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Un itinerario per scoprire gli antichi graffiti di Venezia che, attraversando i secoli, raccontano la quotidianità dei cittadini della Serenissima

Venezia, 23 gennaio 2023 – Antichi segni lasciati sui muri e sulle colonne di Venezia, che attraversano i secoli e giungono fino a noi per raccontarci come i cittadini della Serenissima abbiano vissuto la propria città, i fenomeni naturali e le vicende storiche. Di 6 mila documentate, sono oltre 500 le tracce storiche poi confluite nel libro I graffiti di Venezia, scritto da Alberto Toso Fei e Desi Marangon e frutto di cinque lunghi anni di ricerca. In linea con il tema dell’edizione 2023 del Carnevale di Venezia, “Take Your Time for the Original Signs”, che vuole incoraggiare la capacità d’espressione e la creatività, iniziamo un itinerario tra calli e campielli della città lagunare, con una lente d’ingrandimento alla mano, alla scoperta di questa importante testimonianza dal basso della quotidianità e delle tradizioni di Venezia.

Si parte da Palazzo Ducale dove, tra gli archi della facciata, si riescono a scorgere ancora oggi i segni degli scalpellini che lavorarono alla costruzione del famoso edificio: molte volte si tratta di simboli di fantasia, altre invece sono lettere, cifre, linee o curve. Anche conosciuti come segni lapidari o marche di costruzione, testimoniano la forte identità di uno dei mestieri artigiani di Venezia e, una volta che si impara a riconoscerli, ci si accorge di come le stesse maestranze lavorassero in vari cantieri della città. Non a caso, uno dei segni presenti a Palazzo Ducale compare identico anche nei blocchi di pietra bianca della chiesa di San Zaccaria, famosa per la sua cripta sommersa dalle acque.

Spostandosi verso la Porta della Carta, invece, inciso sul cordolo della colonna interna del portico si può intravedere un piccolo teschio con tibie di fattura pregevole, sormontato da un’elegante croce, a ricordo della fragilità dell’essere umano. E pare che proprio qui, sulla panca più vicina alla Porta, sotto al graffito del teschio, amasse sedersi e volesse essere ritratto il celebre compositore tedesco Richard Wagner, che tra il 1858 e il 1883 fece lunghi soggiorni a Venezia.

“W Marco Giustiniani” si legge su uno dei pilastri davanti alla Biblioteca Marciana. Correva l’anno 1678, e al primo scrutinio venne eletto alla carica di doge il nobile Marcantonio Giustinian, che però in precedenza aveva espresso la volontà di prendere i voti. Si tratta di uno degli esempi di manifesti post elettorali realizzati per celebrare ed esultare all’elezione del nuovo doge della Serenissima: dipinti a mano o stampati con l’aiuto di matrici, questi graffiti sono sempre sormontati da una zogia, il tipico copricapo dogale.

In Calle della Canonica, invece, sono state incise moltissime gondole, navi e galee sulla cornice di un portone: tra i soggetti più comuni in città, è probabile che venissero realizzate come ringraziamento per aver avuto salva la vita dopo un viaggio in mare; ma si pensa anche che siano state tracciate da viaggiatori, in quanto costituivano un panorama indelebile nella loro memoria. Inoltre, una particolarità delle raffigurazioni di navi e galee a Venezia è che l’acqua e le onde non vengono mai disegnate sulla chiglia, dettaglio che invece compare comunemente in dipinti, manoscritti e bassorilievi.

Anche nei pressi di Rialto, cuore mercantile e finanziario della Serenissima, i graffiti dei cittadini veneziani non mancano, e sono legati soprattutto al potere, non solo a quello ducale ma anche a quello reale dei Savoia. Sulla prima colonna interna delle Fabbriche di Rialto, ad esempio, campeggia la scritta “W Nicolò Contarini”, doge eletto nel 1630 che, a distanza di qualche mese, si ritrovò a fronteggiare una delle peggiori epidemie di peste, che mise in ginocchio tutti i territori della Serenissima. A pochi passi di distanza, invece, si legge “A Roma ci siamo e ci resteremo”: si tratta di un’importante testimonianza risalente agli anni successivi all’unificazione d’Italia e alla conquista di Roma del 1870.

Ma i graffiti si trovano anche nella Venezia minore, dove scorre tranquilla la vita dei cittadini. Il Sotoportego del Traghetto, a San Canciano, riesce ancora oggi a raccontarci delle straordinarie storie legate alla quotidianità nella Serenissima, dalle tracce lasciate dai traghettatori a fenomeni metereologici anomali. “L’anno 1867 lì 15 gienaro l’acqua venuta a Venezia” recita la parte superiore di una delle prime colonne: è la cronaca di una marea che, secondo le stime attuali, arrivò a 153 centimetri, restando impressa nella mente dei veneziani. A qualche passo di distanza, un’altra mano anonima ci trasmette invece la cronaca di una delle rare glaciazioni lagunari: “Eterna memoria dell’anno 1864 del giaccio veduto in Venezia che se sta sule fundamente nove a san Cristoforo andava la gente [in] priusision che formava un liston”.

Tracciati da diverse mani e di epoca variabile, i segni lasciati in Campo Santi Giovanni e Paolo sono ancora visibili sul portale della Scuola Grande di San Marco, oggi sede dell’Ospedale Civile. Sullo stipite sinistro, ad altezza occhi, veleggia infatti un magnifico galeone ricco di dettagli, con un’insolita prospettiva frontale per la poppa, piccole finestre aperte e una bandiera con al centro una croce. A qualche centimetro di distanza si legge invece di un fatto storico: “Adi 21 otobre 1357 fu privato di vita Bernardo dito gallo a orechi. Fev[a] m[i] chino in Venezia”: secondo fonti storiche, questa cronaca si riferisce a Bernardo Gallo, “grand’huomo di mare” morto nel corso di uno degli scontri con i padovani nel corso del Trecento.

Anche sullo stipite destro compaiono delle imbarcazioni: una galeazza seicentesca e una gondola con il felze, la tipica copertura uso fino al secolo scorso. Poco più in là, si scorge invece una figura ben nota delle leggende popolari veneziane, il “Levantino”, vestito di una lunga tunica e un turbante, che regge un coltello in una mano e un cuore umano nell’altra. Appare anche il simbolo @, utilizzato nel Settecento con il significato di “Addì”, cioè “il giorno” e affiancato appunto dalla data del 1745.

 

La bottega artigiana di Daniela Ghezzo, custode della tradizione e del savoir-faire della calzoleria veneziana

Venezia, 16 gennaio 2023 – Uno stivaletto in pelle di maiale e capretto, impreziosito da bottoncini in pietra dura e foderato internamente di seta, con un tacco a rocchetto e la punta rotonda, è esposto in una vetrina di Calle dei Fuseri, nel sestiere di San Marco. Le sue condizioni sono talmente perfette che si fa fatica a credere che abbia più di cento anni. Questo e altri modelli dal fascino vintage sono custoditi con cura all’interno dell’Atelier Segalin di Daniela Ghezzo, calzolaia di fama internazionale che fa compiere un viaggio attraverso un secolo di calzature fatte a mano. 

Formatasi al liceo artistico prima e all'Accademia di Belle Arti di Venezia poi, Daniela Ghezzo inizia il suo apprendistato in bottega da giovanissima, sotto la guida del celebre calzolaio veneziano Rolando Segalin. A 24 anni decide coraggiosamente di rilevare il rinomato atelier del suo maestro, aperto in Calle dei Fuseri nel lontano 1932. Da allora, si è dedicata all'artigianato delle calzature, con sapienza manuale e cura per il dettaglio, riuscendo ad affermarsi in quello che è un ambito solitamente maschile. 

Un lavoro che può stancare ma mai annoiare. Così l'artigiana descrive il suo mestiere, a cui si dedica da ben ventisette anni; è un amore che si scorge negli occhi e nelle parole che usa per spiegare i materiali utilizzati per la fabbricazione dei vari modelli. Acqua, raspe da cuoio, chiodi e pinze con becchi diversi: questi sono gli strumenti essenziali con cui un calzolaio crea un paio di scarpe. 

Si parte dal calco del piede del cliente, che viene eseguito tracciandone la sagoma con una penna su un foglio di carta. Successivamente, si procede con il prendere le misure di tre punti importanti: la pianta, che va misurata nella zona del metatarso, il collo, e l’entrata dentro la scarpa, elemento importante per l’allacciatura. Questa attenta analisi del piede si conclude quindi con delle brevi annotazioni da parte della calzolaia, ad esempio se l’arco plantare del cliente è sostenuto. 

Da qui, si realizza la forma, su cui viene tirata la tomaia. È un passaggio che richiede forza, ma non troppa: secondo Daniela Ghezzo, la tensione del cuoio è qualcosa che si deve sentire, prima di tutto, con l’orecchio. Perché quello del calzolaio è un mestiere fatto dei più piccoli dettagli, e che coinvolge più sensi – olfatto, udito, tatto. L’artigiana, infatti, racconta che ci tiene ad acquistare personalmente la pelle che poi va a lavorare, perché ha bisogno di riconoscerla dall’odore e di toccarla con mano. Dai resistentissimi zebù e pelle di lama, al morbido alligatore, passando per lo struzzo e il colorato pitone: ogni materiale deve avere per lei una sensazione familiare. 

La creazione di un paio di scarpe termina poi con il montaggio e la finitura. Per Daniela è essenziale non tralasciare alcun passaggio nella creazione di una calzatura, perché ognuno di essi è indispensabile per la realizzazione di pezzi che durano nel tempo. La sua bottega è quindi una fucina di qualità e rigore, oltre che di creatività e passione. 

Ma l’Atelier Segalin custodisce anche stampi, dime, forme in legno e scarpe, alcune risalenti a più di cento anni fa, altre agli anni ’60-’70. La preziosa collezione vanta anche modelli realizzati dalla storica calzoleria romana Gatto, specializzata in scarpe da uomo, e da un antichissimo calzolaio veneziano, Grienti, che ci teneva moltissimo a creare calzature non solo con gli interni foderati in seta, ma anche le etichette stesse. 

Tra un modello di scarpa e l’altro, Daniela racconta qualche curiosità poco nota del mondo dei calzolai. Mostrando, ad esempio, la riproduzione accuratissima di una babbuccia in seta, un materiale difficile da lavorare perché soggetto a sfilacciature, spiega che fino al Settecento, soprattutto nel caso di questo tipo di scarpa, non esisteva alcuna differenza tra la destra e la sinistra, ma si utilizzava una sola forma per entrambi i piedi. Questa è una deduzione che si può fare esaminando attentamente la silhouette della suola. Daniela specifica che c’era però senso anatomico, e infatti anche all’epoca veniva aggiunto un piccolo spessore, quasi come un plateau, per dare maggior sostegno alla schiena. 

Un altro aneddoto particolare riguarda invece la suola stessa: dato che l’uso della gomma non si era ancora affermato, e anzi era considerato un materiale più costoso, in passato veniva realizzata in cuoio che, se lavorato a dovere, assumeva una consistenza pressoché lignea. Tuttavia, il tacco della calzatura, in legno, non era adeguatamente isolato dai danni provocati dall’acqua, e rischiava di marcire. Per ovviare a questo problema, il calzolaio era solito inserire una sottile lastra di zinco tra il tacco e la suola della scarpa. 

L’arte dei caleghèri, un artigianato che seppe dar lustro con il proprio lavoro alla Repubblica di San Marco

Venezia, 9 gennaio 2023 – Narra la leggenda che l’evangelista Marco, dopo il suo viaggio nella Cirenaica, giunse ad Alessandria d’Egitto dove fu costretto a cercare un calzolaio perché uno dei suoi sandali si era rotto. Si recò nella bottega di Aniano il quale, mentre era intento nelle riparazioni, si ferì; Marco lo guarì miracolosamente, tanto da indurre Aniano alla conversione e al battesimo. Da allora Sant’Aniano è considerato il patrono dei calzolai veneziani.

L’arte dei caleghèri, i calzolai, è stata una delle attività artigianali economicamente più rilevanti per la Serenissima. La sua presenza è documentata a Venezia sin dal 1268 e porta la data del 17 novembre 1271 lo statuto dei caleghèri, il Capitulare Callegariorum, che contiene addizioni - ossia aggiunte dovute ad ordinanze della giustizia vecchia - fino al 6 luglio 1313.

I caleghèri, riunitisi in Confraternita a tutela della propria arte e delle proprie produzioni artigianali, erano calzolai che fabbricavano scarpe, stivali e calzari in genere e avevano norme precise che ne regolavano l’attività, come quella di confezionare le calzature esclusivamente con pellami nuovi, che venivano riforniti dal Magistrato alle Beccarie. Oltre ai caleghèri, a Venezia operavano i zavatteri, ciabattini, che riparavano le calzature vecchie e avevano l’obbligo di usare solo cuoio di seconda mano, i çocholarii, ossia i fabbricanti di zoccoli, i patitari, che realizzavano pattini o suole di legno adattate poi al piede con striscie di cuoio, e i solarii, gli artigiani che disegnavano le suole delle scarpe sulle pezze di cuoio e da queste poi le ritagliavano.

Fin dal 1446 l’arte ebbe la scuola di devozione in un edificio acquistato in Campo San Tomà, nel sestiere di San Polo, che fu ristrutturato per renderlo più idoneo alle esigenze dell’arte. La scoletta è oggi sede della Biblioteca civica. A testimonianza della presenza di questi importanti artigiani ci sono dei rilievi che rappresentano calzature dell’epoca sull’architrave della porta, mentre sopra il portale principale vi è un bassorilievo che rappresenta San Marco nell’atto di guarire Sant’Aniano.

Nel 1773 a Venezia c’erano 1172 caleghèri e zavatteri – 338 capimaestri, 653 lavoranti e 181 garzoni – che operavano in ben 340 botteghe. Era quindi l’arte con i maggiori iscritti dopo i marangoni, i falegnami, e i testori de seta, tessitori. Per poter venire ammessi all’arte si doveva essere maschi, aver compiuto 18 anni, aver esercitato un periodo di servitù, superare una prova realizzando tre paia di scarpe da donna e da uomo e pagare una comune tassa di iscrizione alla Confraternita.

Per l’arte dei caleghèri vigeva l’usanza che ogni anno venisse offerto alla dogaressa un paio di prestigiosi zoccoli. Tali zoccoli dovevano avere, almeno al tempo del doge Lorenzo Priuli, in carica dal 14 giugno 1556 al 17 agosto 1559, il valore di 22 lire venete.

Durante la fiera della Sensa, la Confraternita esponeva i propri lavori in Piazza San Marco, in un punto preciso che veniva segnalato da liste di marmo bianco. Anche quella dei caleghèri seguì la sorte delle altre scuole dopo il decreto napoleonico di soppressione, nel 1807, anche se alla fine del 1700 il numero dei calzolai che operava in città era diminuito di poco, scendendo a quota 966.

A Venezia ancora oggi ci sono numerose tracce di questa nobile arte, che col tempo si è trasferita lungo la Riviera del Brenta influenzando così la crescita di questa area. Due calzolai sono presenti nell’arcone del portale di ingresso della Basilica di San Marco, uno con una scarpa e l’altro con uno stivale; a Palazzo Ducale, in un capitello, è rappresentato un calzolaio con pettorale e grembiule e gli strumenti del lavoro. E ancora, nella chiesa di Santo Stefano, l’altare della Beata Vergine Annunziata è decorato con quattro piccoli scudi a forma di scarpa. Qui, dalla fine del Trecento, si ritrovavano i caleghèri tedeschi, che si erano separati dai confratelli veneziani. In Calle de le Boteghe, vicino a San Samuele dove trovava posto la sede dei caleghèri tedeschi, sono ancora visibili dei bassorilievi in pietra d’Istria riproducenti calzature maschili in uso all’epoca a perenne testimonianza di un artigianato che seppe dar lustro con il proprio lavoro alla Repubblica di San Marco.

 

Il Museo della calzatura dove ogni scarpa ha una storia1350 calzature femminili esposte a villa Foscarini Rossi

Venezia, 2 gennaio 2023  Ogni scarpa ha una storia da raccontare. Perché non è solo un accessorio da indossare, ma dietro di sé porta un bagaglio di curiosità e aneddoti che la rendono una vera e propria opera d’arte. Ci sono i colori di Pucci che sono stati messi per la prima volta in palette fotografando le tonalità del mare di Capri, i suoi limoni e le sue bouganville, ci sono gli intarsi in legno di Christian Dior che aveva ambizioni da architetto e si ispirava al mondo dell’arredo, c’è il tacco-gioiello boule con strass realizzato per la prima volta per l’attrice e cantante tedesca Marlene Dietrich. E ancora, la scarpa “pilgrim”, con fibbia oversize ispirata alle calzature dei padri pellegrini e indossata da Catherine Deneuve nel film “Bella di giorno” e diventata la scarpa più riprodotta al mondo e icona assoluta del modellista Roger Vivier. O l’aneddoto di come sia nato da uno schizzo di Karl Lagerfeld il logo della casa di moda Fendi, la famosa FF ispirata alla voglia di rivitalizzare le pellicce: da qui Fun Fur, con la doppia F come il cognome delle sorelle Fendi. E poi c’è Yves Saint Laurent che fa una rivoluzione sociale, si impadronisce degli elementi del guardaroba maschile come la sahariana, il trench, lo smoking, il tailleur pantalone e, soprattutto lo stivale - che era prerogativa degli uomini e delle donne di malaffare - e lo dona alle donne in un momento di lotte per l’emancipazione femminile.

La seicentesca villa Foscarini Rossi, che accanto a villa Pisani spicca sulle rive del fiume Brenta, da quasi trent’anni ospita il “Museo della calzatura” voluto da Luigino Rossi, imprenditore calzaturiero, aperto nel 1993 per testimoniare, attraverso la calzatura griffata, l’evoluzione della storia del costume dalla seconda metà del Novecento. Un complesso architettonico che lascia senza fiato per i suoi affreschi e la sua maestosità e che l’imprenditore della calzatura, oggi 86 enne, ha voluto dedicare alla storia di Rossimoda, la sua manifattura, e dell’intero distretto della calzatura della Riviera.

Paradiso delle donne, espone 1350 pezzi iconici, vere e proprie opere d’arte da indossare realizzate in oltre 60 anni di collaborazione con le più grandi case di moda del panorama internazionale.

“Il museo esiste dal 1993 grazie all’intuizione di Luigino Rossi, imprenditore del calzaturificio fondato dal padre Narciso nel 1947, che ha deciso di creare questo salotto buono dove testimoniare i suoi successi – racconta Federica Rossi, curatrice del museo – il museo racconta l’evoluzione del costume attraverso questo accessorio, raccogliendo le calzature divise per griffe e mostrando così il contributo di ogni stilista all’evoluzione della moda in un determinato periodo di tempo che corrisponde agli anni di collaborazione con la manifattura”.

 

Il complesso, acquisito dal 2003 dal gruppo finanziario del lusso LVMH, accoglie oggi circa 6.000 visitatori, principalmente addetti ai lavori, ma anche appassionati, oltre ad organizzare laboratori didattici e mostre e ospitare eventi e congressi nella Foresteria adiacente.

 

Le calzature femminili sono esposte con il criterio della provenienza geografica: al piano terra gli anglosassoni con le case di moda americane, inglesi e tedesche; al primo piano i mediterranei con i francesi, gli italiani e gli spagnoli.

 

“Questo perché la calzatura è un accessorio che deve bilanciare le esigenze estetiche con quelle funzionali e ci siamo resi conto che la provenienza geografica della casa di moda condiziona una maggior propensione per gli aspetti pratici piuttosto che estetici, quindi al piano terra c’è un’atmosfera un po’ più pragmatica che viene meno al primo piano” continua Federica Rossi.

Al piano terra è esposta anche una selezione di antiche calzature proveniente dai diversi continenti, che Luigino ha acquistato nel corso dei suoi viaggi per testimoniare l’evoluzione di un accessorio che parte da un’esigenza pratica e diventa anche un modo per comunicare e un simbolo di appartenenza sociale.

Ci sono le calzature degli indiani addobbate di perline che indicano la tribù di provenienza e il ruolo all’interno di quella tribù, gli zoccoli in legno, le inquietanti scarpe delle donne cinesi dai piedi fasciati lunghe solamente 13 centimetri, un vecchio sandalo del centro America di paglia intrecciata con funzione protettiva, un “calcagnino” usato da una nobildonna veneziana, o le scarpe di betulla intrecciata in uso nei paesi freddi della Finlandia e della Russia che permettevano di camminare sul ghiaccio.

E se tutto parte da Venezia, con la scuola dei calegheri la cui esistenza è documentata sin dal 1268, la Riviera è diventata uno dei distretti delle calzature più noto al mondo per la qualità dei suoi prodotti, la professionalità delle maestranze e il gusto estetico.

“Questo territorio è caratterizzato da due frutti: la civiltà delle ville venete e il distretto calzaturiero – conclude la curatrice – queste caratteristiche influenzano il prodotto che esce da qui. Siamo circondati da un certo tipo di architettura che ha certe proporzioni, un certo tipo di gusto e un certo senso d’armonia che non possono non creare un archetipo nelle cose che facciamo. Noi siamo convinti che tutto quello che ci circonda abbia influenzato la produzione raffinata di questo territorio”.

I calcagnini, la scarpa in voga durante la Serenissima che alzava il piede delle veneziane di 50 centimetri

Venezia, 19 dicembre 2022 – Per evitare il fenomeno dell’acqua alta e di sporcarsi le vesti col fango, ma in realtà servivano essenzialmente a limitare la libertà di movimento delle donne. I “calcagnini” o “calcagnèti” sono le calzature più in voga a Venezia per oltre due secoli e costituirono un elemento tipico della moda femminile veneziana tale da attirare l’attenzione degli stranieri.  

La caratteristica principale di queste calzature, che somigliavano a dei veri e propri trampoli, consisteva soprattutto nella loro altezza, che sollevava il piede da terra di molti centimetri, fino ad arrivare oltre il mezzo metro. Non si può certo dire che le donne si muovessero con grazia e leggiadria: chi le indossava non aveva stabilità nell’andatura e difficilmente riusciva a camminare disinvoltamente da sola per le calli e i ponti della città. Per questo motivo era necessario l’ausilio di due servitori che sostenessero la dama.  

All’epoca in cui le singolari calzature si diffusero, la Serenissima era centro di commerci e di grandi ricchezze e indossare queste scarpe era un modo per ostentare e identificare il ceto sociale della nobildonna: tanto più alta era la zeppa, tanto più importante era la veneziana, perché era necessaria molta più stoffa per far arrivare la gonna fino a terra.  

A determinare la scomoda moda, in voga dal Quattrocento fra le nobildonne della Serenissima, fu una ragione di costume sociale: questo tipo di calzatura così alta scoraggiava le donne ad uscire di casa o, quantomeno, ad andarsene troppo in giro così che mariti e padri potevano contare su una maggiore tranquillità domestica.  

Le scomode calzature – che nel 1500 vengono impreziosite con broccati, sono arabescate, dorate, gemmate – furono molto utilizzate anche da cortigiane e prostitute per trasformarle in armi di seduzione. Insomma, i “calcagnini” rappresentano una vera e propria contraddizione perché da una parte concorrevano a salvaguardare la virtù femminile limitando la libertà di movimento e dall’altra appaiono come uno strumento di seduzione usato da meretrici e cortigiane. 

Zoccoli di pelle, di legno, di cuoio cotto, i “calcagnini” divennero sempre più un oggetto di lusso, ma data la loro altezza non era raro assistere a cadute pericolose seguite da gravi conseguenze, come fratture e aborti. I funzionari pubblici andarono sempre contro questa calzatura sia perché comportavano facili cadute, sia per il lusso che in essi le donne profondevano.  

Sin dal 2 marzo 1430, il Maggior Consiglio decretò che la calzatura non dovesse superare l’altezza di dieci centimetri, una disposizione che aveva lo scopo di salvaguardare l’incolumità fisica delle donne e imporre una certa modestia e moralità nel vestire.  

La limitazione a questo lusso venne anche dal Senato, nel 1512, e dal Magistrato alle Pompe nel 1641. Ma tali decreti proibitivi non ebbero alcun effetto sulle dame veneziane, che continuarono ad indossare “i calcagnini” disobbedendo a tutte le norme. 

A contrastare queste altissime zeppe furono le mule o muléte, scarpe leggere prive di tallone e fibbia che si usavano generalmente in casa ma che poi divenne di moda indossare anche per strada – impreziosite con ornamenti molto ricercati – tra la seconda metà del 600 e il 700.  

I “calcagnini” continuarono ad essere calzati, però, anche nel 1700 ed ebbero tra i propri difensori Suor Angela Tarabotti la quale, nei suoi trattati, scrisse che la “donna deve per ogni rispetto andare innalzata dalle ordinarie bassezze”.   

Quando le veneziane abbandonarono questi altissimi zoccoli per passare alle comode scarpette, fra le prime ad adottarle furono le figlie del doge Domenico Contarini, in carica dal 1659 al 1675. Si racconta che, in occasione di una cerimonia, un ambasciatore straniero lodò le due fanciulle soffermandosi sulle loro belle scarpe e un consigliere della Repubblica si lasciò sfuggire la frase “pur troppo comode”. A conferma che i “calcagnini” fossero tollerati dal governo come forma di potere sulla libertà di movimento delle donne. 

 

I segreti dell’arte del profumo: il primo ricettario della cosmesi viene stampato a Venezia nel 1555

Venezia, 12 dicembre 2022 – La tintura per schiarirsi i capelli e farli diventare biondo come l’oro, oppure come sconfiggere l’alito pesante e mostrare denti sani. Correva l’anno 1555 ed era, per l’Occidente, il primo ricettario ufficiale dell’arte cosmetica. Viene pubblicato a Venezia, da  Francesco Rampazetto, il trattato di Giovanventura Rosetti “Notandissimi secreti dell’arte profumatoria”, cui seguiranno altre due edizioni veneziane, nel 1560 e nel 1678, e una bolognese nel 1672. L’arte dei muschieri e degli spezieri viene tramandata a voce fino alla pubblicazione di questo testo, all’interno del quale sono contenute 330 ricette per profumare persone e ambienti, ma anche anche per la cura della bellezza femminile.   

Nato a Venezia nella parrocchia di San Bartolomeo, Rosetti lavorava all’Arsenale prima come guardiano di notte, poi fante dell’ufficio e mantenne il suo posto in Arsenale fino alla morte, impegnato anche in missioni fuori città.  

Il suo ricettario si distingue dagli altri per il carattere di monografia e per un approccio scientifico, anche se compaiono, fra le ricette, anche preparati curiosi. Quasi tutte le 330 ricette si occupano di profumi e di cosmetici, ma anche inchiostri e tinture. 

Molta attenzione è riservata ai capelli, in particolare alla loro tintura, come la ricetta “A far li capelli biondi come fili d’oro"che prevede di lavarsi i capelli con un preparato ottenuto facendo bollire del porenzuolo, o crespigno, un’erba dai fiori gialli, nella “liscia dolce”, cioè una liscivia debole, ottenuta dalla seconda o terza acqua versata sopra la cenere, e di asciugarsi i capelli al sole. Non mancano le lozioni per i calvi, che garantiscono ottimi rimedi per far ricrescere i capelli.  

Ma si guarda anche al volto, ai denti, con uno spiccato interesse agli accorgimenti per evitare l’alito pesante grazie ai “moscardini”, pasticche odorose che si lasciavano sciogliere in bocca per profumare l’alito.  

Centro dell’arte profumiera d’Europa e del mondo, a Venezia il Cinquecento è il secolo della cosmesi e del profumo, delle creme di bellezza preparate dai muschieri e dagli spezieri per soddisfare il pubblico femminile e maschile. Le ricette più numerose sono quindi quelle per fare olii, acque, paste profumate o "odorifere". Ampia è la varietà di preparati solidi, in polvere o liquidi che servono per profumare gli ambienti e gli oggetti, dalla biancheria agli abiti, i cibi e, per coprire l’odore di concia, gli accessori in pelle.  

Fra le numerose lozioni per il volto c’è quella definita il “secreto occultissimo”, a base di bulbi di giglio, rose selvatiche, radice di serpentaria, ricotta e latte. Il distillato di questa miscela si mescola con pezzetti di polpa di gallina, borace e chiocciole bianche, si distilla per la seconda volta e si unisce con l’albume d’uovo. Il tutto va a bagnomaria, esposto al sole in un vaso ben chiuso e, trascorso qualche giorno, si aggiunge al succo di molluschi e si diluisce in acqua. Il risultato è “l’acqua mirabilissima”, che rende “la faccia chiara et lustra come specchio”.  

Gli ingredienti sono sostanze per la maggior parte di origine animale: trionfa su tutte il muschio, che compare in più di cento ricette, lo zibetto è presente in quarantasei preparati, l’ambra o ambracan in trentasei. Tra le materie di tipo vegetale, importanti sono le resine, prima fra tutte il benzoino che compare in una sessantina di ricette. Oltre al benzoino, molto usati sono lo storace, il legno aloe e una grande varietà di fiori, tra i quali le rose di Damasco, i fiori di arancio e gelsomino. 

Del suo trattato, Rosetti andrà particolarmente fiero per aver composto delle “liscie per la delicatissima testa d’ogni gentilissima madonna, condite con simplici odoriferi” eliminando “le cose che sono nocive”, e per dare dei suggerimenti che si “accostano a la regola di medicina”. 

 

Il Bianco di Venezia, nasce in laguna il primo sapone profumato per l’igiene personal

Venezia, 5 dicembre 2022 – Prima usato nei lanifici per raffinare la lana poi diventato, grazie a un’intuizione veneziana, prodotto cosmetico. Nasce in laguna il “Bianco di Venezia”, uno dei primi saponi per la persona al mondo, famoso per la sua qualità ed esportato dalla Serenissima in tutto il mondo allora conosciuto. I veneziani scoprono il sapone ad Aleppo, un prodotto a base di grassi vegetali, e lo trasformano in laguna, aggiungono le essenze profumate e lo essiccano lentamente, al riparo dal sole. È il primo sapone per l’igiene personale, profumato, realizzato con materie prime di altissima qualità, che verrà prodotto a Venezia per secoli ed esportato in tutte le rotte della Serenissima.

Si calcola che nel Cinquecento fossero attivi a Venezia ben 40 saoneri, riuniti in corporazione, che producevano ed esportavano ogni anno diverse centinaia di tonnellate di sapone per l’uso “industriale” nei lanifici ma, soprattutto, una grande qualità profumata utilizzata per l’igiene personale con una formula più raffinata.

Un’arte che viene gelosamente tutelata dalla Repubblica, che nei secoli sviluppa nei suoi confronti una politica protezionistica: per cercare di preservarne la qualità della produzione e tutelare la categoria, fin dal 1347 le autorità veneziane vietano ai propri mercanti di esportare sapone non prodotto nei saponifici della Repubblica. Nel 1489, il Senato stabilisce che il sapone debba essere fabbricato solo a Venezia e proibisce importazioni di sapone estero in tutto il territorio della Serenissima. Tutto il sapone di Venezia viene bollato con un apposito marchio che veniva fornito dalla magistratura preposta e per chi introduce saponi falsi sono previste pene molto severe.

Il sapone veneziano è di ottima qualità perché utilizza olio d’oliva - che arriva a Rialto dai frantoi delle Marche, dell’Abruzzo e soprattutto della Puglia - e perché i saoneri sono molto richiesti e ben pagati all’estero. Il “Bianco di Venezia”, grazie all’olio di oliva, è solido e bianco e profuma delle essenze su cui Venezia ha il monopolio, mentre i saponi prodotti altrove, ottenuti utilizzando sego e potassa, sono molli, scuri e maleodoranti.

Nel 1550, il Senato arriverà a criticare l’esodo dei lavoratori verso l’estero e cercherà di richiamarli in patria, promettendo loro di non applicare le dure sanzioni previste, il bando e la perdita di tutti i beni, e nel 1614 prospettando anche un aumento di retribuzione. Ma non si riuscirà ad ostacolare la crisi di questo settore, condizionato dalle variazioni delle tariffe del dazio dell’olio che spingeranno il sapone veneziano fuori mercato.

Nel 1700 la produzione del sapone sarà ancora una delle voci più importanti per le esportazioni delle manifatture veneziane con quasi 500 tonnellate, per un valore medio che si aggira attorno ai 100.000 ducati, ma la destinazione sarà ormai quasi esclusivamente costituita dallo Stato da Terra.

 

I muschieri della Serenissima, gli alchimisti del profumo in grado di conquistare le maggiori corti d’Europa

Venezia, 28 novembre 2022 – Sedurre e, al contempo, occultare odori sgradevoli. E allora si profumano le parrucche, i vestiti, i guanti, il corpo, i ventagli, le monete, gli ambienti stessi in cui si vive. E i muschieri sono i detentori di queste segrete ricette, che mescolano rosa, lavanda, fiori d’arancio, muschio, ambra grigia e zibetto per farsi pagare “profumatamente” quello che per Venezia rappresentò, per secoli, uno status da privilegiati, ma anche un fiorente commercio. Il profumiere era il “muschiere”, il cui nome deriva dalla parola muschio, chiamato moscado, che non è il vegetale oggi tanto conosciuto ma la costosissima secrezione prodotta da un sacchetto peloso posto vicino all’ombelico del maschio di questo mammifero, un cervide che vive nelle montagne dell’Asia centrale e orientale, e utilizzata non solo nell’arte della profumeria ma anche come sostanza terapeutica e come ingrediente per imbalsamare i cadaveri. Le sostanze di origine animale sono le più usate tra tardo Medioevo e inizio dell’età moderna, in un’epoca in cui gli odori dovevano essere necessariamente forti per mascherare le scarse condizioni igieniche.  

È grazie alle mani e alle abilità di questi alchimisti che esce una miscela in grado di conquistare le corti d’Europa. I profumi dei muschieri della Serenissima uniscono i balsami oleosi dell’Oriente con materie alcoliche ed essenze odorose. Sono loro che diluiscono le essenze in acquavite invece che nell’olio, una vera e propria rivoluzione tecnica che permette di conservare e commercializzare il profumo come mai si era potuto fare fino ad allora. I muschieri conservano queste fragranze in piccole preziose boccette di vetro, fatte a mano dai maestri vetrai di Murano, rendendole così alla portata di tutti i sovrani e nobili, uomini e donne, raggiungibili via mare dalla Serenissima.  

Nel 1568 le botteghe dei muschieri sono 24: si concentrano sul ponte di Rialto, dove trovano posto ben sei botteghe, e lungo l’itinerario delle Mercerie, fino a Piazza San Marco. Le botteghe hanno i nomi più disparati, quali “Al Giglio”, “Alla Fenice”, “Alla Fortuna”, “Al Gatto”, “Alla Ninfa”, “Alla Pigna”, “Alla Sirena”, “Al Serpente”, “Ai Tre Calici”, e qui si vendono muschio, ambra, acque, olii, paste profumate, zibetto, ambra grigia, polvere di Cipro e guanti in pelle profumati. I muschieri non creano solo acque profumate, ma anche paste profumate, creme di bellezza e tinture per capelli per soddisfare la vanità delle nobildonne veneziane.  

Nel 1574, Enrico III re di Francia, in visita a Venezia, entra nella bottega del maestro profumiere Domenico Ventura, che aveva il suo laboratorio in Merceria all’insegna del Giglio, e si concede acquisti costosissimi: compra del muschio per ben 1.125 scudi, una cifra vertiginosa. Ventura, all’epoca, era un muschiere famoso per vendere “cose rare al mondo” nella sua bottega e servire la maggior parte dei sovrani e principi d’Europa.  

Nel 1660 i maestri muschieri sono 29 e, dai documenti, si sa che sono impiegate 81 persone tra lavoranti e garzoni  e parenti. Tra di loro compaiono anche delle donne, che magari hanno ereditato la bottega dal marito defunto e ne portano avanti l’attività. Spuntano, intanto, botteghe in Ruga degli Oresi, a Santa Maria Formosa, a San Pantalon e a San Giovanni Grisostomo. 

Anche nel Settecento le botteghe sono una trentina e continuano ad essere concentrate nel sestiere di San Marco, soprattutto nelle parrocchie di San Zulian, San Bartolomeo e San Moisè e nelle zone limitrofe come Santa Maria Formosa e Santi Apostoli. La professione è in mano, a larga maggioranza, a profumieri nati a Venezia, dove le famiglie si tramandano il mestiere di generazione in generazione.  

Con l’arrivo di Napoleone finirà la supremazia di Venezia nell’arte del profumo e si passerà dalla bottega alla fabbrica.

 

Nel cuore di Porto Marghera, la storia della torre di raffreddamento d’acqua diventata Venezia Heritage Tower, centro storico culturale

Venezia, 24 novembre 2022 - Compie 105 anni la zona di Porto Marghera, uno dei siti industriali di interesse nazionali più famosi al mondo. È nel 1917 che si registra, infatti, il primo atto di nascita di Marghera, quando si realizzò l’aggregazione nel Comune di Venezia dei Comuni di Mestre, Chirignago, Zelarino, Favaro Veneto, Malcontenta, cui seguirà l’annessione dei Comuni di Pellestrina, Murano e Burano. E fra le tante costruzioni che oggi delineano lo skyline di Porto Marghera spicca da lontano, nei suoi 60 metri di altezza, quella che oggi è la Venezia Heritage Tower, un vero e proprio monumento che nasconde un passato tutto da scoprire, che parla di un’industria fiorente sorta a due passi da Venezia dove, agli inizi del ‘900, venivano raffreddati circa 800 mila metri cubi d’acqua l’anno, necessari a mantenere in funzione gli stabilimenti. 

Per scoprire la storia di questo capolavoro architettonico ed ingegneristico, basta riavvolgere il nastro e tornare indietro di oltre 80 anni, fino al 1938, quando Porto Marghera aveva iniziato da qualche anno la sua ascesa nel mondo dei poli industriali di maggior rilievo e si stava trasformando in un punto di riferimento per l’industria europea grazie ai progetti del Conte Volpi di Misurata, fondatore di SADE (Società Adriatica di Elettricità), e a quelli del senatore Giovanni Agnelli, finanziatore dello stabilimento Vetrocoke. Ed è proprio dallo stabilimento Vetrocoke che ha inizio la storia della torre di raffreddamento, progettata in seguito alla decisione di ampliare la produzione di vetro e carbone fino ad includere prodotti fertilizzanti, che resero necessario l’impiego di grandi quantità d’acqua e dunque, la costruzione di una torre di raffreddamento da inserire nel nuovo polo industriale veneziano. 

Non certo la prima torre di raffreddamento in circolazione, ma senza dubbio la più innovativa: basti pensare alla sua forma, un’iperbole che restringendosi a 40 metri di altezza consentì il raffreddamento di grandi masse d’acqua, o al materiale con cui fu ultimata, il cemento armato, una novità per questo tipo di costruzioni solitamente progettate in legno. La torre di raffreddamento di Porto Marghera divenne così l’apripista del progresso industriale del panorama europeo, che guardava allo scenario veneziano come un esempio da seguire.

Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, il raffreddamento di 800 mila metri cubi d’acqua era un processo ecologico, a circuito chiuso. L’acqua entrava nella torre e seguiva un percorso fatto di tavolati in legno che ne assicuravano una progressiva diminuzione della temperatura, fino a raggiungere il punto di massimo raffreddamento al termine del percorso, e cioè allo sfociare nel contenitore esterno, da dove poi l’acqua ripartiva per raffreddare gli impianti. 

Tuttavia, con la chiusura di molti stabilimenti industriali a fine del Novecento, cessò anche l’attività della torre, che però nel 1996 attirò l’attenzione dell’Architetto Gianni Cibin, che volle a tutti i costi dare una nuova vita a quella che un tempo fu il simbolo dell’innovazione industriale veneziana. 
Con una planimetria dell’area sottobraccio e qualche idea su come rivalutare la torre, l’architetto incontrò l’imprenditore Gianni Sottana, che mise a punto un progetto di riqualificazione dell’edificio con un fine culturale e un nuovo nome: Venezia Heritage Tower, oggi luogo esplorabile, ma anche sede di eventi, mostre, esibizioni, performance artistiche nonché della “casa della museografia d’impresa”, che riunisce le storie di successo delle eccellenze produttive italiane e dei brevetti e prodotti sviluppati nel Nord Est ed esportati in tutto il mondo. 

Cultura d’impresa del passato e patrimonio di valori futuri, uniti in 60 metri di cemento armato sono oggi sinonimo di storia e della cultura di Porto Marghera, culla di innovazioni e invenzioni che ancora oggi fa parlare di sé nel mondo. 

 

La Serenissima, capitale della profumeria per secoli: a Venezia nasce il concetto del profumo moderno

Venezia, 22 novembre 2022 – Alla fine del Duecento il celebre mercante-viaggiatore veneziano Marco Polo torna a casa dalla Cina portando con sé le ghiandole del Moschus, un cervo asiatico, da cui si ricava il profumatissimo muschio, nonché la descrizione su come estrarlo e usarlo. Per Venezia è l'inizio di un grande amore e di un fiorentissimo mercato che continuerà per secoli. 

È un viaggio a ritroso, fatto con l’olfatto, per capire come doveva essere il laboratorio di un muschiere del 1500, dove nacquero gli antenati dei moderni profumi ed eau de toilette. E così, nel piano nobile di Palazzo Mocenigo a San Stae, una sezione del Museo del Costume è dedicata all’arte profumiera, quella che consideriamo anche cosmetica, medicina, scienza e, perché no, magia. Venezia ebbe un ruolo centrale nella produzione di profumi, che si sviluppò nel XVI secolo grazie alle mude, le carovane navali che permettevano ai mercanti veneziani di raggiungere i porti del Mediterraneo orientale dove arrivavano quelle preziose essenze, spezie e materie prime necessarie per la produzione di fragranze di altissima qualità. 

La Serenissima si afferma quindi come importatrice massima di essenze per profumi: alla dogana sbarcano carichi di ambra grigia, muschio, zibetto, legno di sandalo, aloe, spezie odorose che i muschieri veneziani si contendono per creare nuove preparazioni. Ed è proprio a Venezia che nasce il concetto moderno di profumo come miscela liquida, grazie all’intuizione di diluire il balsamo oleoso che si usava fino al Medioevo per profumarsi con l’acquavite. 

"Depositario di tecniche e ricette per la fabbricazione di olii, polveri, paste e liquidi, quella del muschiere è una categoria di profumiere nella storia di Venezia che nasce intorno al Quattrocento, ed è la prima corporazione di profumeria nella storia dell’Occidente – racconta Marco Vidal, noto imprenditore nel ramo della profumeria – Abbiamo fatto uno studio sul valore di un muschio, una materia prima di origine animale che si estrae da una ghiandola di un cervide asiatico, il Mosco: ha un odore particolare, un po’ dolce, ma è un fissante del profumo, quindi dà il corpo al profumo e dà il nome alla categoria dei profumieri veneziani, i muschieri. Analizzando l'eredità lasciata da Marco Polo alle due figlie, si capisce il valore di questa ghiandola, che valeva come tre anelli d’oro con una pietra preziosa. Quindi, diciamo che sarà stato sui 20-30 mila euro, più o meno". 

Erede di una famiglia che ha iniziato i primi passi in questo settore con il bisnonno Angelo, Marco Vidal racconta una storia di dame e patrizi, di navi e di spezie, di creme di bellezza, di flaconi per aspersione e di luoghi dove sorgevano questi laboratori, concentrati soprattutto tra Rialto e San Marco, che poi esportavano i prodotti confezionati via mare. La ricostruzione di un laboratorio del profumiere, alambicchi, preziose boccette e flaconi in vetro di Murano, la mappa che descrive le "Vie delle Spezie" percorse dagli antichi veneziani per procurarsi le materie prime rare ed esotiche, e poi un distillatore e antichi ricettari con le dosi per distillare il miglior profumo: a Palazzo Mocenigo il visitatore si immerge in un percorso che illustra quanto Venezia abbia inciso in quello che è diventato nei secoli un prodotto cult per uomini e donne. 

"La materia prima arrivava a Venezia attraverso le rotte, poi c’erano gli spezieri di fino e di grosso che vendevano spezie e materie prime ai muschieri, i quali a loro volta realizzavano i profumi. Il sistema produttivo funzionava così, ma le dame potevano anche produrlo nella propria dimora, e succedeva spesso, comprandosi le materie prime singolarmente– spiega Vidal – Chiaro che il profumo era molto costoso, c’erano dei profumieri di diverso livello e c’era anche molta contraffazione nel profumo, soprattutto sulle materie prime più costose". 

A Venezia, la passione per i profumi prorompe nel Cinquecento, quando si profuma proprio tutto, dalle monete ai guanti fino ai rosari, che vengono realizzati in paste profumate. 

"Anche l’uso del sapone vegetale per l’igiene della persona viene pensato nella nostra città – aggiunge Vidal – I veneziani hanno imparato la ricetta in Medio Oriente, ad Aleppo, e poi hanno studiato il modo di essiccare il sapone, senza esporlo alla luce diretta del sole. Prima lo impiegavano per il cordame o per lavare la lana, poi iniziano a sperimentarlo per l’igiene personale e ci aggiungono il profumo: nasce così il primo sapone di bellezza, il Bianco di Venezia, che viene profumato con delle essenze e viene utilizzato per l’igiene personale". 

Monopolio di materie prime e capacità tecnica di creare profumi nuovi, attraverso tecniche di estrazione e produzione assolutamente innovativi: questo connubio ha reso Venezia la capitale della profumeria per molti secoli, molto prima che questa fiorisse nella rivale Francia. 

 

Vestita da Capitana da Mar, la Madonna della cupola maggiore della basilica di Santa Maria della Salute veglia su Venezia e la laguna da più di trecento anni

Venezia, 16 novembre 2022 – Maestosa e solenne, vestita dell'armatura dei Capitani da Mar, con un braccio stringe a sé il proprio figlio, con l'altro brandisce lo scettro del potere, in passato attribuito ai comandanti delle flotte veneziane. È la figura che da più di trecento anni veglia su Bacino San Marco e protegge, con il suo sguardo amorevole, la laguna e la città. La Madonna della basilica di Santa Maria della Salute ha un posto speciale nel cuore dei veneziani, perché nel 1630 li salvò da una delle peggiori epidemie di peste, che mise in ginocchio tutto il territorio della Serenissima. Per commemorare la grazia ricevuta, il 21 novembre di ogni anno, nel giorno della Presentazione della Beata Vergine Maria, i fedeli della laguna si recano in pellegrinaggio al suo tempio, per pregare e chiedere protezione per sé e i propri cari.  

Sono 150 i gradini che, attraversando lo scheletro della basilica, conducono fino al terrazzo della cupola maggiore, accessibile da quest’anno grazie al completamento dei lavori di manutenzione e messa in sicurezza dei camminamenti. A raccontare la storia e gli aneddoti di questo capolavoro dell’architettura seicentesca è Don Marco Zane, Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali del Patriarcato di Venezia e Vicerettore del Seminario Patriarcale di Venezia

Era l’1 aprile del 1631 quando, nell’area dietro Punta della Dogana, venne posata la prima pietra della basilica di Santa Maria della Salute, voluta dalla Serenissima come ex voto alla Madonna per aver preservato Venezia dalla terribile peste del Seicento, che in tutto il territorio della Repubblica aveva tolto la vita a più di 700 mila persone. Cinquant’anni più tardi, il 9 novembre 1687, la chiesa venne solennemente consacrata dal Patriarca Alvise Sagredo. Progettato dal celebre architetto Baldassarre Longhena, che per la sua pianta si ispirò alla Corona del Santo Rosario, l’edificio presenta un corpo principale di forma ottagonale. 

“La preoccupazione del Longhena”, riferisce Don Marco, “era di avere sì un edificio slanciato, con dei volumi che invitassero ad immaginare una sorta di leggerezza, ma anche che fosse staticamente robusto e capace di autosostenersi adeguatamente”. E a più di trecento anni di distanza, la sua sobrietà, la sua modernità e la sua eleganza sono ancora capaci di lasciare senza fiato visitatori e fedeli che si recano a portare una candela o un cero alla Madonna della Salute. 

È sul corpo centrale del tempio che poggia la monumentale cupola semisferica, che si innalza su Bacino San Marco, ancora oggi la più grande che si può trovare a Venezia. Con i suoi quasi 40 metri di altezza, guarda impavida i suoi vicini, il campanile di San Giorgio Maggiore e il famoso “Paron de casa”, non avendo nulla da invidiargli.  

“La cupola ha una caratteristica particolare dal punto di vista ingegneristico”, svela Don Marco, “è principalmente realizzata in laterizio e pietra, però la sua sfera, che ne compone la parte fondamentale, è interamente realizzata in legno e solo il suo rivestimento esterno è in piombo”. 

Al di sopra di questa è posta una lanterna, con alla base una balaustra a colonnine dalla quale si elevano otto obelischi, che simboleggiano le punte di una corona. Chiude la struttura un’altra piccola cupola sulla cui sommità vi è una statua dal significato singolare

“Sopra il cupolino della lanterna, troviamo rappresentata la Beata Vergine Maria che con un braccio tiene suo figlio, nostro Signore Gesù Cristo, e con l'altro uno scettro”, riferisce il Vicerettore del Seminario. “Non è un segno di potere, Maria non è semplicemente raffigurata come la nostra Regina, ma porta con sé le insegne del comando: infatti sotto al suo manto porta l'armatura, è vestita da Capitana da Mar”.  

Carica assimilabile all’odierno ammiraglio, termine arabo che entra poi nella tradizione delle marinerie di altri paesi, il Capitano da Mar aveva un suo copricapo, una specie di cilindro, e uno scettro che gli veniva donato dal Senato come simbolo dell'imperium, del potere. “Quindi è come se Maria, con la sua potente intercessione, continuasse a pregare per noi, difendendo Venezia, e allo stesso tempo è come se la statua volesse in qualche modo allegorizzare la città che risorge, innalzandosi nuovamente dopo il nefasto evento della pestilenza seicentesca”, aggiunge Don Marco. 

A sorreggere questo capolavoro di architettura, mettendolo ulteriormente in risalto, sono i contrafforti che abbracciano la struttura. Hanno la forma di volute a spirale, con al centro una rosa stilizzata, elemento ricorrente nell’intera Basilica e che allude alla preghiera che tradizionalmente i cristiani offrono alla Madonna. “È come se l'intero edificio fosse una sorta di grande rosario, di grande rosa che la città di Venezia ha voluto offrire alla Beata Vergine Maria”, conclude il prete. 

Se si vuole ammirare un panorama spettacolare e poco conosciuto di Venezia, si può salire sulla cupola della Madonna della Salute in gruppi di massimo 5 persone, previo contributo volto al sostenimento dei restauri dell’edificio. 

Per verificare orari e giorni di visita, consultare la relativa pagina web: https://basilicasalutevenezia.it/prodotto/la-cupola/  

Alte mezzo metro e decorate con nidi, frutta e sculture le parrucche erano un simbolo di potere e vanità

Venezia, 14 novembre 2022 – Era il 1668 quando il nobile veneziano Scipione Vinciguerra di Collalto, al ritorno da un viaggio a Parigi, fece una passeggiata in Piazza San Marco sfoggiando sulla testa l’accessorio che per un secolo e mezzo dominerà la scena della moda. Con Vinciguerra arrivò per la prima volta a Venezia e in Italia la parrucca. Nata per coprire la calvizie del sovrano francese Luigi XIII, la parrucca divenne ben presto uno status symbol, segno di ricchezza e di potere, da sfoggiare in tutte le occasioni mondane. Ed è nel Settecento che esplose la moda delle parrucche più bizzarre, quando nel 1723 diventarono non solo ad uso esclusivo degli uomini ma anche delle donne, che diedero libero sfogo alla creatività e alla vanità: capigliature imponenti, alte più di mezzo metro, in grado di trasformare completamente la testa e decorate dalle sculture più fantasiose e bizzarre. Non solo nastri, ma vere e proprie impalcature con nidi di uccelli, fiori artificiali, frutta, ritratti, gioielli, fil di ferro e navi in miniatura. 

Una moda che fin da subito il Consiglio dei Dieci della Serenissima cercò di contrastare, tanto da arrivare, non potendone sradicare l’uso ormai consolidato, a istituire una tassa annua, nel 1701, che tuttavia non ebbe alcun riscontro. Il patrizio Erizzo diseredò il figlio Nicolò perché portava il tanto contrastato copricapo, ma nel 1709 il doge Giovanni Corner sdoganò la parrucca, indossandola per la prima volta e legittimandola quindi come accessorio nell’abbigliamento ufficiale del nobiluomo veneziano. 

Prima create con capelli veri che le giovani popolane vendevano per guadagnare qualcosa per vivere, successivamente vennero realizzate in crine di cavallo e di capra o in pelo di yak: per gli uomini il colore era bianco o grigio, ma le donne osavano di più, facendole ricoprire anche di cipria non solo bianca e grigia, ma anche di color biondo, rosa, azzurro e viola.   

La parrucca veneziana fu in principio molto bassa, ma di anno in anno aumentò in altezza, volume e guarnizioni. A Venezia il parrucchiere divenne una delle figure più ricercate dalle dame. I parrucchieri erano non solo acconciatori ma anche consiglieri e detentori dei segreti della moda, delle ultime tendenze e dei segreti delle nobildonne stesse, esperti di capelli ma anche di astrologia per poterli accorciare nel momento in cui la luna era propizia. In centro storico venivano chiamati “Illustrissimo” o “Monsù”, derivato da Monsieur, possedevano vere e proprie botteghe, ma tutti si recavano di palazzo in palazzo per prestare i loro esclusivi servizi alle dame più ricche e influenti. I parrucchieri furono aggregati all’arte dei barbieri nel 1435 e, secondo un censimento del 1762, pare che a Venezia ce ne fossero quasi un migliaio.   

Il più famoso fu monsieur Galibert, soprannominato il “Sultano”, che aveva un salone in Piazza San Marco e coordinava uno stuolo di apprendisti e garzoni: per arrivare ad avere un appuntamento nella sua bottega, bisognava iscriversi a una lista d’attesa lunghissima e le sue creazioni avevano dei prezzi che solo le dame ricchissime potevano permettersi.  

L’uso della parrucca tramontò del tutto dopo l’arrivo di Napoleone Bonaparte, perché simbolo di uno stile di vita aristocratico decaduto, e per le donne iniziarono ad andare di moda riccioli naturali e cuffiette.  

 

La cerusa o bianco di Venezia: la polvere corrosiva che rendeva bianco il viso delle nobildonne

Venezia, 7 novembre 2022 – Una pelle bianchissima per sfoggiare in ogni occasione mondana un viso di porcellana. Era questo il miglior biglietto da visita delle nobildonne veneziane che volevano trovare marito: un biancore che fosse simbolo di purezza, ma che nascondesse anche gli eventuali segni lasciati dalle scarse norme igieniche o da malattie. Anche perché la pelle abbronzata era prerogativa di cbhi lavorava tutto il giorno all’aria aperta, quindi di umile estrazione sociale. Ad aiutare le donne a raggiungere questo risultato c’erano gli spezieri e i muschieri, che preparavano acque profumate e impacchi di bellezza. Ma spesso questi intrugli non bastavano a raggiungere lo scopo e le dame si applicavano su tutto il viso e sul décolleté uno strato di cerone che riduceva anche l’espressività del volto. Una sorta di cipria, in polvere, che veniva per comodità lavorata sotto forma di palline, lasciata seccare e poi ridotta di nuovo in polvere, all’occorrenza, con un mortaio.  

Le polveri erano composte da metalli altamente tossici, come il bianco di piombo, chiamato “biacca” - presto nota con il nome di cerusa perché richiamava il candore della cera delle candele - o il sublimato di mercurio, chiamato anche “fuoco di Sant’Elmo”, che mangiava le rughe, le cicatrici e, purtroppo, anche i lineamenti. Un cerchio senza fine: perché il risultato era che le donne applicavano una maggior quantità di preparato per coprire i segni che deturpavano il volto.

Questo belletto offriva una grande copertura, ad effetto opaco, ed era in grado di eliminare le imperfezioni della pelle, levigandola e schiarendola, tuttavia aveva appunto un forte potere corrosivo. Insomma, all’applicazione di questa copertura col tempo seguivano infiammazioni agli occhi, caduta di capelli e sopracciglia (che venivano sostituite da sopracciglia posticce in pelliccia di talpa e topo), annerimento dei denti, paralisi, infertilità e si poteva arrivare anche alla morte. Insomma, belle da morire non era poi solo un modo di dire.

Se poi una donna voleva esprimere la vitalità della giovinezza, quindi simbolo di passione e fertilità, doveva anche mostrarsi in salute. Dopo aver applicato il belletto, le gote venivano perciò colorate con un rosso acceso, un rouge o fard preparato con zafferano turco, resine, legno del brasile, sandalo e cocciniglia, oppure venivano usati metalli e minerali come il cinabro, vermiglio e minio, anche questi velenosi per la pelle.  

Fin dal Medioevo, Venezia fu uno dei principali luoghi di produzione in Europa della biacca, in dialetto “sbiaca”, che era utilizzata anche come pittura o medicamento. La sua biacca era tanto famosa da far sì che questo colore fosse noto anche come “bianco veneziano”, o “bianco di Venezia”.  

Oggi ne rimane traccia nella toponomastica cittadina, come Calle de la Sbiaca, vicino al Rio Novo, dove esisteva una rinomata bottega del pregiato bianco veneziano.

Il “biondo veneziano”, una delle più irresistibili armi di seduzione nell’arsenale delle dame veneziane

Venezia, 31 ottobre 2022 – Due libbre di allume, sei once di zolfo nero, quattro once di miele in distillazione con acqua. Non è la formula di una strega per una pozione dai poteri straordinari, ma sicuramente per le dame veneziane del Seicento qualcosa di magico questa miscela lo aveva. Si tratta, infatti, di una delle tante ricette per ottenere l’iconica tinta di capelli chiamata “biondo veneziano”, celebre in tutta Europa ed esaltata da grandi pittori dell’epoca come Tintoretto e Tiziano. Nella Venezia della Serenissima, le donne più ammirate e alla moda erano coloro che sfoggiavano una chioma dorata, considerata più esotica. E, se non era madre natura a dotarle di questa irresistibile arma di seduzione, erano pronte a sottoporsi ad una serie infinita di trattamenti dai dubbi ingredienti pur di assicurarsi l’agognata sfumatura. 

Cangiante ma allo stesso tempo sofisticato, costituito da una base rossa con riflessi biondi all’interno che, abbinato ad un incarnato chiaro, riesce a tirare fuori la femminilità e l’intensità dello sguardo, accendendo di luce le acconciature femminili. Questo è il biondo veneziano, il colore di capelli più tipico della città lagunare durante l’età moderna

Quello dello schiarirsi i capelli con l’aiuto di una tintura era un complicato rituale che le donne veneziane di ogni età ed estrazione sociale si tramandavano principalmente per via orale, volendo custodire gelosamente i loro segreti di bellezza. Tuttavia, alcuni ricettari del XVI e XVII secolo ci raccontano di miscele di olio d’oliva e residuo della fermentazione del vino bianco, oppure di lozioni a base di spezie, erbe, cenere e addirittura urina, che dovevano essere stese più volte sulla capigliatura con una piccola spugna, lo sponzariol

Dopo aver intinto le proprie chiome con queste preparazioni, si proseguiva con una fase fondamentale per ottenere il biondo luminoso, ovvero l’esposizione al sole. E a Venezia esisteva una struttura architettonica perfetta per questo passaggio: si tratta dell’altana, la loggetta posta nella parte più elevata di un palazzo. Proprio qui, indossando una tunica di tessuto leggero chiamata schiavonetto e mettendosi in testa la solana, un cappello di paglia privo di cupola e con larghe tese, le dame veneziane passavano lunghe ore sedute a pettinarsi e spargendo i capelli, appena lavati e ancora bagnati, in modo che i raggi del sole potessero agire, rendendo possibile la magica trasformazione. 

Se, tuttavia, non si voleva correre il rischio di scurirsi la pelle con le lunghe ore di esposizione al sole, si potevano impiegare tinture più veloci a base di liscivia, la miscela di carbonato di sodio e di potassio che si otteneva versando acqua bollente sulla cenere di legno o di carbone. Talvolta nel composto si aggiungevano anche altri ingredienti, come semi d’ortica, infusi di crespigno, o il brodo di cottura delle foglie d’edera. 

Una volta terminato questo rituale di bellezza, i capelli venivano detersi con olio d’oliva e albume d’uovo montato.  

Qualunque fosse la “pozione magica” a cui ci si affidava, per le esperte e abili mani delle dame veneziane il risultato era sempre certo e, con poca o molta pazienza, riuscivano a dettare la moda nel resto d’Europa, proponendo un’immagine femminile seducente ed esotica, che solo a Venezia poteva esistere

Notti di misteri per la Città metropolitana di Venezia, dalle sale di Ca’ Pesaro fino alla cima del campanile della chiesa di Dolo, passando per le teche dell’ex Fondaco dei Turchi

Venezia, 28 ottobre 2022 – A fine ottobre, quando le giornate si accorciano e la luce del sole si fa radente, una nebbia autunnale avvolge Venezia e la sua terraferma, conferendole un’immagine del tutto inaspettata e surreale. Un velo di mistero cala sulla laguna intera, e si fa ancora più palpabile la presenza di tutti quegli spettri e fantasmi che da secoli popolano leggende e storie da brivido della tradizione orale veneziana. Nella notte più spaventosa dell’anno, la famosa notte di Halloween, gli spiriti tornano a percorrere calli e canali, palazzi e chiese dei territori della Serenissima, dalle sale di Ca’ Pesaro fino alla cima del campanile della chiesa di Dolo, passando per le teche dell’ex Fondaco dei Turchi.  

Si specchia sul Canal Grande il bianco palazzo di Ca’ Pesaro, maestoso e imponente, progettato nella seconda metà del Seicento dall’architetto Baldassare Longhena per la ricchissima e nobile famiglia Pesaro. L’edificio è oggi sede della Galleria Internazionale d’Arte Moderna e del Museo d’Arte Orientale di Venezia, e custodisce al suo interno non solo prestigiose opere dell’Otto-Novecento, ma anche una tra le più grandi collezioni di arte giapponese del periodo Edo in Europa. Si racconta, però, che da quando questi pezzi sono entrati a far parte del museo, lo spettro di un antico samurai, vestito dell’armatura tipica dei guerrieri giapponesi e armato della sua katana, si aggiri tra le sale dell’ultimo piano del palazzo, pronto a sguainare l’arma affilata. In molti, e in più occasioni, hanno giurato di aver visto o sentito vagare la figura del fantasma, spaventosa come solo l’immagine di un guerriero può essere. 

Continuando a risalire il Canal Grande, ci si imbatte poi nell’antico Fondaco dei Turchi, oggi sede del Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue e del suo patrimonio storico-scientifico dal valore incalcolabile. Tra le raccolte, sembra che si trovi anche lo scheletro del campanaro di San Marco, a seguito di una donazione arrivata da una collezione privata. Alto più di due metri e con delle mani grandissime, di lui non si sa praticamente nulla se non che aveva il compito fondamentale di suonare le campane del “Paron de Casa”. Un giorno, il direttore di un istituto scientifico veneziano lo notò, e il suo primo pensiero fu che lo scheletro di quell’uomo avrebbe potuto costituire il pezzo forte delle sue collezioni anatomiche. Dopo moltissime insistenze, il campanaro si fece convincere, anche grazie ad una lauta ricompensa, a lasciare lo scheletro al professore dopo la sua morte. Al momento di pagarlo, il direttore, scherzando, disse: “Alla tua morte, porrò il tuo scheletro in una grande teca di vetro e gli metterò in mano una campanella. Mi farà da guardia alle collezioni!”. 

Essendo amante del buon vino, il campanaro cominciò quindi a visitare più spesso le osterie veneziane, e fu proprio al tavolo di una di queste che, poco tempo dopo aver stretto il patto con il professore, trovò la morte. Così lo scheletro divenne di proprietà del direttore che, come stabilito, lo mise in una teca dell’istituto con una campanella in mano. Oggi lo scheletro del campanaro di San Marco è esposto in una teca del Museo di Storia Naturale, e si narra che stia al suo posto fino a quando manca poco alla mezzanotte, ora in cui sale sul campanile di San Marco e dà i dodici rintocchi alla campana più grande e antica, la Marangona. Poi si incammina barcollando lungo le calli che lo conducono verso la sua vecchia casa, in corte Bressana, suonando la campanella che tiene in mano e mendicando ai passanti che incontra nel suo cammino: ciò che va chiedendo sono i soldi per poter ricomprare sé stesso. 

Spostandosi a pochi chilometri da Venezia, risalendo il Naviglio Brenta, si incontra invece Dolo, un piccolo borgo dell’entroterra veneziano il cui legame con la Serenissima ha radici antiche e ancora evidenti nei suoi palazzi, nelle chiese e tra le strade della città. Fulcro dello sviluppo economico e commerciale della Repubblica in terraferma, Dolo era frequentatissima dalle nobili famiglie di Venezia, che avevano numerose proprietà nella zona. E proprio una di loro pare sia al centro di una leggenda di fantasmi, lo spettro della Contessa Dauli. Si racconta, infatti, che all’inizio del Settecento una gentildonna appartenente a questa famiglia, oggi estinta, si innamorò di un giovane di bellissimo aspetto che tuttavia era un povero stalliere al servizio della famiglia Badoer. Purtroppo un’unione del genere non poteva avere nessuna fortuna a quel tempo: l’uomo venne allontanato e morì di stenti senza poter mai più rivedere l’amata; mentre lei, per la disperazione, si lasciò morire, e fu sepolta nel vecchio cimitero di Dolo, ai piedi del campanile. 

Ma nemmeno nella morte la donna riuscì a trovare pace, e fin dai primi tempi il fantasma della Contessa Dauli fu visto salire sulla torre campanaria del Duomo di San Rocco per ammirare la casa dove visse il suo innamorato, Villa Badoer. Una consuetudine che non è venuta meno neanche dopo lo spostamento del cimitero, avvenuto nel corso dell’Ottocento, e ancora oggi, con il calare della notte, lo spirito non cessa di vagare irrequieto per il campanile di Dolo. 

Compie 110 anni l’acquedotto di Mestre: dai pozzi di Zero Branco ai rubinetti di casa attraverso chilometri di reti e impianti che garantiscono un’acqua sana e controllata

Venezia, 24 ottobre 2022 - Una storia secolare, che parla della risorsa più importante del pianeta: l’acqua. Compie 110 anni l’acquedotto di Mestre, inaugurato il 27 ottobre del 1912, un’opera fondamentale per garantire quotidianamente l’acqua al territorio veneziano, che parte dai pozzi di Zero Branco e scorre fino all’impianto di potabilizzazione di Ca’ Solaro per poi essere distribuita al territorio. Tanta strada è stata fatta in un arco temporale che tuttavia non sembra così ampio se si pensa che, dalle condizioni igienico-sanitarie precarie in cui ci si trovava solo un secolo e due lustri fa, ora basta un semplice gesto per veder uscire dal proprio rubinetto un’acqua sana e costantemente monitorata. Per questo motivo il 27 ottobre, alle 17, nel chiostro del Museo M9, si terrà una tavola rotonda per tracciare una storia che dal passato guarda al futuro, sviluppando impianti sempre più all’avanguardia.

Un’opera idraulica, quella di Mestre, che si affianca alle tante altre presenti nel territorio e che tracciano il racconto dell’acqua nel territorio veneziano. Come l’impianto di Marghera, con la sua alta torre piezometrica, completato nel 1925, oppure come l’acquedotto di Venezia con la sua sala macchine, costruita nel 1882, che ospita oggi le moderne pompe e gli impianti che rilanciano e portano nelle case di Venezia, del litorale veneziano e di Chioggia, l’acqua che arriva dalle falde dei pozzi e dal potabilizzatore di Ca’ Solaro. 

Attualmente la rete dell’acquedotto pubblico di Mestre e della terraferma del Comune di Venezia, gestita dalla società interamente pubblica Veritas, è lunga 887 km ed eroga ogni anno circa 27 milioni di metri cubi di acqua potabile, corrispondenti a 27 miliardi di litri. La rete è alimentata dalle centrali di Marghera, Ca’ Solaro e Gazzera. L’acqua viene prelevata per la maggior parte dai pozzi di Zero Branco e Quinto (Tv) e, per una quota minore, da quelli di Morgano (Tv), Sant’Ambrogio (Pd) e Canove (Ve). Solo una modesta parte viene prelevata dal fiume Sile e potabilizzata nell’impianto di Ca’ Solaro, per integrare i picchi di domanda estivi. Dietro a questa fotografia attuale c’è il ritratto di una città i cui abitanti, per molti secoli, hanno utilizzato cisterne e pozzi artesiani per attingere l’acqua. Acqua di bassa qualità, perché Mestre confinava con la Laguna di Venezia, quindi i pozzi erano poco profondi e la falda acquifera era, ed è, spesso infiltrata di acqua salata o salmastra. Fu proprio la coscienza pubblica a reclamare il bisogno impellente di poter attingere a un’acqua sana a costituire lo spunto per la realizzazione dell’acquedotto.  

Il primo tentativo di distribuire acqua potabile pubblica nei Comuni di Mestre, Mirano e Dolo, per questo consorziati, risale al 1896 e porta la firma della Compagnia generale delle acque. Ma è solo nei primi anni del 1900 che il Comune elabora il progetto di un acquedotto, che prevede una portata di 5.000 metri cubi, con tubi di adduzione dai pozzi di Zero Branco. Il 27 ottobre 1912 l’acquedotto di Mestre viene inaugurato. 

L’acqua viene prelevata dai pozzi di Zero Branco, scorre nei tubi posizionati sotto il Terraglio e arriva nella stazione di pompaggio che si trova in centro, vicino al torrione ottagonale in via di Santa Maria dei Battuti. La rete di distribuzione misura oltre 20 km ed è dotata di 162 idranti antincendio utilizzati anche per la pulizia delle strade. 

Da questo momento in poi, l’acquedotto di Mestre comincia ad allargarsi alle altre aree di terraferma. Ad esempio a Marghera, dove la Compagnia generale delle acque (che ha costruito e dal 1884 gestisce l’acquedotto di Venezia) nel 1921 progetta e realizza, sotto il cavalcavia della Giustizia, una deviazione dalla condotta per Venezia in uscita dalla centrale della Gazzera. 

L’anno dopo, nel 1922 - proprio 100 anni fa - cominciano i lavori per il nuovo acquedotto potabile di Marghera, i cui impianti sono realizzati in un’area di piazzale Sirtori, dove si trovano adesso. Vengono costruiti una vasca di accumulo, fabbricati per pompe e sollevamenti e nel 1925 è ultimata la torre piezometrica, ancora oggi visibile, alta 57 metri e mezzo. 

Ma acqua ai giorni nostri significa anche sicurezza idraulica del territorio e salvaguardia dell’ambiente: da poco è stato infatti realizzato il completamento dell’impianto fognario di via Torino a Mestre con la realizzazione della vasca di prima pioggia e dell’impianto idrovoro, opere fondamentali per allontanare il rischio di allagamento, in caso di forti piogge, e mettere in asciutto tutta l’area sud di Mestre.

 

Le moschete veneziane, esche d’amore delle donne del Settecento per comunicare senza parole

Venezia, 24 ottobre 2022 – “L’ultimo tocco della toilette di una donna è cercare e trovare la posizione per quei nei posticci a forma di cuore, di luna, di cometa, di luna crescente, di stella, di spoletta. E che attenzione a disporre graziosamente queste esche d’amore”. Con queste parole Edmond e Jules de Goncourt descrivevano, all’interno del libro La donna nel XVIII secolo, una delle tante sfaccettature della quotidianità femminile nel Settecento, l’applicazione della moscheta, il neo finto. Prodotto con i tessuti più preziosi, dalle forme stravaganti e con una ricca storia alle spalle, da funzionale stratagemma per dissimulare imperfezioni cutanee questo vezzo dell’età barocca è diventato il mezzo di comunicazione privilegiato del linguaggio amoroso. 

In pochi sanno che quella del neo posticcio è una storia millenaria. Già il poeta Ovidio raccontava, nel suo celebre Ars amatoria, di come le matrone dell’antica Roma avessero l’abitudine di applicare in diversi punti del volto, accuratamente studiati, dei pezzetti di tela o di pelle animale conciata, colorata e ritagliata. È però durante il Seicento, secolo di amore per il lusso sfrenato e l’eccentricità, che questa pratica viene portata all’estremo. 

Siamo in un periodo in cui le epidemie di vaiolo, ma anche la cattiva alimentazione e igiene, sono all’ordine del giorno, e i fortunati superstiti si ritrovano a fare i conti con evidenti cicatrici in tutto il corpo. Per nascondere almeno quelle del viso, si cominciano ad usare i nei finti. Ma ben presto dall'utile si passa al dilettevole, e una volta che questo piccolo frammento incollato sulla pelle, apparentemente innocuo, arriva in mano a donne che non godono di sufficiente libertà, diventa anche una potente arma di seduzione. 

Diffusosi all’inizio in Francia, dove veniva chiamato “mouche”, mosca, o “tâche avantageuse”, macchia vantaggiosa, il neo finto si è assicurato in poco tempo un posto d’onore sui tavolini da toilette del resto d’Europa, venendo custodito in preziosi contenitori in oro, argento, porcellana, avorio, smalto, legno o cartapesta. A Venezia, porto del Mediterraneo dove da sempre giungono le ultime novità e le migliori materie prime, spopolava con il nome di moscheta, letteralmente “piccola mosca”, ed era adorato sia dalle nobildonne che dalle cortigiane. Il successo è tale da ispirare addirittura la nascita di botteghe dei cosiddetti “fabbricanti di moschete”, specializzati nella produzione e vendita di questi singolari elementi di bellezza. Ancora oggi nel sestiere di Castello, a qualche passo da campo San Giovanni e Paolo, in quella che viene chiamata Calle de le Moschete resta la traccia, indelebile, dell’indispensabile accessorio di moda del Seicento e Settecento veneziano

I nei posticci venivano ritagliati nel raso, nel taffetà o nella seta, tutti di colore nero, in modo da rendere ancora più estremo il candore di coloro che li indossavano. Nel tardo Settecento si è toccato l’apice della stravaganza con la realizzazione di nei preziosissimi, molto grandi, con al centro un diamante pronto a scintillare nella penombra.  

Forma, misura, posizione. Ogni aspetto della moscheta è un messaggio in attesa di essere decifrato, che dona alle donne veneziane un modo per comunicare senza doversi esprimere a parole. In principio tipicamente rotondo, questo lembo di stoffa col tempo ha assunto fattezze via via più eccentriche: ed ecco comparire sui volti delle dame del XVIII secolo cuori, lune, comete, stelle e corone. I dettami della moda stabiliranno che se ne potessero portare fino a quindici contemporaneamente, e la loro misura contava tanto quanto la forma: ad esempio, i nei piccoli erano indicati per le occasioni intime; quelli grandi e allungati, invece, per i ricevimenti danzanti, dove la loro dimensione li rendeva visibili a grande distanza. 

Ma era la posizione, attentamente studiata allo specchio, ciò che più permetteva di comunicare con l’altro sesso le proprie intenzioni, emozioni e desideri. Se la moscheta era posizionata sotto il labbro inferiore, si voleva esprimere discrezione; sugli zigomi si confidava di essere gioiosa, sul mento silenziosa, al centro della fronte maestosa, e così via. Altri messaggi includevano invece lo stato civile: una donna fidanzata metteva un neo a forma di cuore sulla guancia sinistra, mentre se lo stesso cuore si trovava sulla guancia destra significava che la donna era sposata. 

Il codice di simboli era quindi preciso e rigidissimo, ma se adoperato a dovere poteva portare risultati inimmaginabili, garantendo alla donna veneziana una libertà e un potere che, sebbene non paragonabili ai giorni nostri, difficilmente potevano essere raggiunti in altro modo. 

Trucchi di dama: un viaggio alla scoperta dei rituali di bellezza delle donne veneziane

Venezia, 17 ottobre 2022 – È un nuovo giorno nella Venezia del Settecento, il sole è sorto e illumina con i suoi raggi le calli e i canali della città lagunare. Da qualche parte, nelle remote stanze di un palazzo, una dama veneziana si accomoda al suo tavolino da toilette, ispezionando scrupolosamente ogni centimetro del suo viso allo specchio. Sta per iniziare un rituale lungo e complesso, tra ciprie, parrucche, ceruse e moschete; l’obiettivo è uno solo: la perfezione. Sono forse pochi a sapere che, nel corso dei 1600 anni di storia di Venezia, crocevia di culture, mode e commerci, tra gli innumerevoli primati raggiunti c’è stata anche la produzione di cosmetici e prodotti per la cura e la bellezza della persona. Calle dello Spezier, Sotoportego de le Moschete, Corte de la Polvere: ancora oggi la città dei dogi ricorda la sua particolare storia del makeup. 

A raccontarlo è Joan Giacomin, truccatrice professionista, appassionata di cosmetica e profumeria, nonché autrice del “Piccolo libro del makeup a Venezia”, un progetto nato anni fa da una curiosità.  

“Mi sono accorta che non c’era qualcosa che spiegasse realmente com’era la toilette della dama veneziana – racconta l’autrice – Quindi ho iniziato a cercare in biblioteca durante il mio tempo libero, e a mettere insieme il materiale in modo che potesse essere una cosa assolutamente fedele alla realtà, senza essere un saggio universitario. Studiando, mi sono accorta di quanto Venezia fosse unica per quanto riguarda la bellezza femminile e il modo in cui la donna poteva affermarsi”. 

Per tutto il corso del XVII e XVIII secolo, il concetto di bellezza ha seguito canoni decisamente sfarzosi e complicati. I rigidi dettami della moda e della cosmesi erano importati da Versailles, ma a Venezia, porto del Mediterraneo dove arrivavano le materie prime per la creazione di prodotti per la cura e la bellezza della persona, era tutto meno codificato e si aveva più libertà di scelta. Seguendo più le differenze di classe che di genere, il trucco è diventato un simbolo sociale di appartenenza alle classi più agiate e si è insinuato nella routine quotidiana di dame, gentiluomini e di tutti coloro che volevano essere all’ultima moda. Un viso di porcellana era sinonimo di nobiltà.  

“La base era che bisognava essere giovani e belle – spiega Giacomin – ma siccome già a 15 anni non si era più giovani l’apparenza era fondamentale. Prima di tutto il pallore: prima di Coco Chanel l’abbronzatura non esisteva, quindi all’epoca essere il più bianche possibile significava che non bisognava lavorare, che si stava a casa a ricamare. Chiaramente, a quei tempi, moltissime malattie si vedevano dalla pelle, e avere una pelle perfetta stava a significare non avere nessun tipo di malattia. Non indifferente è anche l’essere fertili: un bel colorito e una bella pelle rappresentavano una donna appetibile per fare figli”. 

Per ottenere l’incarnato più candido possibile, le dame veneziane disponevano di un vasto arsenale di ricette di acque profumate e impacchi di bellezza. Tra tutti questi rimedi primeggiava la cerusa, un composto a base di bianco di piombo, un pigmento altamente tossico e corrosivo che però eliminava ogni imperfezione, assicurando una copertura e aderenza eccezionali. A questo “fondotinta” del Settecento si abbinava poi il rouge, un fard per colorare le gote ottenuto con pigmenti naturali o minerali. Il rossetto, invece, non era particolarmente amato.  

“Alcuni dei primi rossetti a tubicino, come i nostri, erano fatti con grasso e pigmenti colorati: venivano arrotolati come delle sigarette, ed erano utilizzati moderatamente perché avevano un sapore sgradevolissimo”, precisa la truccatrice professionista. 

Luogo prediletto di questi rituali di preparazione era il tavolino da toilette, che molto spesso aveva una sua zona dedicata all’interno della casa. Era proprio qui sopra che le dame veneziane, aiutate dalle loro cameriere, si dedicavano alla creazione di profumi e mescolavano gli ingredienti per i cosmetici, precedentemente acquistati dal proprio spezier di fiducia. 

Una dama con una pelle di porcellana, abbellita dalle gote rosate: questa era dunque l’immagine, unica in Europa, della donna veneziana, visibile in moltissimi quadri dell’epoca. Una donna che ha potuto godere di più libertà rispetto alle sue contemporanee europee, e che grazie alla cosmesi è riuscita a trovare un ambito in cui essere la protagonista assoluta, non solo come consumatrice ma anche come ideatrice.

 

Ai lati della Basilica di San Marco, le indagini archeologiche che riportano alla luce un antico cimitero del Tre-Quattrocento

Venezia, 13 ottobre 2022 – Storia, politica, cultura, arte si intrecciano continuamente in Piazza San Marco, da sempre cuore pulsante della vita della Serenissima. Con il suo tripudio di cupole, archi e sculture, anche la Basilica dedicata al santo protettore della città ha avuto una lunga e ricca vita sin dalla posa della prima pietra, nel lontano 832. E nell’ultimo anno e mezzo, le indagini archeologiche collegate ai lavori di salvaguardia della chiesa hanno permesso di aggiungere alla sua storia un altro importante tassello, grazie all’intercettazione di un antico cimitero risalente al Tre-Quattrocento. In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio e nell’ambito del ciclo d’incontri informali “Storie di Piazza San Marco”, al Museo Archeologico Nazionale di Venezia sono stati presentati i primissimi risultati degli scavi attorno alla Basilica di San Marco. 

Quelli del tardo Medioevo e primo Rinascimento furono secoli di intensa trasformazione e abbellimento per la Basilica di San Marco. Tra i tanti interventi, si rialzarono le cupole esistenti grazie all’utilizzo di tecniche di costruzione bizantine, si completò la decorazione a mosaici dorati dell'interno della chiesa, e venne definito l’aspetto esteriore della facciata. Con il sacco di Costantinopoli nel corso della Quarta Crociata, e in seguito grazie alle navi dei mercanti veneziani che arrivavano dall’Oriente, nella città lagunare giunsero colonne, fregi, marmi, sculture, ori che fornirono la chiesa di arredi di grande prestigio, contribuendo a darle l’aspetto odierno. 

A questa immagine sfarzosa manca tuttavia un elemento rilevante, non sopravvissuto al passare dei secoli se non nelle fonti storiche. Si tratta di un antico cimitero del Tre-Quattrocento, sviluppatosi ai lati della Basilica di San Marco, che sta pian piano riemergendo a seguito dei lavori di salvaguardia che hanno interessato il sottosuolo e le fondazioni della chiesa stessa. 

In passato non era affatto raro seppellire il corpo dei propri cari di fianco ad un edificio di culto, anzi, fino al crollo della Serenissima era la norma. Tuttavia, nel corso degli ultimi due o tre secoli, l’intera Piazza San Marco è stata oggetto di numerosi interventi che hanno reso più incerto il rinvenimento di antiche sepolture. 

Già nel novembre del 2021, nei pressi della Piazzetta dei Leoncini, è stata intercettata però una prima fossa comune contenente ossa appartenenti a più individui. A seguire attentamente i lavori la dott.ssa Sara Bini, funzionaria archeologa della Soprintendenza, e la dott.ssa Maria Letizia Pulcini, funzionaria archeologa della Direzione Regionale Musei Veneto, le quali hanno ipotizzato che, nell’ambito della costruzione del condotto fognario a metà Ottocento, ci si imbatté negli strati più superficiali del cimitero della Basilica e, anche per una questione di rispetto, si decise di ricollocare questi resti accanto alle fondazioni stesse. 

Tra la vera da pozzo della Piazzetta e il collettore fognario, all’inizio di questa primavera è stata però trovata anche una gamba, e da lì una serie di sepolture, una dietro l’altra e a più livelli, anche in giacitura primaria, ovvero indisturbate da quando la persona venne sepolta. Analogamente, gli scavi che hanno interessato il lato sud della Basilica, vicino ai pilastri acritani, hanno portato alla luce i resti di un’ulteriore parte del cimitero. 

Non si sa ancora con certezza chi fossero questi individui sepolti nei pressi di San Marco, ma le analisi preliminari compiute dagli antropologi, specializzati nello scavo con metodo stratigrafico e nello studio dei resti umani, hanno fatto emergere i primi indizi. Esaminando il profilo patologico si scopre, ad esempio, che le sepolture finora rinvenute sono prevalentemente di uomini anziani se rapportati all’epoca in cui sono vissuti, ovvero di un’età maggiore di 50 anni, anche se è stata ritrovata pure la mandibola di un bambino e i resti di alcuni adolescenti. Inoltre, lo stress delle ossa indica che non erano persone che svolgevano lavori molto faticosi, quindi si può ipotizzare che fossero personalità legate alla chiesa e alle funzioni religiose, oppure cittadini veneziani che avevano finanziato l’esecuzione di un affresco, il restauro o la costruzione di una cappella della Basilica. 

Tanti sono i misteri sul sottosuolo della Basilica di San Marco in attesa di essere svelati, ma le indagini archeologiche compiute fino ad oggi, e che continueranno nei prossimi mesi, promettono di fare luce su un lato inedito del “salotto più bello d’Italia”. 

 

Palazzo Mocenigo, dove si racconta la storia della moda a Venezia

Venezia, 10 ottobre 2022 – Raccontare la moda vuol dire toccare trasversalmente tutti quegli aspetti che incidono nella vita di ogni persona.  E raccontare la moda a Venezia significa indagare una storia di commerci, di rotte lontane, di mare e di navi, di costumi, di società, di sfarzi e di leggi per limitarli. Il museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo è l’unica sede in Italia e in Europa dove il visitatore può catapultarsi nella magnifica atmosfera del Settecento veneziano al primo piano, approfondire alcune tematiche nella biblioteca dell'ammezzato dedicata specificatamente alla moda ed eventualmente avere l'opportunità di vedere 20 mila manufatti conservati nel deposito al terzo piano. 

“La moda ha un significato enorme per Venezia, quando la Serenissima riesce ad ottenere il monopolio della seta da Bisanzio comprende fin da subito che la seta è facile da trasportare quasi come i profumi ed è un materiale di grande pregio che tutti desiderano, perché con la seta si confezionano gli abiti e gli abiti ci rappresentano, identificano chi siamo nell'immediatezza, identificano il nostro ruolo – spiega la direttrice del Museo, Chiara Squarcina – oggi affidiamo questo compito ai social, ma nel passato l'abbigliamento era determinante e indispensabile”. 

Una storia che si sviluppa nei primi anni del 1300, quando gli abili tessitori lucchesi giunsero numerosi in laguna e portano con sé la lavorazione del velluto, di cui erano autentici maestri.  

“Questo fa sì che Venezia non solo produca i tessuti che vengono richiesti dal mercato ma che produca tessuti che hanno una caratteristica che gli altri non hanno, la durevolezza – continua Squarcina – va ricordato che alla fine del Trecento il corredo di un nobiluomo e una nobildonna si identificava in 4 o 5 abiti, non di più”.  

E Venezia tutelava le proprie maestranze, la categoria e la produzione con delle mariegole che fissavano i canoni della qualità del tessuto che, se non corrispondevano, veniva pubblicamente bruciato a Rialto.       

“Il Re Sole rivoluziona tutto e inventa per così dire il “consumismo”, con lui infatti il corredo passerà da 4 a 240 abiti – continua Squarcina – è un divario tremendo, vuol dire che non mi interessa più avere un tessuto durevole e Venezia, che rimarrà sempre granitica nelle sue posizioni, sosterrà questo suo commercio verso Cipro e l'Oriente dove i tessuti hanno una loro durevolezza e coerenza. Mentre in Occidente diventa quasi bulemico il rispetto delle mode, degli stili, dei colori, per dare sempre di più un’immagine della sua nobiltà che doveva rappresentare la ricchezza attraverso l'abbigliamento”.   

E se l’abito rappresentava, soprattutto nel passato, un elemento distintivo di riconoscimento, la Serenissima cercherà di contenere quanto più possibile, attraverso le leggi suntuarie, l’abuso degli sfarzi e gli investimenti economici per l’acquisto dei corredi femminili e maschili sia per riguardo verso i più poveri sia perché si voleva che i nobili investissero su altro invece che sul voluttuario.   

Al primo piano del Museo vengono esposti, a rotazione, i manufatti conservati nei depositi.  

“È un grande patrimonio quello che conserviamo nei depositi, che sono aperti e visitabili proprio perché non potendo esporre tutto diamo la possibilità a chiunque di visionare gli abiti, di studiare le cuciture, il taglio, le maniche – conclude Squarcina – tenerli al riparo è un modo per prolungargli la vita, anche se poi ciclicamente li esponiamo seguendo il concetto che il Museo è il luogo dove insegno cosa è stato e dove imparo per il futuro. Il restauro del tessile e la conservazione dei tessuti, peraltro, è un approccio molto recente perché è solo alla fine dell’Ottocento che si capisce che per raccontare una storia c’è bisogno del contesto visivo”.