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Venezia e le sue donne: una storia lunga 1600 anni

Venezia, 8 Marzo 2022 – Ha radici lontane la storia delle donne di Venezia, città che quest’anno celebra i 1600 anni dalla sua nascita. Da più di sette secoli la città lagunare garantisce diritti, indipendenza e libertà alle sue imprenditrici, alle sue poetesse, alle sue scrittrici e alle sue artigiane e oggi, nella giornata dedicata alle donne, inizia un lungo viaggio per raccontare, ad una ad una, alcune tra le storie delle donne che fecero grande la Serenissima. 

Non è un caso, quindi, che nacque proprio qui, tra le mura di Palazzo Corner Piscopia Loredan, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la prima donna al mondo laureata in filosofia.

È il 25 giugno del 1678 quando Elena, figlia di Zanetta Boni e di Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco e discendente della regina di Cipro Caterina Cornaro, si laurea all’Università di Padova. Parlava ben sette lingue e studiò con i migliori insegnanti della Repubblica Serenissima, alcuni dei quali aderivano all’Accademia degli Argonauti, all’epoca innovativa negli studi geografici. Tuttavia, nonostante la posizione di avanguardia della città lagunare come garante dell’emancipazione femminile, la conquista di Elena Lucrezia non fu affatto priva di ostacoli. Arrivò dal cardinale e cancelliere dell’Università di Padova, Gregorio Barbarigo, la più dura tra le opposizioni. Il cardinale, infatti, definì come uno «sproposito tale da renderci ridicoli in tutto il mondo far di una donna un “dottore”» la conquista della trentaduenne veneziana. Opposizione che obbligò Elena a rinunciare al titolo di dottore in teologia e ad accontentarsi, piuttosto, del titolo di magistra et doctrix in philosophia dopo la discussione magistrale di due delle tesi di Aristotele.  L’eccezionalità della conquista del titolo di dottore in filosofia da parte di una donna fece parlare e discutere per molto tempo tutto il continente, e passerà quasi un secolo prima che un’altra donna, Laura Bassi, possa seguire le orme della Piscopia. La passione di Elena per la conoscenza la portò a trasferirsi nella città di Padova, dove si divise tra studio e beneficenza fino alla sua morte, diventando simbolo dell’emancipazione femminile e della cultura a Venezia e nel mondo. Proprio a Venezia, Elena viene ricordata con una targa apposta all’esterno del Palazzo Corner Piscopia Loredan mentre a Padova, città che la rese celebre, viene onorata con una statua conservata all’interno del Palazzo del Bo. 

Essere donne a Venezia all’epoca della Serenissima significava avere una voce nella società, voce che veniva ascoltata, considerata e ammirata nel dibattito pubblico. Essere donne a Venezia significava anche avere il diritto di potestà sui figli, il diritto all’acquisto di una casa e soprattutto, il diritto alla cultura e allo studio. Secolo dopo secolo, grazie a questi diritti, le veneziane iniziarono a farsi spazio nella loro società poiché le donne erano «buone a tutto e del pari degli uomini» come sosteneva Elisabetta Caminer, giornalista, traduttrice, regista e tipografa. I “mestieri da uomini” diventarono anche i “mestieri da donne” nella letteratura, nell’artigianato e nell’arte, rendendole famose in tutta Europa. 

 

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Riapre Palazzo Fortuny, la dimora-laboratorio custode del genio creativo e della raffinatezza di Mariano Fortuny ed Henriette Nigrin

Venezia, 7 marzo 2022 - Preziosi tessuti in velluto di seta e cotone rivestono interamente le pareti del piano nobile. Raffinate lampade a sospensione in garza di seta stampata riversano una luce diffusa nelle stanze, evocando atmosfere esotiche. E poi dipinti, costumi di scena, fotografie, matrici per la stampa su tessuti, documenti e brevetti. Affacciato su Campo San Beneto, Palazzo Fortuny, la dimora-laboratorio della coppia di artisti formata da Mariano Fortuny ed Henriette Nigrin poi diventata parte del complesso dei Musei Civici Veneziani, è un vero e proprio scrigno che custodisce ancora oggi un importante pezzo della storia della moda e del tessuto di Venezia, che quest’anno celebra i suoi 1600 anni. Riaprirà le sue porte mercoledì 9 marzo 2022, dopo i necessari interventi conservativi al piano terra, fortemente danneggiato dall’Acqua Granda del novembre 2019, e al riallestimento dei piani superiori in senso filologico, con la restituzione delle sale alla memoria di Mariano Fortuny. 

Figlio d’arte e assai presto inserito nell’ambiente artistico parigino grazie alla madre, collezionista di stoffe antiche, e allo zio materno, pittore ritrattista, lo spagnolo Mariano Fortuny y Madrazo avvia il suo lungo sodalizio con Venezia nel 1889, quando appena diciottenne si stabilisce nella città lagunare assieme alla famiglia, iniziando a frequentare circoli accademici e cenacoli artistici internazionali: tra i suoi amici Gabriele D’Annunzio, Ugo Ojetti, Eleonora Duse, Hugo von Hofmannsthal, la marchesa Casati e Giovanni Boldini. A dieci anni di distanza, nel 1899, prende parte per la prima volta alla Biennale di Venezia, esponendo un ritratto nel padiglione spagnolo.

Ma il genio creativo di Mariano Fortuny non si limita alla pittura. A cavallo tra Otto e Novecento volge infatti lo sguardo alla scenografia e all’illuminotecnica, trovando nell’enorme sottotetto di Palazzo Pesaro degli Orfei, in seguito conosciuto proprio come Palazzo Fortuny, lo spazio ideale per le sue sperimentazioni.

La storia di questo edificio affonda le sue radici nella seconda metà del Quattrocento veneziano: costruito per volere del nobile Benedetto Pesaro, il palazzo nasce con caratteristiche di fondaco commerciale, con una facciata rivolta verso il rio di Ca’ Michiel e una più estesa, e tra le più rappresentative del gotico veneziano, su Campo San Beneto. Ampliato e trasformato nel corso dei secoli successivi, rimane residenza della famiglia Pesaro di San Beneto fino al XVIII secolo; a partire dal 1786, il palazzo diventa invece sede dell'Accademia Filarmonica degli Orfei. Al momento dell’occupazione di Fortuny, nel 1898, Palazzo Pesaro degli Orfei versa però in uno stato di degrado e decadenza: durante l’Ottocento ha infatti ospitato piccoli nuclei familiari di modeste condizioni, ed è necessariamente andato incontro a modificazioni strutturali interne che ne hanno frazionato lo spazio originario. Tuttavia, intuitene le potenzialità, Mariano Fortuny decide di acquistare prima lo studio e poi tutti gli spazi che piano piano vanno liberandosi, effettuando dei lavori di ristrutturazione per restituire equilibrio e proporzione alla struttura originaria.

È sempre all’interno di questo palazzo che nel 1907, assieme alla compagna e musa ispiratrice Henriette Nigrin, Fortuny dà inizio alla sua avventura nel settore tessile, allestendo il suo primo laboratorio per la stampa su tessuto. Dai preziosi velluti rinascimentali fino ai tessuti provenienti da culture lontane ed esotiche, l’artista trae modelli decorativi e disegni che, una volta stampati, imitano e reinventano l’antico manufatto operato, grazie a un personalissimo sistema di stampa dall’ineguagliabile resa materica e tridimensionale. Tra i più grandi successi dell’atelier Fortuny, che nel giro di pochi anni si espande fino ad occupare due interi piani di Palazzo Pesaro degli Orfei, c’è certamente il Delphos, l’iconico, semplice, abito monocromo ispirato all'abbigliamento greco e caratterizzato da una finissima plissettatura. Con un’annotazione autografa posta a margine del brevetto, Fortuny riconosce in Henriette Nigrin la vera ideatrice del celebre modello.

Nel 1956, dopo la morte di Mariano Fortuny, avvenuta nel 1949, l’edificio viene donato al Comune di Venezia per essere “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte”. Aperto al pubblico a partire dal 1975, il museo di Palazzo Fortuny si è caratterizzato nel corso degli anni come centro di attività espositive dedicate alle arti visive, conservando però intatte le caratteristiche dell’atelier di Mariano Fortuny.

A seguito di necessari interventi conservativi al piano terra, fortemente danneggiato dall’Acqua Granda del novembre 2019, e al riallestimento dei piani superiori in senso filologico, il museo riaprirà le sue porte mercoledì 9 marzo 2022 e sarà visitabile tutto l’anno con un percorso permanente e come sede espositiva di mostre temporanee dedicate alla contemporaneità. Sono inoltre previste due giornate ad ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria per sabato 12 e domenica 13 marzo 2022.

 

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Detti e modi di dire veneziani, 1600 anni di ironia che sopravvivono ancora oggi nelle espressioni dialettali 

Venezia, 4 marzo 2022 – “Ti xe un tagiatabari”, “Ti xe secco incandio”, “Andemo a bever un’ombra”, “All’epoca de Marco Caco”. Qualcuno dice che non si conosce bene un luogo se non se ne conosce qualche suo modo di dire. E a Venezia i detti e i modi di dire sono davvero centinaia. Molti sono scomparsi come “Andar in spadina” o “Andar a Patrasso co tutto”, qualcun altro è diventato talmente importante da essere italianizzato, come “Tagliare la testa al toro”, ma moltissimi sono ancora oggi in uso nelle espressioni dialettali quotidiane. Nei modi di dire veneziani traspira la storia della città che, come vuole la tradizione, affonda le sue radici 1600 anni fa. Ci sono l’acqua, le barche, il vino, il popolo, il tempo. Insomma, tutta la venezianità sta in poche parole, che diventano l’espressione genuina di intere generazioni: possono apparire superficiali, ma nascondono in realtà insegnamenti spiccioli e rispecchiano lo spirito schietto, pieno di inventiva e sempre ironico e autoironico, di una popolazione abituata a stare sull’acqua, a regnare per terra e per mare, a convivere con razze, religioni e culture diverse. 

A raccontarli sono Marco Trevisan, fondatore di Venipedia, e Maurizio Vittoria, presidente del Comitato Venezia per la tutela, la preservazione e la valorizzazione della cultura veneta e di Venezia.  

“Visto il periodo, possiamo ricordare i detti legati alla quarantena – raccontano – come “Metemola in quarantena o mandemola al lazzaretto”, ossia quando ci raccontano delle storie che non ci convincono i veneziani le mandano in quarantena per lasciar passare un po’ di tempo e verificare se queste storie sono effettivamente veritiere. Ma può anche significare lascia stare questa storia”. 

Ci sono i detti che strizzano l’occhio alla tradizione popolare, come “Ti xe bruta come la peste” che  deriva dalla presenza di una statua, sull’altare maggiore della Basilica della Salute, che rappresenta una vecchia brutta e sdentata e i veneziani avevano l’abitudine di indicarla ai bambini come la peste per far loro paura; oppure “Ti xe un tagiatabari” che trova le sue radici nel Settecento, perché pare che un gruppo di “sfaccendati”, di notte, si divertisse ad arrivare alle spalle dei nobili e tagliare i loro tabarri, ossia i mantelli con cui si riparavano dal freddo. “Tagiatabari” per un veneziano, da allora, significa parlare alle spalle di qualcuno. Poi ci sono i modi di dire che affondano le radici nei fatti storici. 

“Come “Seco incandìo”, che vuol dire essere magrissimo e deriva dalla storia dell’assedio dei Turchi su Candia, ora Creta, che durò più di 20 anni – continuano – e che ridusse alla fame il popolo dell’isola. L’avvenimento ebbe molta risonanza a Venezia, per le spese sostenute, ma soprattutto per gli stenti che dovettero subire gli isolani. Oppure il famoso “Andemo a bever un’ombra”, che si sente spesso risuonare nelle calli e tradotto sta per “Andiamo a bere un bicchiere di vino”. Dalla fine del 1300, sotto il campanile di San Marco c’erano le osterie ambulanti che servivano il vino su tavoli che venivano spostati durante il giorno secondo il movimento della sua ombra per non rovinare la bevanda. Si diceva: “Andemo a bever all’ombra” che nel tempo è diventato andemo a bever un’ombra”. 

Sempre molto in uso e legato alla storia di Venezia è “Duri i banchi”, un’espressione che si usa per incoraggiare e dare conforto a una persona in un momento difficile. Duri i banchi significa tener duro, andare avanti e il suo significato risale all’epoca della Serenissima, quando la città era regina dei mari e i vogatori erano seduti ai banchi, ossia alle panche. “Duri ai banchi” era l’incitamento o l’allarme che dava il capitano per avvertire i rematori che stavano per speronare e assaltare, oppure stavano per essere assaltati, e quindi dovevano tenersi saldi ai banchi. Il detto è stato poi compresso, come spesso succede, con “Duri i banchi”. 

Un altro detto storico ancora in uso è “Saver che ora che xe o te fasso veder mi che ora che xe”. Questa espressione dialettale risale sempre al periodo della Serenissima, quando le persone che si macchiavano di gravi reati venivano condannate a morte tra le colonne di Marco e Todaro, rivolti verso la Torre dell’Orologio affinché potessero vedere l’ora esatta della loro morte. Da allora è diventato un modo per dire “attento che te la faccio pagare”. 

“Ci sono poi le espressioni che nemmeno l’Accademia della Crusca riesce a tradurre o trovare un sinonimo – sorridono Trevisan e Vittoria – è il caso di “Saver da freschin” che si usa per indicare un particolare odore di qualcosa che va a male, un insieme di odori non particolarmente piacevoli. Ma siccome i veneziani sono ironici, viene declinato anche per prendere in giro una persona saccente che pensa di sapere tutto e gli si risponde “Cossa ti vol saver, ti sa da freschin”. 

Venezia, città delle nebbie fitte, è l’occasione per dare vita ad altre famose espressioni gergali. A Venezia la nebbia si chiama “caligo” e ci sono alcuni modi di dire che ancora oggi sono in uso tra gli abitanti: come “El xe perso per el caligo” per indicare una persona stralunata che non riesce a trovare la direzione come succede in presenza di nebbia, oppure “No sta filar caligo” che significa “non fissarti su una cosa” e deriva dal fatto che provare a “filare la nebbia” è una cosa impossibile. 

Poi c’è la Venezia con le sue caratteristiche morfologiche. Quando si dice “Sie ore la crese e sie ora la cala” ci si riferisce alla marea ma si usa anche per bollare una cosa come una banalità, perché per i veneziani è logico che sei ore l’acqua cresce e sei cala. Oppure “Andar de là de l’acqua” significa morire, perché Venezia è l’unica città ad avere il cimitero in un’isola. Quindi andare al di là dell’acqua ha un significato legato alla fine della vita di una persona. 

E ancora: è facile che qualche volta si possa sentire l’espressione “Ti ga una testa da batipali” che deriva dal fatto che a Venezia le paline vengono da sempre impiantate sul fondo della laguna e dei canali con grossi martelli o magli in legno. Quindi, indica una persona che ha la testa dura, che è testarda. Oppure “Ti xe una testa da marsion”, che si riferisce al ghiozzo, un pesce che vive sul fondo della laguna, ha la testa grande e si muove lentamente. Tacciare qualcuno di avere una testa da “marsion” vuol dire accusarlo di essere una persona non molto sveglia. 

“Un altro molto in uso tempo fa, ma adesso in disuso, è “No ti xe bon nianca de far triaca o da far triaca” – concludono i due veneziani – ovvero non sei nemmeno utile per fare la teriaca, che era la panacea di tutti i mali, un farmaco a cui la Serenissima teneva tantissimo e la cui ricetta era in mano solo a pochissimi farmacisti. La teriaca era composta da più di 60 ingredienti tra i più disparati, quindi il fatto di dire a qualcuno che non lo si può  utilizzare nemmeno per fare la teriaca vuol dire che è una persona di nessuna utilità, un buono a nulla”. 

E se passando nelle calli e sui ponti affollati da turisti si sente qualcuno gridare “’Vanti col Cristo che la procession s’ingruma” allora è il caso di affrettare il passo perché significa che i veneziani hanno fretta di passare e incitano a sbrigarsi e lasciare libero il passaggio.

 

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La Serenissima, regina anche del divertimento quando contro i bagordi del Carnevale si organizzavano processioni e messe

Venezia, 2 marzo 2022 – Carnevale e contro Carnevale. A Venezia era così. Contro i bagordi delle maschere e per scongiurare i peccati carnevaleschi, intervenivano numerosi parroci, il nunzio e il patriarca con funzioni religiose e processioni che venivano celebrate soprattutto durante il giovedì e il martedì grasso. Nelle chiese di San Salvatore, San Silvestro, della Pietà, dei Teatini alla Tana, di San Francesco della Vigna e dei Gesuiti si esponeva il Santissimo Sacramento e si rivolgevano le preghiere a Dio, mentre dall’oratorio degli Incurabili, alle Zattere, si snodava una processione suggestiva,  che si svolgeva via acqua. Lo racconta Lina Urban nel suo libro “Processioni e feste dogali”, che traccia una mappa delle celebrazioni festeggiate quando Venezia era Serenissima. La Repubblica di San Marco, che vanta 1600 anni di storia, più di qualsiasi altro stato europeo contava infatti il maggior numero di processioni e cortei, che abbinavano il culto civico a quello religioso e traevano origine da fatti storici, come ringraziamento per cessazioni di calamità o per solennizzare l’elezione del doge.

Tra queste, appunto, figurano anche le processioni durante il periodo del Carnevale, che vedevano scendere in campo i predicatori contro gli eccessi dei divertimenti. Il giovedì grasso, in Basilica di San Marco, veniva cantata una messa, detta della battaglia o della caccia, mentre in una stampa del 1682 si vede il Bacino di San Marco con barche e burchielli sulle quali si ergono delle allegorie che rappresentano la penitenza

Con la Quaresima, infatti, iniziava poi il periodo di penitenza in preparazione della Pasqua e nelle chiese veneziane i predicatori invitavano i fedeli alla privazione e al sacrificio. Ma Venezia era una città aperta come poche al divertimento e quindi, col Mercoledì delle Ceneri, dopo i tripudi del martedì grasso, ricominciavano in sordina certi divertimenti propri della Quaresima: i simposii, che consistevano in “passeggi, regate, corsi (sfilate), di barche e degustazione di piatti primaverili a base di pesce e insalate”. Di giorno si correvano regate su barche a un remo in canale della Giudecca, di sera i veneziani partecipavano ai corsi di gondole o di barche a quattro remi nei canali cittadini, principalmente lungo quello di San Pietro di Castello. In questo periodo, nelle principali chiese si preparavano i fedeli con particolari funzioni alla Pasqua: i quaresimali e gli oratori. Inoltre, tutti i veneziani si recavano, per fare penitenza, ai cosiddetti perdoni, che si svolgevano in molte chiese. I teatri erano rigorosamente chiusi: si poteva assistere solo a concerti vocali e strumentali, dedicati alla musica sacra, nei quattro “ospitali” cittadini (Mendicanti, Incurabili, Derelitti o Ospedaletto e Pietà), nati nel Medioevo e nel Rinascimento per assistere i poveri e i fanciulli abbandonati, che nel Settecento divennero dei veri e propri conservatori musicali, dove si esibivano le celebri “putte o figlie del coro”.

Ma pochi sanno che a metà Quaresima risorgeva per un giorno il Carnevale con un appuntamento alquanto insolito: una sorta di caccia alle donne vecchie e più rimbambite. Come ricorda Pietro Gradenigo, era un passatempo quaresimale per la plebe, che tuttavia denunciava una grande crudeltà. A queste cacce seguiva poi l’esposizione, su un palco di alcuni campi cittadini, di simulacri di vecchie in atto di filare, costruiti con stracci, supporti lignei e abbigliati in modo vistoso. All’imbrunire, queste figure venivano segate a metà busto tra suoni di trombe e tamburi e da queste usciva una grande quantità di “frutta e confezioni”. 

Simbolicamente, si condannava a morte quella che era indicata come la più decrepita del sestiere, ma era anche un rito da collegarsi agli usi propiziatori pagani all’aprirsi della nuova stagione. 

La storia del Capodanno veneziano (o cao de ano) che ai tempi della Serenissima si festeggiava il 1 marzo

Venezia, 1 marzo 2022 - Ai tempi della Repubblica Serenissima il Capodanno veniva festeggiato il 1 marzo. Originariamente, però, il giorno scelto per l’inizio del nuovo anno coincideva con quello del 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia, di cui quest’anno si festeggiano i 1600 anni, dell’Annunciazione e, secondo una leggenda greca, anche data della creazione del mondo.

Era proprio il 25 marzo, infatti, che secondo quanto riportano le Cronache Altinate del tredicesimo secolo, venne fondata Venezia con quello che viene considerato il suo primo simbolo di nascita: la chiesa di San Giacomo di Rialto. Il 25 marzo, inoltre, assume un significato metaforico importante di nascita divina e terrena in quanto anche giorno dell’Annunciazione di Maria oltre che della fondazione della di Venezia. Il 25 marzo del 421, poi, coincideva anche con il Lunedì di Pasqua assumendo, così, anche un significato simbolico di resurrezione. 

Solo successivamente si decise di anticipare il primo giorno dell’anno al 1 marzo per una comodità di calcolo.

Quella del 1 marzo è una data che faceva riferimento al calendario dell’Impero Romano che seguiva la stessa datazione per l’inizio dell’anno nuovo. I nomi dei mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre stavano a indicare, infatti, rispettivamente settimo, ottavo, nono e decimo a partire da marzo. 

Nella città lagunare, il Capodanno (in veneziano “cao de ano”) del 1 marzo era una festività ufficiale e rappresentava la fine dell’inverno e l’arrivo della Primavera, un momento di rinascita e nuovo inizio. I veneziani, infatti, erano soliti festeggiare l’arrivo del nuovo anno andando in giro per i campi e le calli della città battendo sul petto pentole e altri oggetti rumorosi per allontanare metaforicamente la stagione più fredda dell’anno e far arrivare presto la Primavera. 

A Venezia, la data del Capodanno del 1 marzo, veniva identificata nei documenti ufficiali, con il termine MV (more veneto) cioè “secondo l’uso veneto” per evitare che venisse confusa, così come le altre date dell’anno, con quelle del calendario gregoriano, voluto da Papa Gregorio Magno a partire dal VI secolo, che collegava il Natale alle festività del nuovo anno.  

Il Capodanno veneziano continuò a essere festeggiato l’1 marzo fino alla caduta della Repubblica Serenissima, nel 1797.

 

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L’artista tedesca Tanja Schulz-Hess omaggia i 200 anni dell’Hotel Danieli con uno speciale costume di Carnevale 

Venezia, 26 febbraio 2022 - L’Hotel Danieli di Venezia festeggia quest’anno duecento anni di storia, lusso e ospitalità: un anniversario importante che si inserisce all’interno dei festeggiamenti per i 1600 anni dalla fondazione di Venezia. Per celebrare questa tappa fondamentale per uno dei luoghi più iconici della città lagunare è stato realizzato, in occasione del Carnevale di Venezia, un preziosissimo costume, un’opera d’arte sartoriale che con le sue fastose decorazioni, tessuti preziosi e curatissimi accessori rende omaggio all’hotel veneziano che da duecento anni si affaccia sulle acque del bacino di San Marco.

È l’artista tedesca Tanja Schulz-Hess ad aver creato questo sontuoso abito che riprende tra le balze della gonna in velluto rosso, le perle in vetro di Murano della collana, l’eccentrica parrucca, i merletti di Burano sulle maniche e i preziosi tessuti Bevilacqua che adornano le maniche e il dorso dell’abito, tutta la maestosità dell’Hotel Danieli. 300 ore di lavoro, materiali preziosi e tutto il meglio dell’artigianato veneziano per realizzare un abito che mostra, sull’ampia gonna, una speciale riproduzione in stampa 3D della facciata dell’Hotel Danieli dove appaiono i volti di alcuni dei più illustri personaggi del mondo dell’arte, della letteratura e della musica che hanno soggiornato in questo storico hotel veneziano nel corso degli anni. Lungo la schiena, invece, scorrono i nomi dei suoi storici ospiti alternati a quelli dei luoghi simbolo della città.

«Per me il Danieli è il luogo più affascinante di Venezia, se parliamo di hotel - commenta Tanja Schulz-Hess - Amo questo luogo perché conserva lo stile architettonico veneziano classico e tradizionale, combinandolo però con idee contemporanee e futuristiche. Ho lavorato tanto alla realizzazione di un abito che potesse rendere omaggio alla sua bellezza e proprio per questo ho deciso, tra le altre cose, di riprendere la fantasia delle decorazioni in legno del soffitto dell’hotel e riproporla nella decorazione dell’abito, così come gli ornamenti dell’involucro delle saponette dell’hotel che ho utilizzato per la parrucca da abbinare all’abito»

Il costume dedicato ai 200 anni di storia dell’Hotel Danieli è stato intitolato “In love with the Danieli” e sarà esposto all’interno dell’hotel per tutta la durata dell’anno conservato all’interno di una teca. Vicino al vestito sarà presente anche un QRcode che, inquadrato, permetterà a tutti di leggere le tappe fondamentali della lunga storia dell’hotel. 

«Si tratta di un costume straordinario che racconta la storia del palazzo dai personaggi che vi hanno soggiornato all’architettura, fino addirittura all’esperienza gastronomica, omaggiata grazie al cappello che raffigura due personaggi mentre mangiano un risotto seduti nel ristorante dell’Hotel - commenta Gianrico Esposito Direttore del Danieli - Penso sia un ottimo modo per onorare la città nell’anno delle celebrazioni per i suoi 1600 anni durante un evento come il Carnevale che quest’anno, più che mai, rappresenta la rinascita di Venezia»

 

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La magia del Ballo del Doge, la festa più esclusiva del Carnevale di Venezia che trasporta fuori dal tempo e dallo spazio 

Venezia, 25 febbraio 2022 - Scenografie mozzafiato, incanto di luci, melodie sognanti. Costumi d’altri tempi, maschere e performance spettacolari per una festa dove tutto è possibile e in cui qualsiasi limite della mente e del corpo lascia spazio alla pura libertà di espressione. È il Ballo del Doge, l’evento mondano più esclusivo del Carnevale di Venezia, il gran gala in costume che attira numerosi ospiti da qualsiasi parte del mondo che aspettano un anno intero solo per poter vivere, a Venezia e durante il periodo di Carnevale - che quest’anno si festeggia dal 12 febbraio a 1° marzo - l’emozione unica di potersi immergere in un’atmosfera magica dove ci si può lasciar andare trasformandosi in qualcun altro o forse, nella versione più autentica di se stessi. 

Tutto nasce da un’idea sviluppata dalla mente creativa di un’artista veneziana, una donna che ha fatto della sua fantasia la sua stessa professione. È Antonia Sautter, stilista e creativa del settore della moda e degli eventi, proprietaria di una collezione di oltre 1200 preziosissimi abiti d’epoca realizzati da lei, imprenditrice e promotrice di un artigianato veneziano che continua a portare avanti nel suo laboratorio insieme al suo stretto team di collaboratori.  

Ogni anno un tema diverso, una diversa location, nuove scenografie ma la capacità di stupire e trasportare in un mondo fuori dal tempo e dallo spazio resta sempre la stessa. La prima edizione del Ballo del Doge risale al 1994, quest’anno, invece, che Venezia è nel pieno dei suoi festeggiamenti per i 1600 anni dalla sua fondazione, il gala vedrà la sua 29° edizione intitolata Time for a New Reinassance, Tempo di una Nuova Rinascita. A ispirare Antonia Sautter per la creazione di questo format che nel tempo si è affermato fino a diventare l’evento mondano più sontuoso ed esclusivo, al mondo, è stato un incontro. La stilista veneziana, infatti, collaborò alla realizzazione dei costumi per un progetto di Terry Jones, lo storico membro dei Monty Python, che era a Venezia per le riprese di un documentario storico per la BBC sulle crociate. Affascinata da questo viaggio nel tempo nelle diverse epoche storiche attraversate dalla sua città decide di creare un evento per regalare a tutti la possibilità di poter fare un viaggio di questo genere, un viaggio metaforico alla scoperta di se stessi, un viaggio che potesse trasformare chiunque in un’inedita versione di sé e abbattere le barriere dei timori, del pudore e delle timidezze per vivere pure e incondizionate emozioni. Un viaggio che per 29 anni è conosciuto da tutti come il Ballo del Doge di Antonia Sautter.  

Si tratta di una festa esclusivamente in costume e gli abiti che gli ospiti andranno a indossare durante questo evento, a cui partecipano ogni anno grandi nomi noti a livello nazionale e internazionale, sono tutte le creazioni accumulate nei 30 anni di carriera dalla stilista. C’è la possibilità di trasformarsi nei grandi personaggi della storia dalla principessa Sissi al Elisabetta I d’Inghilterra, da Maria Antonietta a Veronica Franco e poi ancora oltre mille possibili vite da indossare e far tornare a vivere anche solo per una notte.  

«Quando entrano nel mio atelier per scegliere il vestito per il Ballo del Doge per me è uno dei momenti più belli dove cerco di traghettare verso la mia lunghezza d’onda ognuno per lasciarlo stregare dalla magia dell’abito che indosserà - rivela Antonia Sautter - C’è chi ha da subito le idee chiare, perché ha sempre sognato di essere la principessa Sissi o Maria Antonietta e c’è chi non sa proprio da dove iniziare e lì sono io che, guardando la fisionomia di chi ho di fronte, lo accompagno verso l’abito più adatto. Le persone che mi stimolano ed emozionano di più, però, sono i riluttanti, quelli che stanno in disparte a guardare e che non vogliono avere niente a che fare con abiti d’altri tempi e vestiti sfarzosi. Loro sono per me la sfida più bella perché riesco sempre, o quasi, a portarli nel mio mondo e regalargli quell’attimo di magia e leggerezza di cui forse hanno bisogno più di tutti» 

Per Antonia Sautter, grande professionista alla continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee sembra non esserci mai un punto d’arrivo nel proprio lavoro, un istante di soddisfazione o di semplice felicità. Ma c’è un momento, ogni anno, un attimo in cui il tempo si ferma in uno spazio che sembra azzerare non solo lo scorrere delle lancette ma anche tutte le regole del mondo, uno spazio che trasporta in una dimensione onirica dove ognuno può finalmente essere se stesso, uscire dal suo personaggio e interpretare la versione più vera di sé. In quell’attimo, quando inizia il Ballo del Doge, tra sfarzi, arte, musica e grandiose scenografie, nel momento in cui gli ospiti si siedono al tavolo e lasciano trapelare, dai loro occhi, un’emozione fanciullesca che sembravano aver dimenticato esistesse, è lì che Antonia li guarda e assapora, in silenzio, da dietro la sua maschera, un attimo di pura felicità.  

 

 

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Le tradizioni del Giovedì e Martedì Grasso che aprono e chiudono il Carnevale di Venezia

Venezia, 23 febbraio 2022 - All’interno del Carnevale di Venezia sono due le date importanti fin dai tempi della Serenissima che Venezia continua ancora oggi, a 1600 dalla sua fondazione, a portare avanti come tradizione. Sono il Giovedì e il Martedì Grasso due giorni che, rispettivamente, danno il via e concludono i festeggiamenti del Carnevale.

Il Giovedì Grasso, a Venezia, è il cosiddetto giorno del “toro”. Ai tempi della Serenissima, infatti, durante questa giornata era prevista la storica corrida davanti al Palazzo Ducale. Questo evento ricordava la grande vittoria del 1162 del doge Vitale Michiel II sul Patriarca Ulrico di Aquileia e 12 feudatari ribelli. Questa impresa portò la Serenissima a chiedere agli sconfitti, da lì al futuro, il pagamento di un pegno che consisteva in un toro, 12 pani e 12 maiali ben pasciuti, un risarcimento che continuò per molto tempo coinvolgendo anche i successori del patriarca che, ogni anno, il giorno del Giovedì Grasso erano costretti a ripagare la Serenissima in questo modo. Gli animali, poi, una volta portati in città venivano accolti come fossero dei prigionieri, posti su delle strutture lignee rappresentanti i castelli friulani e, infine, messi allo scherno della pubblica piazza con un rituale che prevedeva, al suo culmine, lo spettacolare taglio della testa del toro da cui deriva il detto tutto veneziano “Tagiar la testa al toro”, cioè chiudere definitivamente una faccenda in modo rapido e senza troppi ripensamenti. Il taglio della testa del toro, infatti, rappresentava proprio la fine dello spettacolo. Gli animali venivano successivamente macellati, cucinati e la loro carne distribuita durante i banchetti tra i nobili, il clero, il popolo e i carcerati.

Questa usanza fu abolita nel 1420 quando il Friuli passò sotto il dominio della Serenissima e la festa assunse le sembianze di un gioco che durò fino alla fine della Repubblica. 

I festeggiamenti del Giovedì Grasso, a partire dal 1548, aggiunsero alla tradizionale corrida una parte dedicata a spettacolari acrobazie di funamboli chiamata, da tutti, il volo del Turco. Si trattava di uno spettacolo che vedeva come protagonista, nella sua prima edizione, un funambolo di origini turche che, con un bilanciere in mano, camminava su una fune partendo da una barca in bacino di San Marco per arrivare fin sulla cella del Campanile e poi scendere sulla loggia di Palazzo Ducale e porgere al doge dei doni. Negli anni successivi la città decise di rendere questa iniziativa una cerimonia ufficiale del Giovedì Grasso veneziano caratterizzata da voli acrobatici sempre diversi e realizzati con tecniche sempre più innovative. Oggi, questo spettacolo, che continua a essere uno dei grandi protagonisti del Carnevale di Venezia, viene riproposto in chiave moderna, ha come protagonista la Maria del Carnevale dell’anno precedente che si lancia in volo dal Campanile di San Marco fino alla Piazza e viene comunemente chiamato Volo dell’Angelo. 

I festeggiamenti del Carnevale si concludono, da tradizione, con il Martedì Grasso, il giorno che precede il Mercoledì delle Ceneri che segna l’inizio del periodo di Quaresima prima della Pasqua. L’ultimo giorno di Carnevale assume l’epiteto di “grasso” proprio perché consisteva nell’ultimo giorno in cui era permesso, dalla Chiesa Cattolica, sia di festeggiare che di mangiare determinati cibi come la carne, i dolci e tutti gli altri gustosissimi avanzi dei banchetti di Carnevale. Dopo questo giorno, infatti, prendeva il via il periodo di penitenza prepasquale che prevedeva l’astinenza dai divertimenti e dai cibi considerati “grassi”. 

Una delle ricorrenze più recenti del Martedì Grasso veneziano, invece, è quella del cosiddetto Svolo del Leon. Si tratta di un rituale che è diventato una tradizione a partire dal Carnevale del 2012 sotto la direzione artistica di Davide Rampello. Lo Svolo del Leon prevede il volo di un gonfalone raffigurante il leone alato simbolo di San Marco e della città, di un’ampiezza di 100 metri quadri, realizzato da Angelo Lodi con seta di scena che viene issato dal centro di Piazza San Marco fino al Campanile rendendo omaggio a Venezia con un tradizionale e suggestivo appuntamento che conclude, con solennità, le celebrazioni del Carnevale. 

 

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La magia del mondo artigianale di Antonia Sautter, la stilista veneziana che riporta in vita, attraverso i suoi abiti, le grandi regine della storia 

Venezia, 21 febbraio 2022 - Personalità eccentrica, uno sguardo sognante, un’immaginazione senza limiti e una mente creativa in grado di riportare in vita, attraverso la creazione di un abito, tutta la magia delle regine della storia che l’hanno affascinata fin da piccola. È Antonia Sautter, stilista veneziana, grande esponente dell’artigianato locale e donna che con la sua fantasia si è spianata la strada per una carriera nel mondo della moda per cui è nota in tutto il mondo. 

Stilista, costumista, imprenditrice, Antonia Sautter ha girato il mondo, vissuto a New York, lavorato in case di moda importanti, ha ideato il Ballo del Doge che dal 1994 è uno degli eventi più esclusivi al mondo, lavorato nel settore del cinema creando i costumi per alcuni dei film più iconici della storia della settima arte da Eyes Wide Shut di Kubrik ad Antonio Vivaldi, un prince à Venise di Jean Louis Guillermou. Tutta la sua storia, però, così come la sua stessa carriera, parte da Venezia. È proprio la città lagunare, che quest’anno compie 1600 anni di vita, a fare da cornice e da stimolo al mondo creativo di Antonia Sautter portandola a scegliere di stabilire il suo atelier proprio su quest’isola circondata dall’acqua e dall’arte. 

«Venezia è la mia culla, la mia fonte d’ispirazione, il mio scrigno prezioso - commenta emozionata Antonia Sautter - Io mi sento scorrere questo sangue veneziano nelle vene e in nessun’altra parte del mondo mi sento bene come mi sento a Venezia. Questa è una città che se la sai ascoltare ti offre tantissime possibilità, soprattutto per un’anima creativa e io ho un’anima creativa. Venezia permette di essere circondati da storia e la storia dà forza, dà resilienza. È un salotto che offre scenari naturali straordinari in una piena armonia tra architettura e natura»

Nel centro storico di Venezia, infatti, hanno sede il suo atelier, il suo negozio, la stamperia dove vengono decorate le stoffe, i velluti, le sete e un piccolo laboratorio dove vengono realizzate maschere e abiti dal suo piccolo team di collaboratori che portano avanti, con passione e dedizione, un pezzo importante della storia dell’artigianato veneziano in un laboratorio dove tutto è curato nel minimo dettaglio e fatto a mano, dal taglio delle stoffe alla loro colorazione fino alla decorazione degli abiti che diventeranno, infine, delle piccole opere d’arte firmate Sautter. 

«Un abito è magico, ti trasforma - commenta Antonia Sautter - quello che è considerato solo un pezzo di stoffa ha, in realtà, un potere immenso in grado di abbattere le paure, le timidezze e rendere la persona che si è sempre sognato di essere»

Il suo atelier custodisce oltre 1200 vestiti, oltre 1200 trasformazioni, anime da indossare, personalità da interpretare, vite possibili da fare proprie anche solo in una notte e che prendono vita, ogni volta che qualcuno sceglie di mettersele addosso. 

La fantasia è la più grande alleata di Antonia Sautter, l’ha resa ciò che è e ha scritto la sua carriera, la sua storia, la sua vita fatta di tessuti, colori, decorazioni ma soprattutto di magia. Ma l’impero creativo di Antonia Sautter nasce da un gioco di bambina. 

«La mia passione per gli abiti risale a quando ero bambina - racconta Antonia Sautter - ho imparato l’arte sartoriale da mia mamma che cuciva per me e per i miei amici gli abiti di Carnevale che ci vedevano, poi, attori protagonisti in Piazza San Marco. Era un grande gioco e questo gioco è diventato il mio mestiere. Non so se sono stati i sogni ad alimentare la mia creatività o la creatività, i miei sogni, fatto sta che quel gioco di bambina è diventato il mio destino. Da piccola scoprii le grandi regine della storia e queste figure femminili diventarono da subito la mia più grande passione. Essere regina non vuol dire necessariamente avere una corona in testa, essere regina è un’attitudine, un potenziale che ogni donna ha dentro di sé e che permette di essere sé stesse senza avere mai paura delle conseguenze e io volevo essere così» 

Oggi, tutte quelle regine sono ben custodite nel suo negozio a pochi passi da Piazza San Marco, dalla regina del Nord a Marie Antoinette, dalla principessa Sissi, alla Regina Elisabetta I, dalla regina delle nevi alla regina delle cortigiane. Ce ne sono tante, in diverse versioni appese su grucce mentre aspettano il momento in cui qualcuno, indossando i loro abiti, scelga di farle tornare in vita. 

«Io con la mia immaginazione, ho fatto il giro del mondo fin da piccola, sono stata a Bali come una danzatrice, sono stata nella Francia del Settecento nei panni di Marie Antoinette, sono stata nell’Inghilterra dei Tudor emozionandomi nei panni di Elisabetta I d’Inghilterra - commenta la stilista - Ho sempre viaggiato attraverso i costumi e, oggi, provo a regalare le stesse emozioni anche agli altri, facendoglieli indossare e mostrando loro tutto il potere che un abito può avere su una persona»

Oltre alla sua città, un’altra importante fonte di ispirazione per la creatività di Antonia Sautter è stata sua mamma, “Una donna estremamente creativa e visionaria” la definisce Antonia, una donna che, facendo giocare sua figlia a pensare quale grande regina della storia avrebbe interpretato con i suoi abiti, le ha fatto scoprire la sua grande passione per le stoffe, i colori, i vestiti, gli accessori, ma soprattutto, per la trasformazione.

«Devo tanto a mia mamma - commenta Antonia - che non ha mai permesso a nessuno di limitare la mia immaginazione ed è stato il suo essere una delle donne più creative che abbia mai conosciuto a permettermi crescere con una mente che andava sempre fuori dagli schemi. E questo non è mai stato un limite per me ma un grande punto di partenza per esprimere al massimo tutte le sfaccettature della mia identità»

Nominata Cavaliere della Repubblica Italiana nel 2012, insignita del Premio Veneziana dell'anno nello stesso anno, del Premio Profilo Donna nel 2018 e del Premio "Targa Venezia - Leonardo 500: Il Cinema prima del Cinema" in occasione della 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Antonia Sautter, nonostante i suoi trent’anni di carriera è ancora alla continua ricerca di nuovi stimoli, nuove creazioni e idee innovative per far sì che la tradizione dell’artigianato veneziano resti viva e continui a raccontare storie che appartengono al presente e non solo al passato. 

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“Tagiar la testa al toro” e “De zioba grasso tute le boche lica”: i modi di dire veneziani legati al periodo del Carnevale si radicano nella storia della Serenissima

Venezia, 19 febbraio 2022 – Un modo di dire che è diventato universale ma che nasce a Venezia e proprio nel periodo di Carnevale. “Tagiar la testa al toro”, ossia “tagliare la testa al toro”, è un detto che è ormai radicato nella comunicazione e che ha una radice storica veneziana. Il suo significato metaforico, come noto, è quello di arrivare finalmente a prendere una decisione dopo che se ne discute da tanto tempo. Ma nasce dall’atto vero e proprio di tagliare la testa dell’animale. Tutto inizia con una vicenda che si radica nel 1162, con il Doge Vitale II Michiel che vinse sul patriarca di Aquileia, Ulrico, il quale aveva tentato di conquistare Grado, città della Serenissima che celebra i 1600 anni dalla sua fondazione, secondo tradizione.

“Una volta imprigionato, il patriarca doveva pagare un tributo per essere liberato, che era rappresentato da 12 maiali, 12 pani e un toro che annualmente doveva dare alla Repubblica di Venezia – racconta Marco Trevisan, fondatore di Venipedia, enciclopedia digitale su Venezia, nata per raccontarne la sua storia e le sue tradizioni – la carne dei maiali e del toro andava ai senatori e ai patrizi, i pani venivano distribuiti al resto della popolazione. La cosa si è poi trasformata in una vera e propria cerimonia che veniva fatta a Carnevale, il giovedì grasso: non si usavano più maiali e pani ma c’erano 3 tori, portati dalle due corporazioni dei Fabbri e dei Macellai, che il giovedì grasso venivano decapitati, Questo segnava la chiusura di ogni lotta e dello spettacolo”. La decapitazione del toro diventa quindi il simbolo della fine della diatriba tra i contendenti e da qui deriva il significato di risolvere definitivamente una controversia che si protrae da tempo, dare una fine a una cosa, una discussione, un problema. 

Un altro modo di dire sempre legato al Carnevale di Venezia ma ormai in disuso, racconta Trevisan, è “De zioba grasso tute le boche lica”, ossia “Il giovedì grasso tutte le bocche leccano”. Questo detto è strettamente legato a “Tagiar la testa al toro”.

“Ci sono due motivi legati a questo modo di dire – racconta Trevisan – il primo è che nei giorni “grassi”, poiché precedevano la Quaresima e quindi il periodo di digiuno, si svuotavano le dispense non essendoci la possibilità di conservare il cibo come facciamo oggi”. I sette giorni grassi, da giovedì a martedì, diventavano quindi l’occasione per consumare cibi grassi e nutrienti in preparazione del periodo di quaranta giorni, che precede la Pasqua, in cui ci si dedica alla purificazione e ad un cibo più magro.

“Il secondo motivo è collegato appunto al “tagliare la testa al toro” – conclude il fondatore di Venipedia – perché era il periodo in cui una parte delle carni di toro e maiali si è capito poi che venivano distribuite alle fasce più povere e così anche i poveri potevano festeggiare senza pagare. Da qui deriva il modo di dire che tutte le bocche potevano leccare”.

 

 

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Atelier Pietro Longhi, uno spaccato della storia della Serenissima tra costumi tradizionali, accessori e cappelli e dove si realizzano gli abiti delle Marie del Carnevale 

Venezia, 18 febbraio 2022 – I cappelli che come per magia escono da una macchina informatrice vecchia 100 anni.Vestiti d’epoca e carnevaleschi che raccontano non solo storie ma epoche e persone. Una passione per la tradizione e per i costumi che è la molla di ogni creazione che spesso si ispira a quadri e dipinti d’epoca.

L’Atelier Pietro Longhi prende nome proprio dal Settecentesco pittore veneziano che nel corso della sua vita ha creato opere che raccontano il costume aristrocratico, ma non solo, veneziano. Un luogo magico, dove sognare ad occhi aperti, dove entri una persona ma puoi uscirne un’altra. Bastano due minuti nel camerino e il gioco è fatto. Un gioco che per Francesco Briggi è serio come lo è la sua attività che soprattutto nel periodo del Carnevale di Venezia diventa frenetica e con poche ore di sonno alle spalle. Feste, noleggi, ritocchi, abiti per le Marie del Carnevale ma, soprattutto per chi questo concorso rilanciato nel 1999 da Bruno Tosi lo vince, quello della ragazza tra i 18 e i 28 anni che verrà scelta come la migliore ad interpretare il ruolo di Maria del Carnevale.

"Siamo parte integrante di questa festa dal 1994. Dal 2017 siamo l’atelier ufficiale del Carnevale di Venezia– racconta Briggi – Un ruolo impegnativo ma fantastico per chi da sempre ha amato questo mondo e questa festa. Il tema scelto quest’anno dal direttore artistico Massimo Checchetto si ispira ad una citazione di Salvador Dalì "Remember the future": una frase che mi piace molto perché interpreta al meglio quello che è il nostro lavoro qui in atelier, rievocare il passato e conservare la tradizione ma guardando avanti, al futuro. Uno spirito che fa parte del dna della Serenissima Repubblica e dei veneziani, un tesoro prezioso da non perdere e da tramandare, sì, anche con i costumi, la loro storia e il loro significato".

L’atelier è nato ventisette anni fa proprio grazie a Francesco Briggi e alla moglie Anna Zappella. Una storia, quella di questo luogo magico, dove i sogni si possono realizzare per un giorno come un viaggio nel tempo, fatta di scelte difficili in nome della qualità, dell’artigianalità, della cultura del costume e che nel tempo si è guadagnato un suo spazio e una sua fama che escono dai confini metropolitani, in Italia ma anche all’estero.

Francesco assieme alla consorte (è lei la cappellaia geniale e non matta custode della macchina informatrice) e a Raffaele Dessì, un sardo trasferitosi non ancora 18enne in laguna per studiare all’università e che ha fatto di Venezia la sua casa, sono un tassello fondamentale nel racconto dei 1600 della storia di Venezia, soprattutto in quella fase del periodo post napoleonico che, per assurdo, rappresenta uno dei più ricchi di arti, tendenze e soprattutto manifestazioni come lo è il Carnevale stesso.

Negli abiti dell’Atelier Pietro Longhi si trovano intrecciati fili d’oro, tubi di filo, stoffe, feltri, foto, stampe e modelli, che si mescolano con abiti e costumi grazie ai quali si può leggere la storia della Serenissima e di molti dei suoi personaggi.

Grazie alla coraggiosa acquisizione di una macchina informatrice vecchia di oltre 100 anni e alla passione per gli accessori di Anna, dopo un originale restauro e aggiornamento della tecnologia per tenerla in vita è nata la Cappelleria dell’Atelier Pietro Longhi. Tutt’oggi l’unica operante nel Veneto e che da oltre dieci anni fornisce, progetta, definisce cappelli ai rievocatori e collezionisti di tutta Europa compresi i giocatori di calcio della rievocazione di Firenze.

"Coniugare il gusto e la storia con il sogno di chi indosserà l’abito è uno degli obiettivi che ci poniamo quando un cliente si rivolge a noi – continua Francesco Briggi -. Un compito che la soddisfazione degli stessi clienti ci incoraggia a portare avanti, un modo per tramandare la storia e le tradizioni alle generazioni future grazie anche alle lezioni nelle Accademie ma soprattutto alla presenza costante di allievi che da tutta Europa vengono ad imparare la sartoria storica nella nostra sede di Noale dove abbiamo trasferito la produzione".

Gli occhi Francesco e di Anna si illuminano quando parlano delle loro creazioni. I racconti si confondono tra una telefonata e l’altra: richieste, metri di stoffe, prove da fissare, nuovi abiti da realizzare. Ma a brillare sono anche gli occhi di Raffaele Dessì, colui che da Pietro Longhi ha portato la sua conoscenza e lo studio del mondo della moda trasformando le creazioni in eventi, rievocazioni ma anche in forme artistiche ed esercizi di stile consentendo a chi si affida all’atelier un viaggio nel tempo non solo per il vestito che indosserà ma anche per quello e per chi rappresenta. Il tutto sempre con un preciso filo conduttore: Venezia, la sua storia, le sue tradizioni millenarie.

 

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Il Carnevale di Venezia nei dipinti

Venezia, 17 febbraio 2022 - Il Carnevale di Venezia è anche nei dipinti, è racchiuso nei colori e nelle tele dei pittori che hanno voluto immortalare le gesta della Serenissima anche nei momenti più sfarzosi e celebrativi della sua storia. Un racconto su tela richiesto dai committenti veneziani o voluto dagli stessi pittori per raccontare quello che accadeva in piazza, tra i campi e i palazzi veneziani.

Francesco Guardi, Pietro Longhi e Gabriel Bella sono i tre pittori del Settecento che il Carnevale lo hanno reso immortale nelle loro tele con il volo del turco, la famosa caccia al toro, il teatro dell’arte e le varie fiere, il Giovedì Grasso in piazzetta, le feste nei Ridotti e le serate in villa. 

Guardando il dipinto di Francesco Guardi “Il doge assiste alla festa del giovedì grasso in Piazzetta” lo spettatore può fare un salto nel passato e ritrovarsi nel Settecento durante una delle manifestazioni più importanti per Venezia. Ci si può immaginare in mezzo alla folla, con un vestito d'epoca a cercare di scorgere il Doge intento a guardare la storica corrida con il toro che ogni Giovedì Grasso si svolgeva davanti a Palazzo Ducale. La corrida era un rito sacrificale del toro che celebrava però la vittoria del doge Vitale Michiel II sul patriarca Ulrico di Aquileia e i suoi dodici feudatari ribelli. Per anni i successori del patriarca dovettero inviare in dono alla Serenissima un toro, dodici pani e dodici porci.

Ma a testimoniare che la corrida fosse una festa del Carnevale è l’illustrazione di Giacomo Franco che risale al 1610, “Le celebrazioni in Piazza San Marco per il giovedì grasso”.

Il Carnevale a Venezia è sinonimo di festa non solo in piazza e in campo ma anche nei palazzi e nelle case chiamate allora Ridotti. Ai tempi della Serenissima i veneziani si riunivano in luoghi che altro non erano quelle che adesso vengono chiamate case da gioco.

Allora il loro nome era appunto Ridotto e per vederli dobbiamo affidarci anche questa volta ai dipinti dei pittori: Francesco Guardi dedicò varie tele al ridotto di Palazzo Dandolo, il più alla moda di Venezia, frequentato assiduamente anche da Giacomo Casanova. I nobili non si facevano riconoscere perché indossavano le tipiche maschere del Carnevale della baùta, le donne erano irriconoscibili dalla maschera della moretta. Gli unici senza maschera erano i veneziani chiamati "barnabotti" che nel Ridotto lavoravano. Ma nel ridotto non si giocava solo a carte, almeno è quello che il pittore ci lascia intendere nei particolari della scena ritratta. 

Ma il pittore delle maschere per eccellenza è Pietro Longhi che nel Settecento ha ritratto le scene di vita quotidiana di una Serenissima in festa e mascherata secondo tradizione e storia. 

Suo è il dipinto che potrà mettere su tela la fritola veneziana, dolce tipico del Carnevale e di ogni momento festoso della Serenissima. Il dipinto, La venditrice di frittole, del 1750 si trova a Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano.  La venditrice di frittelle (in veneziano fritole) ne infilza quattro in uno spiedo prendendole da un cesto ricolmo. Accanto a lei, un ragazzino porta sulle spalle un secondo catino altrettanto pieno. I volti sono assai vivaci e divertiti, quasi caricaturali, e l’atmosfera ricorda un po’ una scena di una commedia di Goldoni (una delle protagoniste dell’opera Il Campiello, ad esempio, era una venditrice di fritole). 

Suo anche il dipinto Il rinoceronte, che Longhi ritrae come attrazione del Carnevale in grado di attirare molti curiosi. I visitatori di ogni età, infatti, accorrevano ad osservare lo strano animale. Nel dipinto compaiono giovani, anziani e donne in maschera. Il rinoceronte altro non è che uno spaccato del Carnevale del 1751: l carnevale veneziano, che all'epoca durava circa tre mesi, nei vari 'casotti' allestiti in Piazza San Marco si susseguivano curiosità e venditori di vario genere: burattinai, maghi, astrologi, ciarlatani. Fra le attrazioni principali c'erano anche animali esotici come leoni, elefanti e, in questo caso, un rinoceronte. L’animale esotico in questione si chiamava Clara ed era arrivata a Venezia con Douwe Mout van der Meer, un capitano della compagnia delle indie olandesi, l'aveva portato con sé dal Bengala facendone ben presto un'attrazione che fece tappa in tutte le principali città europee fino al 1758, anno della morte di Clara.

Il ritratto del Rinoceronte è stato commissionato da Giovanni Grimani, come ricorda il cartiglio sulla destra del dipinto: non a caso il nobiluomo veneziano possedeva nella sua villa in terraferma una sorta di zoo privato con numerosi animali esotici (lo stesso soggetto fu commissionato al pittore anche da Girolamo Mocenigo, il dipinto è oggi conservato alla National Gallery di Londra). 

Il Carnevale si trova anche in una sala della Fondazione Querini Stampalia, catturata dal pennello del pittore del Settecento Gabriel Bella. In 67 quadri custoditi in una sala c’è tutta la Serenissima nelle sue manifestazioni di popolo, civiche e religiose come la famosa caccia al toro, la gente assiepata sulle rive, affacciata alle finestre. E ancora: il teatro dell’arte e le varie fiere, il Giovedì Grasso in piazzetta con la costituzione di una macchina di legno e stucco piena di fuochi d’artificio, che venivano fatti esplodere alla fine della giornata e successivamente vietati perché si incendiavano i tetti, e con il volo del turco che porta l’omaggio al doge, che oggi è il moderno volo dell’Angelo. 

Tra le tele più particolari spiccano “La festa del giovedì grasso in Piazzetta” dove Castellani e Nicolotti si sfidano al gioco delle Forze d’Ercole, una gara di potenza muscolare ed equilibrio che prevede di formare una piramide umana. Nel frattempo, il pubblico assiste allo “svolo del turco”: da una zattera in Bacino un acrobata, legato a una fune, si cala fino al campanile di San Marco, sale sulla cuspide ed esegue spettacolari esercizi da vero e proprio equilibrista, dopodiché scende alla loggia di Palazzo Ducale per porgere al doge un mazzo di fiori e una poesia.

L’aristocrazia veneziana era solita anche festeggiare nelle lussuose ville dell’entroterra. E a ricordarci questa usanza è il dipinto “Il Minuetto” di Giandomenico Tiepolo, figlio del più noto Giambattista, che del 1756 raffigura appunto il ballo del minuetto durante una festa dell’aristocrazia in una villa veneta. Immortalati qui i personaggi della Commedia dell’Arte: Pantalone con il tabarro nero e le calze rosse al centro del dipinto; e Colombina, la giovane mascherata subito di fronte a lui. Sulla destra si vede anche la tradizionale baùta.

 

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Il Carnevale di Venezia secondo Stefano Nicolao, il sarto stilista che ha “tra-vestito” i vip di tutto il mondo

Venezia, 16 febbraio 2022 – Il suo periodo storico preferito è il Cinquecento, il Rinascimento, quando Venezia era la regina dei mari. Ma il turista, invece, preferisce il Settecento, i riccioli, i pizzi, l’immagine stereotipata di Casanova. Qualunque sia il periodo storico prescelto, a Venezia il Carnevale si accende quando campi e campielli si riempiono di abiti e costumi d’epoca e si viene catapultati in una città senza tempo. 

Carnevale per Stefano Nicolao è gioia, è colori, è travestimento. È Venezia. “Aiuto le persone che lo desiderano a cambiare identità e a vivere per un periodo quello che è un sogno, il Carnevale” dice il sarto e stilista veneziano, adorato da più grandi attori cinematografici e teatrali per la comodità dei suoi abiti, ma anche da chi, semplicemente, per un giorno vuole diventare qualcun altro. E un abito ha questo potere: trasformare le persone. Nel suo enorme atelier a Cannaregio, Nicolao di persone ne ha, appunto, trasformate tantissime, da semplici amanti del Carnevale ad attori e vip di tutto il mondo, che hanno indossato i suoi abiti, realizzati a mano con tessuti pregiati. Stanze e ancora stanze ricolme di costumi, 15mila per la precisione, e accessori, commissionati per le più importanti produzioni cinematografiche e lirico- teatrali, dal Lyric Opera di Chicago al Washington Opera D.C., dal New National Opera di New York al Nuova Opera Nazionale di Tokyo, dal Teatro di Osaka e di Nagoia al Teatro Nacional de Sao Carlos di Lisbona e poi i maggiori teatri italiani, dal nord al sud.  

“Abbiamo più di 15 mila costumi, molto spesso diventa anche imbarazzante la scelta per il cliente perché si riempie gli occhi e dice “Questo, questo e questo!”, e alla fine ne sceglierebbe 50 – sorride lo stilista  – in generale per il turista, e per chi viene da fuori, l’idea del Settecento è quella che gli dà più l’immagine – un po’ stereotipata se vogliamo – di Venezia, con il lustrino, il ricciolino, il pizzo, tutte queste cose un po’ più leggere; per cui il Casanova e tutto quello che gli viene dietro. Per molti altri invece, e qui mi metto anche io, il periodo più bello in cui immergersi è il Cinquecento e tutto il Rinascimento, quando Venezia era la regina dei mari, era nel suo periodo di massimo splendore, tra artisti come Tintoretto e Tiziano, il commercio delle spezie, quando Venezia era il trionfo dei colori, dei profumi, era il fulcro di una civiltà, di un momento incredibile”. 

E se la Serenissima nei suoi 1600 anni di vita è sempre stata capitale del glamour e anticipatrice di stili originali e innovativi, il Carnevale rappresenta il momento ideale per entrare in un’altra dimensione, anche semplicemente indossando un costume.

“Nell’Atelier a Venezia sono passati molti personaggi importanti: come Michele Placido, Michelle Hunziker, Liev Schreiber, Matilda De Angelis, Rupert Everett, ma avrei tanti altri nomi da citare – racconta – vengono qui come amici a vedere, a trovare, a curiosare, e poi magari li vestiamo e vanno a una festa a palazzo. Quella che è la caratteristica del Carnevale è proprio il poter vivere completamente, in un cerchio completo,  l’idea di indossare un abito, poter vivere almeno per una giornata questa trasformazione, potersi riciclare in un’altra vita e in un’altra persona: mettere l’abito e sentirsi cambiati, trasformati. Poi magari si conclude la giornata in una meravigliosa serata a palazzo, in una cena veneziana con i balli, vivendo questo momento così magico che credo non esista in nessun’altra città. Perché, per quanto si possa replicare una festa in maschera o una grande cena, farla a Venezia, dove si può arrivare sia a piedi che in gondola attraverso il Canal Grande, significa immergersi in un’atmosfera incredibile”.

Tutti amano il Carnevale di Venezia, dagli orientali agli europei, eppure tra di loro c’è un diverso atteggiamento verso quella che è la festa più popolare in laguna. 

“Gli orientali arrivano estasiati e qualsiasi cosa gli riempie gli occhi, hanno una visione di miracolo, di estasi. Si vestono però rimangono più distaccati, così come è nella loro cultura – conclude Nicolao – Invece gli europei sono già più abituati a un certo tipo di ambientazione monumentale e quindi arrivano a Venezia con uno spirito più di esibizione. I francesi si scatenano e amano molto le feste, il fatto di mostrarsi, di esibirsi, di farsi vedere. Anche i tedeschi sono molto attivi ma la loro è un’altra visione ancora: molto più rigorosa, più severa. E poi gli spagnoli vengono e si divertono da impazzire perché già di carattere hanno questa gioia e apertura. La cosa bella è proprio che a Venezia ci si sente liberi e a Carnevale ancora di più, trasformati in un altro personaggio, vivendo la propria vita libera, perché è una città umana dove le persone si incontrano e si salutano come se fossero amici. Questa è la bellezza di Venezia: questa apertura, amore, e amicizia”.

 

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La storia delle fritole, il dolce simbolo del Carnevale di Venezia

Venezia, 15 febbraio 2022 - A Venezia il Carnevale, che quest’anno si festeggia dal 12 febbraio al 1° marzo in occasione delle celebrazioni per i 1600 anni della città, ha da sempre il sapore di zucchero, pasta fritta e uvetta. Sono tanti i dolci associati a questa festività ma tra galani, castagnole e crema fritta, la regina indiscussa del Carnevale di Venezia è solo una: la frittella. In veneziano viene chiamata fritola (pronunciata fritoea) ed è realizzata, secondo la ricetta originale, rimasta invariata per secoli e custodita nella Biblioteca Nazionale Canatense a Roma, con un impasto di uova, farina, zucchero, limone e uvetta e poi fritto per essere guarnito, infine, da una spolverata di zucchero. 

Negli anni questa ricetta ha subìto diverse modifiche e oggi, nelle pasticcerie della città, durante i giorni in cui viene festeggiato il Carnevale è possibile assaggiare fritole alla crema pasticcera, allo zabaione, al cioccolato o al pistacchio, con o senza uvetta in base ai propri gusti. 

L’origine di questo dolce, però, risale a qualche secolo fa, nello specifico al ‘600 quando, a Venezia venne creata un’associazione di 70 fritoleri che comprendeva tutti coloro che preparavano questo dolce nei baracchini di legno sparsi per la città. I componenti di questa corporazione, il cui luogo di ritrovo era chiesa, tutt’oggi esistente, della Maddalena, nei pressi della Ca’ d’Oro, potevano esercitare, secondo le severe norme che regolamentavano il loro mestiere, in una specifica area della città e dovevano trasmettere ai propri figli tutti i segreti della realizzazione di questo gustosissimo dolce facendo sì che quest’arte culinaria potesse passare di generazione in generazione. In caso contrario veniva nominato un successore dal cosiddetto Gastaldo, il capo delle singole arti, che doveva essere poi approvato dalla magistratura. 

I fritoleri erano riconoscibili perché indossavano un tradizionale grembiule bianco e avevano sempre con loro un vasetto bucherellato che usavano per zuccherare le frittelle appena fritte. Questi maestri pasticceri esperti in fritole lavoravano solitamente su grandi tavole di legno su cui mescolavano gli ingredienti come farina, uova, mandorle, pinoli e cedro candito, per poi friggere l’impasto in olio o burro ed esporre il prodotto finito e zuccherato, su piatti di peltro o stagno. I fritoleri erano grandi maestri non solo della pasticceria ma anche della vendita e, per dimostrare la bontà e la freschezza dei loro dolci, mettevano sempre in mostra gli ingredienti usati e zuccheravano le frittelle appena cotte con grandi gesti teatrali per attirare i passanti con il loro profumo e la loro maestria. In origine le frittelle venivano infilzate in uno spiedo per poter essere mangiate calde senza che ci si scottasse le dita.

La vera svolta nella storia di questo dolce di Carnevale avvenne, però, nel XVIII secolo quando venne proclamato “Dolce Nazionale dello Stato Veneto”. Da questo momento, la popolarità delle frittelle si espanse sempre di più fino a raggiungere anche le regioni limitrofe che iniziarono ad assumere questa usanza durante i giorni del Carnevale. Oggi, la frittella è un dolce che viene preparato in tutto il Nord Italia. 

A contribuire al successo della fritola furono diverse opere d’arte come il dipinto del 1750 “La venditrice di fritole” di Pietro Longhi, custodito all’interno di Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento Veneziano o l’opera di Carlo Goldoni, “Il Campiello”. 

A Carnevale, però, nelle pasticcerie veneziane non ci sono solo le fritole ma anche altri dolci come i galani, nome veneto di quelle che comunemente vengono chiamate chiacchiere, realizzati in forma rettangolare con un impasto di farina, burro, zucchero, uova e una componente alcolica e le castagnole, una versione più piccola delle fritole che viene fatta, secondo la ricetta originale del Seicento, mettendo insieme zucchero, uova, farina, panna, acqua e creando delle piccole palline che poi verranno fritte in olio e cosparse di zucchero. 

 

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L’arte dei mascareri: i segreti di uno dei mestieri artigianali più antichi di Venezia

Venezia, 14 febbraio 2022 - Manualità, occhio artistico, la viscosità della colla tra le mani unita alla porosità dei fogli di carta che si sovrappongono fino a formare, appoggiati su un calco, la forma di una maschera. È così che i mascareri di Venezia passano le loro giornate, in piccolissime botteghe con le mani poggiate su piani di lavoro ricoperti di strumenti del mestiere. Dallo scalpello alla gommalacca, dai pennelli alla colla a caldo fino a passare per i lucidanti, gli acrilici, la creta e gli innumerevoli ornamenti che andranno a creare, dopo ore e ore di lavoro, un’oggetto artistico che tutti, comunemente, chiamiamo maschera di Carnevale.

Quello dei mascareri, a Venezia è uno dei mestieri artigianali più antichi ma ancora vivi in città che continua a testimoniare ancora oggi, a 1600 anni dalla nascita di Venezia, una tradizione artigianale preziosissima che vede il suo momento di massimo splendore nei giorni di Carnevale che quest’anno viene festeggiato a Venezia dal 12 febbraio al 1° marzo

A Venezia, di mascareri, ce ne sono circa una trentina, uomini e donne che hanno imparato l’arte della costruzione delle maschere dai loro genitori o dai loro nonni guardandoli mettere le mani in pasta per creare le più belle maschere che si potessero indossare a Carnevale. In passato, il numero di mascareri era pressoché lo stesso con 12 botteghe che si contavano in città nel 1773 ma la passione di chi svolge questo mestiere, allora, come oggi, è sempre la stessa, così come le tecniche utilizzare per realizzare le maschere. Si parte sempre da una base, un calco in gesso a cui si dà una forma che sarà poi quella della maschera che si desidera realizzare. 

A raccontarci i segreti di questo mestiere sono gli attuali mascareri che lavorano e vivono a Venezia portando avanti una tradizione che ha secoli di storia alle spalle.

«Il procedimento per costruire un calco con cui poi si fanno le maschere è sempre lo stesso - commenta Tommaso Toffolo, mascarero specializzato nella produzione delle maschere grezze - si può usare della creta, modellarla e ricavare poi una maschera o usare dei modelli già esistenti. Una volta che si ha il modello si usa il gesso per creare la struttura da cui poi si ricaverà la maschera. Si fa prima una colata molto liquida di gesso, per ricoprire tutte le pieghe della maschera e poi si usa del gesso più solido per creare la struttura vera e propria del calco. Si lascia asciugare dai 3 ai 7 giorni e solo allora si toglierà la creta o il modello in cartapesta verificando che non vi siano imperfezioni. Poi si applica della gomma lacca che serve a rendere impermeabile il gesso che altrimenti tenderebbe ad assorbire l’acqua e avere una durata molto più breve. Asciugata la gomma lacca si avrà tra le mani il calco pronto a essere usato per le maschere»

Tra le maschere più richieste a Venezia ci sono i grandi classici come Casanova, la Bauta, Pantalone, Arlecchino a cui si uniscono le maschere più originali come i personaggi mitologici o quelli più bizzarri ma tra tutti, la più richiesta è la maschera del medico della peste, molto conosciuta anche all’estero. 

Una volta realizzata la base in cartapesta si può passare alla decorazione della maschera che può seguire il gusto del decoratore o le richieste del cliente. 

«Decorare una maschera è una passione dalla quale è difficile staccarsi - dichiara Anna Maria Scintu, decoratrice professionista a Venezia - Quando si ha tra le mani una maschera non ancora decorata è come avere di fronte una tela bianca che può trasformarsi, con il colore, in qualsiasi cosa si voglia. Io uso diverse tipologie di decorazioni per le mie maschere, dagli acrilici ai pezzi di tessuto, dai cristalli alla foglia oro o argento fino a passare per la colla a caldo, i brillantini o il lucidante. Poi sempre con i colori si possono mettere in evidenza alcune parti del viso come il contorno occhi, la bocca o il naso usando l’ombreggiatura. Attraverso il colore si può dare anima a una maschera, darle un’espressione, la vita partendo da un pezzo di carta, dall’acqua e dalla colla ed è questa la magia di questo mestiere»

Oltre a quelle di cartapesta, le maschere possono essere realizzate anche con il cuoio e, maestro di questo particolare artigianato in città è Carlo Setti che, da oltre 40 anni, realizza maschere con questa tipologia di materiale. 

«Le maschere in cuoio sono maschere legate alla tradizione del teatro - sottolinea Carlo Setti - e hanno il pregio di essere, non dico eterne, ma di durare a lungo nel tempo. Le maschere di cuoio si fanno partendo sempre da uno stampo in cui viene applicato il cuoio bagnato, poi strizzato più volte e, manualmente, si cerca di adattarlo allo stampo il più possibile. Poi lo si inchioda per renderlo fermo e si passa alla fase della battitura con un martello di corno e una stecca di legno, tirando il materiale finché non si asciuga per bene. Solo a questo punto si passerà al taglio degli occhi e del naso. Gli strumenti di questo mestiere sono pochi: un martello di corno, una stecca di legno, taglierini vari, tanto olio di gomito e una bella dose di pazienza perché è per concludere una maschera in cuoio ci vogliono dai due ai tre giorni»

Di cartapesta, di cuoio, dipinte a mano o decorate con tessuti preziosi, le maschere fanno parte di una tradizione veneziana che continua a portare avanti, ancora oggi, un’arte antichissima ma molto importante per la città e la sua storia. 

 

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Miss Italia 2021 è Zeudi di Palma, l'incoronazione al Casinò di Venezia

Il Sindaco Brugnaro: “Un' edizione completamente rinnovata, che siamo orgogliosi di aver ospitato a Venezia, luogo della bellezza per eccellenza” 

Grande successo per la Finale di Miss Italia, che ieri sera, in diretta da Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò di Venezia ha coronato il sogno di Zeudi di Palma, già Miss Napoli. 

L’evento, trasmesso in diretta sulla piattaforma digitale Helbiz, è stato condotto da Alessandro Di Sarno, inviato de Le Iene, affiancato dall’iconica artista Elettra Lamborghini, e dall’ex Miss Italia 2019, Carolina Stramare, l’attuale volto della piattaforma Helbiz Live e conduttrice del Campionato di Serie B.

“Per me è una vittoria inaspettata e davvero bella – ha commentato la vincitrice - Miss Italia è una famiglia ed è un percorso che auguro ad ogni ragazza, al di là della vittoria. Le ragazze sono state stupende e con alcune di loro è nata una bellissima amicizia che intendo coltivare e conservare”

La finale della kermesse ha ripercorso le esperienze che le ragazze hanno vissuto in questi mesi a Venezia, un viaggio tra tradizione, cultura, innovazione e sostenibilità. Un omaggio alla Città lagunare che quest’anno celebra i 1600 anni dalla sua Fondazione e che è candidata a diventare "Capitale Mondiale della Sostenibilità".  

Durante la serata è stato assegnato anche il titolo di Miss Italia Social 2021 andato alla ventunenne di Oristano Chiara Manca, già Miss Sardegna.

“Congratulazioni alla vincitrice Zeudi di Palma, alla vincitrice del concorso Social, Chiara Manca, e a tutte le partecipanti – ha commentato il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro al termine della serata - Complimenti a Patrizia Mirigliani, alla produzione e a tutta la squadra di Miss Italia per questa edizione completamente rinnovata, che siamo orgogliosi di aver ospitato a Venezia, luogo della bellezza per eccellenza. Le Donne hanno dimostrato, ancora una volta, di essere il futuro del mondo”. 

 

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Questa sera alle 21 la finale di Miss Italia 2021 in diretta streaming dal Casinò di Venezia

Venezia, 13 febbraio 2022 - Domenica 13 febbraio alle 21 nella splendida cornice di Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò di Venezia, verrà eletta Miss Italia 2021. La selezione finale delle Miss sarà disponibile in esclusiva su Helbiz Live e verrà trasmessa, solo per l’Italia, senza necessità di abbonamento.

Il concorso di bellezza nato nel 1946, che quest’anno omaggia e celebra i 1600 anni della fondazione della Città di Venezia, si trasforma per raccontare una nuova idea di bellezza, svolgendosi per la prima volta interamente sui social media e sul web, per parlare anche ai nativi digitali e al pubblico più giovane: la generazione Z.

Le finaliste questa sera sveleranno anche la loro campagna promozionale che avrà come protagonista Venezia, scelta dal Governo per diventare la città Candidata Mondiale alla Sostenibilità. A loro, che nei mesi scorsi si sono confrontate con varie prove sul campo, è stato chiesto di scegliere un linguaggio giovane per comunicare un messaggio di sostenibilità ambientale sulla città che ha ospitato l’82esima edizione del concorso.

Riportare Venezia al centro dell’attenzione mondiale è la finalità della candidatura per una città che coniuga bellezza con contemporaneità. L’Amministrazione comunale sta investendo molte risorse in questo senso: verrà costituita una Fondazione, che avrà sede a San Marco e si occuperà del rilancio economico e sociale in chiave green per il futuro di Venezia. Si investiranno 155 milioni di euro sul fronte del trasporto acqueo, per far diventare i vaporetti ibridi, mentre altri 86 milioni saranno destinati al parco mezzi di trasporto su terra con 123 autobus ad idrogeno. A Venezia, infatti, spetta un ulteriore primato: qui sorgerà il primo distributore ad idrogeno in Italia. Con due università e un podio che la vede da anni ai vertici nazionali nella raccolta differenziata e con un modello che ricicla l’85 per cento dei rifiuti, recupera il 15 per cento di energia quasi azzerando l’uso della discarica, Venezia virtuosa e performante guarda a un futuro sostenibile aprendosi alle nuove generazioni.

Venezia che affronta le sfide del futuro, quindi, all’insegna della bellezza, della tranquillità di vita ma anche delle nuove tecnologie. Venezia che punta anche a una nuova forma di turismo, più lento, anche grazie alla presenza di oltre 200 km di piste ciclabili in tutta la città metropolitana, un turismo che possa innamorarsi ancora di più delle bellezze della città lagunare.

La sfida di conciliare la tradizione del concorso con l’innovazione è affidata alla conduzione di Alessandro Di Sarno, inviato de Le Iene. Ad affiancarlo l’iconica artista Elettra Lamborghini che, con la sua originalità, autoironia e semplicità davanti a telecamere e piattaforme social, è uno dei volti più conosciuti e amati dalla GenZ. Carolina Stramare, Miss Italia nel 2019 e attualmente volto della piattaforma Helbiz Live e conduttrice del Campionato della Serie B, avrà invece il compito di traghettare il pubblico da un concorso consolidato e conosciuto al nuovo format.

I componenti della giuria, che avranno l’arduo compito di eleggere la nuova Miss Italia 2021, sono: la stilista e presidentessa della giuria Elisabetta Franchi, il trasformista Arturo Brachetti, l’esperto di moda Jonathan Kashanian e la social influencer Giulia Salemi.

Già dal 13 dicembre, sono a disposizione su Helbiz Live gli highlights del concorso e dal 12 febbraio sarà possibile guardare on demand l’ultima delle pillole che raccontano le storie e le prove delle concorrenti. Tutti gli aggiornamenti su @crown.revolution, il contenitore tematico di Miss Italia che accende i riflettori di Instagram sulle aspiranti Miss, raccontando i sogni, le aspirazioni e i valori di una generazione che cambia, ridisegnando e ampliando il concetto di bellezza.

Il Carnevale di Venezia: storia di una tradizione millenaria che ha reso la città lagunare famosa in tutto il mondo 

Venezia, 12 febbraio 2022 – Nell’immaginario collettivo è spesso collegato ai fasti e alle trasgressioni del XVII e XVIII secolo, complici anche i celebri dipinti di Francesco Guardi e Pietro Longhi, oltre alle opere teatrali di Carlo Goldoni e agli scritti di Giacomo Casanova. Ma in realtà, il Sei-Settecento non è che un momento della lunga e complessa storia del Carnevale di Venezia, ad oggi forse la più conosciuta e spettacolare festività della città lagunare, che quest’anno compie 1600 anni. Apparso alla fine dell’XI secolo, il Carnevale veneziano diventa ben presto uno degli episodi chiave di un importante rituale volto a celebrare il successo politico ed economico della Serenissima; la sua dimensione celebrativa e festiva viene via via raffinata nel tempo fino a diventare, nel XVIII secolo, il simbolo per eccellenza dei carnevali urbani in tutta Europa. Attraverso i secoli, nessuno è rimasto immune al fascino mutevole e al mistero del millenario Carnevale veneziano, tantomeno il professor Gilles Bertrand, ordinario di storia moderna all’Università Grenoble Alpes, nonché uno dei massimi esperti di storia del Carnevale di Venezia.

Sebbene l’etimologia, il latino “carnem levare” ossia “privarsi della carne”, sia di derivazione cristiana, le radici della tradizione carnevalesca rimandano ad un tempo ancora più remoto, in cui si celebrava il passaggio dall’inverno alla primavera. Già i culti dionisiaci in Antica Grecia e i Saturnalia in epoca romana indicavano un periodo dell’anno in cui era permesso sovvertire il rigido ordine sociale. Ma la prima testimonianza del Carnevale a Venezia è un documento del doge Vitale Falier, datato 1094, in cui si parla di divertimenti pubblici, mentre nel 1296 il giorno precedente la Quaresima diventa ufficialmente, grazie a un editto del Senato della Repubblica Serenissima, una festa pubblica. Tuttavia, i documenti non sono numerosissimi durante il Medioevo, e sembra che il Carnevale di Venezia assomigliasse molto a quello di altre città dell’Europa mediterranea, almeno fino al XIII secolo. In quest'epoca, la festività durava sei settimane, dal 26 dicembre al Mercoledì delle Ceneri, anche se i festeggiamenti talvolta venivano fatti cominciare già i primi giorni di ottobre.

È solo a partire dal XIV secolo che si comincia ad elaborare un Carnevale propriamente veneziano, che va ad inserirsi in un contesto di chiara matrice politica ed economica. “Oltre alla dimensione religiosa”, spiega il professor Bertrand, “il Carnevale rivestiva almeno altre due funzioni. Una di queste era politica: sin dal Medioevo, il Carnevale serviva a rinforzare l’aggregazione, la coesione della popolazione dei quartieri, utilizzando la memoria di eventi storici o leggendari che miravano a ricordare i successi e l’estensione progressiva del dominio della Repubblica. Ma ci fu anche, a un certo punto, una dimensione di sopravvivenza economica, legata alla capacità di farsi vedere come città lussuosa e attraente verso la quale confluivano persone venute da tutto il resto dell’Europa. Questa terza funzione, si potrebbe dire, si estese sin dall’inizio dell’epoca moderna, e cioè dalla metà del XVI secolo, all’epoca di Tiziano e di Veronese, fino alla fine della Repubblica nel 1797. Questo significato cominciò ad acquistare una preminenza quando il prestigio economico e diplomatico di Venezia, al suo apice, nei secoli XIV e XV, si indebolì. Venezia cercò allora di mantenersi come capitale prestigiosa, ricca e sfarzosa agli occhi dei sovrani, degli aristocratici, dei mercanti e degli artisti di tutta Europa”.

Il Carnevale di Venezia è un momento di svago per tutte le classi sociali, sia per il popolo che per la nobiltà, anche se restano in vigore certe distinzioni. “Ognuno si divertiva”, racconta il professor Bertrand, “e per certi spettacoli carnevaleschi, come le regate, le cacce al toro o la festa del Giovedì Grasso, il popolo e i nobili potevano confluire. Ognuno poteva incrociarsi in campo Santo Stefano o in Piazza San Marco. Ma nell’insieme vigeva una reale spaccatura, anche in quelle occasioni. Con la pratica del liston i nobili si mettevano in mostra davanti a tutti, facendo capire la loro differenza con il popolo. Pure il travestimento in bautta non rendeva uguali le condizioni, in quanto la qualità di un merletto o il modo di disporre il tricorno sulla testa erano altrettanti segni di riconoscenza. Al popolo in epoca moderna, e forse ancora di più nell’Ottocento, piaceva godersi il Carnevale come un tempo di piaceri per la gola, mentre la fobia della folla spingeva nobili a recarsi nelle loro ville fuori Venezia, in modo da sfuggire al chiasso”.

Le celebrazioni carnevalesche a Venezia conoscono profonde metamorfosi nel corso dei secoli, e si compongono di innumerevoli eventi, alcuni più raffinati, altri più popolari. “Certi giochi, rituali e festeggiamenti che erano molto in auge presso il popolo durante il Medioevo scomparvero progressivamente, perché considerati troppo violenti. Per primo a metà del Cinquecento si affermò un Carnevale più raffinato nei suoi costumi e nel modo di travestirsi, più controllato dal governo, con tanto di feste private da un lato, separate da quelle popolari, e di festeggiamenti collettivi dall’altro, destinati ad abbagliare veneziani e forestieri, giocando sui pregi e la magnificenza dello scenario, in particolare quello di Piazza San Marco e del Canal Grande. In secondo luogo, la dimensione militare e di protezione contro gli elementi naturali ostili aveva generato esercizi acrobatici o lotte tra gruppi di giovani o con animali: il governo cercò di mantenerli per fare piacere al popolo, ma poco a poco furono interrotti”. Tra gli eventi che scompaiono, si ricordano anche la lotta dei pugni tra Castellani e Nicolotti, abolita nel 1705, le cacce al toro (1802) e, nel 1816, lo spettacolo popolare delle Forze di Ercole con piramidi umane in Piazzetta San Marco.

Purtroppo, con la caduta della Serenissima e l’occupazione francese e austriaca del 1797, la lunghissima tradizione del Carnevale di Venezia viene interrotta per timore di ribellioni e disordini popolari. “Sparisce la necessità per Venezia di farsi vedere bella agli occhi di tutta l’Europa”, afferma il professor Bertrand, “e di utilizzare il Carnevale come una vetrina destinata a far sapere che rimaneva indipendente, ricca e sfarzosa come ai tempi in cui dominava il Mediterraneo, nel XIV e XV secolo. Inoltre, i francesi arrivano con un sospetto, tipico dei tempi rivoluzionari, contro la maschera e il travestimento; segue poi la volontà degli austriaci di riorganizzare quest’antica capitale come un semplice capoluogo di provincia. Pochi teatri, pochi piaceri: il Carnevale prima scompare, poi dopo l’epoca napoleonica, e quindi sotto il secondo dominio austriaco, le sue manifestazioni vengono limitate all’apertura dei teatri, a qualche ballo, a delle regate e a delle mascherate per le strade, fino alla scomparsa completa delle sue espressioni pubbliche con l’Unità d’Italia. Per decenni il Carnevale si limita per lo più a feste nostalgiche in palazzi privati e con il concorso di artisti”. Solamente nelle isole della laguna di Venezia, come Murano e Burano, i festeggiamenti proseguono, conservando vigore e allegria. 

La ripresa di questa millenaria tradizione arriva a quasi due secoli di distanza, nel 1979, su iniziativa del Comune di Venezia e di alcune associazioni cittadine. Maschere, costumi, sfilate, balli: il Carnevale di Venezia, ora festeggiato ogni anno nei dieci giorni che precedono la Quaresima, si ispira in gran parte alle atmosfere barocche del XVII secolo, oltre che ai fasti del XVIII secolo. Spesso contraddistinte e dedicate ad un tema di fondo, le nuove edizioni del Carnevale si sono inoltre arricchite di numerosi appuntamenti ispirati alla storia e alle tradizioni della città lagunare, come la Festa delle Marie e il Volo dell’Angelo.

 

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La storia dei grandi amori e delle leggende romantiche nate e ambientate a Venezia

Venezia, 12 febbraio 2022 - Eleonora Duse e Gabriele D'Annunzio, Aristotele Onassis e Maria Callas. Due amori illustri nati nella romantica cornice di Venezia e che sono stati raccontati in tutto il mondo. Nel giorno degli innamorati Venezia, che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione, ricorda le storie d'amore che ancora oggi sono in grado di toccare il cuore.

Come le più antiche che raccontano l'amore contrastato di Orio e Melusina, protagonisti di una leggenda d'amore impossibile consumata ai tempi dello splendore della Serenissima: questo racconto, che ancora oggi viene ricordato come quello di amore eterno, e da una incisione a forma di cuore scolpito su un arco della casa in cui vivevano all'Arsenale nel Sestiere di Castello. O la storia di Maria, settima di sei sorelle bellissime che, a differenza sua, abitavano al ponte delle Maravegie a San Trovaso a Dorsoduro, e del suo amato barcaiolo: un amore contro tutti e tutti in cui i due giovani, sfidando la gelosia e la cattiveria, sono stati alla fine premiati con una vita insieme durata 68 anni.

La storia d'amore contemporanea più iconica sbocciata a Venezia è senza dubbio quella tra Maria Callas e Aristotele Onassis. Era il 1957, alla Mostra del Cinema di Venezia: cupido è stata Elsa Maxwell, la più famosa giornalista di gossip di Hollywood, che per far conoscere i due amici ha organizzato un ricevimento all’Hotel Danieli. Una sera di settembre, Maria Callas e Aristotele Onassis si incontrano, si piacciono e trascorrono ore assieme fino a notte fonda, parlando in greco per non farsi capire da nessun altro. E’ nata così la loro storia d'amore, di cui la testimone è Venezia: i due si lasciano immortalare all’Harry’s Bar, sulla spiaggia dell’Hotel Excelsior, indifferenti ai flash, senza avere occhi per altro che non sia la loro intesa crescente.

C’è, poi, la storia d’amore tra il poeta Gabriele D'Annunzio e l’attrice Eleonora Duse: il loro primo incontro risale al 1895, quando D’annunzio fa la sua conoscenza nella mansarda di un amico in comune a palazzo Barbaro con affaccio sul Canal Grande, il pittore russo Aleksander Wolkoff. 

Ma complice del loro amore è stato l’hotel Danieli: nel 1985, nelle stanze del lussuoso hotel che proprio in questi giorni ha festeggiato 200 anni dalla sua apertura in Riva degli Schiavoni, proprio in quell’albergo dove il poeta aveva deciso di trasferirsi per trascorrere la sua vita in laguna ci fu il primo incontro.  Le calli e i canali di Venezia, case e palazzi di amici, gli appuntamenti mondani e di spettacolo hanno fatto da quinta al loro tormentato amore, fino al lento declino avvenuto verso il 1890.

Ma le storie d’amore in laguna hanno radici molto lontane. Come le leggende che ci arrivano al tempo della Repubblica Serenissima e che trovano ancora ricordi nelle pietre e nei palazzi della città.

Una di queste è la storia del cuore rosso di pietra nascosto a Venezia che porta fortuna a chi lo tocca e che cela la leggenda dell'amore tra una sirena e un pescatore veneziano che ha lasciato il suo segno nel tempo nel sestiere di Castello.

Non lontano dalla chiesa di San Giovanni in Bragora c'è un sottoportego molto famoso tra gli innamorati, perché al suo interno è nascosto un mattone rosso a forma di cuore dietro il quale si nasconde una bella quanto struggente leggenda d'amore. Toccare il cuore si dica faccia avverare i propri desideri d'amore entro l'anno. La leggenda è quella di Orio e Melusina, ovvero l'amore "maledetto" di un pescatore e una sirena iniziato a Malamocco dove il giovane pescatore, gettando le reti di notte in laguna, pescò una sirena, Melusina appunto.

Liberatala dalla rete, Orio si innamorò all'istante di lei che a sua volta perse la testa per il pescatore veneziano a tal punto da rinunciare alla sua natura di mezzo pesce per andare a vivere con lui. C'era solo un patto che Melusina chiese a Orio di rispettare: che lui restasse fuori casa tutti i sabati fino al giorno del matrimonio. Il giovane, all'inizio, rispettò la richiesta ma poi, divorato dalla curiosità e spinto un po' dalla gelosia, tornò a casa proprio di sabato e si trovò davanti una sorpresa terrificante. Sua moglie si era trasformata in un orrido serpente. La sirena, infatti, era vittima di un terribile sortilegio che si sarebbe rotto solo con il matrimonio e così fu. I due, infatti, si sposarono ed ebbero tre figli ma la vita aveva in serbo per loro una spiacevole sorpresa. Melusina si ammalò e morì lasciando così Orio da solo con tre figli. La leggenda vuole che la casa di Orio fosse inspiegabilmente sempre in ordine. Un giorno Orio rientrato a casa per una tempesta, trovò in cucina un serpente e per paura che facesse del male ai suoi figli, lo uccise. Da quel momento la casa non fu mai più in ordine e l'uomo capì che aveva ucciso nient'altro che l'anima di sua moglie che tornava, sotto forma di serpente, ogni giorno per aiutare la sua famiglia ma che era morta per mano del suo stesso amore. Così, è a ricordo di questa storia che il cuore di pietra è stato posto lì, dove in origine sorgeva la casa di Orio e Melusina.

E ancora da ricordare c’è la storia di Maria, settima di sei sorelle bellissime, e del suo barcaiolo. La leggenda narra che nelle vicinanze di San Trovaso, vicino al ponte delle Maravegie, abitava una famiglia composta da sette sorelle: sei erano bellissime mentre la settima, di nome Maria, era sgraziata e scontrosa. Tutti i ragazzi della zona facevano a gara per ottenere l’attenzione delle sei affascinanti fanciulle, ma nessuno prendeva in considerazione Maria. Tra gli spasimanti c’era un barcaiolo, fortissimo nelle regate ma impacciato in amore e con problemi di salute tanto da costringerlo a lasciare le regate. Nessuno riusciva a guarirlo così iniziò a pensare di essere vittima di un malocchio lanciato contro di lui da Maria colma d’odio e d’invidia per le sorelle e verso di lui che faceva loro la corte.

Spinto dalla rabbia decise di punirla ma cambiò idea quando la vide inginocchiata a pregare e che, alla vista del giovane, gli confidò tutto il suo amore usando parole bellissime. Talmente vere che il barcaiolo si rese conto di amarla a sua volta. Il potere e la forza del loro amore permisero al ragazzo di recuperare le forze, di vincere la regata e di trasformare Maria in una bellissima donna.

 

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La magia dei costumi delle Marie del Carnevale di Venezia. Lunedì l’atelier Pietro Longhi presenta il nuovo modello

Venezia, 11 febbraio 2022 – Nulla nasce per caso o a caso. Soprattutto un costume di scena, un modello tradizionale, per una evocazione storica e in special modo se deve venire indossato da una donna. Il costume delle Marie del Carnevale, dal ritorno della rievocazione avvenuta nel 1999 grazie al visionario Bruno Tosi, ha vestito prima 7 e poi 12 ragazze con quattro diversi modelli. Quattro costumi che dovevano, in un certo modo, spingere chi li indossava e chi li vedeva, poi, sfilare, a ricordare e rivivere lo spirito e la storia della tradizionale sfilata delle giovani fanciulle veneziane.

“Nelle prime edizioni, la scelta di Bruno Tosi fu quella di affidarsi ad un noleggio dei costumi – racconta Maria Grazia Bortolato, che da Tosi ha ereditato il ruolo di organizzatrice e curatrice della rievocazione delle Marie dal 2012 – Inizialmente le ragazze erano 7 e non 12 e non c’era uno studio approfondito dell’abito come c’è oggi. Nel 2010, ci siamo affidati all’Atelier padovano di Francesca Serafini che ha disegnato il costume e che era caratterizzato da contorni medievali con delle mantelle di color marrone. Nel 2013, è, invece, iniziata la collaborazione con l’Atelier Pietro Longhi che ci accompagna ancora oggi e che ha disegnato due abiti diversi: quelli usati fino allo scorso anno e quelli nuovi che verranno presentati lunedì 14 febbraio alla selezione delle 12 Marie del Carnevale 2022”.

Francesco Briggi, assieme alla moglie Anna Zappella e Raffaele Dessì, sono l’anima, il cuore, la mente e il braccio operativo e pensante dell’Atelier Pietro Longhi. 

“Il rapporto professionale tra l’atelier e il Carnevale di Venezia è iniziato nel 2013, quando l’allora direttore artistico Davide Rampello, una persona di cultura, squisita e amante di Venezia, si rivolse a noi dicendo che c’era la necessità di cambiare i costumi delle 12 Marie. Abbiamo, così, deciso assieme di seguire la tradizione e per disegnare i primi modelli mi sono ispirato agli abiti che sono raffigurati nei quadri quattrocenteschi del pittore veneziano Vittore Carpaccio, consapevole del ruolo che avrebbero avuto le ragazze che sono parte dell’apertura del Carnevale. Immaginato un possibile modello, l’abito è stato contestualizzato e trasportato alle esigenze moderne senza dimenticare mai, però, la tradizione veneziana. Ecco, dunque, il primo bozzetto e poi il via al lavoro con il materiale fornito dalla storica tessitura Rubelli. Scelsi l’azzurro e il viola che bene si integravano con la gioventù delle ragazze”.

Un abito, un costume di Carnevale, ma in questo caso quasi di scena, va realizzato tenendo conto anche delle diverse esigenze di taglie e misure delle aspiranti Marie.

“Ci sono degli escamotage per rendere gli abiti indossabili: nel ‘400 e nel ‘500 erano formati da più strati, quelli creati dall’Atelier Pietro Longhi sono abiti più agili e veloci nella vestizione perché tengono conto dei numerosi giorni che devono venire indossati dalle ragazze e dai tempi spesso stretti che ci sono per la vestizione e svestizione per seguire i vari appuntamenti in città”.

Nel 2022, quindi, sarà svelato un nuovo modello, proprio in questa edizione che cade nelle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia.

“Ho acquistato da Rubelli circa 60 metri di tessuto: per ogni abito servono dai 4,5 ai 5 metri. Il tessuto è un damasco di colore avorio e champagne con disegni floreali che ricordano la tradizione tessile dello stesso Rubelli. Ho deciso di non basarmi più sulla fine del ‘400, inizi ‘500, ma sono andato verso Tiziano e verso la metà del ‘500. Ho scelto più la luce. Un tessuto che riporta ad un colore chiaro. Questo anche perché a Venezia molto spesso le spose vestivano di chiaro anticipando un po’ il gusto moderno”.

Il Carnevale, un’avventura da vivere tutta d’un fiato e con poche ore di sonno sulle spalle. 

“È una cavalcata in cui si parte al piccolo trotto a novembre e poi si aumenta il passo finché non si arriva agli ultimi giorni, quando le richieste si accavallano. È un periodo intenso e stressante, sia fisico che mentale, però la soddisfazione ripaga. Noi regaliamo felicità a chi indossa i nostri vestiti. E non solo alle Marie del Carnevale”.

L’ultimo sforzo di solito è l’abito per la ragazza che vince il concorso diventando Maria dell’anno. “Sì, la vestizione della Maria che vince è l’ultimo km di questa corsa. Per decidere cosa farle indossare partiamo dal tema del Carnevale. Quest’anno “Remember the Future” è un tema complesso da tradurre ed è una sfida anche per noi. Ho sempre cercato di coniugare il tema con la tradizione del carnevale e anche la stessa ragazza. Abbiamo vestito 8 Marie vincitrici in questi anni: tutte hanno avuto il loro momento di importanza e gloria e tutte hanno avuto un prosieguo particolare anche di carriera. Claudia Marchiori è quella che mi fa più piacere vedere anche per la carriera che sta intraprendendo come attrice. Ma anche altre ragazze le sento ancora. Tutti gli abiti delle ragazze vincitrici sono di mia proprietà, ma non li noleggio. Li uso solo per particolari eventi od occasioni, magari qualche shooting fotografico. È il mio piccolo tesoro a cui quest’anno aggiungeremo l’1 marzo l’ultimo modello”.

 

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