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Approda per la 27esima volta a Venezia la nave più antica della Marina Militare. L’Amerigo Vespucci, con i suoi 91 anni, è stata definita la nave più bella del mondo

Venezia, 4 ottobre 2022 - È approdata per la 27esima volta a Venezia la storica nave Amerigo Vespucci, che in questi giorni è attraccata in riva San Biasio, in prossimità del Museo Storico Navale, in occasione della tredicesima edizione del “Trans - Regional Seapower Symposium of the wider Mediterranean” (XIII T-RSS), forum marittimo internazionale che si svolgerà dal 5 al 7 ottobre all’Arsenale di Venezia e al quale parteciperanno oltre 60 Marine e 80 organizzazioni internazionali interessate ai temi di carattere marittimo. Ambasciatrice dell’Unicef da settembre 2007, la nave Vespucci è stata definita negli anni 70 dagli americani “la nave più bella del mondo”. 

Progettato da Francesco Rotundi, ingegnere e allora tenente colonnello del Genio Navale, alla fine degli anni 20, il Vespucci venne impostato nel cantiere di Castellammare di Stabia il 30 maggio del 1930, varato il 22 febbraio 1931 e consegnato alla Marina Militare il 2 luglio dello stesso anno. Con i suoi 91 anni di età, il Vespucci è la nave più “anziana” di tutta la Marina Militare, una sorta di vecchia signora trattata con i guanti bianchi da tutto il suo equipaggio. 

L’Amerigo Vespucci è una nave a vela con motore, con tre alberi verticali più il bompresso obliquo a prora, a tutti gli effetti un quarto albero. L’equipaggio è normalmente composto da circa 260 militari, di cui una quarantina donne, ma nel periodo estivo - con l’arrivo degli allievi e dello staff dell’Accademia Navale - l’equipaggio supera le 400 persone. Dal 2014 al 2016 ha la nave è stata ferma per lavori di ammodernamento che hanno permesso di migliorarne le capacità operative e le sistemazioni logistiche. Anche l’apparato di generazione dell’energia elettrica e quello di propulsione sono stati completamente sostituiti con prodotti tecnologicamente avanzati, più efficienti e rigorosamente orientati alla tutela dell’ambiente. 

Una nave dal sapore antico, perché navigare sul Vespucci è come andare per mare a bordo di un veliero del 600-700, tanto è vero che la nave è l’esatta riproduzione di un veliero del regno delle due Sicilie: dall’alloggio del comandante alle stanze più segrete e più eleganti, dalle amache su cui dormono gli allievi dell’Accademia al timone storico che necessita di 8 membri dell’equipaggio per spostarlo di un grado. 

“La particolarità del timone è che non ha nessun componente idraulico né elettrico ma trasmette il moto tramite degli ingranaggi alla barra del timone, ha quattro ruote su cui agiscono 8 persone – spiega il comandante di nave Vespucci, il capitano di vascello Luigi Romagnoli – questa è la nave più antica della Marina Militare, il suo valore aggiunto è la lentezza, perché ogni attività qui viene fatta a mano da tante persone, con la forza delle braccia e della passione. Qui si insegna alle nuove generazioni ad andare per mare”. 

“Mi piace dire che in questa nave c’è un ottimo connubio tra tecnologia, tradizione e innovazione – afferma il sottotenente di vascello Federico Messini, a bordo da 4 anni – gli allievi dell’Accademia Navale arrivano a bordo del Vespucci per circa 3 mesi e quello che trovano è sostanzialmente il loro battesimo del mare: qui si impara a navigare con gli strumenti tradizionali, il sestante, la bussola, la carta nautica, il compasso e una matita, il navigare seguendo le stelle. Ma, soprattutto, quando andiamo a vela tutto quello che facciamo è completamente gestito manualmente, nulla è meccanizzato. Come l’apertura delle vele, che differentemente dalle altre barche a vela tradizionali non si alzano ma scendono, vengono già per caduta. Quindi decine di persone si arrampicano in cima ai pennoni per slacciare i nodi delle vele, ma soprattutto per ritirarle su”. 

Il Vespucci impiega prevalentemente 24 vele, 14 quadre infierite sui pennoni e 10 di taglio, per una superficie velica complessiva che supera i 2.700 metri quadrati. La vela più grande è pari a 250 metri quadrati, ossia come un campo da basket, e per avvolgerla c’è bisogno della forza delle braccia di tanti giovani. 

“La vita a bordo segue ritmi serrati, scanditi e ben definiti – spiega Aurora Esposito, guardia marina a bordo del Vespucci da circa 6 mesi, che a breve diventerà ufficiale di rotta –  Il mio compito è quello di consigliare il comandante nella scelta delle rotte dandogli il mio parere sui percorsi migliori da seguire in base alle condizioni meteo che ci sono nel tratto di mare dove andremo. Siamo suddivisi in squadre, ossia gruppi che si alternano per garantire turnazioni di guardia. La nostra giornata è pertanto scandita dalle guardie che facciamo”. Sveglia, assemblea, pulizia della nave, pasti in condivisione ma anche sport e tempo libero per leggere un libro o guardare un film. “Sono di Napoli e da ragazza vedevo passare gli allievi della scuola militare Nunziatella e dell’Accademia aeronautica in divisa, ho chiesto a mio padre, che è militare, cosa facessero e mi ha spiegato il percorso di studi. Poi ho frequentato anche io la scuola militare e l’accademia perché mi sono appassionata”. Le donne hanno fatto il loro ingresso in Marina da circa un ventennio e oggi non c’è nessuna distinzione tra i due sessi, nemmeno nei compiti da svolgere. “Come in tutti i settori, le donne portano un valore aggiunto – conclude Esposito – perché vedono le cose in maniera diversa dagli uomini e così si creano prospettive diverse e momenti di confronto”. 

Il Vespucci si potrà visitare anche oggi dalle ore 19 alle ore 22 e giovedì 6 ottobre dalle ore 19 alle ore 23. 

Ma la storica nave non è l’unica presente a Venezia: in Riva Sette Martiri è ormeggiata anche la San Marco, l’unità di assalto anfibio della Marina Militare, designata per sbarcare truppe d’assalto anfibio in operazioni di rilevanza internazionale. Anche la nave San Marco è visitabile giovedì 6 ottobre dalle ore 15 alle ore 18 e dalle ore 21 alle ore 23 e venerdì 7 ottobre dalle ore 15 alle ore 18. Tutte le visite sono gratuite e non è necessaria la prenotazione. 

In occasione del Simposio, sarà presente anche la banda della Marina Militare con 50 dei suoi 102 elementi, diretti dal maestro Antonio Barbagallo, che si esibiranno giovedì 6 alle ore 16 in campo San Rocco con un concerto che prevede musiche da Verdi a Morricone.

 

LINK ALLA VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/7JDMcMt-KNo

Tra il Cinquecento e il Settecento, la libertà nel vestire delle veneziane contro le proibizioni della Serenissima

Libere anche nella scelta di vestirsi. Se nel Cinquecento in tutta l’Europa dilagava la moda spagnola di chiudere i corpi femminili dentro abiti rigidissimi e accollatissimi, le donne della Serenissima Repubblica si mostravano in vesti scollate e col busto aperto sul decolleté. La Repubblica di Venezia esprimeva la sua propria identità anche in fatto di moda femminile, nonostante le leggi suntuarie che cercavano di limitare gli sfarzi e il lusso nel vestire.    

Per tutto il Cinquecento le donne cammineranno traballanti sui calcagnini, zatteroni lignei intarsiati e rivestiti di velluto, alti anche 50 centimetri, sopra a calze realizzate a maglia o ad ago. I capelli, raccolti, saranno rialzati sulla fronte in due boccoli a forma di corna.  

Nel secolo successivo, la situazione politica cambia e Venezia subisce l’influsso dello stile barocco che impone nuove forme corpose e rotondeggianti. La moda olandese e la moda francese allontanano dai gusti quella spagnola per dare libero spazio alla comodità, alla libertà dei movimenti e alla praticità. Nella seconda metà del Seicento sarà la Francia a fornire le maggiori novità con la comparsa del pizzo, che diventerà uno dei maggiori simboli di prestigio sociale soprattutto nell’abbigliamento maschile. Di pizzo saranno collari e polsini, bordure, fazzoletti da mano, fusciacche alla vita e alle ginocchia, ornamenti per calzature. A Venezia non saranno più sufficienti i laboratori casalinghi, né quelli più professionali di conventi e monasteri e si avvieranno l’insegnamento e la lavorazione a Burano per l’ago e a Pellestrina per i fuselli o mazzette. I gentiluomini porteranno sul capo alte e folte parrucche nonostante le proibizioni del Magistrato alle Pompe. E più volte la Serenissima dovrà intervenire proponendo l’obbligo di usare abiti esclusivamente di colore nero per contrastare il lusso e lo sperpero nell’acquisto dei corredi.  

Nel Settecento Venezia ritorna a recuperare un po’ di personale originalità. Per quanto riguarda l’uomo si assisterà all'accorciarsi della camisiola fino a diventare panciotto, le parrucche si ridimensioneranno e si trasformeranno in calotte con ricci a cannolo sopra le orecchie e codino stretto da nastro, mentre trionferà per tutto il secolo il tricorno. Nella moda femminile dominerà l’andrienne. Di origine francese, è una sopravveste aperta davanti, caratterizzata dall'ampio faldone arricchito da pieghe che si diparte dalle spalle. Verso la metà del secolo si useranno anche i cerchi, a forma di gabbia, realizzati in vimini e posti sui fianchi per allargarne le misure. La calzatura preferita sarà una pianella, con tacco, senza tallone, con tomaia di tessuto coordinato all’abito. Dopo secoli di incerte passeggiate sui trampoli, le veneziane proveranno la gioia di camminare svelte per ponti e per calli, senza aiutanti, grazie alla praticità di queste nuove scarpe. 

Nell’Ottocento, Venezia si adeguerà invece al semplificarsi delle fogge che invade l’Europa e non si registreranno personalistiche interpretazioni della moda, che seguirà pedissequamente quella francese e inglese.  L’innovazione più vistosa del secolo, per quanto riguarda l’abbigliamento maschile, sarà l’allungarsi dei pantaloni e il formalizzarsi del vestiario in tre capi base: pantaloni, panciotto e giacca. Per le donne si cambierà la linea all'incirca ogni decennio, ma l’elemento caratterizzante dell’abbigliamento delle veneziane per tutto il secolo sarà lo scialle, più leggero in estate e di lana in inverno, con lunghe frange e di colore nero.

Un viaggio tra le spettacolari ville venete della Riviera del Brenta, antiche custodi della grandezza della Serenissima

Venezia, 28 settembre 2022 – “O sito amabile e ridente, o prati fioriti, o fiume placido, o aria salubre, o Brenta silenziosa, da quanti nobili edifizi coronata, come regina d’altri fiumi”. Così nel 1667 Giovanni Sagredo esaltava la Riviera del Brenta, con le sue acque placide e le ville dai giardini rigogliosi. Un luogo che ha saputo affascinare letterati di fama internazionale, tra cui Michel de Montaigne, Johann Wolfgang Goethe, ed Ernest Hemingway, ha offerto rifugio a reali d’Europa e che, ancora oggi, continua a stregare come pochi altri. Con l’avvicinarsi della stagione autunnale, saliamo metaforicamente a bordo del burchiello, la grande imbarcazione fluviale che un tempo collegava Venezia al suo entroterra, e cominciamo la risalita del Naviglio Brenta alla scoperta delle più belle ville venete e della loro storia. 

Incredibile concentrato di arte, natura e genio dell’uomo, la Riviera del Brenta è da secoli l’altra faccia della nobile e aristocratica Venezia e delle sue famiglie patrizie. Fu proprio qui, infatti, che a partire dalla seconda metà del XVI secolo la Serenissima concentrò i suoi sforzi di valorizzazione territoriale, riorganizzando quelle che erano terre incolte e abbandonate e rendendole produttive. Molte famiglie nobili veneziane, già proprietarie di vasti terreni, intravidero il potenziale di queste opere pubbliche, e decisero di avviare delle aziende agricole lungo tutto il corso del fiume, facendo costruire anche una residenza in cui potessero alloggiare e controllare il corretto andamento dei raccolti. Nacque così il concetto di “villeggiatura”. 

Sebbene rurale, la dimora di una famiglia patrizia doveva dimostrarsi all’altezza dei suoi proprietari. Perciò, analogamente ai palazzi cittadini allineati lungo i canali di Venezia, anche sulla Riviera del Brenta si costruirono ville con la disposizione della tradizionale casa veneziana, composta da una sala centrale con ingresso alle due estremità e stanze di forma pressoché quadrata collocate sui due lati. Al corpo centrale dell’edificio si dovettero poi aggiungere tutte quelle strutture necessarie alla conduzione del fondo agricolo, come le barchesse, adatte ad ospitare magazzini per derrate e merci, ma anche ricoveri per attrezzi, stalle e scuderie, nonché abitazioni coloniche. 

Tuttavia, lo spazio sconfinato e i campi verdeggianti dell’entroterra veneziano si rivelarono in breve tempo terreno fertile per l’estro creativo di grandi architetti cinquecenteschi del calibro del Palladio, Sanmicheli, Sansovino e Scamozzi, che si cimentarono nella progettazione di dimore dai volumi sempre più arditi, giocando con la verticalità degli ambienti e con i prolungamenti orizzontali. 

Non più limitate allo svolgimento di una funzione amministrativa, le residenze in terraferma cominciarono dunque ad arricchirsi anche di affreschi decorativi, sculture e rigogliosi giardini all’italiana o all’inglese, tanto che ben prestò si arrivò ad avere un continuum di insediamenti nobiliari affacciati sul Naviglio Brenta tale da riproporre la relazione acqua-architettura tipicamente veneziana. Tra il Cinque e il Settecento, la concentrazione di residenze veneziane sulla terraferma fu così elevata che si cominciò a considerare la Riviera come la naturale continuazione del Canal Grande, quasi un “borgo di Venezia”. 

Mezzo prediletto per affrontare il lungo viaggio di risalita del Naviglio Brenta verso la propria villa di residenza era il burchiello, una grande imbarcazione fluviale in legno dotata dei migliori comfort dell’epoca. Dopo la partenza nei pressi di Piazza San Marco e una navigazione in laguna a remi o a vela, il tragitto prevedeva una fermata iniziale a Lizza Fusina, dove si trovava la dogana, e proseguiva poi lungo tutto il corso d’acqua fino ad arrivare nei pressi di Stra. 

I periodi della villeggiatura sulla Riviera del Brenta erano in genere due: dal 12 giugno, vigilia di Sant’Antonio da Padova, alla fine di luglio per la stagione estiva, mentre in autunno dal 4 ottobre, festa di San Francesco, fino alla fine della vendemmia, che avveniva solitamente nei primi giorni di novembre. 

Dalle spettacolari Villa Pisani, anche conosciuta come La Nazionale, e Villa Foscari a Malcontenta, fino alle più raccolte come Villa Badoer Fattoretto e Villa Tito, passando per la bellezza di Villa Widmann e la barchessa di Valmarana: la Riviera del Brenta si dimostra ancora oggi, a secoli di distanza, luogo d’incanto e antico custode della grandezza veneziana.

Dallo scialle ai merletti, come cambiano gli abiti dei veneziani nei secoli

Una cosa è coprirsi e un’altra è vestirsi. La moda, intesa come evoluzione e mutamenti negli abiti, cambia e si evolve nel corso dei secoli, sin dalla nascita di Venezia, che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione. Un lungo percorso, in antichità legato alle condizioni climatiche e successivamente alle condizioni generali di vita, al mutamento di tali condizioni, all’influenza di eventi politici e sociali, allo sviluppo della civiltà e al suo diffondersi.  

E l’abbigliamento cambia continuamente, a seconda delle epoche e delle classi sociali: gonne lunghe che si accorciano sempre di più, mantelli, camicie e corsetti stretti e larghi, maniche attillate o a sbuffo, pizzi e parrucche. Tutto si modifica, dai colori alle fogge, dalle calzature alle acconciature.   

Filo conduttore nell’abbigliamento veneziano, ancora in epoca paleoveneta, che continua a ripresentarsi nei secoli è uno scialle, detto fazuolo e poi cendale, ninzioletto, tonda, sial, che le donne usano per coprirsi il capo. Lo scialle persiste nella moda dei fazzuoli cinquecenteschi e nei cendali e nei ninzioletti settecenteschi; nell’Ottocento, con l’emergere di borghesia e proletariato a seguito della Rivoluzione francese, lo scialle – nero e con lunghissime frange – diviene il soprabito per eccellenza della veneziana, che lo porterà con tanta grazia da divenire simbolo, assieme al leone e alla gondola, della città stessa. 

Molto usate, nel corso dei secoli, sono le pellicce, soprattutto di agnello e scoiattolo nel ceto medio, mentre nelle classi popolari si diffondono le pellicce di volpe, di gatto, di lepre, di cane. I patrizi in generale, e i magistrati in particolare, indossano una toga foderata di ermellino e di vaio con il pelo rivolto verso l’interno. Nel Quattrocento la pelliccia ha il suo massimo sviluppo: a Venezia si guarniscono e si foderano cappucci e mantelli, guanti e cappelli, ma anche berretti da notte.  

Ma se in età romana i veneti indossavano comunemente il cucullo, pratica cappa con cappuccio, accolto non solo dalla gente comune, ma anche dalla classe abbiente durante viaggi o per proteggersi dalle intemperie, è l’ascendenza bizantina a influire sull’abbigliamento dell’epoca: gli uomini indossano una corta veste bianca e una sopravveste lunga color azzurro o porpora, mentre le donne abbelliscono le acconciature con bende, nastri e trecce finte. Nel Duecento nascono i bottoni detti pomelli o maspilli, che rendono possibile una maggiore aderenza delle vesti e trovano subito una larga diffusione. In questo periodo, le vesti delle donne aumentano in ampiezza della scollatura e diventano aderenti ai fianchi per essere poi fluenti fino ai piedi.  

Ma bisognerà attendere il Rinascimento per riscoprire delle fogge tutte veneziane. Nella seconda metà del 1400 la moda veneziana inizia a svincolarsi da quella europea. Le donne veneziane rinunciano alla diffusa consuetudine di depilarsi la fronte per raccogliere invece i capelli in un "fungo"' sulla sommità del capo, lasciandone altri, corti ed arricciati ad incorniciare il viso. Sulla veste con maniche attillate, staccate al giro-spalla e tagliate al gomito, da cui esce in candido sbuffo la camicia, aderente nel corto corpetto, stretto sotto al seno, scollatura a barchetta, indossano una sopravveste con pettorina, con maniche amplissime e strascico. Cominciano a comparire sui bordi delle camicie o delle vesti le prime dentellature di merletto ad ago o a fuselli, che tante preoccupazioni daranno nei secoli a venire ai magistrati addetti a frenare i lussi e le pompe dei veneziani. 

Anche per gli uomini si evidenzia una certa originalità: i nobili, i dignitari, i medici, gli avvocati indossano la toga che può essere pavonazza, cremisi o nera, foderata o meno di pelliccia a seconda della stagione. Le donne tendono a portare calzature dalla zeppa molto alta, i cosiddetti calcagnini, e lo faranno per tutto il secolo successivo nonostante i divieti suntuarii. 

Nel corso dei secoli, il Magistrato alle Pompe dovrà intervenire continuamente per limitare gli sfarzi nei costumi. Le sue radici vanno ricercate alla seconda metà del XIII secolo, ma viene istituito ufficialmente il 17 novembre del 1476 e nel 1514 è superato dal Collegio delle Pompe, un organismo formato da tre Provveditori a cui si aggiungono, nel 1559, due sopraprovveditori. Questa magistratura aveva solo poteri esecutivi, mentre quelli legislativi erano sempre in capo al Senato. Lo scopo era il contenimento e la moderazione nel vestirsi e nello sfoggiare oggetti e indumenti preziosi e di lusso. Le leggi in questo senso riguardarono perfino le gondole e il Magistrato alle Pompe impose che tutte fossero dipinte di nero, compreso il felze e le altre coperture.  

Nella quiete di San Francesco della Vigna, cuore del sestiere di Castello, si tramanda dal lontano Duecento un’antica tradizione vinicola veneziana

Venezia, 22 settembre 2022 – Da ottocento anni un’area a nord di Venezia, nascosta tra le calli e i campielli del sestiere di Castello, è custode di un tesoro secolare. Avvolti nel silenzio e nella quiete, i vigneti urbani del convento dei Frati Francescani Minori di San Francesco della Vigna vantano il primato di essere i più antichi della città lagunare e, oggi come allora, continuano la loro produzione di vino. Dal 2019, inoltre, il lavoro dei frati è seguito in prima persona dagli agronomi della cantina Santa Margherita e, in comune accordo, si è deciso di sostituire le vecchie viti di Teroldego e Refosco con Glera e Malvasia, nel tentativo di recuperare dei vitigni storici veneziani. 

La storia dei vigneti di San Francesco affonda le sue radici nel lontano Duecento, epoca in cui appartenevano al patrizio veneziano Marco Ziani, figlio dell’illustre doge Pietro Ziani. Fu proprio nel suo testamento, datato 25 giugno 1253, che il nobile stabilì che il terreno, la chiesa ed alcune botteghe fossero lasciati ai Frati Minori, i quali vi si stabilirono definitivamente. Perciò, la parrocchia di San Francesco della Vigna deve il suo nome al fatto che il luogo in cui sorge, in origine, era coltivato a vigneti, i più estesi e fecondi di tutta Venezia. 

Le vigne fanno dunque parte di un complesso architettonico unico, che ospita anche il convento dei Frati Minori e la Chiesa, una delle più imponenti di Venezia, opera del Sansovino e del Palladio, oltre all’Istituto di Studi Ecumenici, che ogni anno propone dei master di primo livello universitario sul dialogo interreligioso, e la Biblioteca, punto di riferimento per gli studiosi di teologia con i suoi oltre 200mila volumi, di cui 45mila antichi, provenienti da 11 fondi di vari conventi soppressi nel Veneto, tra cui spicca San Michele in Isola, dove è stata ritrovata l’ultima copia rimasta del primo Corano stampato in arabo a Venezia. 

È nei chiostri del convento che si trova il tesoro tra i tesori: uno di essi è stato adibito alla raccolta dell’acqua piovana per l’irrigazione, mentre gli altri due sono dedicati alla coltivazione di erbe aromatiche e vigneti. Nello specifico, le viti oggi occupano ben 1600 metri quadri di terreno, di cui 400 sono di Malvasia, e i restanti di prosecco di Glera. Tuttavia, fino al 2018 si coltivava Teroldego, un’uva piuttosto rustica tipica del Trentino, e Refosco dal peduncolo rosso, originario del Friuli, perché sono piante che resistono bene al caldo e alla siccità della Laguna. 

“In un chiostro abbiamo il classico Glera, perché vogliamo tentare di fare un prosecco veneziano, ma siamo ancora in fase di sperimentazione”, così frate Antonio Pedron, che da anni segue la produzione del vino a San Francesco, motiva il cambiamento, “mentre la scelta della Malvasia è perché gli Ziani avevano possedimenti in Istria e in Candia, e di conseguenza l’uva che può esserci stata a Venezia è un’uva che si sono portati a casa da questi territori e che hanno trapiantato qui”. 

Quella coltivata nel convento è un’uva ancora giovane, dall’identità non definita, e solo il prossimo anno, ovvero il terzo dal cambio di tipologia di vigna, potrà essere considerato di vendemmia vera e propria. Le premesse, però, sono promettenti, e già quest’estate le vigne di San Francesco hanno prodotto bene. 

Tanti sono stati gli accorgimenti presi per la coltivazione dei vigneti negli spazi del convento, a partire dalla scelta di condurre la produzione in modo biologico, fatta per rispetto del luogo. Ciò comporta il divieto di usare pesticidi: solo trattamenti naturali come rame e zolfo sono concessi. 

Per quanto riguarda il Glera, inoltre, i tecnici e gli enologi della cantina Santa Margherita hanno deciso di adottare un sistema di allevamento che richiamasse la tradizione della coltivazione delle vigne, puntando su un guyot semplice con un palo ogni vite e impostando le piante a circa un metro di distanza. E il tipo di tralcio che si è venuto a creare ricorda curiosamente il pastorale, il bastone dall’estremità ricurva usato dai sacerdoti. Il Malvasia, invece, ha un guyot a spalliera, e anche qui le viti sono più vicine, con una distanza sugli 80cm tra l’una e l’altra, perché si è scelto di puntare sulla qualità. 

L’aria salmastra che spira dalla laguna veneziana non è mai stata un problema. Anzi, se combinata con le proprietà dello spazio coltivato, può contribuire a dare all’uva un gusto unico. 

“La caratteristica del terreno è ciò che determina il gusto dell’uva, e noi qui siamo soggetti ad avere un terreno con l’influenza del salmastro dell’acqua, che arriva da sotto”, spiega il frate francescano, precisando che l’area dove si coltiva il Glera, ad esempio, sia tendenzialmente sabbiosa e quindi più facile non solo da annaffiare, ma anche ad asciugarsi. Sebbene quest’anno abbia sofferto parecchio la siccità, è tuttavia un terreno molto generoso, anche perché nel tempo i frati si sono impegnati a rigenerarlo biologicamente. 

Al contrario, il Malvasia viene prodotto in un chiostro con peculiarità diverse. “Qui il vantaggio dell’uva è che è anche riparata dai venti del mare ed è meno soggetta all’aria salmastra”, afferma Don Antonio, “anche il terreno è leggermente diverso dall’altro chiostro: è più terra, ci impiega più tempo ad assorbire l’acqua e più tempo ad asciugarsi”. 

Fino al 2012 la produzione dei vitigni era per il convento dei frati, e si beveva quel poco che si produceva. Ma da una decina di anni si è deciso, anche per rivalorizzare il territorio e aprirlo al mondo esterno, di porre ancora più attenzione, più lavoro e più impegno nella manutenzione. Da qui, la partnership con la cantina Santa Margherita. 

“È un modo di recuperare il nostro territorio e farlo conoscere alla gente. Un tempo i conventi erano di clausura, e nessuno poteva entrare; adesso si richiede l’apertura, i tempi sono cambiati, i frati anche, quindi cambiano anche le mentalità e le modalità”, conclude il frate francescano. 

La moda a Venezia, un viaggio tra profumi e trucchi, tessuti preziosi e calzature, tra manifatture di qualità e il gioco della seduzione delle dame della Serenissima

La moda veneziana ha radici lontane ed è stata, per secoli, lo specchio del dominio e della potenza della Repubblica Serenissima. Città capace di anticipare le tendenze, ha saputo esprimere l’eccellenza delle maestranze artigianali locali che sono diventate uno dei capisaldi dell’economia della Repubblica. Qui sono nate le corporazioni delle arti e dei mestieri, tutelate dal governo che ne custodiva i segreti e la qualità della sua manifattura, e da questo patrimonio di conoscenze, lungo i suoi 1600 anni, Venezia ha sempre saputo esprimere il meglio nei costumi, nei profumi, nelle calzature, nell’idea di eleganza che ha dettato per secoli le regole del vivere in laguna.  

E se il cambiamento economico e sociale e la politica costituiscono tappe fondamentali nella storia della moda e del costume, è lo sviluppo degli scambi commerciali a far diventare Venezia il centro di irradiazione di conoscenze tecniche e di maestranze specializzate. Già dal dodicesimo secolo Venezia ha un ruolo importante nello sviluppo della moda europea. I traffici marittimi con l’Oriente consentono alle donne e agli uomini della Serenissima di scoprire tessuti e broccati mai visti, stoffe preziose e soffici velluti, che vengono poi elaborati a Venezia e commerciati nel resto d’Europa, facendo gola anche alle corti più ricche, come quella francese. Il merletto, prodotto in patria, diventa una manifattura richiesta in tutto l’occidente per adornare le vesti e le camicie di sovrani e nobili.

Venezia segue le mode che vengono importate soprattutto dalla Francia, ma non si standardizza e resta libertina. Donne e uomini della Serenissima, nonostante i divieti e i tentativi di arginare l’effimero e l’ostentazione del lusso, colgono le novità dai mondi lontani e gareggiano per avere i tessuti più belli, i parrucchieri più bravi, gli spezieri meglio forniti. Gli abiti sono sontuosi, accompagnati da parrucche, scarpe alte 50 centimetri, gioielli e trucco bianco per apparire belle e giovani. A Venezia nasce il profumo moderno, che verrà conservato in preziose boccette e trasportato nelle corti più ricche di tutta l’Europa.

Nel Cinquecento le veneziane invece che chiudersi negli abiti rigidi e accollati, come volevano le tendenze spagnole, si mostrano con vesti scollate e col busto aperto sul decolleté. Nel Settecento, Parigi continuerà a dettare le regole della moda, ma l’unica città italiana ad avere il suo stile sarà ancora Venezia, con i suoi tessuti, le sue sete e i suoi ricami.

E allora inizia da qui un viaggio tra profumi e belletti, stoffe e calcagnini, per raccontare il gioco della seduzione e del potere di una città che è stata pioniera anche nell’industria della moda.

Gli antichi graffiti di Piazza San Marco, testimonianza della quotidianità e delle tradizioni della Serenissima

Venezia, 16 settembre 2022 – Una nave incisa su una colonna di Palazzo Ducale, un corno dogale dipinto a mano con pittura rossa che guarda l’ingresso della Biblioteca Marciana, o un proverbio veneziano tracciato sulla pietra nei pressi del Caffè Lavena. Piazza San Marco è intrisa della storia della Serenissima, e numerose sono le sue narrazioni, giunte fino a noi grazie agli scritti di dogi, poeti ed intellettuali. Tuttavia, se si scruta attentamente i suoi muri nella luce radente del tramonto, si vedono emergere anche antichi graffiti, testimonianza dal basso della quotidianità e delle tradizioni della città e della Repubblica di Venezia

Il termine “graffito” è stato usato per descrivere una moltitudine di scritte e manifestazioni grafiche diversissime tra loro. Dipinte a mano, incise con uno scalpello, o stampate sulla pietra con l’aiuto di una matrice: una definizione che vada bene per ogni contesto storico-geografico, e per ogni tipo di scritta, al momento non esiste. Ma nel momento in cui si mette da parte la tecnica con cui si esegue il graffito, e ci si concentra più sul gesto di scrivere sui muri, sull’urgenza che ha spinto delle mani a trasformare la superficie, si arriva a scoprire una visione originale e diversa della storia della Serenissima, raccontata più dai comuni cittadini che dai nobili veneziani. 

In cinque anni di ricerca, sopralluogo, studio e scrittura, Alberto Toso Fei e Desi Marangon hanno catalogato oltre 6 mila antichi graffiti di carattere pittorico oppure incisi, realizzati dal Quattrocento fino alla prima metà del secolo scorso. Di questi, circa 500 sono confluiti nel libro I Graffiti di Venezia, la prima mappatura mai realizzata di tutto ciò che è stato raffigurato su muri, marmi, legni, vetri di Venezia e delle sue isole. 

Dalle più elaborate impresse sulle colonne delle Procuratie Vecchie, nei pressi della Torre dell’Orologio, alle più semplici, le croci sono tra gli elementi più ricorrenti che si ritrovano nella città lagunare. Molte si possono scorgere sugli stipiti delle porte, soprattutto di case popolari: nel contesto veneziano, afflitto dalle frequenti epidemie di peste, sono il benedire ciò che entra e il tenere fuori ciò che è nocivo. Analogamente, non è raro imbattersi in numeri scolpiti nella pietra, chiaro riferimento a salmi e versetti della Bibbia. 

“Relogio sicuro del mezzodì tanto de istae quanto d’inverno”, ovvero “orologio sicuro del mezzodì tanto d’estate che d’inverno”. È ciò che si legge, con l’aiuto della luce radente del tramonto, in un’altra colonna delle Procuratie Vecchie, vicino al Caffè Lavena. Un proverbio probabilmente appartenuto alla tradizione orale veneziana, di cui non si è trovato traccia nelle fonti storiche. Tra le ipotesi d’interpretazione, una di stampo morale: un orologio che segna sempre il mezzodì, e che quindi dà una direzione, è una certezza nella vita. 

Ma sui muri di Venezia scrivono anche marinai, viaggiatori, mercanti, e infatti un’altra figura molto rappresentata è la nave, sempre rivolta a sinistra e priva di onde che vi si infrangono. La più grande ad oggi rinvenuta ha l’aspetto di un galeone seicentesco, misura circa 40-45 centimetri ed è stata tracciata su una delle colonne di Palazzo Ducale, sul lato di Riva degli Schiavoni. La sua funzione potrebbe essere stata molto specifica: le fonti storiche raccontano che fin dal Trecento nella Serenissima esisteva la pratica di “ponere bancum”, ovvero mettere in mostra sopra un banco la paga di un marinaio, per invogliare maggiormente i ragazzi a partire per mare. Non a caso, il luogo dove si posizionavano i capitani delle imbarcazioni con i loro banchi era tra le colonne della Piazzetta e le colonne del Ducale, a due passi dall’antico graffito della nave, che assume quindi una funzione promozionale dell’attività. 

Pareti e pilastri di Piazza San Marco, nei secoli della Repubblica di Venezia, sono un’interfaccia tra Stato e cittadino, e su di loro si intuisce ancora oggi la fervente attività politica della Serenissima. Se si osserva abbastanza attentamente le colonne della galleria davanti all’ingresso della Biblioteca Marciana e del Museo Archeologico, infatti, si intravedono scritte elettorali a supporto di questo o quel doge, anche tracciate una sopra l’altra, oltre che corni dogali dipinti a mano o impressi con delle matrici. Tra le più nitide, spiccano quelle che inneggiano Marcantonio Giustinian, divenuto inaspettatamente doge al primo scrutinio nel 1684. 

“Viva San Marco, viva la Repubblica” acclamano invece i graffiti sulle colonne vicino al Caffè Florian, a lungo reputati falsi. In realtà, come testimonia Daniele Manin stesso in uno dei suoi scritti, nel 1848 la città intera viene tappezzata di questi slogan che celebrano l’indipendenza. Anche qui, le ragioni vanno ricercate tra le pagine della storia: mentre l’altro lato di Piazza San Marco è il ritrovo degli austriacanti, il Caffè Florian è il quartier generale dei rivoltosi, e allo scoppio della rivoluzione del 22 marzo 1848 i primi feriti dei tumulti in piazza vengono portati proprio in questo luogo. 

Croci, navi, modi di dire, date, cronache di vita: le mani di migliaia di cittadini veneziani dei secoli scorsi parlano quindi dai muri di Piazza San Marco, raccontandoci la loro quotidianità. 

 

Domenica 11 settembre a Pisa, la 67esima edizione del Palio delle Antiche Repubbliche Marinare

Venezia, 8 settembre 2022 – A una settimana di distanza dalla tradizionale Regata Storica, domenica 11 settembre alle ore 18 torna a Pisa un altro momento clou del calendario annuo della stagione di voga: la 67esima edizione del Palio delle Antiche Repubbliche Marinare.  L’appuntamento recupera l’edizione del 2020, che non si è disputata a causa della pandemia da Covid-19.

Dopo una gara conclusa al fotofinish alle spalle della trionfante padrona di casa Amalfi nella scorsa edizione di giugno, gli atleti veneziani sono pronti per la rivincita, e tornano sul campo di gara nelle acque dolci del fiume toscano Arno.

Stesso equipaggio, stessa fame di vittoria, alimentata, in parte, dalle recenti vittorie di due atleti del galeone veneziano, i fratelli Jacopo e Mattia Colombi che hanno trionfato nell’ultima edizione della Regata Storica. Vincitore nella gara regina dei gondolini a due remi Jacopo, che ha conquistato la prestigiosa bandiera rossa insieme ad Andrea Ortica. Bandiera rossa anche per Mattia, che ha sbaragliato gli avversari nella competizione delle caorline a sei remi, vestendo la maglia della Città di Caorle.

L’equipaggio veneziano scenderà nelle acque di Pisa pronto a conquistare una vittoria che manca dal 2019, quando a trionfare per la 34esima volta, in casa, fu proprio Venezia e soprattutto dopo il secondo posto ad Amalfi. Ancora una volta al timone Stefano Morosinato e a seguire Davide Stefanile, Sebastiano Carrettin, Pietro Cangialosi, Mattia Colombi, Nicola Zorzetto, Gustavo Ferrio, Tommaso Santi e Jacopo Colombi. Pronti a subentrare in caso di necessità Davide Menegazzo, Gabriele Bastasi, Lorenzo D'Ambrosi e Giovanni Poli.

Una sfida a colpi di remi lunga 2 mila metri, che vedrà il galeone verde veneziano sfidarsi contro la padrona di casa Pisa, Amalfi e Genova. Uno specchio d’acqua molto più calmo quello del fiume Arno rispetto al mare aperto del golfo amalfitano, che nasconde però numerose insidie. I quattro galeoni in gara, infatti, non partiranno da un blocco di partenza comune, ma piuttosto da posizioni leggermente sfalsate all’altezza del Ponte dell’Aurelia, in modo da poter riuscire ad eseguire la curva finale, che si trova a pochi metri dall’arrivo a Scalo dei Renaioli. A precedere la gara di domenica, sabato 10 settembre alle ore 16.30 lungo l’Arno si disputerà la competizione del Palio remiero con equipaggi misti, dove la Città di Venezia sarà rappresentata dall’equipaggio tutto al femminile delle Università Veneziane - CUS Venezia.

In calle del Cafetier, migliaia di negativi dell’archivio Cameraphoto Epoche rivelano un lato inedito e spontaneo dei 90 anni di Mostra del Cinema di Venezia

Venezia, 7 settembre 2022 – Stelle del cinema che giocano in spiaggia, che passeggiano rilassate in Piazza San Marco, o che festeggiano la conquista della prestigiosa Coppa Volpi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. E poi c’è lui, un giovane Paul Newman in barca a Venezia, un’immagine che ha fatto il giro del mondo. Sono gli scatti custoditi nell’archivio Cameraphoto Epoche di Vittorio Pavan, che ha lavorato alla Mostra del Cinema come fotogiornalista fino alla fine degli anni ’80, immortalando attori e registi nella loro quotidianità di stelle del cinema. 

In calle del Cafetier, tra più di 300.000 preziosi negativi che ritraggono la vita lagunare, dai tuffi dei ragazzini nel Canal Grande, agli elefanti che passano da un ponte all’altro in occasione del Circo Togni, o alla terribile alluvione del 4 Novembre 1966, i più memorabili sono forse quelli scattati ai divi che hanno percorso i red carpet della Mostra del Cinema di Venezia. Attori che, però, preferivano farsi ritrarre in pose spontanee, magari camminando in giro per la città lagunare, e che non avevano timore di firmare qualche autografo ai numerosi fan e curiosi che affollavano la spiaggia davanti all’Hotel Excelsior. 

Sean Connery alla guida di un taxi acqueo, ma anche Alberto Sordi all’interno della Biennale d’Arte nel 1958. E le divine del cinema, da Charlotte Rampling a Monica Vitti, belle, naturali, semplici, gioiose. “Io gli dicevo un po’ come mettersi, di parlare, ma la maggior parte di loro sapeva già muoversi, non erano imbarazzati”, spiega Vittorio Pavan, proprietario dell’archivio Cameraphoto Epoche con un passato di fotogiornalista alle spalle. 

Tra le foto più belle custodite nella sua bottega c’è anche quella scattata da Celio Scapin, in cui un rilassato e sorridente Paul Newman siede in barca, con San Marco sullo sfondo, mentre si reca alla Mostra del Cinema del 1963. “È diventata famosissima”, racconta, “io la chiamo la ‘Gioconda delle foto’. Ho visto un servizio di una trasmissione in America, dicono che è uno dei più bei ritratti fatti nella storia. È una delle foto che abbiamo acquisito noi, ho il negativo”. 

A passare per l’obiettivo dell’ex-fotogiornalista anche gli eventi sfarzosi della Hollywood di una volta, con i rinfreschi all’Excelsior e a Torcello. “La cosa più bella che ho seguito è il tributo a Ingrid Bergman: hanno fatto una festa che è durata tre giorni, c’erano Walter Matthau, Liza Minelli, e tanti altri attori. È stata una festa pazzesca”, commenta Pavan. “Eravamo accreditati, c’erano 4 fotografi. E ci siamo passati 3 giorni con loro”. 

Vittorio Pavan inizia a fare il fotografo quasi per caso, a 14 anni, andando di bottega in bottega alla ricerca di lavoro e spargendo la voce. La sua lunga carriera comincia proprio a Cameraphoto, agenzia fotografica veneziana fondata nel 1948 da Dino Jarach, tra fotografi del calibro di Celio Scapin, Claudio Gallo, Walter Stefani e Claudio Stigher, i suoi maestri. Quando approda alla Mostra del Cinema è un diciassettenne. 

“Ero emozionato, anche perché c’erano i colleghi più anziani ed esperti, e io gli andavo dietro e mi intrufolavo”, ricorda il fotografo, che davanti alle stelle del cinema non si è mai sentito veramente in soggezione e ha capito presto che se voleva fare un bello scatto doveva anche imparare a sgomitare. 

Ma, al tempo, fare il fotogiornalista non era un mestiere facile, si doveva essere sempre disponibili e non si avevano orari. E specialmente per la Mostra del Cinema di Venezia era una corsa contro il tempo per consegnare le foto. 

“Il bianco e nero era l’unico modo rapido per dare gli scatti ai giornali, a colori il processo era molto più lungo”, rivela l’ex-fotogiornalista. “C’erano le staffette: uno restava lì a fotografare, un altro prendeva i rullini e correva a stampare. A volte si stampava anche con il negativo bagnato, lo si rilavava il giorno dopo e lo si archiviava. Chi prima arrivava, prima vendeva. Poi si attaccava una carta gommata, si correva alle poste e si faceva una telefoto, che veniva trasmessa a Milano, Torino o dove doveva arrivare. Dall’altra parte si ricostruiva l’immagine: passava su un rullo, che era come uno scanner dell’epoca, e la ricevevano a puntini, tutta ricostruita”. 

Custodite in scatole di cartone, queste immagini scattate tra il 1948 e la fine degli anni ’80 rivelano dunque un lato segreto e certamente più spontaneo dei 90 anni di Mostra del Cinema di Venezia.

 

È la quattro volte campionessa del remo Anna Campagnari, la creatrice delle bandiere della Regata Storica di Venezia

Venezia, 3 settembre 2022 - Su un tavolo una macchina da cucire, tre barattoli colmi di pennelli, fili, forbici, tessuti un metro e dei colori. Tutt’attorno, appese alle pareti, cinquecento bandiere dipinte e cucite a mano, simbolo della tradizione veneziana, del sacrificio, della competizione e di un lavoro delicato, artigianale, che impegna giorno e notte. Nel laboratorio di Anna Campagnari, campionessa del remo e vincitrice di ben quattro edizioni della Regata Storica, da più di dodici anni si forgiano le prestigiose bandiere delle regate veneziane, da quelle colorate della Regata Storica ai gonfaloni del Palio delle Repubbliche Marinare.

Più di 300 all’anno, 48 delle quali in occasione della Regata Storica – che quest’anno si disputerà domenica 4 settembre alle ore 16 – quelle che Anna cuce, dipinge e confeziona per i campioni del remo che si sfidano nelle acque del Canal Grande. Ad ogni componente dell’equipaggio che arriva entro le prime 4 posizioni si consegna infatti un premio: l’ambita bandiera. Il rosso è il colore del primo e poi a seguire il bianco, il verde, e il blu.

Anna è la custode di una tradizione veneziana unica, ed è per amore della sua città e della regata che l’ha vista trionfare per ben quattro volte - vincendo poi più di ottanta bandiere -, che ha deciso di portare avanti un’arte centenaria. «Il mio maestro è stato il signor De Cal, che a sua volta imparò questo mestiere da suo padre, che già nei primi anni del ‘900 faceva le bandiere per la Regata Storica. Un giorno ho bussato alla sua porta e gli ho chiesto come le faceva. Lui era l’unico a conoscere il segreto di questa tradizione e in me ha trovato un’erede a cui lasciare un tesoro. Così, mi ha dato i disegni originali, i materiali giusti, mi ha insegnato come cucire, come dipingere il leone, come evitare che potesse rovinarsi il disegno a contatto con l’acqua, insomma, mi ha insegnato tutti i segreti per tenere in vita questa tradizione».  

Preparare le bandiere della Regata Storica è un processo che impegna Anna giorno e notte per circa una settimana intera. Inizia cucendo i tre tessuti della bandiera, per primo il retro, bianco, poi la parte superiore con il colore del premio e per finire, a separare i due lati, un’anima. La decorazione è la parte più creativa e al contempo la più delicata perché fatta interamente a mano. E proprio a mano disegna e dipinge il classico leone di San Marco, posto in alto a sinistra, verniciato e completato da ombreggiature e decorazioni. Nessun leone è uguale all’altro sulle sue bandiere ed è forse questo, in fondo, l’elemento che rende unica questa tradizionale arte veneziana.

Le bandiere di Anna sono tutte completate da un piccolo dettaglio sul retro. È la sua firma, Anareta, lo pseudonimo che questa ex campionessa del remo si è guadagnata durante la sua carriera da atleta professionista, quando gareggiava per aggiudicarsi la prestigiosa bandiera rossa.

Un lavoro artigianale, curato nei minimi dettagli quello a cui Anna si dedica da quando ha smesso di competere nel mondo delle regate. Un lavoro a cui è molto legata perché, come lei stessa racconta «Mi piace pensare che se qualcuno gareggia per vincere un premio, quel premio deve poi essere bello, ricco di storia e di tradizione».

Ed è una tradizione, questa, che va oltre i confini veneziani perché le bandiere, i gonfaloni e i gagliardetti creati da Anna spesso vengono poi spediti in diversi angoli del mondo, dalla Cina all’America.

Le bandiere in palio quest’anno sono quasi pronte, mancano solo gli ultimi dettagli, le ultime piccole rifiniture e poi, ad aggiudicarsele, saranno i nuovi campioni del remo della Regata Storica di Venezia.

Compie 60 anni il Premio Campiello, il prestigioso riconoscimento letterario che sabato 3 settembre, sul palco del Gran Teatro La Fenice, sarà assegnato a uno dei cinque finalisti in gara

Venezia, 1 settembre 2022 – Sessant’anni di pagine scritte, di pagine lette, sessant’anni di storie, di autori, di attese e di cerimonie. Compie 60 anni il Premio letterario Campiello, istituito nel 1962 per volontà degli Industriali del Veneto con lo scopo di ritagliare un preciso spazio per l’imprenditoria veneta nel mondo culturale italiano. Nella sua storia, il Premio Campiello ha provato la validità delle sue scelte culturali segnalando all’attenzione del grande pubblico numerosi autori e romanzi che hanno segnato la storia della letteratura italiana. 

Sabato 3 settembre alle 20.30, sul palco del Teatro La Fenice, si terrà la cerimonia di premiazione della 60esima edizione: Francesca Fialdini, conduttrice televisiva, volto noto di Rai1, presenterà per la prima volta la cerimonia di premiazione del vincitore del Campiello 2022, affiancata dal cantante e musicista Lodo Guenzi. La serata verrà trasmessa in diretta televisiva su Rai 5 sabato 3 settembre dalle 20.45. 

Come sempre, sono 5 i finalisti che si contenderanno il prestigioso riconoscimento: “Nova” di Fabio Bacà (Adelphi), “La foglia di fico” di Antonio Pascale (Einaudi), “Stradario aggiornato di tutti i miei baci” di Daniela Ranieri (Ponte alle Grazie), “Il tuffatore” di Elena Stancanelli (La Nave di Teseo), “I miei stupidi intenti” di Bernardo Zannoni (Sellerio). 

La prima edizione si svolse nel 1963 a Venezia nell’isola di San Giorgio e vide premiare il romanzo di Primo Levi “La Tregua”. Da allora, molta strada è stata fatta e oggi il Premio è ritenuto uno tra i più prestigiosi d’Italia e tra i più importanti nel panorama editoriale italiano ed è un canale con il quale si intende offrire un contributo alla promozione della narrativa italiana, incentivare e diffondere il piacere per la lettura. 

La formula per decretare il vincitore non è mai cambiata nel corso delle numerose edizioni ed è frutto del lavoro di una duplice giuria, una tecnica e una popolare. La prima preposta a nominare i cinque finalisti scelti tra quanti, secondo i termini del bando di concorso, vengono indicati ammissibili al premio; la seconda, che varia ogni anno e composta da 300 lettori, chiamati a scegliere il vincitore, e i cui nomi rimangono segreti fino alla sera della cerimonia, a garantire la totale indipendenza di giudizio. 

Tra i vincitori delle 60 edizioni anche dei veneziani: come lo scrittore Alberto Ongaro, che nel 1986 ha conquistato tutti con il suo romanzo “La Partita”; oppure Andrea Molesini e il suo “Non tutti i bastardi sono di Vienna” che si è aggiudicato l’edizione 2011. 

La curiosità: l’origine del nome 

Nato a Venezia, il Premio aveva bisogno di un simbolo veneziano: il copyright è di Edilio Rusconi, allora giornalista e non ancora editore, che fece parte delle prime giurie e che trovò nel tipico spazio della vita pubblica veneziana, il campiello appunto, lo spunto giusto per definire una manifestazione culturale. Il nome doveva sottolineare la partecipazione decisiva di 300 lettori per la scelta del vincitore, la Giuria popolare, e il legame con la città in cui il Premio è nato. Il campiello, infatti, nella tradizione veneziana ha sempre rappresentato il luogo d’incontro, di scambio culturale e mercantile per eccellenza. 

Il nome “Campiello” richiama anche l’idea del teatro di Carlo Goldoni: la Venezia settecentesca delle calli e dei campielli, col suo mondo affollato da personaggi di ogni ceto sociale di cui l’autore seppe ben rappresentare vizi e virtù. E così nome e legami tornano anche nel Premio che viene consegnato al vincitore. Il Premio che viene attribuito al vincitore è la riproduzione in argento del pozzo veneziano ancora presente in molti campielli, “la vera da pozzo”; fondamentale per la città in quanto unica fonte di approvvigionamento dell’acqua potabile. Iconograficamente il premio si ispira alla vera da pozzo di San Trovaso, nel sestiere di Dorsoduro a Venezia. 

90 anni di Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di  Venezia raccontati attraverso le carriere  di nove sceneggiatrici, registe e attrici

Venezia, 31 agosto 2022 – La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia parla al femminile. Il Lido di Venezia, dal 31 agosto al 10 settembre, si colora di cinema grazie alla 79esima edizione del primo festival cinematografico mai organizzato al mondo, nel 1932, che nel corso della sua storia ha subito delle interruzioni a causa anche dei conflitti mondiali. A guidare quest’anno la giuria sarà la pluripremiata attrice americana Julianne Moore. Prima di lei, otto tra attrici, registe e sceneggiatrici hanno presieduto la giuria del festival, premiando interpreti, registi e pellicole e contribuendo a scrivere la storia della settima arte nel mondo.  

La prima tra tutte è stata la sceneggiatrice italiana Suso, al secolo Giovanna Cecchi D’Amico, che con più di trent’anni di carriera alle spalle, un fedele sodalizio con Luchino Visconti e numerose sceneggiature di successo, nel 1980 è stata la prima donna al timone della giuria della 37esima edizione del festival. Una professionista attenta, che ha descritto il Novecento italiano in pellicole di successo, come Ladri di biciclette e Il Gattopardo.   

Passeranno sette anni prima che un’altra donna, questa volta un’attrice, prenda le redini della giuria. Arrivava dalla Grecia, donna dal temperamento forte e con un talento unico per la recitazione che la portò nell’Olimpo del teatro e della tragedia greca a soli 20 anni. A presiedere la giuria della 44esima edizione del festival fu Irene Papas, che in quell’edizione consegnò ben due Leoni d’oro alla carriera ai registi Luigi Comencini e Joseph Leo Mankiewicz.   

Sul finire degli anni ’90, la protagonista del tavolo dei giurati della 54esima edizione del festival veneziano fu la pluripremiata cineasta neozelandese Jane Campion, scelta come presidente di giuria della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Figlia d’arte, un’infanzia passata tra attori di teatro, vinse una Palma d’oro nel 1993 e poi un Oscar per la migliore sceneggiatura del film Lezioni di piano, che la consacrarono come una delle registe più apprezzate nel panorama della settima arte. 

Dalla cinepresa al set, nel 2002 a presiedere la giuria del festival fu un’attrice che critici e giornalisti del mondo dell’arte cinematografica definirono come la reincarnazione perfetta di una Cina misteriosa e affascinante e che proprio a Venezia, dieci anni prima, vinse la Coppa Volpi come miglior attrice. A guidare la giuria durante la 59esima edizione del festival fu Gong Li, con un vero e proprio ritorno trionfale nella città lagunare che l’aveva premiata non solo nel 1992, ma anche nel 1991 con il Leone d’argento per Lanterne Rosse.   

E dall’Oriente si ritorna in Occidente con un’icona internazionale, premiata per la prima volta proprio a Venezia con una Coppa Volpi per aver interpretato magnificamente Marianne in Place Vendôme. Catherine Deneuve - che proprio quest’anno, nell’anniversario dei 90 anni del festival, riceverà il Leone d’oro alla Carriera – fu la quinta donna a presiedere la giuria durante la 63esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia nel 2006, tornando al Lido in veste di presidente.   

Undici anni dopo, il testimone portato da Catherine, viene raccolto da un’altra star internazionale: Annette Bening. È il 2017, la mostra è ormai volta alla sua 74esima edizione e Annette ne presiede la giuria. Quattro candidature all’Oscar, un “Bafta” ricevuto come migliore attrice protagonista, uno “Screen Actors Guild Award” per la migliore attrice cinematografica e due Golden Globe spalancano alla Bening i cancelli del festival. Interpretazioni indimenticabili le sue, che hanno lasciato il segno e incantato generazioni di spettatori guardandola recitare accanto a icone hollywoodiane come Michael Douglas, Kevin Costern e Meg Ryan. 

Lucrecia Martel e Cate Blanchett sono state le ultime due donne, protagoniste del mondo del cinema, a presiedere la giuria del festival durante la 76esima e la 77esima edizione del festival. La prima arriva dall’Argentina, ha esordito nel 2001 come regista ed è subito stata consacrata come colei che è riuscita a riportare in auge il nuovo cinema argentino. La seconda, invece, ha all’attivo una Coppa Volpi, due Oscar e tre Golden Globe che hanno segnato il suo cammino di interprete fin dai tempi di Elizabeth. 

Otto donne, attrici, registe e sceneggiatrici che hanno scritto e continuano a scrivere, copione dopo copione, sceneggiatura dopo sceneggiatura, la storia nel mondo del cinema. Otto donne che, in questa 79esima edizione che marca i 90 anni del festival, hanno un’altra erede. Sguardo intenso, chioma rossa e talento da vendere, quest’anno a presiedere la giuria della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia sarà Julianne Moore, indimenticabile in Still Alice e pluripremiata in tutti i festival cinematografici del mondo, inclusa Venezia. 

La storia di Flavia Paulon, la Dogaressa della Mostra del Cinema di Venezia

Venezia, 30 agosto 2022 – Si chiamava Flavia Paulon ed è stata l’unica donna ad aver avuto un ruolo nella prima edizione della Mostra del Cinema di Venezia del 1932. Appassionata, ironica e con un entusiasmo irrefrenabile, Flavia si fece spazio in un mondo dominato da uomini, diventando l’anima di uno tra i festival cinematografici più importanti al mondo.  

“Le idee mi nascono come delle viole nel cervello e si moltiplicano” rispondeva Flavia, quando qualcuno le chiedeva come facesse ad avere sempre un’idea originale o una soluzione innovativa da provare, per rendere la Mostra del Cinema di Venezia o la Biennale d’Arte delle manifestazioni uniche al mondo.  

Critica, giornalista, saggista e studiosa del cinema, è nata e cresciuta a Londra, approdando a Venezia quando ormai era già un’adolescente. Visse circondata dall’arte e dalla cultura fin da bambina, nonostante fu grazie al suo arrivo nella città lagunare che iniziò ad avere un contatto diretto con il mondo dell’arte, quando la madre Sophia espose una sua opera alla Biennale.  

Dopo gli anni di studio al Liceo Marco Polo, Flavia iniziò a muovere i primi passi nel mondo del giornalismo, grazie alla collaborazione con la rivista “Lido”. Scrivere articoli in inglese le piaceva, le riusciva bene, era brava, veloce e precisa, caratteristiche che non passarono inosservate, soprattutto all’occhio esperto di Elio Zorzi, capo dell’Ufficio Stampa della Biennale d’Arte che la conoscerà proprio lì, tra le scrivanie della redazione di “Lido”.  

Iniziò con degli articoli pubblicati sulla rivista “Lido” e proseguì tra le sale del Palazzo del Cinema, la lunga e brillante carriera di Flavia Paulon nel mondo dell’arte cinematografica. Diventò un punto di riferimento per molti produttori, registi e artisti, tra cui i fratelli Lumière e la stessa Peggy Guggenheim, che proprio a lei chiese aiuto prima dell’acquisto di Palazzo Venier dei Leoni, quella che oggi è la Peggy Guggenheim Collection.  

Nessuno, nemmeno i direttori stessi conoscevano i segreti e la storia del festival come lei, alla quale tutti chiedevano un consiglio. E proprio lei, nel suo minuscolo ufficio sempre affollato di gente che proveniva da mondi e continenti diversi, sfornava idee, dava suggerimenti e selezionava le bobine dei film che registi e produttori le inviavano, scavalcando l’ufficio stampa, gli uffici e i direttori del festival, perché era l’opinione di Flavia l’unica che contava davvero. 

Si divise tra un matrimonio, quattro figli, e la sua carriera nel mondo dell’arte e del giornalismo, alla quale non rinunciò mai. La Dogaressa della Mostra del Cinema lavorò instancabilmente tra le mura del suo piccolo ufficio fino al 1987, fondando anche numerose manifestazioni cinematografiche, tra cui l’attuale Asolo Art Film Festival e continuando a organizzare il festival del Lido nei minimi dettagli, seduta alla sua storica scrivania, sempre con il sorriso sulle labbra, con un’ironia rara e piena d’entusiasmo, continuando a dare preziosi consigli a chiunque ne avesse bisogno.  

Domenica 4 settembre torna la Regata Storica, la gara su remi più antica della città di Venezia

Venezia, 29 agosto 2022 – Regata, Regata veneziana, Regata reale, e infine Regata Storica. Una manifestazione che attraverso i secoli ha spesso cambiato volto, ma che continua ad essere uno degli appuntamenti più prestigiosi ed attesi a Venezia, capace di richiamare ai lati del Canal Grande migliaia di curiosi, di tifosi e di veneziani. L’appuntamento quest’anno è per domenica 4 settembre alle ore 16, quando sfileranno lungo il Canal Grande le imbarcazioni storiche con figuranti in costume, le gondole e le imbarcazioni delle associazioni remiere di voga alla veneta. A seguire si svolgeranno le regate delle otto categorie in gara. 

La storia ci racconta che la tradizione delle regate a Venezia risale almeno al XIII secolo, come riportato dalle prime testimonianze scritte in cui si legge che nello “Splendor magnificissime Urbis Venetorum, die 16 septembris” viene “indicta regatta cum navigiis habentibus remos viginti". Dapprima organizzate come esercizio militare o come esibizione coreografica in onore di governanti o personalità in visita a Venezia, con relativa ostentazione di lusso e ricchezza, a ciò si aggiunge ben presto anche la connotazione di manifestazione sportiva. 

Se nel Rinascimento sono solitamente organizzate dalle varie “Compagnie della Calza”, ovvero delle società formate da giovani nobili veneziani per ravvivare le feste cittadine, a partire dal Seicento è lo stesso governo della Serenissima a farsene carico in prima persona, per celebrare una visita importante, una vittoria militare, l’elezione di un doge o qualche festa cittadina particolarmente sentita. 

L’ultima regata promossa dalla Repubblica di Venezia è del 1791, in onore dell’imperatore d’Austria, Leopoldo II d’Asburgo, del re di Napoli, Ferdinando IV, e del granduca di Toscana, Ferdinando d’Austria. Una regata viene poi organizzata nel 1807, in occasione dell’arrivo dell’imperatore francese Napoleone Bonaparte. Dopo l’annessione del Veneto al Regno d’Italia le regate di “voga in piedi” riprendono con vigore, non solo nei tradizionali specchi d’acqua del Bacino di San Marco e del Canal Grande, ma via via, nell’ultimo quarto dell’Ottocento, anche a Murano, Mestre, Castello e, dall’inizio del Novecento, a Burano, Pellestrina, Giudecca, Lido, Sant’Erasmo. 

Perciò, nonostante i complessi eventi storici che Venezia attraversò dopo la caduta della Serenissima, la cultura della regata è rimasta una tradizione a cui i veneziani non hanno rinunciato e che hanno voluto e saputo conservare fino ai giorni nostri. 

Il 1841 viene generalmente considerato l’anno di nascita della regata moderna, e di conseguenza della Regata Storica: è in questo momento infatti che la Congregazione Municipale di Venezia presenta richiesta alle autorità austriache affinché venga effettuata annualmente una “corsa di barchette lungo il Canal Grande a cura e a spese del Comune per incoraggiare i gondolieri a mantenere in onore la decantata loro destrezza”. La domanda viene accolta e la manifestazione si tiene il 20 giugno dello stesso anno. 

Tuttavia, passeranno molti anni perché la Regata Storica assuma i contorni attuali: la cadenza annuale, ad esempio, viene rispettata solo in brevi periodi (1841-47, 1874-81, 1889-93), spesso lo svolgimento della manifestazione resta legato ad un arrivo importante in città o fa da corona ad un avvenimento culturale o scientifico significativo, e non sempre è il Comune ad organizzarla, ma anche le associazioni di categoria (L’Unione esercenti nel 1904 e 1905) o addirittura qualche organo di stampa (Il Giornale d’Italia nel 1920). Anche il numero dei partecipanti cambia varie volte: otto nelle prime due edizioni (1841 e 1842); solo sette nel 1843 e dal 1857 al 1874; nove dal 1844 al 1856, e dal 1875 ad oggi. 

È a partire dal 1922 che ha cadenza annuale ed è organizzata dall’Amministrazione comunale, mentre la tradizione di svolgere la manifestazione la prima domenica di settembre comincia dal 1946. Il corteo acqueo in ricordo della regina di Cipro Caterina Cornaro, che nel 1489 aveva ceduto la sua corona alla Serenissima in cambio della signoria di Asolo, avviene per la prima volta verso la metà degli anni ’50 del Novecento. 

Alla Regata Storica tradizionale, ovvero la competizione riservata agli uomini su gondolini a due remi, nel corso degli anni si sono aggiunte varie gare, sempre molto sentite dai veneziani: quella delle Caorline a sei remi (dal 1951); dei Giovanissimi (dal 1976); delle Donne (dal 1977, anche se si erano già corse due gare, nel 1953 e 1954). A ogni competizione accedono, dopo le qualificazioni che si svolgono nell’arco dell’anno, nove imbarcazioni che si contendono le “bandiere”: ai primi classificati spettano quelle rosse, ai secondi le bianche, ai terzi le verdi e ai quarti le azzurre. 

Tre sono i momenti topici che ogni anno riempiono di emozione gli spettatori della Regata Storica che affollano le rive del Canal Grande: la “cavata”, il giro del “paleto” e l’arrivo alla “machina”. 

Seppure sia una gara lunga, che dura dai 35 ai 40 minuti, uno dei punti salienti della manifestazione sportiva è proprio alla partenza. Per questo motivo è fondamentale, per ogni equipaggio, effettuare al meglio la “cavata”, ovvero la progressione subito dopo lo start, all’inizio all’interno ognuno della sua corsia, e poi in campo aperto, dove si cerca di guadagnare la miglior posizione di entrata in Canal Grande. Ma l’esito della prima parte della cavata è determinato anche dalla buona sorte, visto che l’assegnazione delle corsie viene effettuata con sorteggio, e lo stesso movimento delle correnti determina una migliore o peggiore posizione. Nella seconda parte della cavata, quella in campo aperto, emerge invece la forza, il talento, il fiuto, dei vari equipaggi, nello scegliere anche la rotta più vantaggiosa. 

Il “paleto”, invece, è la bricola che viene posta nei pressi della stazione ferroviaria e che i regatanti devono oltrepassare prima di compiere la manovra di inversione della loro imbarcazione e intraprendere il percorso di ritorno sul Canal Grande, sino all’arrivo posto a Ca’ Foscari. È tradizionalmente uno dei momenti più delicati, ed insieme spettacolari, della gara, perché rappresenta una delle ultime occasioni che si hanno per guadagnare posizioni in classifica. Inoltre, è un momento di massima attenzione anche per i giudici, che devono rilevare eventuali infrazioni commesse dai regatanti. 

La “machina”, infine, è per antonomasia il luogo dove si trova il traguardo e dove ci sono le bandiere che vengono assegnate ai vincitori (rosse per i primi, bianche per i secondi e verdi per i terzi, in onore del tricolore italiano). Di forma rettangolare, a tetto spiovente, e posizionata in prossimità dell’università Ca’ Foscari, nel corso degli anni si è affermata anche come il posto più ambito per assistere alla Regata Storica, nonché luogo di incontro mondano, con la possibilità di sedere a poca distanza da autorità e personaggi del mondo politico e della cultura. 

 

Per maggiori informazioni sulla Regata Storica, visitare il sito ufficiale www.regatastoricavenezia.it/  

 

Le attrici che hanno fatto la storia della Mostra del Cinema di Venezia

Venezia, 26 agosto 2022 – Sono icone di stile che hanno segnato epoche, che hanno divertito, a volte fatto scalpore ma, soprattutto, emozionato. Le attrici che hanno fatto la storia di Venezia, città dalla bellezza senza tempo nonostante abbia da poco compiuto più di 1600 anni, hanno calcato il red carpet del Lido con fascino, eleganza e talento. Da Katharine Hepburn ad Anna Magnani le madrine della Mostra del Cinema di Venezia si sono sempre contraddistinte per la loro passione per il cinema, per la loro indipendenza e genialità, edizione dopo edizione.  

La prima donna al mondo a ricevere quella che all’epoca era la prestigiosa Coppa Mussolini durante la seconda edizione della Mostra del Cinema nel 1934, fu Katharine Hepburn. Talentuosa, figlia di una suffragetta e cresciuta in una famiglia che da sempre la spronava a dire onestamente ciò che pensava senza paura, Katherine vinse interpretando proprio la rivoluzionaria Jo March in Piccole Donne, uno tra i film più celebri della storia del cinema internazionale. Solo tre anni dopo i Bette Davis Eyes incantarono il Lido con fascino e talento regalando due Coppe Volpi (il nuovo nome della Coppa Mussolini) nella stessa edizione proprio all’attrice statunitense Bette Davis, che stabilì così un record tutt’ora imbattuto.  

Amata, espressiva e indimenticabile in Mamma Roma di Pier Paolo Pasolini è stata Anna Magnani, la prima donna italiana a ricevere la Coppa Volpi a Venezia come miglior attrice. Se la aggiudicò grazie alla sua interpretazione con L’onorevole Angelina, e da qui iniziò la sua ascesa nel panorama cinematografico nazionale e internazionale che la porterà fino alla notte degli Oscar.  

Qualche anno dopo, a ridosso degli anni Sessanta, approdarono qui, nella magia di quella che era l’isola del Lido, tre vere e proprie dive del cinema internazionale. Insieme, nella stessa edizione, Brigitte Bardot, Gina Lollobrigida e Sophia Loren, rubarono la scena ai loro colleghi trasformando Venezia in un vero e proprio set cinematografico nel quale loro erano le attrici protagoniste. BB era al suo debutto, che non le valse alcuna vittoria ma la consacrò come attrice e, soprattutto, icona di stile. Era di casa a Venezia invece Gina, tra le prime attrici a rendere celebre il cinema italiano all’estero. Il 1958 però fu l’anno di Sophia, che con Orchidea Nera vinse la Coppa Volpi, dando il via alla sua carriera di attrice di successo. 

Nell’Olimpio delle premiate durante il decennio dorato ci sono anche Claudia Cardinale e Monica Vitti. La prima, da sempre contesa da due giganti del cinema come Luchino Visconti e Federico Fellini e la seconda, musa di Michelangelo Antonioni e compagna di avventure di Alberto Sordi. Entrambe hanno ricevuto il Leone d’Oro alla carriera nei primi anni 90 per aver segnato un’epoca e, senza dubbio, la storia del cinema italiano.  Tra loro anche Marlene Dietrich, Silvana Mangano, Giulietta Masina, Shirley MacLaine e Catherine Deneuve.  

Talentuose, di classe, e spesso controcorrente, queste interpreti hanno lasciato un segno indelebile nella storia di Venezia e della sua Mostra del Cinema, lasciando un’eredità senza eguali alle attrici del futuro.  

Compie 90 anni la Mostra del Cinema di Venezia, pronta a riaccendere i riflettori per la 79esima edizione

Venezia,  25 agosto 2022 – É il 6 agosto 1932, popolano la terrazza dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia Greta Garbo, Clark Gable, Joan Crawford e Vittorio de Sica, invitati d’onore alla prima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale. Sullo schermo Grand Hotel, Frankenstein e Dr. Jekyll and Mr. Hyde, pellicole che segneranno generazioni di registi e attori, diventando nel tempo grandi classici cinematografici.  

Sono passati 90 anni e 18 mila film dalla prima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia - si chiamava così nell’estate del 1932, prima di assumere due anni dopo, il nome ufficiale di Mostra -, che con stile, creatività e coraggio volge quest’anno alla sua 79°edizione. Un festival fatto di alti e bassi, che nella sua lunga vita ha attraversato un conflitto mondiale, le tensioni dei moti del ’68 e le crisi economiche degli anni ’80 e ’90. Un festival, questo, che però non ha mai perso il suo spirito indipendente e avvincente, che ha creato nuovi spazi, plasmato una nuova idea di cinema italiano e lanciato molti futuri Oscar. 

Un evento cinematografico amato non solo dai divi del cinema ma anche dai veneziani, che sin dai primi anni Cinquanta grazie alla costruzione della nuova arena del cinema, hanno potuto partecipare alle proiezioni dei film in gara. In 90 anni Venezia e la sua Mostra hanno cavalcato le trasformazioni, le tendenze cinematografiche e la tecnologia, basti pensare che già nel 1938 proprio qui sbarcò il cinema tridimensionale.  

Quest’anno, la regina dei festival cinematografici, accenderà i riflettori il 31 agosto, illuminando uno dei red carpet più famosi al mondo e dando il via agli undici giorni di festeggiamenti che da 90 anni popolano l’isola veneziana del Lido fino al 10 settembre, con l’attesissima cerimonia di premiazione dei film in gara. Un anniversario unico, questo, per ricordare il primo festival del cinema al mondo, nato in una città che da sempre è pioniera nell’arte e nell’innovazione.  

Di seguito un breve racconto che ripercorre i 90 anni della Biennale Cinema, dalle sue origini fino ad oggi. 

La prima Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica risale al 1932 nell’ambito della diciottesima Biennale di Venezia. Il festival, denominato "1ª Esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica", nacque da un’idea del presidente della Biennale di allora, il conte Giuseppe Volpi, dello scultore Antonio Maraini, segretario generale, e di Luciano De Feo, segretario generale de L'Unione Cinematografica Educativa (emanazione della Società delle Nazioni con sede a Roma), concorde sull’idea di svolgere la rassegna nella città lagunare e primo direttore-selezionatore. 

L’edizione del 1932 si svolse dal 6 al 21 agosto 1932 e fu la prima manifestazione internazionale di questo tipo: si svolse interamente sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia e, anche se non era una rassegna competitiva, nel cartellone c’erano titoli che fecero la storia del cinema. Tra questi, vale la pena ricordare Probito del grande regista statunitense Frank Capra, Grand Hotel di Edmund Goulding, Il Campione di King Vidor, il primo e inimitabile Frankestein di James Whale. Alle serate erano presenti gli attori protagonisti dei film che fecero arrivare al Lido oltre 25mila spettatori: si parla dei maggiori divi internazionali dell’epoca come Greta Garbo, Clark Gable, Fredric March, Loretta Young, John Barrymore, Joan Crawford, senza dimenticare l’idolo italiano Vittorio De Sica e il grande Boris Karloff, passato alla storia per il suo ruolo del mostro nel primo Frankestein. Il primo film della storia della Mostra, che venne proiettato la sera del 6 agosto 1932, fu Il dottor Jekyll (Dr. Jekyll and Mr. Hyde) di Rouben Mamoulian. Il primo film italiano, Gli uomini, che mascalzoni… di Camerini, venne presentato invece la sera dell’11 agosto 1932. 

In mancanza di una giuria e dell'assegnazione di premi ufficiali, introdotti solamente più tardi, un referendum indetto dal comitato organizzatore, presieduto da Attilio Fontana dell'Ice (Istituto del Commercio Estero), svolto tra il pubblico accorso alla rassegna, decretò come miglior regista il sovietico Nikolaj Ekk per il film Il cammino verso la vita, mentre il film di René Clair A me la libertà venne eletto come il più divertente. Come migliore attrice fu premiata Helen Hayes, come miglior attore Fredric March; il film “più commovente” risultò essere la pellicola americana Il fallo di Madelon Claudet di Edgar Selwyn. 

La seconda edizione si svolse due anni dopo, nel 1934, e fu la prima rassegna competitiva: i Paesi rappresentati erano 19 e i giornalisti accreditati più di 300. Dal 1935 la Mostra diventò annuale, segno evidente del successo internazionale della manifestazione. In quello stesso anno venne istituita la Coppa Mussolini per il miglior film straniero e italiano, ma non esisteva una vera giuria. Era la presidenza della Biennale che decretava i vincitori dei premi. Oltre alla Coppa Mussolini, vennero distribuite le Grandi Medaglie d'oro dell'Associazione nazionale fascista dello spettacolo, inoltre i premi per le migliori interpretazioni e giovani registi alla loro opera prima. 

Con il crescere della notorietà e del prestigio della rassegna, crebbe anche il numero di opere e dei Paesi partecipanti in concorso. A partire da questa edizione, però, e fino al Dopoguerra, alla Mostra non parteciparono più i film sovietici, mentre il prestigioso premio per gli attori assunse la denominazione di Coppa Volpi, dal cognome del conte Giuseppe Volpi, padre della rassegna. 

Di edizione in edizione, molte furono le innovazioni della Mostra: nel 1937 venne inaugurato il nuovo Palazzo del Cinema, opera dell’architetto Luigi Quagliata, costruito a tempo di record secondo i dettami del Modernismo, diffusosi all’epoca e mai più abbandonato nella storia della rassegna, tranne che tra il 1940 ed il 1948. 

Gli anni Quaranta rappresentarono uno dei momenti più difficili del festival a causa delle guerre in corso: le edizioni del 1940, 1941 e 1942 si svolsero a Venezia, ma lontano dal Lido. Pochi furono i Paesi partecipanti. La mostra riprese a pieno regime nel 1946 a seguito della conclusione della guerra, ma le proiezioni si svolsero stavolta al cinema San Marco, a causa della requisizione del Palazzo del Cinema da parte degli Alleati. 

L’edizione del 1946 per la prima volta si svolse nel mese di settembre, a seguito dell’accordo con il neonato Festival di Cannes, che proprio nella primavera del ‘46 aveva organizzato la sua prima rassegna. Nel 1947 la mostra si tenne al Palazzo Ducale, in una splendida e unica cornice, raggiungendo un record di novantamila presenze. Il 1947 vide anche ripristinata la Giuria internazionale per assegnare il Gran premio internazionale di Venezia. 

La crescita della Mostra e la sua importanza sempre maggiore portarono a una richiesta di maggiori spazi: tra il 2000 e il 2001 la direzione si concentrò su un forte rafforzamento delle infrastrutture, affiancando ai palazzi storici nuove ampie sedi, ristrutturate o create appositamente per il festival, migliorando i collegamenti tra le diverse zone e portando lo spazio totale a disposizione della rassegna ad oltre 11.000 metri quadrati. 

Ritorna la tradizione del Disnar per la Storica, il ritrovo conviviale che venerdì 26 agosto farà sedere a tavola, in tutta la laguna, regatanti e appassionati della voga

Venezia, 24 agosto 2022 - Una grande festa della venezianità, all’insegna della condivisione, della convivialità, ma anche della voga alla veneta e della tradizione. Questo è, in sostanza, il Disnar per la Storica, il ritrovo conviviale organizzato per i regatanti alla vigilia della gara, ormai da tempo uno dei riti meno “pubblici”, ma più sentiti dai partecipanti e dagli appassionati della Regata Storica. Venerdì 26 agosto 2022, in diversi punti della città storica, insulare e terraferma, verranno predisposte grandi tavolate auto-organizzate per mangiare in compagnia, in attesa dell’importante manifestazione sportiva di domenica 4 settembre 2022. L’evento è promosso dalle associazioni cittadine e dalle remiere, con la partecipazione dei regatanti, il patrocinio del Comune di Venezia e in collaborazione con Veritas e Vela spa. 

Nato in origine, probabilmente, per dar modo anche ai regatanti più poveri di competere alla pari con gli altri, ingerendo un pasto ricco e corroborante prima della gara, il “Disnar”, ovvero il “desinare”, ha assunto con gli anni altre valenze e significati. Basti pensare che, a conclusione del ritrovo conviviale del 22 luglio 1893, l’allora sindaco di Venezia Riccardo Selvatico pronunciò quella che ancora oggi viene considerata una delle più belle poesie scritte sulla Regata, trasformando l’evento in un momento di cultura. 

Un altro noto e assiduo partecipante dei Disnar, all’inizio del Novecento, fu il conte Giuseppe Volpi di Misurata, presidente della Biennale di Venezia tra il 1903 e il 1943 e ideatore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. In queste occasioni, però, egli amava spesso dimenticare cariche e formalità, parlando e scherzando con i regatanti in dialetto. 

Anche in tempo di guerra la tradizione del Disnar è stata rispettata: seppur con un menù molto meno sostanzioso, e in uno squero invece che in un ristorante, i regatanti si sono ritrovati e hanno mangiato assieme prima della gara. 

Risoto coi figadini, carne coi pevaroni, figà garbo e dolse in tortiera, polastro rosto co la salata, dolse e fruti: questo è solo un esempio di menù del Disnar organizzato per i regatanti del passato. Mentre consumavano un pasto sempre succulento, ovviamente dedicato alle specialità veneziane, gli atleti avevano modo non solo di fraternizzare, ma anche di studiarsi, di capire, magari da uno sguardo o da qualche battuta, il grado di forma degli altri equipaggi. 

Oggi, invece, il ritrovo è ancora più all’insegna della convivialità e ogni famiglia, ogni cittadino veneziano, ogni appassionato può portare cibo e bevande per sé e per metterle in comune con gli altri. Le tavolate sono libere e gratuite, e sono allestite in vari luoghi della laguna veneziana: Jesolo, Cavallino, Burano, Murano, Cannaregio, San Polo, Giudecca, Castello, Dorsoduro, Lido e Pellestrina. Già nel pomeriggio si possono fare prove di voga anche con i campioni e le campionesse, mentre la serata è solitamente un momento di informazione per tutto il mondo della voga. 

Venerdì 26 agosto le remiere promuoveranno i propri atleti e attività e metteranno a disposizione posti in barca per la Regata Storica di domenica 4 settembre. Saranno inoltre presentati gli equipaggi partecipanti e interverranno alcuni dei protagonisti. Infine, verranno proiettati filmati e fotografie sulla storia delle regate, sulla stagione remiera 2020 e sulle regate ed eliminatorie del 2022.

Per maggiori informazioni consultare il sito: www.disnar.org  

Luisa Mattioli, diva del cinema e moglie del sette volte 007 Roger Moore

Venezia, 23 agosto 2022 - Una donna di talento e diva del cinema, al centro del gossip di Hollywood e di Cinecittà: è Luisa Mattioli, nata a San Stino di Livenza, in provincia di Venezia. Collezionò una lunga serie di successi cinematografici e fu protagonista di una delle storie d’amore più celebri di tutti i tempi, quella con il sette volte 007 Roger Moore. 

Luisa Mattioli mosse i primi passi nel mondo del cinema negli anni Cinquanta, dopo essersi diplomata presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Debuttò in “Napoli sole mio!” per poi fare la sua comparsa in “Presentimento” e in “La notte del grande assalto”. Fra i suoi ruoli di successo “Mia nonna poliziotto” del 1958, “I fratelli corsi” del 1961, “Un branco di vigliacchi” del 1962 e il famoso “Il ratto delle Sabine”, set in cui lavorò a stretto contatto con Roger Moore, il suo futuro marito.  

La loro love story fu un vero e proprio richiamo per i paparazzi che assaltavano gli stabilimenti di Cinecittà per immortalarli mano nella mano. I due convolarono a nozze l’11 aprile 1969 a Londra, un matrimonio che durò ventiquattro anni e che diede alla luce tre figli: Deborah Maria Luisa, Geoffrey e Christian. 

La sua esperienza da attrice si concluderà nel 1963 con "Bikini pericolosi" e nel 1993 si separò dall’attore di James Bond, anche se il divorzio venne ufficializzato solamente nel 2002. Un legame indissolubile, quello fra i due, che si riconciliarono poco prima della morte di lui, avvenuta nel 2017.  

Una vita sotto i riflettori e una carriera dedicata al cinema, Luisa Mattioli restò per sempre il simbolo di libertà, allegria e della Dolce vita italiana. 

Al Museo Archeologico Nazionale di Venezia si svelano i misteri di antiche iscrizioni romane e del loro reimpiego edilizio

Venezia, 22 agosto 2022 – Ogni pietra di Venezia ha una storia da raccontare. Perché in una città che sorge sull’acqua il materiale edilizio deve essere appositamente importato, oggi come allora, e il suo riutilizzo è da sempre all’ordine del giorno. Lo sanno bene Lorenzo Calvelli, professore all’Università Ca’ Foscari ed esperto di epigrafia latina, e il Museo Archeologico Nazionale di Venezia, che nel suo cortile custodisce alcuni dei più interessanti reimpieghi epigrafici ritrovati nella città lagunare. Insieme, nell’ambito del ciclo d’incontri informali intitolato “Storie di Piazza San Marco” e dedicato alla scoperta dei lati più insoliti della celebre piazza, svelano ai visitatori del museo i misteri di antiche iscrizioni latine e del loro reimpiego. 

Contrariamente a molte altre città italiane, Venezia non sorge su un insediamento antico di origine greco-romana, sotto la città ci sono le barene. Già questo sarebbe sufficiente a renderla unica nel panorama sia nazionale che mediterraneo; e tuttavia, nel corso dei secoli sono arrivati moltissimi materiali edilizi di epoca greco-romana, soprattutto dalla vicina città di Altino, che sono stati utilizzati per la costruzione di edifici, vere da pozzo, o per abbellire la città stessa.  

Un esempio lampante è la struttura originaria del “Paron de casa” risalente al IX-X secolo che, come si scoprì in seguito al crollo del 14 luglio 1902 e allo scavo delle fondazioni, fu edificata con materiali di reimpiego. Per l’occasione, si chiamò a sovrintendere i lavori l’archeologo veneziano di fama mondiale Giacomo Boni, già autore degli scavi del Foro Romano e del restauro di Palazzo Ducale, il quale appurò proprio l’utilizzo di mattoni bollati e pietre di epoca romana. 

Di questa importante scoperta ne resta testimonianza una stele funeraria in pietra, inserita nel quarto gradone del basamento del campanile e oggi custodita al Museo diocesano d'arte sacra Sant'Apollonia. Ricavata da un blocco di calcare di Verona, la lapide era spezzata in basso, e sono giunte a noi solo nove righe di testo, in cui si ricorda Lucio Ancario, figlio di Caio, cittadino romano iscritto alla tribù Romilia, che in passato aveva ricoperto importanti cariche militari, civili e religiose nella colonia di Ateste, l’odierna Este. 

Anche molte delle più vecchie vere da pozzo veneziane sono frutto della rilavorazione di basi di statua, rocchi di colonna, altari votivi o funerari. È il caso, per esempio, di un’urna cineraria a cassetta, conservata nel cortile del Museo Archeologico Nazionale di Venezia. Databile tra I-II secolo d.C, la sua storia resta ancora leggibile sulla superficie della pietra, dove sono poste due iscrizioni, in una sorta di dialogo a distanza tra donne. Se da un lato si riesce a decifrare che Hicete Terenzia, schiava liberata di Caio, ordinò che fosse fatto per testamento un monumento funerario per sé stessa, la madre, il padre e la sorella, dall’altro si documenta il trasferimento di quella che ormai era diventata una vera da pozzo al monastero delle benedettine di Ognissanti, nel sestiere di Dorsoduro, avvenuto all’epoca della badessa Pacifica Barbarigo nel 1518. 

Alla destra della riutilizzata vera da pozzo si trova invece un sarcofago in pietra d’Istria proveniente da Pola, databile attorno al III secolo d.C. Anche qui c’è una storia che aspetta solo di essere raccontata: Marco Aurelio Eutyches e Aureliana Rufena hanno posto per sé stessi questo sarcofago di comune accordo, avendo passato una vita intera senza aver mai litigato. Sono iscrizioni che testimoniano la quotidianità dell’epoca romana, un tema forse privo di fascino per i grandi autori latini come Cicerone o Seneca, ma che per una coppia di sposi di famiglia patrizia veneziana del Cinquecento come Francesco Soranzo e Chiara Cappello assume un significato particolare. Infatti, vedendo il manufatto a Pola, la coppia decise di portarselo a Venezia, trasferendolo nella chiesa di San Polo, e di usarlo come proprio, incidendo sul coperchio un’iscrizione funeraria per sé stessi. Ed ecco quindi che un manufatto di epoca romana arriva a raccontare una rara storia di amore coniugale, anzi due. 

È con l’attrice Albertina Bianchini che a Venezia sbarca il teatro futurista

Venezia, 19 agosto 2022 – Albertina Schreiber, in arte Albertina Bianchini, cambiò il mondo della recitazione di inizio Novecento partendo da Venezia, dove portò in scena commedie nuove, figlie di un teatro futurista che andava oltre gli schemi tradizionali.

Lungimirante e talentuosa, a soli 27 anni era già prima attrice della compagnia veneta Serenissima grazie alla quale si fece strada in un mondo, quello dello spettacolo, che all’epoca dava poco spazio alle autrici di commedie nuove e futuriste, estranee al concetto comune di opera teatrale.  

Un mestiere, la recitazione, che per la giovane Albertina significava passione, dedizione, studio e ricerca. Il suo viaggio ebbe inizio nella compagnia teatrale del padre Ferruccio, e continuò poi tra i teatri più famosi d’Italia con una compagnia che portava il suo stesso nome.  

Per alcuni maestra, per altri musa e per altri ancora “mattatrice e capocomica di molti meriti e qualità”, come amava definirla l’attore veneziano Emilio Zago, suo amico da sempre. Ed era proprio Venezia il luogo in cui le sue commedie venivano apprezzate e acclamate di più. A volte scritte e portate in scena da lei, e altre volte prodotte da grandi artisti come Gino Rocca, che le donò “Se no i xe matti no i voemo”, o Giacinto Gallina, che per lei scrisse “I oci del cuor”, opera interpretata poi dalla sua compagnia al Teatro Goldoni.  

Recitare era per lei naturale quasi quanto respirare. L’emozione che provava nell’attesa, nel dietro le quinte, poco prima di andare in scena era il motore del suo talento. Un’energia creativa autentica, la sua, capace di far emozionare platee di spettatori che in lei riconoscevano quella luce e quella verità che solo i veri interpreti possiedono.  

Una vita in costante fermento, su e giù dal palcoscenico che per lei era casa, sacrificio e ricerca. E fu solo dopo aver calato il sipario sulla sua carriera di attrice, che la madre del teatro futurista italiano decise di tramandare ciò che sapeva ai giovani attori che come lei avevano la recitazione nel sangue, e che presto avrebbero scritto la storia del teatro italiano.