortale per Venezia e i suoi 1600 anni di storia, tanto da essere ricordata, ancora oggi, con un corteo acqueo durante la Regata Storica.

Discendente di una delle famiglie patrizie più ricche e influenti della Repubblica di Venezia, Caterina Cornaro nasce a Venezia il 25 novembre 1454 e sin da giovanissima viene coinvolta nei progetti politici della Repubblica,sposando per procura a Giacomo II Lusignano, re di Cipro e d’Armenia. Il suo è un matrimonio di vitale importanza per la Serenissima che, in caso di morte del re, avrebbe avuto modo di svolgere un ruolo di primo piano nell'isola, consolidando così il proprio controllo sulle rotte commerciali nel Mediterraneo orientale.

Tra difficoltà, insidie e congiure, la vita di Caterina a Cipro non si rivela di certo facile. La notte tra il 6 e il 7 luglio 1473, infatti, re Giacomo II muore a seguito di un incidente di caccia, e lei si trova a reggere, appena diciannovenne, le sorti del regno. Le pressioni per farla abdicare sono forti e costellate da episodi sanguinosi, ma Caterina Cornaro si rivela essere una regina decisa e autorevole, riuscendo a governare Cipro da sola per quindici anni finché, alla fine di febbraio 1489, non consegna il regno ereditato dal suo defunto consorte nelle mani del Doge. È una scelta sofferta ma necessaria, una vera e propria rinuncia per salvare la Serenissima, che ne avrebbe fatto un fondamentale avamposto dello Stato da Mar.

A bordo del Bucintoro, affiancata dal Doge Agostino Barbarigo, Caterina rientra trionfalmente a Venezia il 6 giugno 1489, accolta come una figlia e omaggiata con i più grandi onori: le verrà infatti donato un piccolo feudo ad Asolo, un cospicuo vitalizio annuale di 8.000 ducati e le verrà permesso di conservare il titolo e il rango di regina.

La consegna della corona di Cipro da parte di Caterina Cornaro è un momento importantissimo per la storia veneziana, che la ricorderà come una delle donne più eleganti e raffinate della città lagunare, tanto da essere immortalato nei secoli successivi in varie opere, come testimoniato dalla presenza di un dipinto di Girolamo Pilotti "La partenza del bucintoro per San Nicolò del Lido il giorno dell'Ascensione" conservato nel Museo Correr.

Ma il mito immortale di Caterina Cornaro è giunto fino ai giorni nostri senza dubbio anche grazie al corteo acqueo, organizzato sin dal secondo dopoguerra, che ogni anno apre la Regata Storica. Il corteo si compone di una sfilata di decine e decine di imbarcazioni tipiche cinquecentesche, multicolori e con gondolieri in costume, che trasportano il Doge, Caterina Cornaro e tutte le più alte cariche della Magistratura veneziana, in una fedele ricostruzione del passato glorioso di una delle Repubbliche Marinare più potenti e influenti del Mediterraneo. 

 

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Stefano Nicolao, il sarto veneziano che da 42 anni veste gli attori delle maggiori produzioni mondiali

Venezia, 16 marzo 2022 – Tutto nasce dal liceo artistico e dalla voglia di recitare. Di salire sul palcoscenico e diventare qualcuno di diverso da sé. Prima la Scuola Giovanni Poli e poi l’Avogaria, a calcare le scene e indossare costumi che ti catapultano in altre epoche, fino ad interpretare piccoli ruoli in televisione e al cinema. Ma poi scatta qualcos’altro. L’amore per i tessuti, il colore, la materia viva e la storia. Ed è così che Stefano Nicolao da attore si converte in sarto, stilista. Un uomo che trasforma i sogni in realtà, che è capace di far sì che un semplice tessuto diventi un importante strumento di comunicazione. 

“Nei teatri dove recitavo andavo dietro le quinte a chiedere se avevano bisogno di me, fino a quando decisi che questa era la mia professione – ricorda Nicolao – diciamo che sono un costumista, realizzatore e stilista, perché poi si spazia in tutte le epoche, anche quelle contemporanee e per alcuni spettacoli si devono usare modi, forme e tagli moderni, ma anche aprire un cassettino nel cervello e tirare fuori tutte le conoscenze del passato”. 

L’inizio della carriera per l’atelier comincia nel 1980 con il film “Marco Polo”, quando Nicolao venne chiamato da Enrico Sabbatini per curare scene e costumi che riguardavano il passaggio di Marco Polo dalla Persia alla Cina. “Andai in Tibet a realizzare i costumi, non portai nulla da qui se non le idee – ricorda – A Katmandu cominciammo a cercare gli accessori e gli oggetti, ma anche a trovare i materiali e i tessuti e fare le tinture con questi artigiani, ma molti materiali e molte cose non si trovavano, sembrava ancora di essere a fianco di Marco Polo in un momento quasi medievale, perché tra l’altro l’elettricità spariva e loro lavoravano molto a mano – conclude Nicolao – Feci le scarpe, gli strumenti musicali, tutto quello che ci serviva per le cavalcature, dalle selle alle bardature. Sapevo che dovevo organizzare tutto, perché quando saremmo saliti sulla montagna non avremmo avuto l’elettricità e avremmo dovuto cucire esclusivamente a mano. E così fu con questo gruppetto di sarti che avevo organizzato che riuscimmo a partire con già dei costumi pronti. Sulla montagna, al campo base a 3200 metri, io alla sera tagliavo e loro di giorno cucivano. Erano costumi molto rustici, fatti di lana e cuciti a mano, quindi sembravano veramente usciti da un archivio medievale. La cosa che ancora oggi ricordo è che mi servivano le pellicce e continuavo ad insistere con gli addetti perché non arrivavano. Ad un certo punto una mattina, prima di partire, mi vennero a chiamare mentre stavo vestendo attori e controfigure e mi dissero che erano arrivate. Mi ero già immaginato questo carro pieno di pelli e invece, uscendo, vidi un grande gregge di capre tibetane e mi dissero: “Scegli quello che serve e noi le prepariamo”. Il che significò carne di montone per un bel po’, anche venduta e regalata alla popolazione, ma finalmente ebbi queste famose pellicce. Episodi magnifici ne avrei da raccontare per giorni, ma questo fu l’inizio di una bellissima carriera che mi ha portato ad oggi ad avere rapporti con teatri internazionali, con produzioni oltre oceano, e che esaltano Venezia nel mondo”. 

Nella sua adorata città ha aperto il primo atelier nel 1980 e da allora ha realizzato costumi per le maggiori produzioni cinematografiche e per i teatri di tutto il mondo. 

“All’inizio i miei genitori non volevano assolutamente, dicevano che ero pazzo ad imbarcarmi in una storia del genere – ricorda – però i successi che avevo avuto come freelance, perché lavoravo già in teatro con la Fenice, con lo Stabile e altri, li avevano un po’ convinti. Mia madre mi appoggiò e disse: “Ti vedo entusiasta di questa cosa e ti diamo una mano”, e così sono riuscito da solo a mettere un punto fermo anche nella città di Venezia, farla diventare un punto vero di riferimento. In 42 anni qui sono passate troupe e produzioni, c’è stato un passaparola dei vari premi Oscar che ho conosciuto e che hanno individuato nel mio atelier una possibile collaborazione e un aiuto. E questo mi ha sempre onorato”. Nel suo atelier a Cannaregio ha un repertorio che vanta più di 15 mila costumi di tutte le epoche, oltre a 200 costumi antichi acquistati all’asta. Perché per creare un costume serve conoscenza, il contesto storico, bisogna studiare nelle biblioteche, documentarsi, capire, entrarci dentro. 

“Per realizzare anche il costume più semplice prima di tutto bisogna avere conoscenza – afferma Nicolao, che è anche docente di taglio storico e fashion design all’Accademia di Belle Arti – se il costume deve essere di quell’epoca, deve avere il tessuto giusto, la forma giusta, il taglio giusto. Una volta parlato con il regista che ha deciso il taglio da dare all’opera, va pensato l’insieme, va trovato il filo conduttore, il colore, la forma per esaltare e aiutare il carattere del personaggio e farlo capire al pubblico. Si scelgono quindi i materiali, la forma, si inizia a montare l’abito sul manichino, si cominciano le prove per arrivare al prodotto finale. E quindi diventa tridimensionale quella che era solo un’idea, un’immagine, un disegno, una cosa piana, piatta, che prende vita una volta indossato e comincia a diventare quello che effettivamente vogliamo. Capita molte volte che sia difficile poter andare avanti a realizzare una cosa che volevamo in un modo, poi però con la conoscenza e la sapienza ci si riesce ad arrivare. Non a caso il Cinquecento e l’Umanesimo sono i momenti storici che io adoro, perché è l’uomo artefice del proprio destino e della propria storia, è lui che decide cosa fare. Così anche il costume: l’abito deve essere quello che noi vogliamo che diventi”. 

Un abito non è solo un abito, ma è capace di trasformare una persona, riesce a dare un senso a ciò che un attore sta facendo, completa il suo ruolo. Come quando Stefano Dionisi confessò di essere davvero entrato nella parte di Farinelli solo dopo aver indossato il costume di Nicolao. Mesi e mesi di lavoro ripagati dalla soddisfazione che si legge negli occhi degli attori, che in quel preciso momento diventano davvero il personaggio che devono interpretare. 

Innamorato di Venezia, che non lascerebbe per nulla al mondo, Nicolao si emoziona nel sottolineare che è nato lo stesso giorno in cui si fa risalire la mitica fondazione di Venezia, il 25 marzo. “Venezia che festeggia i suoi 1600 anni e io mi “scombussolo” un pochino quando parlo di questa cosa perché il 25 marzo è la mia data di nascita e mi sembra di buon auspicio – spiega – è come se rientrassi veramente in questa glorificazione e gratitudine che dobbiamo avere a chi ha cominciato dalle palafitte a fondare una meraviglia come questa. Venezia è una città unica e non si stancherà mai nessuno di conclamarla e di incoronarla regina non solo dei mari ma anche del mondo”.

 

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L’ostessa Antonia, donna a capo della più antica locanda veneziana

Venezia, 16 marzo 2022 - L’insegna circolare con lo storione presente in un quadro del Carpaccio, ancora oggi con le stesse fattezze dell’epoca, nasconde la storia di una grande donna forte ed emancipata: l’ostessa Antonia, simbolo di una Venezia che nei suoi 1600 anni continua ad essere un modello di ospitalitàfemminilità e tradizione

Donna fra uomini a capo della più antica locanda veneziana storicamente documentata, l’Antica locanda Sturion diventò il simbolo della Riva del Vin, luogo dove in passato venivano scaricate le partite di vino e i viaggiatori si godevano la mondana vita veneziana. 

L’episodio per cui viene ricordata nelle cronache risale al 1414 quando maritò la figlia senza concordare le nozze con i Signori della Notte, istituzione veneziana che si occupava di mantenere l’ordine durante le ore notturne. Antonia fu prima sposata con Meneghino Tubetà, che venne ucciso a causa dell’irruenza dei suoi osti e poi si risposò, in seconde nozze, con un certo “Pasqualini Bonmathei hospitis ad hospitium Sturionis in R.to”. 

In un’epoca in cui Venezia era meta battuta da mercanti e viandanti, nella locanda della vedova Antonia si poteva trovare un alloggio sicuro, a due passi dal ponte di Rialto e con vista sul Canal Grande. E si narra che nella sua locanda, uno dei piatti più richiesti era lo storione, considerato uno fra i pesci migliori in assoluto, da qui il detto veneziano “Megio essar na testa de sardela che na coa de sturion”. Ed è proprio l’insegna con lo storione che viene riprodotta in uno dei quadri del Carpaccio del 1494, "Il Miracolo della Reliquia della Croce", che cela la storia di questa donna, esempio di grande emancipazione femminile.

 

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Intrecci d’Arte e d’Affetti: a Palazzo Corner Mocenigo una mostra per celebrare l’arte veneziana del secondo dopoguerra

Venezia, 15 marzo 2022 – Natura e paesaggi, ritratti e figure, religiosità e spiritualità, teatro e musica, scultura e disegni. È attraverso queste tematiche che la mostra "Intrecci d’Arte e d’Affetti” (promossa dal Comando Regionale Veneto della Guardia di Finanza e dall'Archivio De Grandis Marabini di Venezia) vuole presentare le fasi salienti della vita di quattro grandi protagonisti del panorama artistico e culturale della Venezia del secondo dopoguerraFino a lunedì 25 aprile 2022, Palazzo Corner Mocenigo, in collaborazione con l’Archivio De Grandis Marabini, farà da cornice alla produzione artistica di Luigina De Grandis, Mario Marabini, Ottone Marabini e Valeria Rambelli, vissuti a Venezia nella seconda metà del Novecento, uno dei periodi più fecondi e vivaci della cultura della città lagunare, che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione. Una mostra che, oltre ad esporre parte di una collezione privata, è anche un’occasione per consolidare nel tempo la memoria e la valorizzazione della cultura e dell’arte veneziana.

Tutto ha inizio con Ottone e Mario Marabini, due fratelli di origine bolognese ma veneziani d’adozione, che hanno dedicato la loro vita all’arte, diventando esperti nell’arte pittorica, nel mosaico e nella scultura. La loro passione è alimentata anche dall’incontro con due pittrici, Luigina De Grandis e Valeria Rambelli, con le quali hanno condiviso pienamente e reciprocamente il loro amore per la bellezza, e non solo. 

A fare da sfondo, una Venezia pronta a ricoprire un ruolo chiave nel rinnovamento artistico e culturale dell’Italia. La seconda metà del Novecento è un momento di grande fermento culturale, segnato dalla voglia di buttarsi alle spalle il periodo drammatico della Seconda guerra mondiale e dal bisogno di riprendere un discorso interrotto. Venezia diventa quindi il luogo di incontro di artisti e intellettuali, che hanno voglia di discutere, che sono alla ricerca di un loro percorso e che vogliono definire il loro linguaggio artistico. Proprio in questo scenario, dove la città è pronta a ricoprire un ruolo chiave nel rinnovamento artistico e culturale del Paese, si incrociano i diversi destini degli artisti Mario e Ottone Marabini e delle due pittrici Luigina De Grandis e Valeria Rambelli. 

Con la mostra “Intrecci d’Arte e d’Affetti”, l’Archivio De Grandis Marabini, nato con l’intento di preservare la memoria e le opere dei quattro artisti, intende ripercorrere le fasi salienti della parabola creativa di Luigina De Grandis, Mario Marabini, Ottone Marabini e Valeria Rambelli, attraverso l’approfondimento di specifiche tematiche da loro trattate: natura e paesaggi, ritratti e figure, religiosità e spiritualità, teatro e musica, scultura e disegni. 

La mostra è visitabile dal lunedì al venerdì alle ore 10 e 11, mentre il sabato, la domenica e nei giorni festivi alle ore 10, 11, 12 e 14.30. L’ingresso è gratuito previa prenotazione al link https://www.palazzocornermocenigo.it/prenotazione.php.

Per maggiori informazioni www.archiviodegrandismarabini.it.

 

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La storia di Elisabetta Caminer, la veneziana che divenne la prima giornalista italiana

Venezia, 15 marzo 2022 - Nasce a Venezia la prima giornalista italiana. Anticonformista e rivoluzionaria, Elisabetta Caminer, cambierà per sempre la storia del panorama femminile della Serenissima lungo 1600 anni. 

Nata nel 1751, un’infanzia trascorsa con la testa china su quei libri dove leggeva di donne impavide e coraggiose, studiava il francese, fantasticando di vivere in luoghi dove non fosse costretta a rinunciare a quella passione ereditata dal padre giornalista. Con ammirazione lo spiava scrivere nel suo studio mentre lei, stretta dalle rigide regole materne, era costretta a rassegnarsi ad un futuro da modista, moglie e donna di casa ma lei non si rassegnò mai alle regole di una società che non la pensava libera di essere ciò che desidera finché non riuscì a collaborare come traduttrice nel periodico dalla linea moderata fondato dal padre, così iniziò così la sua carriera da giornalista. 

Accanita sostenitrice del suo concittadino Carlo Goldoni, combatté con lui le accese battaglie contro il teatro tradizionalista ma divenne finalmente la donna che aveva sempre sognato di essere nel 1774, quando fondò e stampò la prima copia del suo giornale, dandogli il nome di “Giornale Enciclopedico”. Un periodico nuovo e moderno che parlasse di educazione, letteratura, scienza e teatro, dove poteva essere libera e senza censure per difendere quelle idee così rivoluzionarie. 

Tre lettere a firmare tutti i suoi pezzi, “Ect” (Elisabetta Caminer Turra”), per ricordare a chi leggeva che, senza censure e senza paure, era pronta a sconvolgere gli animi dei più rigidi conservatori. 

Oggi dopo più di due secoli, le parole di Elisabetta Caminer accompagnano con coraggio tutte quelle donne che nel tempo hanno deciso di combattere con passione e dedizione per sconvolgere gli stereotipi di chi le voleva costrette ad un destino già scritto. 

Così, passeggiando tra le calli e i campi di Venezia, si può sentire ancora aleggiare nell’aria quello spirito sagace e quel carattere indomito che a colpi di carta e inchiostro hanno scritto la storia delle donne italiane. 

 

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Attrice, madre e moglie all’epoca della Serenissima: la storia di Zanetta Farussi 

Venezia, 14 marzo 2022 – Eclettica, anticonformista e musa ispiratrice di Carlo Goldoni, che per lei scrisse La pupilla, Maria Giovanna Farussi, meglio nota in città come Zanetta Farussi, era una tra le attrici più talentuose della Repubblica Serenissima, nonché mamma di sette figli, tra cui il famoso Giacomo Casanova. 

A Venezia, città antica 1600 anni, Zanetta Farussi decise di non rinunciare alla sua professione per prendersi cura solamente della famiglia. Voleva vivere come attrice, madre e moglie e per questo divenne una delle veneziane protagoniste dell’emancipazione femminile. 

Dalla comicità degli intermezzi, all’interpretazione di ruoli femminili e maschili, la sua carriera nel mondo della commedia dell’arte inizia tra le mura del teatro di San Samuele a Venezia, grazie all’incontro con Gaetano Giuseppe Casanova. Attore, violinista e ballerino, arriva in città per recitare con una compagnia di comici proprio nel teatro in cui Zanetta muoverà i primi passi come attrice e si innamora, perdutamente, di quella che il figlio Giacomo nelle sue memorie descriverà come “bellissima e assai valente”. Tra le opposizioni del padre, che non avrebbe mai voluto un teatrante come genero e un’attrice come figlia, Gaetano e Zanetta ricevono il benestare per convolare a nozze a patto che lei non calchi mai alcun palcoscenico.

Una promessa presto infranta, complice un irrefrenabile talento e una fervente passione per la recitazione. Zanetta parte in tournée con il marito per debuttare come attrice nei più importanti teatri londinesi: si esibisce in trentanove rappresentazioni riscuotendo consensi e complimenti anche dal futuro principe di Galles. Il teatro la tiene lontana dalle scene veneziane fino all’arrivo del secondogenito Francesco e poi, di altri tre figli, che la costringeranno ad accantonare la sua professione per qualche tempo. 

La vita di Zanetta è però in teatro, tra il sipario e il palcoscenico, e dopo la perdita prematura del marito decide di ricominciare tornare in scena, lasciando di nuovo Venezia e arrivando fino a San Pietroburgo. Si esibisce davanti all’Imperatrice di tutte le Russie insieme a ballerini, cantanti, orchestrali e mimi continuando a recitare fino all’età di quasi settant’anni e terminando la sua carriera di attrice a Dresda. 

In un’epoca in cui le donne erano madri e mogli, Zanetta Farussi scelse di non rinunciare alla sua passione e al suo talento per il palcoscenico, diventando così attrice protagonista del suo tempo.  

 

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Agnese, la figlia sconosciuta di Marco Polo che emerge da un testamento conservato nell’Archivio di Stato 

Venezia, 13 marzo 2022 – Non solo Fantina, Bellela e Moreta, ma anche Agnese. È lei probabilmente la figlia sconosciuta del celebre viaggiatore e autore del Milione, Marco Polo, nata prima del matrimonio con Donata Badoer, che diede alla luce tre femmine. Una scoperta, questa, fatta dallo studioso Marcello Bolognari, che nei documenti dell’Archivio di Stato di Venezia ha recentemente scovato il testamento di Agnese, che porta la data del 7 luglio 1319.   

Agnese Polo nacque verosimilmente fra il 1295 e il 1299, subito dopo la data del ritorno a Venezia di Marco, fissata al 1295. Marco Polo, pertanto, ebbe questa figlia non appena ritornato in laguna e subito prima della prigionia genovese (1298-1299). All’epoca del testamento, Agnese doveva avere circa 23-24 anni ed era madre di tre figli, citati per nome nel documento. Morendo prematuramente, lasciava il giovane marito vedovo e affidava al padre Marco Polo, che le sopravviveva, le sue ultime volontà. Da queste poche indicazioni ne esce una figura femminile attaccata alla famiglia, alla quale fa riferimento in modo affettuoso e preoccupata dell’educazione dei figli, visto che viene nominato anche il precettore.

Agnese Polo affida quindi il compito al padre Marco di far pervenire le sue ultime volontà al prete-notaio Pietro Pagano della chiesa di San Felice. Come spiega Bolognari, il testamento che ne deriva restituisce un quadro familiare intimo e affettuoso. Si parla del marito Nicolò Calbo (detto Nicoletto), del confinio di San Giovanni Grisostomo, e dei figli Barbarella, Papon (che significa mangione) e Franceschino. I diminutivi con i quali Agnese identifica i suoi bambini mostrano una madre, evidentemente giovane, che si preoccupava di lasciare qualcosa non solo al marito e alla prole ma anche al magister dei bambini Raffaele da Cremona piuttosto che alla santola Benevenuta.

Una pergamena che è quindi un frammento importantissimo nella biografia di Marco Polo, che probabilmente ebbe questa figlia prima o fuori dal matrimonio con Donata, con la quale convolò a nozze nel 1300 circa e da cui nacquero Fantina, Bellela e Moreta.  

Il testamento di Agnese Polo è stato rinvenuto nell’Archivio di Stato di Venezia (ASVe, Notarile. Testamenti, Testamenti, b. 830, n. 36, f. 11r. Protocollo membranaceo di Pietro Pagano pievano di San Felice in buono stato di conservazione di 375 x 297 mm) in occasione degli scavi archivistici intrapresi dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari coordinato da Eugenio Burgio e Antonio Montefusco, per approfondire la ricezione domenicana del Devisement dou Monde di Marco Polo.

 

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La storia di Maria Boscola, la più forte regatante veneziana di sempre

Venezia, 12 marzo 2022 - Tutte le mattine si alzava e, insieme agli uomini, vogava per arrivare quanto prima al mercato per vendere frutta e verdura al miglior prezzo. Maria Boscola, donna dalle umili origini ortolane, di Marina di Chioggia, è la più famosa regatante veneziana che, nel Settecento, vinse tutte le regate di voga alla veneta della città qualificandosi ininterrottamente al primo posto in un arco di ben 44 anni con un primato che resta ancora oggi insuperato sia da uomini che da donne.

Curiosa, decisa, lungimirante e parte attiva della società veneziana. Sono queste le qualità che hanno contraddistinto una fra le più importanti personalità femminili che hanno contribuito a rendere grande la storia di Venezia in tutti i suoi 1600 anni di esistenza.

Maria Boscola era una contadina che vinse la sua prima gara il 4 giugno 1740, durante la regata in onore di Federico II di Polonia, e l’ultima nel 1784 in quella che fu l’ultima regata a cui parteciparono le donne prima della caduta della Serenissima. 

E se Venezia è donna, ed emblema dell’arte remiera, Maria Boscola non può che esserne la più grande portavoce. 

Era pratica comune fra gli agricoltori e pescatori, uomini e donne insieme, fare a gara per chi riusciva ad arrivare per primo al mercato e vendere i propri prodotti. È da qui che nasce la tradizione delle regate veneziane che fecero emergere la grande Maria Boscola come vogatrice. 

La campionessa della voga femminile, dopo la sua prima vittoria nel 1740, si classificò al primo posto anche il 4 giugno del 1764, ad una regata in onore del duca di York. Il 3 giungo 1767 in una competizione in onore del duca di Wurtemberg, insieme ad Anzola Tiozza, conquistò l’argento per poi tornare vincitrice l’8 maggio del 1784 nella regata indetta in onore di re Gustavo III di Svezia. La sua ultima impresa risale al 25 maggio dello stesso anno quando vinse davanti a Maria Beatrice d’Este e all’arciduca d’Austria. 

Questi grandi successi fanno di lei una vera regina del remo che continua a essere di grande ispirazione per le giovani donne che, ogni anno, si battono a colpi di remo nelle acque del Canal Grande in occasione della celebre Regata Storica.

 

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Un ciclo di incontri di archeologia per studiare le origini di Venezia in occasione dei 1600 anni dalla fondazione

Venezia, 11 marzo 2022 – Sette conferenze che focalizzeranno sul contesto lagunare precedente la nascita di Venezia per addentrarsi poi nelle diverse problematiche inerenti i primi secoli di vita della città e il significativo reimpiego dell’antico nei suoi diversi monumenti. All’Ateneo Veneto parte il nuovo corso di archeologia, diretto da Margherita Tirelli (direttore del Museo Archeologico Nazionale di Altino), un’iniziativa che rientra nelle celebrazioni dedicate alla fondazione di Venezia, 1600 anni fa. Gli incontri si succederanno con cadenza settimanale ogni martedì fino al 26 aprile, sempre alle ore 17.30. 

Il primo incontro (martedì 15 marzo) è incentrato su Altino, la città madre di Venezia, e sulla dimensione internazionale del suo porto lagunare già a partire dall’età protostorica. Il secondo incontro intende approfondire il contesto storico in cui si inserisce la data, 421 d.C., della mitica fondazione della Serenissima. A parlarne saranno Giovannella Cresci Marrone e Lorenzo Calvelli dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. 

La terza conferenza sarà tenuta dall’archeologo Marco Bortoletto e illustrerà i risultati delle successive campagne di scavo che hanno interessato il sito di San Pietro di Castello, il primo scalo lagunare veneziano, mentre la quarta – che vedrà come relatori l’archeologo Marco Bortoletto e Luigi Fozzati , già Soprintendente per i Beni Archeologici del Friuli Venezia Giulia – offrirà una panoramica delle più antiche strutture urbanistiche, emerse negli ultimi anni a seguito delle numerose campagne archeologiche condotte all’interno della città.

L’area marciana sarà oggetto del quinto, del sesto e del settimo incontro, nel corso dei quali verranno illustrati il reiterato impiego di scultura antica nei suoi monumenti, le immagini tratte dall’iconografia greca e romana presenti nei mosaici di San Marco e le sorprendenti scoperte seguite al crollo del campanile di San Marco. Relatori di questi ultimi tre appuntamenti saranno Luigi Sperti dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, lrene Favaretto già Università degli Studi di Padova e Myriam Pilutti Namer dell’Università Ca’ Foscari. 

 

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Veronica Franco, la cortigiana intellettuale che entra nei salotti degli uomini di potere della Serenissima

Venezia, 11 marzo 2022 – È il 1564 quando Venezia si sorprende dell’audacia di una giovane donna che, a soli 18 anni e incinta del primo figlio, si separa dal marito, reclama la propria dote e diventa padrona della propria vita ed indipendenza. Veronica Franco è la più famosa cortigiana della Serenissima Repubblica, che ha 1600 anni di storia. Cortigiana “honesta”, perché in realtà Veronica era una donna a tutto tondo: scrittrice, musicista, curatrice di raccolte poetiche, saggista. Bellissima, dai modi gentili e garbati, Veronica è il simbolo dell’indipendenza femminile in un periodo storico in cui le donne potevano solo maritarsi o entrare in convento.

Nata nel 1545 da Francesco e Paola Fracassa, viene introdotta alla carriera proprio dalla madre, che le insegna tutte le arti per diventare una “cortesana honesta”. La morte precoce di Francesco obbliga infatti Paola a tornare alla sua redditizia professione, che per la figlia sognava però una vita diversa. A 16 anni convola a nozze con il dottor Paolo Panizza, un medico dedito al gioco e al bere che spesso alza le mani su di lei. A 18 anni e incinta di un altro uomo, Veronica si separa dal marito e viene introdotta dalla madre al mestiere. 

Intelligente e colta, Veronica non è una semplice prostituta, ma seleziona i suoi clienti in base alla classe sociale, al denaro e alla cultura, arrivando ad entrare nei salotti degli aristocratici veneziani, di letterati, poeti e uomini influenti, tra cui il Re Enrico III di Polonia e Francia, intrattenendo rapporti con i poteri forti della città. Poetessa e letterata, è l’incarnazione della donna libera del Cinquecento che seppe cantare in versi i suoi amori senza timore e che sostenne la libertà di essere licenziosa. 

Forse a causa della sua professione, abitò in molte zone di Venezia come San Vitale, San Giovanni Crisostomo, San Giovanni Nuovo, San Moisè. A Santa Maria Formosa trasformò la sua residenza in un vero e proprio ateneo dove riunì musicisti, pittori e nobili. I frequentatori, oltre a godere dei piaceri carnali, venivano allietati anche da concerti, dibattiti filosofici e letture di poesie.  

Nel 1575 pubblicò un volume di “Terze rime”, indirizzate al duca Guglielmo di Mantova, quello che sarà definito “uno dei più cari canzonieri femminili del ‘500”, e nel 1580 un volume di “Lettere familiari a diversi”, dedicato al cardinale Luigi D’Este. Nelle sue rime si legge tutta la rivalsa verso il mondo maschile che non riuscì mai ad impedire lo sviluppo della sua personalità. “Se siamo armate e addestrate – scriveva – siamo in grado di convincere gli uomini che anche noi abbiamo mani, piedi e un cuore come il loro”.  

Nel 1580 fu denunciata e incriminata per stregoneria al Santo uffizio veneziano, un processo che si concluse con un non luogo a procedere ma che la segnò nel profondo, sia per il periodo passato in carcere sia perché perse tutte le sue ricchezze. Morì probabilmente per una malattia venerea il 22 luglio del 1591, diventando nei secoli il simbolo di una donna che accettò gli uomini per conquistarsi i propri spazi di libertà e di autonomia. 

 

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Tra pietra e acqua: sabato al Lido si presenta la raccolta di versi su Venezia di Paola Novaria

Venezia, 10 marzo 2022 – Due elementi naturali per una città nata e sviluppatasi tra pietra e acqua. Sabato 12 marzo alle ore 16.30, all’hotel Villa Mabapa del Lido di Venezia, si parla di poesia. L’autrice Tiziana Bertoldin presenterà la raccolta di versi “Tra pietra e acqua” che porta la firma di  Paola Novaria, un appuntamento che rientra nelle celebrazioni per i 1600 della fondazione di Venezia

Pietra e acqua non sono due semplici elementi naturali, ma sono riferiti a Venezia, città che delle sue pietre ha fatto parlare i grandi e dalle sue acque ha avuto tormento e insieme gloria. E la poetessa si riconosce e identifica in questa terra, città aliena e unica, e si lascia andare alla fascinazione di un amore estatico e doloroso, fatto di incontri e distacchi, di buio, notti, ansie, ma anche di luna, solstizi in cui la luce riprende il cammino, di rispecchiamento nella musa sorella e anelito all’altro da sé. Venezia, non è mai uno sfondo, ma attrice partecipe, sola in grado di dare corpo, insieme ai versi, a sentimenti che paiono non riuscire ad ancorarvisi.

Nata a Cuorgnè, in provincia di Torino, nel 1972, antichista per formazione, Novaria è responsabile dell’Archivio storico dell’Università di Torino, un ruolo che le dà occasione di collaborare a iniziative culturali promosse dall’Ateneo e di pubblicare studi e ricerche che ne valorizzino il patrimonio documentario. Ha raccolto i propri versi a partire dal 1993, dando alle stampe sette raccolte tra il 2003 e il 2020. Ha portato la sua poesia in diversi contesti e città italiane, ottenendo riconoscimenti, oltre che nella propria regione, nel premio Lorenzo Montano di Verona (2015, 2018, 2020). Nel novembre 2019, in una Venezia ferita dall’acqua alta, ha tenuto un seminario di poesia su invito dell’associazione La Settima Stanza. 

 

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Rosalba Carriera: una rivoluzione nell’arte

Venezia, 10 marzo 2022 – Nella Venezia del Settecento è Rosalba Carriera la prima donna a farsi strada tra i capolavori di Tiepolo, Canaletto, Bellotto e Longhi. Rosalba porta le sue opere, i suoi ritratti, le sue miniature e le sue innovazioni, dai salotti veneziani alle corti più importanti d’Europa, diventando in poco tempo un’artista riconosciuta e ammirata dai maestri d’arte dell’epoca. 

Figlia di un funzionario della Repubblica Serenissima e di una merlettaia, Rosalba nasce a Venezia nell’ottobre del 1673 ed è tra le mura di casa, sotto l’occhio attento ed entusiasta del padre, da sempre appassionato d’arte e disegno, che nasce la sua passione per la pittura di miniature e ritratti, che la porterà a studiare nelle botteghe di Giuseppe Diamantini e Antonio Balestra, i suoi maestri. 

Fu tra le prime donne che riuscì a mantenersi attraverso le sue opere d’arte, portando la sua indipendenza, conoscenza, passione e talento, dalle calli e dai campielli della sua amata città fino ai più prestigiosi salotti dell’aristocrazia internazionale, ben oltre i confini della Serenissima, diventando una delle figure più importanti della Venezia del XVIII secolo.

Lo spirito innovativo di Rosalba nel mondo dell’arte è costante e la porta a cambiare i canoni accademici di un’altra tecnica pittorica: la miniatura. È lei, infatti, la prima ad utilizzare avorio e pennellate veloci, tipiche della pittura veneziana, ribaltando le regole dell’arte e diventando un punto di riferimento per pittori veneziani, collezionisti e committenti stranieri per i quali realizzava, soprattutto, ritratti. Nei suoi ritratti Rosalba riusciva a cogliere l’animo dei soggetti che ritraeva, riportando la loro essenza su tela, con un tratto sofisticato e delicato che diventerà l’elemento distintivo nelle sue opere. 

È il 1720 quando lascia Venezia per Parigi, diventando la prima donna ad essere riconosciuta nel panorama artistico europeo del Settecento. Con la sua arte, approda nelle corti reali di principi e principesse arrivando a ritrarre anche il re di Francia Luigi XV. Vivacità, grazia ed espressione sono gli aggettivi che la rivista letteraria parigina “Mercure de France” usa per qualificare la “Musa al seguito di Apollo”, una delle sue 300 opere, inviata all’Accademia parigina di pittura e scultura che l’aveva accolta tra i suoi membri durante il suo soggiorno francese. Dopo il primo viaggio in Francia, la vita di Rosalba si divide tra le corti francesi, viennesi e veneziane, dove continua a ritrarre e ad accrescere il suo prestigio fino a quando, a causa di una malattia degenerativa alla cornea, è costretta ad abbandonare la pittura e a ritirarsi nella sua città natale. 

La sua eredità artistica, fatta di ritratti, autoritratti e miniature, oggi si conserva nei più importanti e prestigiosi musei d’Europa e del mondo, dal Louvre all’Art Institute of Chicago, fino alle Gallerie dell’Accademia di Venezia e del Museo del Settecento Veneziano Cà Rezzonico, dove vengono custoditi alcuni dei suoi capolavori. 

Innovatrice nella sua arte e donna progressista, Rosalba Carriera interpretò un ruolo moderno nella società. Declinando qualsiasi proposta di matrimonio, decise di dedicare la sua vita al lavoro di pittrice, diventando una protagonista dell’emancipazione femminile. 

 

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Sara Copio Sullam: la giovane ebrea che nel cuore del Ghetto ebraico diede vita ad uno dei circoli letterari più importanti di Venezia 

Venezia, 9 marzo 2022 - Colta, letterata, poetessa e studiosa, ma soprattutto donna di origini ebree. Fu questo, e molto altro, Sara Copio Sullam, la veneziana nata nel 1592 che dedicò una vita intera a difendere il suo credo e la sua identità. Una delle donne più colte del suo tempo, che con il solo impegno intellettuale difendeva a colpi di versi la propria religione e condizione di donna, in una Venezia seicentesca dominata da uomini. 

Figlia di una delle più importanti e ricche famiglie della comunità ebraica di Venezia, Sara trasformò la sua casa tra le calli del Ghetto in un salotto letterario aperto a chiunque, per discutere e dialogare di quelle materie che più la affascinavano e riempivano le sue giornate: storia, filosofia, astrologia, letteratura classica e religione, dando vita ad un’Accademia tra le più frequentate dell’epoca.

Qui, tra gli assidui intellettuali frequentatori del circolo che lei fondò, nascevano accesi scambi culturali, tra le ristrette mura di un'abitazione dove l’apertura al dialogo e la mediazione facevano da padroni. Un progetto, il suo, nato dalla condizione di marginalità a cui fu costretta per tutta la vita e alla quale non seppe mai rassegnarsi.

Fiera della propria identità di donna e poetessa, con la sua sagace ironia, ribatteva ad ogni offesa, portando i suoi oppositori ad uno scontro strettissimo, fatto solo di parole.

“Bionda, leggiadra e di modi affabilissimi”, così la descrivevano i suoi contemporanei, ma il suo nome è legato soprattutto alla figura di una giovane brillante e intelligente che, guidata dal rabbino e letterato Leone da Modena, acquisì una fama senza spazio e tempo.  

Tra i versi dei suoi sonetti è raccontata la cultura di un’epoca in cui la vita delle veneziane, seppur coltissime e benestanti, non esisteva al di fuori delle mura domestiche. Fu proprio all’interno di queste, però, che Sara Copio Sullam decise di creare il suo universo personale, un luogo d’incontro e scambio culturale, in cui poter essere veramente se stessa. 

In grado di leggere testi in spagnolo, ebraico, latino e italiano, trascorse tutta la vita a difendersi dalle accuse e diffamazioni dell’universo maschile e cristiano che la circondava e che tentò in tutti i modi di metterla a tacere e cambiare il suo modo di essere. 

Documenti inediti, raccolte e testi rarissimi, sparsi tra gli archivi e le biblioteche veneziane, raccontano ancora oggi il talento e il coraggio di una scrittrice, che grazie alla logica e ad un tagliente umorismo fu in grado di sconvolgere gli stereotipi di un’epoca che non voleva una donna ebrea rappresentante di un’intelligenza che non conosce moda e tempo, e che attraverso i secoli, porta fino ai giorni nostri la forza e la potenza delle figure femminili veneziane. 

 

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Un viaggio alla scoperta dei segreti del soffitto della chiesa di San Pantalon, un’avanguardia veneziana di arte, architettura e restauro

Venezia, 9 marzo 2022 - La chiesa di San Pantalon a Venezia conserva il dipinto più grande al mondo a olio su tela all’interno di una chiesa, una delle opere più iconiche della storia dell’arte considerata un’avanguardia dal punto di vista pittorico, architettonico e del restauro. 

77 tele poste l’una accanto all’altra, 443 metri quadrati di dipinto e vent’anni di lavoro per un progetto complesso e innovativo che dona a Venezia, a 1600 anni di distanza dalla sua fondazione, un primato molto importante. È il vastissimo “Martirio di San Pantalon” che adorna ill soffitto dell’omonima chiesa veneziana, realizzato tra il 1680 e il 1704 da Gian Antonio Fumiani, un’artista poco noto al grande pubblico ma che è stato in grado di creare un’opera dove l’arte si sposa perfettamente con l’architettura nella quale si inserisce, seguendo le sue forme per un racconto univoco della vita e del martirio del santo di Nicomedia. 

«Quella di San Pantalon è una chiesa il cui 90 percento delle opere appartiene a un medesimo periodo, la seconda metà del Seicento, e quindi conserva un’unità di stile che si è mantenuta pressoché inalterata negli anni - commenta Piero De Fina, custode e guida ufficiale della chiesa di San Pantalon a Venezia - Questa chiesa è famosa per il suo soffitto, che io consiglio di osservare di sera e non di giorno, posizionandosi della controfacciata della chiesa per goderne meglio i dettagli e i chiaroscuri, e il suo autore, Gian Antonio Fumiani è sepolto in questa chiesa anche se non sappiamo dove. Sono tantissimi i visitatori attratti dal primato di quest’opera più che dalla chiesa in sé anche se, una volta entrati, non possono fare a meno di notare la bellezza dell’intera chiesa e restarne affascinati»

La storia del soffitto della chiesa di San Pantalon subisce una svolta decisiva nel 1971 quando, grazie al restauro dell’opera, a cura di Stefano Volpin e del suo staff, vengono alla luce alcuni dettagli, fino ad allora ignoti, sulla storia della realizzazione del dipinto da parte di Fumiani e alcuni suoi errori di valutazione. 

Durante il restauro del dipinto, infatti, si scoprì che Fumiani, che aveva lavorato alle 77 tele a terra, una volta posizionato il dipinto sulla struttura in legno del soffitto della chiesa si accorse che le tele non aderivano perfettamente allo spazio curvo e necessitavano di un legame tra loro. Inoltre, l’artista, non aveva considerato un altro elemento importante: il dipinto aveva, infatti, la capacità di modellarsi a seconda del clima veneziano, gonfiandosi e ritraendosi a causa dell’eccessiva umidità o dell’eccessivo calore e subendo così costanti modifiche. Questo faceva sì che l’opera fosse in continuo movimento, in continua mutazione e soggetta non solo all’usura data dallo scorrere del tempo ma anche alle variazioni metereologiche come fosse una seconda pelle della chiesa che reagiva al freddo, al caldo, all’umidità o alla secchezza.

Il pittore, allora, fu costretto a staccare di nuovo il dipinto, tornare a lavorarci da terra e riposizionarlo in un secondo momento solo dopo aver utilizzato dell’adesivo per coprire gli spazi vuoti, su cui poi aveva ridipinto sopra, e della colla per far aderire perfettamente le tele alla struttura in legno che doveva sostenerle. Poi, per fissare il dipinto al supporto ed evitare che subisse i rigonfiamenti dovuti all’umidità decise di posizionare dei grandi chiodi su cui aveva ridipinto sopra rendendo, così, omogenea la visione del dipinto dal basso. 

Se con questo intervento dell’artista il difetto degli spazi vuoti tra le tele e della perfetta adesione del dipinto sul soffitto era stato risolto, nel corso degli anni venne a crearsi un altro problema a cui lo stesso Fumiani non aveva pensato. Questo problema venne alla luce solo quando i segni del tempo iniziarono a mostrarsi, in modo chiaro, sull’opera spingendo i restauratori, nel 1971, a intervenire. 

Il dipinto sul soffitto della chiesa di San Pantalon, negli anni, iniziò a staccarsi dalla sua struttura perché la colla utilizzata da Fumiani venne mangiata completamente dai tarli, lasciando il dipinto separato dalla sua base e sorretto solo dai chiodi che il pittore aveva utilizzato nel suo secondo intervento sull’opera. Anche i pezzi di adesivo che l’artista aveva utilizzato per coprire gli spazi vuoti tra una tela e l’altra iniziarono a staccarsi e a cadere a penzoloni dal soffitto della chiesa. 

Il restauro del dipinto è stato un lavoro all’avanguardia per l’epoca in cui è stato realizzato.  Si è intervenuti sulla struttura operando su un enorme ponteggio posizionato all’interno della chiesa, sono stati eliminati i chiodi e i pezzi di adesivo che si erano staccati dal soffitto ed è stato rifatto interamente il supporto in legno che, a differenza delle tele, che erano ancora in buono stato, non era più recuperabile. Con la tecnologia moderna furono preparati dei fogli di compensato, in alcuni punti lisci, in altri sagomati, creando, così, un guscio su vennero incollate le tele. A quel punto essendo la struttura portante una superficie perfetta non serviva più che ci fossero ulteriori supporti come le fasce adesive e i chiodi. Inoltre, i giunti tra un telaio e l’altro furono corretti solo infilando del cotone con un po’ di resina acrilica che fu poi ritoccato con la pittura. 

L’immenso dipinto di Fumiani che possiamo ammirare oggi all’interno della chiesa di San Pantalon, grazie a questo restauro, è ancora più bello di quello che vedevano i veneziani in passato. Un piccolo tesoro nascosto dove, dietro la bellezza delle figure, dietro i chiaroscuri e dietro quell’armonia tra arte e architettura si nasconde una grande opera d’ingegno e un lavoro incredibile che ancora oggi continua a raccontare la sua storia. 

 

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