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La storia delle maschere veneziane dalle origini a oggi

Venezia 10 febbraio 2022 - La tradizione delle maschere abbraccia una parte importante della storia di Venezia e del suo Carnevale che quest’anno viene celebrato dal 12 febbraio al 1° marzo e rientra nei festeggiamenti per i 1600 anni di storia della città.

Colorate, decorate, semplici o più estrose, le maschere vengono associate quasi esclusivamente a questo periodo dell’anno ma a Venezia, questi particolari oggetti ornamentali sono strettamente legati alla tradizione artigianale dei mascareri e il loro uso è cambiato negli anni assumendo significati e importanze diverse. 

Il fascino delle maschere conquista Venezia già dal lontano 1200 quando iniziano a vedersi i primi travestimenti tra le calli della città. A portare questo nuovo costume a Venezia furono le donne di Costantinopoli che erano solite girare per la città con il viso coperto da una maschera, un modo di vestire che colpì subito tutti, nello specifico l’allora doge Enrico Dandolo che mise in evidenza questa particolarità raccontando aneddoti sull’uso curioso di questi travestimenti da parte delle donne provenienti dalla Città d’Oro. Amate e odiate, le maschere sono sempre stato argomento di dibattito a Venezia.

È solo nel XV secolo, però, che viene ufficialmente riconosciuto dalla Serenissima il mestiere dei mascareri, gli artigiani specializzati nella realizzazione di maschere di cartapesta. Questo artigianato, tramandato di generazione in generazione, faceva capo al mestiere dei pittori ed era legato al lavoro dei targheri che imprimevano sullo stucco dei volti dipinti. Insieme, questi due mestieri, costituivano una delle professioni più antiche di Venezia che dal 10 aprile 1436 si dotò anche di una mariegola che ne regolamentava il lavoro.  

Le maschere, realizzate in cartapesta e adornate da pietre preziose, colori e tessuti, diventarono da subito sinonimo di libertà d’espressione, trasgressione alle regole della Repubblica Serenissima, gioco, festa e possibilità di diventare chiunque si volesse. L’uso di questo travestimento, però, venne limitato con una legge specifica del 1268 in determinate occasioni, escludendo il Carnevale e altre feste ufficiali della città. Era proibito l’uso delle maschere durante il cosiddetto gioco de l’ova che vedeva uomini lanciare uova riempite con acqua di rose alle dame che passeggiavano in città. Non ci si poteva mascherare a Venezia neanche nei giorni che precedevano il Natale o la Pasqua e non ci si poteva coprire il volto all’interno delle case da gioco o dei luoghi sacri.  Unica eccezione era per le ragazze a cui, dal 1776, venne concesso di mascherarsi tutte le volte che andavano a teatro.  

Nel XVIII secolo l’uso delle maschere a Venezia era molto diffuso con una richiesta talmente elevata che si arrivò alla creazione di nuove botteghe di mascareri e proprio nel 1773 si contavano, in città, ben 12 botteghe dove venivano create le maschere in cartapesta e 31 mascareri.  

Tra tutte la maschera più caratteristica e quella che negli anni è diventata la maschera veneziana per eccellenza è la Bauta, un vero e proprio costume usato comunemente per recarsi a teatro, nei caffè, nelle case da gioco e diffusosi a Venezia nel periodo tra il XV e il XVI secolo. La Bauta è formata da una maschera vera e propria, dal cosiddetto “zendale”, una mantellina che copriva la testa e le spalle e da un tricorno. Questo tipo di travestimento - che permetteva perfino di deformare la propria voce per non farsi riconoscere, grazie a una particolare forma della parte della maschera che copriva la bocca - tra tutti quelli esistenti in città aveva il permesso di poter essere utilizzato dai veneziani anche in alcuni giorni in cui l’uso delle maschere era bandito dalla città come il giorno di San Marco, quello dell’Ascensione e il giorno in cui venivano eletti dogi e procuratori.

Oltre alla Bauta, un’altra maschera molto amata in città era la Moretta, una maschera di origine francese di forma ovale, ricoperta di velluto scuro che divenne molto popolare tra le dame veneziane. La particolarità di questa maschera è che veniva tenuta ferma in viso mordendo un piccolo bottone tra i denti diventando, così, una maschera muta. 

Con la caduta della Serenissima, nel 1797, il governo austriaco vietò l’uso delle maschere che iniziarono una fase di decadenza fino a che, con il secondo governo austriaco, si tornò a permettere l’uso di questo ornamento durante i giorni del Carnevale e, ancora oggi, a Venezia le maschere continuano a far parte di una diffusa tradizione artigianale e culturale che vuole continuare a raccontare la sua storia.

 

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Annunciate le due finaliste del concorso Miss Italia Social. Domenica 13 febbraio la finale a Ca’ Vendramin Calergi

Venezia, 9 febbraio 2022 – Chiara Manca e Ilaria Fiocchetti sono le finaliste del titolo di Miss Italia Social che sarà assegnato, oltre a quello di Miss Italia, domenica 13 febbraio in diretta streaming sulla piattaforma Helbiz Live da Palazzo di Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò di Venezia.

Lo storico concorso di bellezza, che quest’anno omaggia e celebra i 1600 anni della fondazione della Città di Venezia, cambia e si rinnova, diventando digital. 

Le nove finaliste in gara per il titolo di Miss Italia Social hanno avuto il compito di raccontare la bellezza di Venezia sui propri profili Instagram secondo quattro aree tematiche: artigianato, sostenibilità, sport, e creatività, creando così una sorta di diario di bordo in un’ottica di valorizzazione e di promozione territoriale, accompagnate da influencer ed esperti nel settore digital. 

Dopo aver trascorso a Venezia due giornate nel mese di dicembre dando risalto ai temi dell’artigianato, della cultura e della sostenibilità, le aspiranti Miss Italia Social nei giorni scorsi si sono confrontate con altre due realtà, questa volta in modo del tutto digital.

Lunedì 7 febbraio le giovani ragazze sono entrate in contatto con la realtà sportiva di Venezia, incontrando virtualmente le due squadre femminili della Reyer Venezia e Venezia FC e partecipando a un dibattito che ha toccato i temi della parità di genere, della solidarietà femminile e dell’importanza dello sport e del lavoro di squadra.  Guidate dalla coach Carolina Marcialis, pallanuotista e fitness influencer, hanno realizzato un reel dedicato allo sport: ad aggiudicarsi la prova della giornata è stata l’aspirante Miss, Chiara Manca.

Martedì 8 febbraio, invece, le ragazze sono state protagoniste di una prova nel campo della creatività: uno showcooking, in diretta streaming, sotto la guida esperta del pasticcere Roberto della Pasticceria Milady di Marghera che ha insegnato alle aspiranti miss come realizzare il dolce tipico del Carnevale di Venezia, la frittella veneziana. Ognuna di loro, collegata dalla propria cucina di casa, ha messo le mani in pasta per realizzare la ricetta della perfetta frittella di Carnevale e immortalarla, successivamente, in uno scatto altrettanto perfetto secondo le linee guida di Benedetto Demaio. L’esperto content creator ha svelato loro i trucchi e i consigli per realizzare una foto dove il food diventi protagonista indiscusso di Instagram. 

Alla fine dell’esperienza solo una di loro, Erika Arena, si è aggiudicata la prova. 

Determinanti per la scelta della vincitrice del concorso Miss Italia Social sono criteri quali la qualità di foto e video, l’originalità e l’autenticità dei contenuti, l’efficacia del messaggio e il valore da comunicare, oltre ovviamente alla capacità di raccontare la quotidianità e di creare contenuti “unconventional”. Il “diario di bordo”, la classifica e il “best of” sono pubblicati sul canale Instagram @crown.revolution.

La pagina Instagram dedicata al format @crown.revolution è il contenitore tematico di Miss Italia che accende i riflettori di Instagram sulle aspiranti Miss, raccontando i sogni, le aspirazioni e i valori di una generazione che cambia, ridisegnando e ampliando il concetto di bellezza.

Sul profilo vengono presentate le finaliste di Miss Italia e le Miss Italia Social. È qui che le ragazze si raccontano, mettendo in risalto passioni, paure ed emozioni. Su @crown.revolution viene raccontato il diario di bordo delle Miss Italia Social e vengono forniti, in tempo reale, tutti gli aggiornamenti sul format.

La storia della Repubblica Serenissima in 12 episodi da guardare, ascoltare e conservare

Venezia 1600 propone da oggi sui suoi canali social (Twitter, Instagram, Facebook, Youtube) un nuovo progetto legato alle celebrazioni della città

Venezia, 9 febbraio 2022 - Da oggi alle ore 12 sarà online il nuovo prodotto editoriale di Venezia 1600 dedicato alla narrazione, in chiave moderna, della storia della Città. Si tratta di un format video realizzato sotto forma di documentario destrutturato in 12 episodi. Ogni puntata tratta un tema diverso: dai viaggi di Marco Polo a quella di San Marco, dal Carnevale alle conquiste navali, ripercorrendo la storia e gli avvenimenti più importanti che hanno fatto di Venezia la città che oggi conosciamo.

In questi mesi attraverso la redazione giornalistica e quella social di Venezia 1600 sono stati raccontati progetti, iniziative, mostre, aneddoti, storie che hanno spaziato nel tempo e nel territorio che un tempo fu dominio della Repubblica Serenissima. 

Il format video di queste 12 puntate ha scelto, partendo da un'idea del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, invece, di focalizzare alcune fasi e personaggi storici dal 421 (data della fondazione di Venezia) ad oggi e di raccontarli con le voci dei docenti e lo story-telling degli studenti dell’Università Ca’ Foscari, con le animazioni e la regia di OEJ Film e Media.

La scrittura degli episodi è frutto del lavoro degli studenti del Minor in Scrittura e Comunicazione (a.a. 2020/21) dell'Università Ca' Foscari Venezia (Dipartimento di studi Umanistici) che, guidati dai loro professori, hanno prodotto una linea narrativa che è possibile ascoltare nelle due voci fuori campo, una maschile e una femminile. 

Una seconda fase ha previsto un lavoro sul set, con l'organizzazione e la produzione delle riprese in luoghi rappresentativi e simbolici di Venezia. Questi luoghi fanno da cornice agli approfondimenti su aspetti, figure e momenti importanti della storia veneziana offerti da docenti di Ca' Foscari: il primo episodio è arricchito da un intervento della Rettrice, Tiziana Lippiello, dedicato alla figura di Marco Polo. Successivamente, in studio è stata realizzata per l'occasione una linea grafica e sono state selezionate immagini in public domain da utilizzare negli episodi.  

A seguire, infine, le animazioni, nella cosiddetta fase di postproduzione, in cui sono state create con una particolare tecnica di motivo graphics 2D e con una tecnica di montaggio che prevede transizioni che si susseguono rapidamente. Tutto questo per combinare passato e presente e per creare un effetto coinvolgente e suggestivo.

Le 12 puntate saranno disponibili sui canali social di Venezia 1600 e pubblicate con cadenza settimanale per 12 settimane e ogni episodio avrà una durata media di circa 5 minuti e mezzo.

Qui il link al primo episodio: https://youtu.be/cedXlpdhBoc

Qui il iink al video con intervista a Federica Spampinato: https://youtu.be/1ygO6mOECRc

 

 

Domenica 13 l’elezione di Miss Italia 2021 e Miss Italia Social

Venezia, 7 febbraio 2022 - Oltre al titolo di Miss Italia, verrà assegnato in diretta anche il titolo di Miss Italia Social. In tempo di Covid, il Concorso, che quest’anno omaggia e celebra i 1600 anni della Fondazione della Città di Venezia, cambia e si rinnova, diventando interamente digital sulla piattaforma Helbiz Live, che trasmetterà l’evento finale in streaming da Palazzo di Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò di Venezia.

Nove le finaliste in gara per il titolo Miss Italia Social, dopo il ritiro di una delle concorrenti, Francesca Ibba. A loro il compito tutt’altro che facile di immortalare la bellezza del capoluogo veneto sui propri profili Instagram secondo quattro aree tematiche: artigianato, sostenibilità, sport, creatività.

Fino ad ora, le ragazze che concorrono al titolo di Miss Italia Social hanno trascorso a Venezia due giornate, dando risalto ai temi dell’artigianato, della cultura e della sostenibilità, sotto la guida attenta e competente di due influencer: Maria Vittoria Paolillo, influencer, designer e imprenditrice e Barbara Donadio, imprenditrice digitale e beauty expert che sui social ama parlare di sostenibilità e ambiente.

Adesso, dopo lo stop imposto dal Covid, l’esperienza è ripartita sul canale digitale anche nella modalità di partecipazione delle ragazze alle prove, ulteriore elemento di novità e rivoluzione che continua a raccontare la capacità di Miss Italia di adattarsi ai cambiamenti storici.

Il format proposto è quello di un vero e proprio “diario di bordo”, dove a guidare le miss sono quattro influencer con il compito di coordinare le ragazze in un’ottica di valorizzazione e di promozione territoriale. In particolare, ogni giorno un influencer si trasforma in “Cicerone” e accompagna i followers di Instagram alla scoperta dei valori di Venezia e del Concorso. 

Determinanti per la scelta della vincitrice saranno criteri quali la qualità di foto e video, l’originalità e l’autenticità dei contenuti, l’efficacia del messaggio e il valore da comunicare, oltre ovviamente alla capacità di raccontare la quotidianità e di creare contenuti “unconventional”. Il “diario di bordo”, la classifica e il “best of” sono pubblicati sul canale Instagram @crown.revolution. Solo le prime due classificate accederanno alla finale in streaming su Helbiz Live.

La pagina Instagram dedicata al format @crown.revolution è il contenitore tematico di Miss Italia che accende i riflettori di Instagram sulle aspiranti Miss, raccontando i sogni, le aspirazioni e i valori di una generazione che cambia, ridisegnando e ampliando il concetto di bellezza.

Sul profilo vengono presentate le finaliste di Miss Italia e le Miss Italia Social. È qui che le ragazze si raccontano, mettendo in risalto passioni, paure ed emozioni. Su @crown.revolution viene raccontato il diario di bordo delle Miss Italia Social e vengono forniti, in tempo reale, tutti gli aggiornamenti sul format.

Manifattura Tabacchi, storia di una emancipazione femminile che parte dalle sigaraie di Venezia

Venezia, 4 febbraio 2022 – L’odore del tabacco era dappertutto, impregnava la pelle, i vestiti, i polmoni. Caldo e fumi stagnanti, acqua per tenere le foglie bagnate: la Manifattura Tabacchi non era un ambiente salubre nel quale lavorare. Se non sopportavi quell’odore nauseante che ti impregnava le narici dopo una giornata intera ad arrotolare sigari e sigarette, allora quello non era il posto adatto per passarci tutta una vita all’interno. Eppure, quello era un lavoro da donne. C’era un tempo in cui Venezia era una città “industriale”, un tempo in cui nelle fabbriche lavoravano soprattutto le donne, in ambienti malsani e mal pagate. Donne che, tuttavia, hanno saputo ottenere, a forza di lotte, recriminazioni e duri scioperi, dei diritti oggi considerati insindacabili. E le tabacchine, con Anita Mezzalira in testa, erano sicuramente tra queste. 

“La Manifattura Tabacchi, che si trovava a Piazzale Roma, era una grande fabbrica, prima privata poi statale, dove avveniva la produzione del tabacco, dalla foglia ai prodotti finali – racconta Maria Teresa Sega, studiosa dei movimenti delle donne in età contemporanea e autrice di un libro che racconta la storia della Manifattura – Era una fabbrica che impiegava manodopera prevalentemente femminile, soprattutto le sigaraie, che confezionavano i sigari a mano. Nel primo Novecento, su 1500 dipendenti più di 1000 erano donne. Ma erano molte in realtà le fabbriche femminili a Venezia: c’erano la fabbrica di fiammiferi Baschiera, il cotonificio a Santa Marta, oltre ai laboratori delle perlaie e delle impiraresse”.

I Tabacchi, ora Cittadella della Giustizia, comprendevano una vasta area di 50 mila quadrati tra il rio di Santa Maria Maggiore, piazzale Roma e il rio Terà dei Pensieri. Il primo insediamento fu costruito nel 1786, ma poi con gli anni fu rimaneggiato. Il tabacco arrivava greggio in balle e veniva trattato e trasformato in sei diversi reparti che corrispondevano ad altrettante fasi di lavorazione - apprestamento, formazione sigari, tabacco da pipa, tabacco da fiuto, sigarette, recupero scarti - quindi impacchettato e spedito. Una lavorazione completamente manuale che solo alla fine del 1960 venne quasi interamente meccanizzata. 

“Essendo fabbriche femminili c’era la necessità di conciliare il lavoro fuori casa con la funzione materna – spiega – ad un certo punto fu varata una legge per la tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli che tentò di porre qualche limitazione e prevedeva che nelle fabbriche femminili ci fosse una sala dove le madri potessero allattare: la Manifattura di Venezia stipulò un accordo con l’asilo Giustinian, un asilo privato fondato da Elisabetta Michiel Giustinian, in Rio Terà dei Pensieri di fronte alla Manifattura, dove le tabacchine lasciavano i figli prima di entrare in fabbrica. Poi avevano un’ora di tempo nell’intervallo del pranzo per andarli ad allattare”. 

Le tabacchine entrano in Manifattura giovanissime, come apprendiste, a tredici anni. Lavorano in grandi saloni, sedute ai due lati di lunghi banconi al cui capo vi è la sorvegliante. Sopra una tavoletta, con un coltello, tagliano la foglia eliminando le coste, riempiono la fascia ottenuta con il tabacco sminuzzato che tengono in un sacco, la bagnano di pasta d’amido e la arrotolano, quindi tagliano la punta del sigaro facendo azionare un taglierino a pedale. I sigari devono risultare tutti uguali; le maestre li pesano e li misurano, pronte a rompere quelli che non risultano perfetti. In una giornata di lavoro devono produrre un numero determinato di sigari (che arriva a 1200 per i “Roma”). Il lavoro è pesante, sorvegliate da una gerarchia molto rigida alla cui sommità stanno sempre gli uomini. Sedute una vicina all’altra, in un ambiente caldo-umido che spesso fa perdere i sensi, tra esalazioni di nicotina che impregnano il corpo e che portano anche ad aborti. I controlli sono pesanti, soprattutto durante il periodo fascista e per paura di furti di tabacco le donne vengono pesantemente perquisite prima di uscire, arrivando a dover subire una visita ginecologica. Davanti a questo si ribellano, cantando in fabbrica anche se era proibito, rovinando la produzione, e scioperando ad oltranza.

“Rispetto a quelle, durissime, delle altre fabbriche, le condizioni delle tabacchine risultavano anche di relativo privilegio – continua Sega – Per quanto misero, il loro salario era superiore a quello delle operaie private, rafforzato dalla certezza della paga e dalla stabilità dell’impiego. E avevano un orario leggermente inferiore a quello delle altre lavoratrici, le cui condizioni erano molto più pesanti: dalle cotoniere ai fiammiferi, la Saffa e tante altre piccole fabbriche. Questo perché la Manifattura Tabacchi era una fabbrica di Stato, e quindi c’era maggiore controllo e attenzione. Lo si intuisce quando, nel 1904, viene emanata la legge che sancisce a 15 anni l’età per entrare in fabbrica, legge che qui viene rispettata anche se fino a un certo punto, perché si poteva entrare anche prima come apprendiste. Alla Baschiera o nelle vetrerie invece si trovavano le bambine”. 

Ma quella della Manifattura Tabacchi è anche una storia di amicizia e di solidarietà tra donne, che si aiutavano quando una di loro era in ritardo o se non aveva confezionato il numero di sigari previsto. È una storia di donne veneziane che lottarono, a suon di scioperi e di disobbedienza, per ottenere migliori condizioni di lavoro, per una riduzione dell’orario di lavoro, per un aumento della paga. Ed è una storia di emancipazione femminile, di cui loro sono sicuramente un simbolo. 

Negli anni ‘70 le ultime tabacchine assunte si organizzano in un collettivo per lottare e ottenere asili-nido, mense, tempo pieno scolastico. Ottengono che la ginecologa del vicino consultorio di campo della Lana vada una volta la settimana a rispondere alle loro domande. Ma inizia poi il declino fino alla chiusura definitiva, nel 1996, da parte del consiglio d’amministrazione dei Monopoli di Stato. 

“Si arriva alla chiusura perché, progressivamente cambia il mercato e la richiesta – conclude Sega – la produzione in periodo di guerra andava molto bene, perché le sigarette venivano mandate al fronte. Ma è chiaro che poi c’è stata una crisi, dovuta al fatto che progressivamente si è intervenuti per limitare il consumo di tabacco e di sigarette, soprattutto da parte dello Stato”.

Credits foto storiche: Archivio associazione rEsistenze

 

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Ritorna il Carnevale di Venezia ricordando il rapimento delle dodici novizze veneziane che racconta la nascita della celebrazione della Festa delle Marie

Venezia, 1 febbraio 2022 – Era il 1094 quando per la prima volta il suo nome appariva tra le righe di un documento scritto dal Doge Vitale Falier. Due secoli più tardi un editto della Serenissima lo proclamerà festa pubblica ufficiale, facendolo coincidere con il giorno precedente l’inizio della Quaresima. Nascerà così, nel 1296, la festa più sfarzosa e divertente della città: il Carnevale di Venezia. Tra maschere e costumi, oggi la città si prepara ad accogliere, nell’anno delle celebrazioni per i 1600 anni dalla sua fondazione, i festeggiamenti per onorare la ricorrenza che ha reso Venezia famosa in tutto il mondo.
Era un periodo dedicato al divertimento e ai festeggiamenti prima dell’inizio del periodo di digiuno ecclesiastico in vista della Pasqua. Veneziani e forestieri si riversavano nelle calli della città per dare vita a feste con musiche e balli sfrenati, dando sfogo a tensioni e malumori nascosti dietro a sfarzosi travestimenti. Attorno al Carnevale, leggende ed avvenimenti storici si sono intrecciati nei secoli, trovando in questo periodo dell’anno il contesto perfetto in cui prendere vita. Tra questi, una ricorrenza si è tramandata nei secoli, arrivando a noi fino a rappresentare il cuore dei festeggiamenti del Carnevale veneziano: la Festa delle Marie.
È la storia di un rapimento e di un riscatto, una celebrazione antica, che risale già all’epoca medioevale, quando il 2 di febbraio si onorava il rito religioso dedicato alla purificazione della Vergine. Qui, grazie alla natura intrinseca della città, i percorsi rituali delle processioni religiose potevano solcare i canali lagunari, permettendo alle tipiche barche veneziane, le “scaule”, di sfiorare gli specchi d’acqua della città, ripercorrendo la sua lisca da testa a coda. Dietro alla tradizione religiosa una vicenda, ormai divenuta storia, fatta di pirati e fanciulle, si anima tra calli e campielli sullo sfondo di una Venezia già in festa.
La tradizione popolare racconta di un rapimento, avvenuto nel 946 durante gli annuali festeggiamenti dedicati alla Vergine Maria, quando dodici fanciulle veneziane in procinto di maritarsi vennero rapite con le loro doti davanti alla chiesa di San Pietro di Castello.
Siamo ai tempi del Doge Pietro Candiano III e un gruppo di pirati dalmati irrompe nella chiesa, addobbata e illuminata in occasione delle imminenti nozze, tra lo sbigottimento generale. Le giovani fanciulle vengono rapite e derubate delle loro gioie, gelosamente custodite in cassette di legno colorate e appositamente costruite per l’occasione, le “arcelle”. Un inseguimento è prontamente organizzato dal Doge, che prende il ruolo di capo spedizione: i veneziani raggiungono velocemente i rapitori nei pressi di Caorle, liberando le giovani e riscattando le doti. Il loro rientro a Venezia è colmo di orgoglio, il Doge e i liberatori sono accolti dal popolo con grandi festeggiamenti ed entusiasmo: è nata la Festa delle Marie.
Da allora la ricorrenza è stata festeggiata, a ricordo perenne dell’avvenimento, con modalità e riti che si sono succeduti, cambiando nel corso del tempo. Per decenni fu celebrata con una lunga processione attraverso la città, per poi diventare una festa della durata di otto giorni, fatta di regate e intrattenimenti organizzati dalla Serenissima finché, dalla metà del XIV secolo, cadde in disuso.
Dopo sette secoli di abbandono però, grazie al noto regista ed operatore culturale Bruno Tosi, la celebrazione è stata recentemente riportata in auge e trasformata nell’evento cardine del carnevale veneziano, oltre che in un’occasione unica per ammirare i costumi della tradizione. Nella riproposizione moderna, la festa viene inaugurata da uno scenografico corteo composto da dodici ragazze e oltre trecento figuranti in maschera che, per rievocare il rapimento e la liberazione delle giovani spose, sfilano da San Pietro di Castello fino a Piazza San Marco.
Al termine del corteo, tra le giovani una vincitrice viene proclamata: vestita di un magnifico costume realizzato per l’occasione, diventa la protagonista del famoso “Volo dell’Angelo”.

 

I Mr. Wolf del restauro: 35 stuccatori e restauratori di Unisve ogni giorno salvano il patrimonio di Venezia

Tutte le mattine una squadra di 35 persone, tra stuccatori e restauratori, parte dal laboratorio, a pochi passi dal ponte dei Pugni, per dirigersi ciascuno verso il proprio cantiere. Ogni giorno si realizzano nuove superfici e decorazioni, si restaurano mobili antichi, superfici interne ed esterne dell’edilizia storica, si interviene per conservare materiali lapidei e musivi, superfici decorate, statue e manufatti. Ogni giorno, insomma, si contribuisce a proteggere e salvare Venezia e il suo enorme patrimonio artistico e culturale, che vanta una storia lunga 1600 anni.

I “Mr. Wolf” del restauro, i risolutori di problemi, fanno parte di Unisve, l’Unione Stuccatori Veneziani, nata nel 2001 da un gruppo di artigiani, discepoli del maestro stuccatore Mario Fogliata, per sostenere e mantenere vive alcune tecniche artigianali della tradizione veneziana che rischiavano di andare perdute. Con gli anni Unisve è cresciuta e ha ampliato le proprie competenze: non solo decorazioni in stucco e restauro, ma servizi per l’arte per privati e musei, progettazione di spazi e allestimenti museali, interventi urgenti di messa in sicurezza e consolidamento,indagini stratigrafiche e diagnostiche, mappature del degrado. E tanto ingegno, mescolato alla pratica. 

“Siamo come Mr. Wolf del film Pulp Fiction. Nasciamo come stuccatori, poi piano piano abbiamo ampliato sempre di più il nostro raggio e abbiamo fatto quello che ci chiedeva il mercato usando le nostre conoscenze, che alla fine sono sempre le conoscenze tradizionali e l’esperienza, ovviamente – racconta l’anima nonché direttore tecnico di Unisve, Guido Jaccarino – lavoriamo principalmente su Venezia ma adesso, ad esempio, stiamo intervenendo anche sulle facciate del castello di Roncade. Sono lavori che arrivano da clienti che ci hanno conosciuto a Venezia e che ci stimano”.

Lo stuccatore è una figura antica della tradizione veneziana, era il professionista che lavorava al fianco di architetti, scalpellini, pittori, falegnami e terrazzieri per decorare, con stucchi e marmorini, i meravigliosi palazzi della città. Una figura che, dalla metà del Novecento, ha rischiato di scomparire con l’avvento del minimalismo e il cambio di gusti e stili e alla quale Unisve ha saputo invece ridare importanza. 

“Abbiamo cercato di riportare alle origini la nostra professione e un po’ per volta ci siamo riusciti, grazie anche al nostro maestro Mario che ha scritto anche un libro, “L’arte dello stucco a Venezia”, ossia il vangelo dello stuccatore anche a livello mondiale, perché è il libro principale che parla della tecnica, del marmorino e dello stucco – continua il direttore – Adesso Unisve si occupa di restauro di superfici, della realizzazione di nuove decorazioni, seguendo però le tecniche tradizionali, non solo con lo stucco: abbiamo ripreso le tecnologie, facendoci aiutare da altri artigiani, andando a studiare i trattatisti, facendo sperimentazioni sul campo. Oltre a questo, siamo intervenuti anche in altri ambiti, sempre usando le tecniche tradizionali, ma in maniera diversa dagli standard: utilizziamo le tecniche di restauro anche su superfici moderne o appena costruite, cercando di conservare invece che sostituire. A volte dobbiamo realizzare degli allestimenti, o avere a che fare con la movimentazione di opere d’arte, e anche lì, anche se non utilizziamo le nostre tecniche, abbiamo comunque una squadra affiatata e l’esperienza di restauratore che ci aiuta a svolgere in modo adeguato il nostro lavoro. La cosa bella, che sta succedendo negli ultimi anni, è che Venezia sta attirando designers, arredatori, persone di altissimo livello, da tutto il mondo. E quello che ci piace è che queste persone vengono qui, cercano la tradizione nell’arte, ci stanno ad ascoltare e ci danno degli input per reinventarla con il loro stile. Quindi, riusciamo a realizzare delle cose estremamente moderne e complesse, nello stile di queste persone che vengono da tutto il mondo, utilizzando delle tecniche locali, della tradizione veneziana millenaria”.

Il laboratorio, che un tempo era uno squero e poi una falegnameria, è la “bottega” dove nasce tutto, dove si restaura, si preparano i materiali, dove si scambiano le idee e ne nascono di nuove. Ma è anche uno spazio dove fare corsi, dove Jaccarino insegna agli architetti a mettere le mani in pasta, a toccare la materia, a capire dal punto di vista pratico cosa significa restaurare. Perché lui, che dopo la laurea in architettura è andato a fare il muratore, se non conoscesse il gesso, la calce, la polvere, non sarebbe in grado di capire il proprio lavoro in maniera completa. I motivi per i quali, ad esempio, se la temperatura scende sotto i 5 gradi è inutile lavorare sugli intonaci esterni, perché tanto non dureranno.  

“Tra i tanti lavori che abbiamo fatto, quello che mi rimane nel cuore sono gli ultimi interventi presso Palazzo Grimani, Domus Grimani 1 e 2 – commenta – Per merito di Venetian Heritage e del direttore del museo, che ci hanno dato grande fiducia, siamo riusciti a unire tutti i nostri talenti in un solo luogo: abbiamo fatto il lavoro degli stuccatori, dei restauratori, abbiamo lavorato con lo staff tecnico, che è riuscito a risolvere tutta una serie di problematiche legate alla conservazione di opere d’arte, e abbiamo fatto anche delle nuove finiture di pregio. Nella prima decade del 2000 abbiamo lavorato a villa Pisani a Stra, abbiamo fatto la facciata della chiesa dei Tolentini e numerosi interventi a Venezia e nel territorio circostante. Adesso stiamo lavorando su alcune facciate sul Canal Grande, nello scalone monumentale di San Giovanni Evangelista, nel tablino di Andrea Palladio alle Gallerie dell’Accademia, stiamo restaurando gli esterni affrescati del castello di Roncade, oltre a lavorare in diversi ambienti privati. Da alcuni anni lavoriamo anche su cose più piccole, come l’attuale intervento su tavolini e cornici settecentesche di proprietà del Fai”.

E poi ci sono i lavori a tutto tondo, quelli che impegnano la squadra in un lavoro anche progettuale e che richiedono soluzioni ingegnose e creative: come il restauro della Sala dell’Albergo alle Gallerie dell’Accademia, commissionato da Save Venice inc. nel 2012, o l’aver messo in salvo la tela del Tiziano, “Davide e Golia”, che aveva subito dei danni nell’incendio che ha coinvolto la Basilica della Salute nel 2010. 

“Quello che ci siamo chiesti stando qua è che cosa possiamo fare per la nostra Venezia? - conclude Jaccarino - perché ormai siamo una realtà che influisce a Venezia, che riceve da Venezia, e vogliamo restituire. E così, dal 2021, il 2 per cento del nostro bilancio lo devolviamo al restauro di opere in città, e poi abbiamo aperto il nostro laboratorio alla comunità: nella nostra sala più grande facciamo presentazioni e corsi, in collaborazione con Confartigianato, l’Ordine degli architetti e le scuole di restauro. E ci stiamo anche interessando per far sì che i giovani vengano formati e possano portare avanti i mestieri artigianali tradizionali veneziani, che altrimenti rischiano di scomparire”.   

 

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Anita Mezzalira, 60 anni fa moriva la leader delle tabacchine e prima donna assessore a Venezia

Venezia, 28 gennaio 2022 – Fra le mani una lettera con la quale chiedeva un alloggio per due coniugi sfrattati. La sorella la trovò così, distesa sul letto. Il suo ultimo pensiero fu una richiesta di aiuto e di assistenza a chi ne aveva bisogno, così come era stata tutta la sua vita. Sessant’anni fa, il 24 novembre del 1962, moriva Anita Mezzalira, la prima donna ad entrare con l’incarico di Assessore all’alimentazione in una giunta del Comune di Venezia, quella del 1946 guidata dal sindaco Giobatta Gianquinto. Entrata adolescente in Manifattura Tabacchi, Anita sin da subito divenne una leader del movimento sindacale per portare avanti le rivendicazioni sul salario, sull’orario di lavoro, sulla salubrità degli ambienti, su un sistema di welfare che aiutasse le tabacchine. Nata a Venezia il 28 luglio 1886, il suo destino era già scritto: nel sangue di Anita scorreva il fervore garibaldino perché suo padre, gondoliere, aveva partecipato alla spedizione con Garibaldi. 

“Quando suo padre tornò dalla spedizione garibaldina le insegnò i valori della libertà e della giustizia. Anita non si sposò mai, iniziò a lavorare a 14 anni in Manifattura Tabacchi, dopo il concorso, e fu assunta con la quinta elementare. Era una donna intelligentissima – ricorda Liliana Trinca, moglie del nipote di Anita – Tutta la famiglia era fiera di lei, ma ebbe anche ritorsioni a causa del suo impegno politico: mio suocero, fratello di Anita, era primo macchinista alle ferrovie, aveva già quattro figli quando lo licenziarono nel 1924, con la giustificazione di essere affiliato al partito di cui faceva parte sua sorella. Io la conobbi quando incontrai mio marito: ero giovanissima, non avevo nemmeno 14 anni. Per tutta la sua vita fece tanto del bene, si preoccupava per tutti, non aveva nulla ma il suo primo pensiero erano le persone da aiutare: istituì i soggiorni estivi per i bambini, si occupava delle mense per i poveri, andava per ospedali, si preoccupava di chi stava male”. 

Venezia nei suoi 1600 anni di vita ha dato vita a figure femminili di altissimi spessore e proprio in laguna, come ricorda la studiosa dei movimenti femminili Maria Teresa Sega, c’era una classe operaia femminile molto numerosa e attiva. Queste donne, che avevano conquistato una loro autonomia economica, avevano una personalità molto forte e vivace. Nel marzo del 1946 ci furono le prime elezioni alle quali le donne parteciparono con voto attivo e passivo, poi nel giugno le donne votarono al referendum per la Monarchia o la Repubblica e per eleggere i deputati all’Assemblea costituente. Ma prima toccava alle elezioni comunali. E le donne ebbero un peso enorme per la prima volta. In Comune, con Gianquinto vennero elette ben 7 rappresentanti femminili. 

“Prima socialista e poi comunista, Anita fu richiamata e licenziata più volte, privata dello stipendio, ma le colleghe, che la consideravano una mamma, si auto tassarono e la aiutarono – continua Trinca – poi con il fascismo iniziarono i guai, fu arrestata e messa agli arresti domiciliari”.  

Strenua oppositrice del fascismo, espulsa dalla fabbrica nel 1927, partecipa alla Resistenza e nel 1945 viene riassunta alla Manifattura dove viene eletta alla segreteria della Commissione interna ed inizia così la sua carriera in politica.

“Dopo l’8 settembre del 1943, quando viene fondata la Repubblica di Salò, la Manifattura Tabacchi di Venezia diventa la sede della direzione nazionale dei tabacchi – ricorda Sega – Finita la guerra, Anita rientra in fabbrica in trionfo, tanto che si rivolge al nuovo direttore dicendogli “si occupi della Manifattura, delle maestranze mi occupo io”, quindi è quasi una semi direttrice. Molto riconosciuta sempre dalle lavoratrici, non solo dalle compagne tabacchine, ormai lei è nota in tutta la città. Tant’è vero che nel marzo del ’46 viene eletta seconda dopo Gianquinto. Continuerà poi ad essere rappresentante sindacale del Monopolio di Stato, anche con ruoli a livello nazionale e si dedicherà per tutta la vita al sindacato, all’organizzazione delle lavoratrici, all’assistenza delle persone bisognose, ai bambini orfani o in condizioni molto povere”.

Anita consacrerà tutta la vita ai suoi ideali, a un’elevata idea di giustizia che le era stata insegnata da bambina, alla protezione dei poveri, contribuendo all’acquisizione di diritti che oggi si danno per scontati ma che sono stati invece ottenuti a caro prezzo. 

“Anita sapeva parlare con tutti, dai ministri agli operai, era solo una bambina quando capì che avrebbe dedicato la sua vita a combattere contro le ingiustizie sociali – conclude la nipote – e Venezia le riconobbe questo suo impegno: il giorno del funerale c’era un fiume di persone, dal ponte delle Guglie fino al Cinema Italia, tutti gli esponenti dei partiti, persone che piangevano perché lei aveva fatto tanto del bene”. 

 

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Storie e segreti di chi lavora dietro le quinte del teatro La Fenice, andato distrutto e poi ricostruito 26 anni fa

Venezia, 27 gennaio 2022 – Il Gran Teatro La Fenice, un simbolo di Venezia, un luogo ammirato in ogni parte del mondo e che ha scritto e continua a scrivere pagine di storia della città. Andrea Muzzati, 60 anni tra poco, veneziano, in servizio dal 1981, aveva appena superato l’esame di maturità quando, cercando un primo impiego dopo la scuola superiore, venne a sapere che cercavano personale di “macchina” alla Fenice. Venne assunto e oggi, a distanza di 40 anni da quel giorno, è il capo macchinista, uno degli uomini fondamentali nel dietro le quinte di spettacoli, opere e concerti che ospita il teatro veneziano. Il 29 gennaio del 1996 non era a Venezia quando un incendio distrusse il luogo in cui era cresciuto e che era diventato una seconda casa. Era in tournée a Varsavia con il resto del teatro.

Nei suoi occhi si legge, però, ancora il ricordo indelebile di un ammasso di cenere e di legni bruciati. E quegli occhi dopo 26 anni ancora oggi si velano di tristezza e di commozione. Il simbolo di Venezia, il luogo che amava e che non avrebbe cambiato per niente al mondo era andato in cenere, solo fumo e detriti. Ma la Fenice, come il suo evocativo nome, è risorta sempre e nel 2003 si svelava in tutta la sua bellezza alla città. Com'era e dov’era. E assieme alla parte strutturale, scenica, alle dorature, luci e disegni, è rinato anche il lavoro di Andrea.

“Quella sera terribile ci telefonarono spiegando cosa era successo, ma allora non c’erano i cellulari. Eravamo frastornati: abbiamo acceso la tv e abbiamo visto le primi immagini del disastro. Sono stati giorni difficili, così lontani senza capire e senza vedere – racconta – poi siamo tornati e non c'era più niente. Non riuscivamo a capire quale potesse essere il nostro futuro, poi hanno costruito il Palafenice e siamo stati lì fino al 2003”. Ricordi indelebili anche per il vice capo elettricista della Fenice, Andrea Benetello, che all'epoca del rogo lavorava per la ditta Viet, il cui titolare fu condannato dopo anni di interrogatori e indagini.

“Queste sono cose che non ti dimentichi mai più – racconta – oggi, dopo 26 anni, quanto sento odore di bruciato automaticamente è come se fossi in campo quella sera, mentre guardo la Fenice bruciare. Sento ancora i rumori dei pesi e dei contrappesi che crollano da 32 metri, le esplosioni, i vetri che scoppiano, i suoni allucinanti che facevano tremare i pavimenti”. Benetello aveva da poco concluso il turno di lavoro quando l'incendio divampò e trascorse tutta la sera in campo, ad assistere alla veloce distruzione del teatro, rasa al suolo da fiamme alte che rischiarono di bruciare un intero sestiere di Venezia. “Finché ero lì immaginavo tutto quello che andava perduto – conclude – ma la gravità della situazione l'abbiamo capita quando il primo pompiere è uscito e ci ha detto che le fiamme erano già in sala e che sarebbe bruciato tutto come un pagliaio”. Per due anni Benetello ha raccontato agli inquirenti tutto quello che aveva fatto e visto e ora quella vicenda è alle spalle, anche se ha lasciato un segno indelebile nella sua vita.

Il teatro completamente svuotato, nel 2003 è stato ricostruito uguale a quello di prima, anche se “profumava” di nuovo. “La prima volta che siamo saliti sul palco e abbiamo visto la sala tutta dorata è stata una sensazione strana, eravamo abituati al soffitto vecchio, vissuto, questo invece era nuovo, luccicava – spiega Muzzati – Il teatro vecchio era meraviglioso, non è stato davvero facile riabituarsi, anche se sono stati bravissimi a rifarlo, soprattutto il palcoscenico di cui non era rimasto assolutamente nulla”.

La ricostruzione ha permesso di agevolare il grosso lavoro di tutte le persone, come Muzzati, che lavorano dietro le quinte, ma anche di rendere il teatro più snello e veloce nell’allestimento delle opere. Gli spazi sono più larghi per far spostare in maniera più agevole i carichi, i pesi non vengono più tirati su con le corde a forza di braccia ma con moderni argani e con un sistema comandato da un computer e poi sono stati creati quattro ponti mobili per il trasporto dei materiali, perché a Venezia tutto arriva via acqua, per mezzo di barche. Supporti e nuove tecnologie che hanno migliorato la qualità del lavoro, anche se a scapito del fascino del vecchio mestiere. “Il suono delle corde e delle carrucole quando tiravi i pesi mi resta dentro – racconta – io sono entrato in teatro per caso, dopo la scuola, avevo sentito che cercavano persone e mi sono presentato. Sono subito entrato come macchinista ed è un lavoro che non cambierei per niente al mondo, rifarei tutto, perché qui dentro annoiarsi è impossibile, ogni giorno c'è qualcosa di diverso. I vecchi maestri ci hanno insegnato tanto, conoscevano ogni dettaglio del teatro, lo amavano, e questa passione sono stati capaci di trasmetterla a noi”. Attualmente alla Fenice lavorano 30 macchinisti, suddivisi per squadre. Loro sono una sorta di deus ex machina del teatro, il centro da cui parte l’azione scenica, dove si alzano e calano le quinte con precisione millimetrica, dove l'opera viene montata e smontata.

Muzzati, che in 41 anni ha ascoltato migliaia di opere e si è innamorato della Tosca, che non si è mai seduto in platea per godersi uno spettacolo, ha affrontato anche i danni che l’acqua alta del 2019 ha afflitto al teatro, oltre che all’intera città. Acqua e fuoco per la Fenice, che dalle sue ceneri ha saputo rinascere più forte di prima.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/fiBsoFaCw8s

 

Venezia celebra il Giorno della Memoria con 30 nuove pietre d’inciampo in centro storico e per la prima volta anche a Mestre

Venezia 26 gennaio 2022 - Continuano le celebrazioni a Venezia per il Giorno della Memoria con la deposizione di nuove pietre d’inciampo, i blocchetti di pietra, laccati in ottone, che ricordano nome, cognome, luogo di deportazione, anno di nascita e di morte degli ebrei deportati nei campi di sterminio nazisti. Saranno 30, in totale, le nuove pietre d’inciampo a Venezia che andranno a unirsi alle 105 già posate gli scorsi anni con due cerimonie ufficiali, aperte alla cittadinanza, in centro storico e terraferma. 

Giovedì 27 gennaio, alle 9 in Campo Santa Maria del Giglio (San Marco 2494) ci sarà la deposizione della prima delle ventinove nuove pietre d’inciampo veneziane, dedicata al ricordo di Fanny Finzi, figlia di Angelo Finzi ed Elvira Bassani, nata a Venezia il 20 aprile 1868 e arrestata, sempre a Venezia, per poi essere deportata, con il convoglio del 2 agosto del 1944, nel campo di sterminio di Auschwitz dal quale non è sopravvissuta. 
A seguire, altre ventotto pietre saranno posate nei sestieri di Cannaregio e Dorsoduro e dedicate al ricordo di altre veneziane e veneziani deportati nei campi di concentramento: Anna Jona, Angelina Vivante, Achille Perlmutter, Bruno Perlmutter, Gilmo Perlmutter, Ida Aboaf, Adelaide Scaramella Messulam, Anna Scaramella Messulam, Rosetta Scaramella Messulam, Angelo Grassini, Mirna Grassini, Raffaele Grassini, Lina Nacamulli, Anna Forti, Anselmo Giuseppe Forti, Giuditta Forti, Regina Finzi, Davide De Leon, Elena Nacamulli, Mara Nacamulli, Abramo Melli, Ada Melli, Amalia Melli, Enrichetta Melli, Oscar Carli, Benedetta Dina Polacco, Salvatore Vivante, Adolfo Nunes-Vais. 

Il giorno successivo, venerdì 28 gennaio, alle 11.00, per la prima volta anche Mestre vedrà la posa della sua prima pietra d’inciampo in via del Rigo, 2, a Carpenedo. La pietra sarà deposta in ricordo di Vittorio Bassi, un giovane veneziano, nato il 4 giugno del 1901 da Costante Bassi ed Emma Magrini e arrestato nella terraferma veneziana, proprio in via del Rigo, il 18 dicembre 1943. Vittorio Bassi fu portato prima nel carcere di Venezia, poi al campo di Fossoli e, infine, da qui fu mandato ad Auschwitz, con il convoglio numero 8 del 22 febbraio del 1944, trovando la morte proprio nel campo di concentramento polacco.  

Con la posa della sua prima pietra d’inciampo, la terraferma veneziana, che testimonia, da recenti scoperte, la presenza di una vasta comunità ebraica già dalla fine del Trecento, entra a far parte dell’importante tradizione europea delle pietre d’inciampo. Si tratta di un’iniziativa, nata da un’idea dell’artista tedesco Gunter Demnig, che vede la posa, davanti alle abitazioni dei deportati nei campi di concentramento, di piccoli blocchi di pietra della dimensione di un sampietrino (10x10) che ne ricordano i nomi per creare una rete di memoria collettiva nel tessuto urbanistico delle città europee e non permettere al presente di cancellare il ricordo del passato e alla storia di non ripetere i suoi errori. 

Il termine “pietra d’inciampo” (in tedesco stolpersteine) deriva da un’espressione biblica tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani (9,30) ma oggi, questa parola, assume un significato metaforico strettamente legato al Giorno della Memoria e al ricordo delle vittime della persecuzione e dello sterminio nazifascista.

In Europa ce ne sono oltre 70.000 ma la prima pietra d’inciampo risale al 1992 e fu posta proprio da Gunter Demnig in Germania, a Colonia, il 16 dicembre davanti al municipio a cinquant’anni esatti dal “decreto Aushwitz” promulgato dal comandante delle SS Heinrich Himmler che prevedeva la deportazione di tutte le persone di origine rom e sinti nel campo di concertamento Birkenau, in Polonia. Oggi, le pietre d’inciampo sono presenti in oltre 2000 città di diversi Paesi europei, tra cui l’Italia che, dal 2010, ha iniziato a essere parte di questa tradizione storica importante. Fu a Roma, infatti, che venne posta la prima pietra d’inciampo italiana e, attualmente, queste tracce di storia, sono presenti in molte altre città, tra cui anche Venezia che aderisce al progetto delle pietre d’inciampo dal 2014. 

Un piccolo blocchetto di pietra, incastonato sulla pavimentazione di una città, diventa, così, un simbolo di memoria e un “inciampo” per il cuore e per la mente affinché la vita delle persone che sono state vittima dello sterminio nazifascista continui ad avere un valore e non venga mai dimenticata. 

 

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Alla Fenice la cerimonia per il Giorno della Memoria. In città oltre 60 gli eventi diffusi fino all’8 febbraio

Venezia, 24 gennaio 2022 - Il palcoscenico del Teatro La Fenice di Venezia è stato protagonista del ricordo delle vittime della persecuzione e dello sterminio nazifascista con la cerimonia per il Giorno della Memoria 2022, un appuntamento tra storia, arte e cultura volto a far riflettere sui temi del ricordo, del rispetto della diversità e della fratellanza affinché gli errori del passato non si ripetano anche nel presente. 

Il teatro veneziano ha ospitato un momento di riflessione che ha coinvolto istituzioni e protagonisti sopravvissuti allo sterminio come Virginia Gattegno, maestra tra Venezia e il Lido, sopravvissuta ad Aushwitz dopo la deportazione nell’estate del 1944, protagonista di un reading musicale: ebrea italiana deportata da Rodi, dove viveva dopo la fine della guerra è tornata a vivere a Venezia, dove abita ancora oggi all’età di 98 anni.

Oltre al ricordo c’è stato spazio anche per le voci di Valentina GhelfiMiriam Cappa e Selene Demaria che hanno interpretato, sul sottofondo musicale del gruppo Fandujo, alcuni brani del libro “Per chi splende questo lume” di Matteo Corradini dedicato proprio alla storia e ai ricordi di vita di Virginia. 

Questo evento non è il solo che Venezia, nell’anno del suo anniversario per i 1600 anni dalla sua fondazionededicano al Giorno della Memoria 2022. Sono diversi, infatti, gli appuntamenti diffusi in città dedicati al ricordo e alla commemorazione delle vittime della persecuzione e dello sterminio nazifascista tra mostre, eventi, presentazioni di libri, incontri, visite guidate e nuove pietre d’inciampo posizionate tra le calli della città. 

Si inizia oggi, 24 gennaio alle 18, a Palazzo Barbarigo della Terrazza con la conferenza Teatro della riconciliazionenote sulla cultura della memoria in Germania dello scrittore di Berlino Max Czollek a cura del Centro Tedesco di Studi Veneziani, dell’Università Ca’ Foscari Venezia e del Teatro Ca’ Foscari. 

Martedì 25 gennaio, alle 11, l’Aula Magna Silvio Trentin dell’Università Ca’ Foscari Venezia ospita il seminario Intercultural solidaritiesJewish and Muslim communities of Bosnia in WW2 con S.E. Abdulgafar ef. Velić, Imam principale della Majlis di Sarajevo, Cantor Igor Kožemjakin, Hazzan della Sinagoga di Sarajevo organizzato in collaborazione con Associazione Amicizia Italia-Turchia e Associazione Italiana dei Bosniaci Musulmani. Modera Vera Costantini, Università Ca’ Foscari Venezia e Associazione Amicizia Italia-Turchia.

Sempre il 25 gennaioalle 11, alla Municipalità di Marghera è in programma, Una poesia per la memoria, un evento dove gli alunni delle classi 4a e 5a elementare dell’Istituto Comprensivo Filippo Grimani leggeranno poesie e pensieri dedicati al Giorno della Memoria con i saluti di Teodoro Marolo, Presidente della Municipalità di Marghera. 

Alle 15, lo stesso giorno, l’Aula Magna dell’Università Iuav di Venezia ospita il seminario Architetture per la Memoria: icone retoriche o forme significanti? Un itinerario tra Memoriali e Musei della Shoah con Guido Morpurgo dell’Università Iuav di Venezia. 

Alle 17 del 25 gennaio, all’Aula Magna dell’Ateneo Veneto è in programma un colloquio, Ripensare il Fascismo, in merito al libro Il fascismo italiano. Storia e interpretazioni, a cura di Giulia Albanese (Carocci editore, 2021). Introduce Renato Jona, ANPPIA. Partecipano Giulia Albanese, Presidente Iveser, e Filippo Focardi, Università di Padova. 

Alle 18.00, il 25 gennaio, la Biblioteca Civiza VEZ ospiterà nel suo salone d’ingresso la presentazione del libro La vita nuda di Danilo Kiš e Aleksandar Mandić con la partecipazione di Alice Parmeggiani, traduttrice del libro; Božidar Stanišić, curatore della postfazione; Massimo Rizzante, poeta, saggista e traduttore. 

Mercoledì 26 gennaio, alle 16 al Liceo Marco Foscarini di Venezia ci sarà l’evento La Memoria a scuola, oggi, riservato agli alunni del liceo veneziano, con la proiezione del video Il banco vuoto. Leggi razziste a scuola. Letture, musiche, testimonianze. Segue dibattito. Intervengono: Lia Finzi, testimone; Gianfranco Bonesso, antropologo. L’evento è a cura di: ANPI Sezione Sette Martiri di Venezia in collaborazione con: rEsistenze e Iveser. 

Lo stesso giorno, alle 17all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti a Palazzo Franchetti ci sarà la video proiezione e conferenza, La città che Hitler regalò agli Ebrei: Terezinun caso di fake news alla quale partecipano: Donatella Calabi, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e Università IUAV di Venezia; Gian Piero Brunetta, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e Università degli studi di Padova. L’evento è a cura di: Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

Alle 17.30 del 26 gennaio, al Centro Culturale Candiani ci sarà la conferenza, Shoah, l’urgenza. Adolfo Ottolenghi, un esempio di umanità contro la barbarie. Interviene Maurizio Del Maschio, Associazione Italia Israele di Venezia. 

Radio Ca’ Foscari, alle 17.30 del 26 gennaio, dedica una puntata della rassegna radiofonica I mercoledì del Giorno della Memoria, al romanzo ll giardino dei Finzi-Contini con intervista all’avvocato Ferigo Foscari Widmann Rezzonico.

Mercoledì 26 gennaio, alle 18 all’M9 - Museo del ‘900 è previsto l’evento Racconto per immagini. Le ricette del ricordo a cura di M9 e Beit Venezia. Casa della Cultura Ebraica
con la partecipazione di Sara Lando. 

Lo stesso giorno, alle 18.30, il Centro Culturale Candiani dedica al Giorno della Memoria una conferenza dal titolo La memoria del passato come protezione per il futuro. La persecuzione contro gli ebrei durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale con Riccardo Calimani dell’Università Ca’ Foscari Venezia come relatore. L’evento è a cura dell’Università Popolare di Mestre. 

Giovedì 27 gennaio è il giorno dedicato alla deposizione delle nuove pietre d’inciampo a Venezia. Alle 9.00, in Campo Santa Maria del Giglio ci sarà la cerimonia di posa della prima pietra d’inciampo a San Marco 2494. A seguire saranno posate altre ventotto pietre in diversi luoghi del centro storico.

Il giorno successivo, venerdì 28 gennaio, ci sarà la cerimonia per la posa della prima pietra d’inciampo a Mestrealle 11, in via del Rigo, 2.

Gli eventi dedicati al ricordo delle vittime proseguiranno fino a martedì 8 febbraio. 

Il programma completo degli appuntamenti per il Giorno della Memoria 2022 è consultabile al link: https://www.comune.venezia.it/sites/comune.venezia.it/files/GiornoDellaMemoriaProgramma2022.pdf

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Nasce 500 anni fa a Venezia il primo ghetto d’Europa: da segregazione a punto di riferimento internazionale

Venezia, 21 gennaio 2022 – Era il 29 marzo 1516 quando la Repubblica Serenissima decretò il trasferimento, in laguna, di circa settecento ebrei di origine tedesca e italiana, in un’area isolata della città, già sede di una fonderia. Una zona malsana, vicina alle carceri e al convento di San Girolamo. Nacque così il primo ghetto della storia d’Europa: il ghetto di Venezia. Un luogo affascinante, il cui skyline verticale conserva storie di famiglie stipate in case insolitamente troppo alte per Venezia, che giungono anche ai nove piani. Un luogo chiuso da cancelli, di segregazione, dove si poteva crescere solo in altezza. Nei suoi 1600 anni di storia, Venezia celebra in questi giorni il ricordo degli ebrei deportati nei lager e lo fa attraverso decine di iniziative e posizionando sui suoi tradizionali masegni 30 pietre d’inciampo (che si aggiungono alle 105 già posate), a perenne memoria di ciò che è stato e che non dovrà mai più ripetersi.     

Furono quasi 250 gli ebrei veneziani, uomini e donne, tra i due mesi e gli ottantanove anni, catturati e deportati tra il 1943 e il 1944. Molti altri trovarono rifugio, in clandestinità, nelle campagne venete, in Svizzera, fuggendo al sud verso gli alleati. Una guerra che lasciò il segno nell’antico Ghetto di Venezia, che non solo si spopolò di abitanti ma che vide anche il depauperamento della comunità religiosa. 

“Quando entrarono in vigore le leggi razziali, nel 1938, la comunità ebraica entrò nel panico – racconta Daniel Touitou, rabbino capo della comunità ebraica di Venezia da due anni – c’è chi scelse di scappare, chi di cercare di sfuggire in Svizzera, chi nelle campagne veneziane. Si calcola che prima della guerra ci fossero in città 1200/1300 ebrei, mentre dopo la guerra la comunità ripartì con un numero pari a 700 ebrei. La nuova comunità era caratterizzata da persone segnate dagli eventi della guerra, traumatizzate”. 

A Venezia gli ebrei giunsero verso gli inizi del Mille, diventando a poco a poco un nucleo considerevole. Avvertendo la necessità di controllarli, il governo della Repubblica, con decreto del 29 marzo 1516, stabilì che questi dovessero abitare tutti in una sola zona della città, nell’area dove anticamente erano situate le fonderie, “geti” in veneziano; inoltre stabilì che dovessero portare un segno di identificazione (un cerchio giallo sul mantello, poi trasformato in un berretto giallo e, dal 1500, rosso) e li obbligò a gestire banchi di pegno a tassi stabiliti dalla Serenissima, nonché a sottostare a molte altre gravose regole, come l’aumento degli affitti di un terzo, per avere in cambio libertà di culto e protezione in caso di guerra. Il Ghetto veniva chiuso con pesanti cancelli ai ponti sul rio di San Girolamo e sul rio del Ghetto durante la notte, mentre dei guardiani percorrevano in barca i canali circostanti per impedire eventuali sortite notturne.

“Cecil Roth, importantissimo storico ebreo inglese, dice che l’ebraismo a Venezia esisteva da 800 anni e a prova di ciò ci sono delle tombe nel cimitero ebraico del Lido che risalgono a 800 anni fa – spiega Touitou – A quel tempo la comunità viveva ancora a Mestre perché era proibito l’insediamento di ebrei a Venezia. Venezia non voleva gli ebrei e non li volle per molti secoli. Con la nascita del ghetto, 500 anni fa, si formarono dei nuclei organizzati da due comunità, quella tedesca – giunta in Italia per scappare dalla peste nera – e quella italiana, mentre nel 1601 nasce la comunità portoghese fondata da Daniel Rodriga. Queste comunità sono rappresentate dalle due sinagoghe: la spagnola e la levantina. Così nacquero e si formarono vari nuclei e, nel momento di massimo splendore, si calcola che vivessero nel ghetto circa 6 mila persone, un numero enorme per questo spazio. A quel tempo, questa era senza dubbio una delle più grandi comunità ebraiche”. Il Ghetto era una città nella città: oltre ai luoghi di studio e di preghiera, si trovavano un teatro, un’accademia di musica, cenacoli, salotti letterari e ogni sorta di botteghe, un albergo con 24 stanze, una locanda e un ospedale. 

“La Serenissima era una Repubblica di commercianti e gli ebrei erano interessanti perché pagavano molte tasse – continua il rabbino – le case del ghetto affittate per legge agli ebrei avevano, per gli ebrei, un costo pari al 30% in più. Gli ebrei spagnoli pagavano dieci mila ducati l’anno. Possiamo dire che gli ebrei fossero il bancomat della Serenissima. Poi, alla fine del 1800 c’è stata una grave crisi finanziaria e gli ebrei non erano più in grado di pagare tutte queste tasse, sicché dovettero cambiare in parte politica. La comunità ebraica di Venezia ha prodotto grandi personalità, grandi rabbini, grandi letterati, grandi medici. Alcune persone importanti del Risorgimento veneziano sono ebree ma poi, con la soppressione dei ghetti, la comunità ebraica si è innervata nella città allontanandosi dal suo quartiere storico, partecipando ad un processo di emancipazione politica e sociale che in alcuni casi ha causato l’allontanamento dalla pratica ebraica. Certo, l’’idea di un ghetto è brutta, tuttavia questo posto è stato centrale per la popolazione ebraica, soprattutto tra il 1500 e il 1600”. 

Oggi a Venezia vivono 420 ebrei. “Soffriamo del calo demografico, del fatto che molte persone lasciano la città perché non trovano lavoro – conclude – La comunità in 20 anni ha perso 200-300 persone, un dato molto preoccupante.  Il nostro obiettivo futuro è quello di portare nuove coppie e nuovi bambini qui”.

 

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A Mestre un ciclo di conferenze alla scoperta dei pittori che hanno segnato la storia artistica della Serenissima

Venezia, 20 gennaio 2022 - Da Vittore Carpaccio a Giovanni Bellini fino a passare per Paolo Veronese. La storia artistica della Serenissima è stata segnata da diversi esponenti del mondo dell’arte che con i loro dipinti hanno raccontato e raccontano, ancora oggi, una parte importante della storia di Venezia che quest’anno celebra un compleanno importante, 1600 anni. 

Nell’ambito delle celebrazioni per l’anniversario della fondazione della città, a partire da oggi 20 gennaio e fino al 28 aprile, nella Chiesa di San Lorenzo Giustiniani a Mestre avrà luogo il ciclo di conferenze “L’arte e la fede”. L’evento è organizzato per volontà del parroco Don Sandro Manfré e sarà guidato dalla dott.ssa Ester Brunet, storica dell’arte e professoressa alla Facoltà Teologica del Triveneto, a Padova, che presenterà tre grandi pittori che hanno contribuito a rendere ancora più preziosa la storia artistica di Venezia: Bellini, Carpaccio e Veronese. 

Le conferenze nascono dall’idea di far riavvicinare la cittadinanza all’arte e far riscoprire, fornendo specifiche chiavi di lettura, i contenuti biblici e teologici delle opere dei grandi artisti del Cinquecento veneziano che hanno contribuito, con il loro operato, alla costruzione della storia stessa di Venezia. 

La prima conferenza "Un itinerario nell'arte sacra di Giovanni Bellini" è prevista per oggi, giovedì 20 gennaio, alle ore 18.00 e presenterà diversi aspetti della pittura caratteristica di Bellini con un focus sulle Madonne con bambino, le Pietà, le grandi pale d’altare realizzate dall’artista. Il secondo appuntamento è fissato, invece, il 10 marzo con un approfondimento su Vittore Carpaccio e il 28 aprile è in programma la terza e ultima conferenza dedicata a Paolo Veronese.

Gli incontri sono aperti a tutti nei limiti della capienza della chiesa. Si accede previa presentazione del Green Pass. 

 

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La storia di San Sebastiano, il soldato martire a cui Venezia dedica una chiesa e numerose opere d’arte

Venezia, 20 gennaio 2022 - Oggi è il giorno di San Sebastiano, la ricorrenza religiosa che si celebra ogni 20 gennaio in onore del martirio del militare romano, di origine francese, venerato dalla chiesa Cattolica e Ortodossa per aver diffuso e difeso, fino alla morte, il cristianesimo. Santo Patrono della Polizia Municipale, spesso invocato come protettore dalla peste e ricordato iconograficamente come il martire trafitto dalle frecce - è così, infatti, che morì, nell’anno 288, per mano dell’imperatore Diocleziano - questo personaggio della tradizione cattolica domina non solo le pagine dei libri ma è anche al centro di innumerevoli opere d’arte che confermano la sua importanza e la vastità del suo culto nel mondo. 

Da statue a dipinti, da affreschi a disegni, San Sebastiano è uno dei soggetti più raffigurati nella storia dell’arte, soprattutto nel periodo rinascimentale, e, ancora oggi, a Venezia, come nel mondo, è possibile trovare la sua iconica immagine in moltissime decorazioni di altari, absidi o nicchie delle chiese, così come nelle sale dei più importanti musei.  

La Serenissima, che quest’anno festeggia l’anniversario dei 1600 anni dalla sua fondazione, dedica, infatti, al Santo Patrono degli arcieri una chiesa situata in campo San Sebastiano, nel sestiere di Dorsoduro, eretta nello stesso luogo che ospitava, nel XIV secolo, un ospizio dei frati della Congregazione di San Girolamo. Dopo essere stato demolito, questo edificio ha lasciato spazio a quella che sarebbe diventata l’unica chiesa veneziana dedicata a San Sebastiano, innalzata in onore del Santo come ringraziamento per la fine della peste del 1464. È solo nel 1505, però, che iniziano i lavori per la realizzazione dell’attuale Chiesa di San Sebastiano, caratterizzata da una facciata classicheggiante che si contrappone a un interno rinascimentale e che custodisce sul suo altare due dipinti del Veronese, dedicati proprio a questa importante figura religiosa: La Madonna in gloria con i santi Sebastiano, Pietro, Caterina e Francesco, del 1562 e il Martirio di San Sebastiano del 1565.  

Oltre a questo luogo di culto, eretto proprio in onore del Santo, Venezia conserva, anche nei suoi musei, moltissime raffigurazioni di San Sebastiano, alcune tra le più iconiche della storia dell’arte. È proprio nella città lagunare, infatti, che si trova il San Sebastiano di Andrea Mantegna, custodito alla Galleria Franchetti a Ca d’Oro che ritrae il Santo nel momento della sua flagellazione fermando nel tempo tutto il pathos della sua morte, così come il Trittico di San Sebastiano di Giovanni Bellini ospitato alle Gallerie dell’Accademia. Tra le altre rappresentazioni artistiche del Santo ce ne sono molte anche in vari musei della città come Ca’ Rezzonico, il Museo Correr o il Palazzo Ducale che, nella mostra “Venezia 1600”, attualmente in corso, espone proprio il San Sebastiano di Pietro Vecchia.

Sono tante anche le chiese veneziane adornate da dipinti, affreschi o statue dedicate a San Sebastiano come la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo dove si può ammirare il Polittico di San Vincenzo Ferrer, la Chiesa di Santa Maria Formosa con Il Polittico di Santa Barbara di Jacopo Palma Il Vecchio o ancora la Chiesa di San Francesco della Vigna  che ospita La Madonna col Bambino, quattro santi e un donatore di Giovanni Bellini e la Basilica di Santa Maria della Salute con il dipinto San Marco in trono di Tiziano insieme al San Sebastiano di Marco Basaiti e San Girolamo, San Rocco e San Sebastiano di Pordenone). 

Considerato tra i principali difensori della Chiesa, nonché compatrono di Roma dopo Pietro e Paolo, San Sebastiano è una figura dominante del mondo religioso e artistico che continua a raccontare la sua storia attraverso le opere d’arte di cui è protagonista e che Venezia conserva, con cura, ancora oggi. 

 

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Venezia tra invenzioni e ingegno: dalle origini allo sviluppo del brevetto

Venezia, 19 gennaio 2022 – Nella Venezia di metà Quattrocento, luogo di transito e confine tra Oriente e Occidente nasce il brevetto, il diritto sulle invenzioni che aprì le porte a secoli di innovazione scientifica e tecnologica nella città lagunare e nel mondo. 

È il 19 marzo del 1474 quando il Senato della Repubblica di Venezia decide di iniziare a tutelare le invenzioni, istituendo la prima legge brevettuale che garantiva il diritto di esclusiva su un’invenzione, precludendo la possibilità ad altri di poterla riprodurre o usare, sistema applicato prima in Italia, poi in Spagna e, dalla metà del XVI secolo, in tutta Europa. 
Risale però a qualche anno prima, ovvero al 1469il primo brevetto veneziano concesso ad un cittadino tedesco, Johann von Speyer (Giovanni da Spira). Stampatore, Giovanni portò per la prima volta a Venezia la stampa con caratteri mobili e, grazie all’organo veneziano del Collegio dei Savi, per primo ebbe il diritto di esercitare il monopolio di questa nuova idea nell’intero territorio della Serenissima. Fu questo passo a marcare l’apertura e l’utilizzo della stampa da parte di tutti, segnando la storia dell’editoria nazionale e internazionale. 

Nei suoi 1600 anni di storia, la Serenissima ha rappresentato uno dei più grandi centri nei quali confluivano non soltanto merci da tutto il mondo, ma anche uomini, donne e, soprattutto conoscenza e sapere. Inizia nel 1300 infatti, con i viaggi di Marco Polo in Cina, l’acquisizione di un nuovo sapere e di enormi ricchezze. Sapere che si è evoluto e plasmato nel tempo, dando vita ad arti e mestieri che hanno caratterizzato la storia veneziana, come nel caso dell’arte vetraia che fiorirà nell’isola di Murano soprattutto a partire dal XV secolo, e che fornirà vetri colorati usati per adornare palazzi e cattedrali di tutta Europa. 

In occasione dell’Economic Tuesday Talks, tenutosi recentemente presso il Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Luca Molà – professore di storia del Rinascimento e delle comunità mercantili tra il 1300 e il 1650 a Venezia, in Italia e nel mondo mediterraneo all’Università di Warwick – ha raccontato le origini e lo sviluppo del brevetto, un’invenzione che partì proprio da Venezia e che diede il via ad una lunga storia di innovazioni che hanno spianato la strada alla tecnologia moderna.

Ed è tra le mura del Fondaco dei Tedeschi, a pochi passi dal ponte di Rialto, un tempo il centro commerciale della città, che il brevetto trova la sua espansione. 

“Questo era il luogo dove i grandi mercanti, soprattutto tedeschi, venivano ad imparare la contabilità e l’arte di fare affari – racconta il professore – Questo luogo era una fonte di attrazione per vari artigiani e tecnici che provenivano dalla Germania”

Chiunque si fosse presentato ad un ufficio dello Stato con una nuova invenzione che non fosse mai stata applicata all’interno della Repubblica di Venezia, aveva diritto al rilascio del brevetto e, se l’invenzione fosse risultata poi interessante, avrebbe potuto ottenere un monopolio di dieci anni sulla stessa. Scavatrici per dragare i canali, modelli di scava fango, macchine industriali per la tessitura della lana, macchine garzatrici e mulini, erano solo alcune delle invenzioni che vennero create nella città lagunare dopo l’entrata in vigore della legge sul brevetto. Furono più di 2000 infatti i brevetti concessi a cittadini veneziani e stranieri, di qualsiasi ceto sociale, dal Senato di Venezia tra il 1474 al 1797. Tra questi, ci fu anche il brevetto concesso a Galileo Galilei verso la fine del XVI secolo, riguardante il suo telescopio.

“È interessante notare come i proponenti della legge brevettuale fossero i nobili veneziani, umanisti e intellettuali che capirono come una città ricca e grande come Venezia avrebbe potuto attrarre uomini ingegnosi da altre città come Brescia, Bergamo, Vicenza, Verona, Bassano e altri territori sotto l’autorità della Repubblica veneziana – spiega Luca Molà – Qui, infatti, si concentrò un numero di capitale umano e di invenzioni tecnologiche che garantivano alla città l’impegno nel trovare nuove scoperte e soluzioni a beneficio della stessa”

L’ingegno, nel passato così come nel presente, è sempre stato il motore dell’innovazione e, proprio Venezia, è stata in grado di capire quanto fosse importante proteggere e tutelare questo aspetto della condizione umana, attraendo menti eccelse e ricchezza intellettuale, elevandosi tra le potenze mondiali dell’epoca. 

L’Università Ca’ Foscari Venezia organizza un incontro per riflettere sulle nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale

Venezia, 17 gennaio 2022 - La chiamano “quarta rivoluzione industriale” e si tratta di un netto cambiamento nella storia dell’umanità sancito dall’avvento dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie digitali nella vita delle persone. All’avanguardia da 1600 anni fino a oggi, sarà proprio Venezia, nell’ambito delle celebrazioni per il suo importante anniversario di nascita, a ospitare un dibattito su questo attualissimo e importante tema nella sua Università, Ca’ Foscari che, con i suoi esperti in materia, ha organizzato un incontro, aperto a tutti, per cercare di comprendere e analizzare le sfide e le opportunità dell’intelligenza artificiale nella società contemporanea.

Mercoledì 19 gennaio, alle 17.00nell’Auditorium Mainardi del Campus Scientifico di via Torino, edificio Alfa, a Mestre si terrà l’incontro “La quarta rivoluzione: Intelligenza artificiale e trasformazione digitale”

L’evento, dedicato a questa nuova rivoluzione che sta portando profondi cambiamenti nella vita e nel modo di concepire lavoro, economia, politica e relazioni sociali, vedrà l’intervento di Marcello Pelillo sui temi di opacità, neutralità, stupidità: tre sfide per l’intelligenza artificiale, Teresa Scantamburlo che discuterà di prospettive europee sull’intelligenza artificiale, Fabiana Zollo che parlerà di dinamiche sociali nell’era digitale, Claudio Lucchese con un intervento sulle “nostre impronte digitali” e Riccardo Focardi che interverrà parlando di crittografia: la scienza del non farsi capire. 

L’incontro sarà trasmesso anche su Zoom al link https://unive.zoom.us/j/87966215821

 

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Tessitura Bevilacqua: a Venezia si produce ancora il velluto a mano con le stesse tecniche imposte dai Dogi

Venezia, 14 gennaio 2022 – In principio era lo “sciamito”, una sorta di broccatello, un velluto senza pelo: poi, nel 1300, alcuni tessitori di Lucca chiesero asilo politico a Venezia e da qui ebbe inizio un artigianato che ancora oggi esercita un enorme fascino in tutto il mondo. Nel 1500 a Venezia c’erano 6000 telai che producevano il velluto e migliaia di persone che lavoravano nei laboratori e nelle case. Tonnellate di fili di seta e mani esperte davano vita a disegni che ancora oggi sono di grande attualità. 

E quella della Tessitura Bevilacqua è una storia che inizia più di cinque secoli fa, almeno nel 1499, quando compare in un dipinto di Giovanni Mansueti, intitolato “San Marco trascinato nella Sinagoga”, un cartiglio che contiene i nomi dei committenti dell’opera, tra cui un certo “Giacomo Bevilacqua, tessitore”. Ufficialmente, la Tessitura Luigi Bevilacqua nasce nel 1875 in un palazzo, in fondamenta San Lorenzo, che un tempo era stato la sede della Scuola della Seta della Serenissima, abbandonata all’inizio del secolo a causa di un decreto napoleonico che, nel 1806, aveva chiuso tutte le corporazioni artigiane di Venezia. Oggi la Bevilacqua è la più antica tessitura in attività in Europa e utilizza gli originali telai del 1700 della Scuola della Seta, dando vita a preziosi velluti soprarizzo con le stesse tecniche imposte dai Dogi che si sono susseguiti alla guida della città che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione.    

“Il nostro punto di forza è che siamo gli unici a produrre un tessuto mantenendo gli stessi standard qualitativi di un tempo, perché produciamo il tessuto originale, dopo 130 anni, ancora allo stesso modo – spiega l’amministratore delegato Alberto Bevilacqua – la storia documentata della nostra famiglia parte dal bisnonno, che nel 1875 ha fondato ufficialmente la società, anche se tracce di nostri antenati ci sono già dalla fine del 1400. La società è passata di mano in mano attraverso sei generazioni, gestita anche da altri membri della famiglia Bevilacqua”.  

All’inizio del Novecento, la Bevilacqua aveva oltre cento tessitrici, oggi ci sono 18 telai e 7 tessitrici che hanno il difficile compito di creare, con infinita pazienza, pochi centimetri al giorno di velluti che andranno ad abbellire case, show room e chiese ma saranno anche indossati sulle passerelle dell’alta moda. 

“Un tempo uno dei più importanti committenti era la Chiesa,  poi il velluto fu introdotto nella moda dalla stilista Roberta di Camerino con la borsa Bagonghi e ultimamente c’è un importante ritorno nell’alta moda – continua  Bevilacqua – collaboriamo con i più importanti stilisti italiani e stranieri”.  

Entrare oggi nella sede della tessitura Bevilacqua, nel sestiere di Santa Croce, significa fare un tuffo nel passato tra orditoi, telai in legno, fili di seta coloratissimi e un archivio storico che vanta più di 3500 campioni e di “messe in carta”, ossia i disegni tecnici che contengono le informazioni necessarie a forare le schede. 

Per produrre un velluto bisogna, infatti, partire dal disegno del motivo che si vorrà realizzare. Ogni foro corrisponde ad un filo e ogni scheda rappresenta mezzo millimetro del disegno del tessuto da realizzare. 

“Una volta c’erano dei ragazzini sopra i telai che muovevano i fili su ordine del tessitore o della tessitrice, nel 1803 il francese Jacquard ha inventato queste macchine che vanno a leggere delle  schede perforate – spiega l’amministratore delegato – Ad esempio, per un disegno con un rapporto di 1,5 metri sono necessarie più di 3.000 schede forate”. 

Parallelamente alla realizzazione del disegno, si procede con la preparazione del telaio, che può richiedere fino a sei mesi di lavoro e l’annodatura a mano di 16.000 fili. Una volta che l’ordito è stato caricato sul telaio, le bobine sono al loro posto, le schede forate sono state inserite, è il momento di cominciare a tessere. Un lavoro di precisione e di pazienza, lunghissimo, che può richiedere anni per soddisfare un cliente: come nel caso del restauro del Palazzo Reale di Dresda. “Ci abbiamo messo tre anni, dal 2017 al 2019, per realizzare, con tre telai, 720 metri di velluto a mano cremisi su un campione originario che avevano salvato – ricorda Alberto Bevilacqua – Lo abbiamo rifatto uguale, con le stesse caratteristiche tecniche”.  

 

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La Fabbrica del Vedere: dalla lanterna magica ad oggi per raccontare la storia del cinema 

Venezia, 13 gennaio 2022 – Ora è tutto virtuale, ma alle spalle c’è una storia lunga e affascinante da raccontare. Dalla lanterna magica alla cinepresa, alla radice di quello che non c'è più. Carlo Montanaro ha costruito questo archivio con pazienza, lungo tutto la sua vita, con la stessa passione che lo colpì da bambino quando vide per la prima volta il teatrino dei burattini. È nata così la “Fabbrica del Vedere”, un museo incastonato in tre piani di una casa tipicamente veneziana, nascosta in calle del Forno, in Strada Nova, a pochi passi dalla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ D’Oro. Tre piani zeppi di pellicole, di cineprese, di pubblicazioni, di fotogrammi e fotografie, di strumenti che oggi sembrano venuti da un altro pianeta: i diorami, i visori stereoscopici, il “mondo nuovo”. Materiali che raccontano storie, strumenti che conservano il fascino del bianco e nero, dai primi passi dell’immagine in movimento, dalla luce che filtra in un cartone per ripercorrere a tutto tondo la storia del cinema. E tra gli scaffali, negli archivi, nei cassetti, c’è anche tanta Venezia: la città che festeggia i suoi 1600 anni e che è ancora capace di trasmettere, oggi come allora, il messaggio di una città eterna, ammirata sugli schermi internazionali in tutte le sue sfaccettature.  

“Attilio D’Este abitava in questa casa – racconta Montanaro, che ha insegnato teoria e metodo dei mass media all’Accademia di belle arti di Venezia, divenendone poi direttore, ed è stato inoltre docente di teoria e tecnica del linguaggio cinematografico e successivamente di restauro del cinema e dell’audiovisivo nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Ca’ Foscari – era un panettiere appassionato di cinema e questa casa conteneva delle testimonianze della storia del cinema e precinema. Quando morì decisi di acquistare la casa e il materiale presente e così ho aperto questo museo dalla fine del 2014 aggiungendo tutto quello che io possedevo e quello che ho poi comprato durante questi anni”. 

L’archivio comprende una quantità estremamente eterogenea di materiali che cercano di testimoniare il “vedere” da quando è possibile riprodurre le immagini. E quindi iniziando dalle incisioni (da Canaletto alle Vues d’optiques…), passando attraverso i vetri della lanterna magica, arrivando alla fotografia, all’analisi e alla sintesi del movimento, testimoniate dalle apparecchiature del precinema, fino al cinematografo, alla televisione e al digitale. Ci sono gli esperimenti di Jules Etienne Marey, le scoperte dei fratelli Lumière, c’è l’inventore della finzione Georges Méliès, c’è il cinema muto, l’introduzione del sonoro e dei colori. C’è lo scomparso mondo della pellicola, il Cinemascope, il 70mm, la celluloide, poi acetato e infine poliestere, c’è un mondo che cambia, un mestiere che cambia, un linguaggio che cambia, ma che grazie agli sforzi di Montanaro non va perduto ma, anzi, va raccontato e fatto conoscere in questo piccolo angolo di Venezia.

La “Fabbrica del Vedere” ogni anno, insieme al fotografo Francesco Barasciutti, produce un calendario con una selezione dei materiali che conserva. Un viaggio iniziato nel 2015 con la mostra “Lanterne Magiche”, che racchiudeva una selezione di lanterne risalenti al 1800, e che prosegue oggi con la presentazione dell’ottava edizione del Calendario 2022 e della Mostra “Cineprese”, visitabile fino a fine febbraio dalle 17.30 alle 19. In mostra, ci sono quelli che Montanaro definisce “marchingegni lontani dall’idea della cinepresa”, ciascuno con la propria storia e il proprio fascino, tra cui spicca anche una cinepresa del 1903. Attraverso undici apparecchiature si ripercorre il divenire stesso della “Decima Musa”. Dall’iniziale autonomia di poco più di una manciata di secondi, ai caricatori che permettevano dai cinque ai nove minuti di ripresa continua. Tecnologie in evoluzione così come si perfeziona, con il passare degli anni, anche la “carrozzeria” degli apparecchi: dal legno stabile del mogano all’alluminio fino al piombo per arginare il ticchettio meccanico in era sonora. Oggetti che rischiano di essere dimenticati, scomparsi dai set e soppiantati dalle telecamere, il cui fascino si sta lentamente perdendo per lasciare posto alle nuove tecnologie digitali che non possono però sostituire quelle affascinanti “scatole” che racchiudono pezzi della storia del cinema e della fotografia. 

Per informazioni www.archiviocarlomontanaro.com

 

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Miss Italia 2021, la finale il 13 febbraio a Venezia

La finale di Miss Italia 2021, dopo la sospensione per due casi di Covid tra le aspiranti al titolo, verrà trasmessa in diretta il 13 febbraio in prima serata sulla piattaforma OTT Helbiz, con la conduzione di Alessandro di Sarno. 
L’incoronazione della più bella d’Italia tra le venti finaliste, che quest’anno omaggia e celebra i 1600 anni della Fondazione della Città di Venezia, si terrà a Ca’ Vendramin Calergi, sede del Casinò.  

Dall’arte sacra alle pitture murali: cento anni fa nasceva Ernani Costantini

Venezia, 12 gennaio 2022 – Ha allestito oltre settanta mostre personali e ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, ha pubblicato articoli e quattro romanzi. Ha svolto una intensa attività nel campo dell’arte sacra realizzando oltre quaranta commissioni tra cui le estese pitture murali a Sacca Fisola, Altobello e Marghera e alcuni cicli completi della Via Crucis. Cento anni fa, il 12 febbraio del 1922, nasceva il pittore veneziano Ernani Costantini e proprio per ricordare questo anniversario l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa inaugura venerdì 14 gennaio a Palazzo Tito la mostra “Cento anni di Ernani”, un evento inserito nel programma ufficiale delle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia. Nelle sale di Palazzetto Tito si presenta una sintesi dell’intero percorso artistico di Ernani: dalle opere esposte nella prime mostre, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, sino all’ultima sua grande tela dipinta nel 2005. Un percorso, quello di Ernani, maturato nel flusso culturale novecentesco di cui fu profondo conoscitore. Dalle prime esperienze di ricerca nel filone “cubistico”, attraverso un personalissimo astrattismo della figurazione, sino a raggiungere una piena maturazione di una propria originale impronta rappresentativa. Ernani fu un artista di indubbia e rigorosa qualità tecnica, esecutore di opere di sorprendente esito narrativo, apparentemente di facile e gradevole visione, ma assolutamente complesse nei contenuti, nella composizione e nei tratti. L’obiettivo è di ridare visibilità ad alcune delle opere del pittore, provenienti da collezioni private e pubbliche, da decenni non più esposte ad un vasto pubblico. Una rara occasione, per i più giovani artisti e cultori d’arte, di conoscere una significativa produzione di questo singolare pittore veneziano, sollecitandone nuovi confronti con l’arte pittorica moderna e contemporanea.

Ernani Costantini nacque a Venezia nel 1922 e qui ha pressoché sempre vissuto e lavorato fino alla morte, nel 2007. Si diplomò nel 1942 alla Scuola d’Arte di Venezia, ai Carmini, dove seguì i corsi di Ercole Sibellato, Mario Disertori, Giorgio Wenter Marini e Giulio Lorenzetti. Combattè come volontario nella Guerra di Liberazione in un reparto aggregato alla 5ª Armata Usa. Nei difficili anni del dopoguerra lavorò prima come “manovale pittore” per le scenografie della Scalera Film negli studi della Giudecca, poi come disegnatore al Magistrato alle Acque. Nel 1949 vinse il concorso per l’insegnamento artistico e si trasferì a Vittorio Veneto, ma dopo quattro anni si stabilì definitivamente a Venezia e si dedicò sempre più intensamente alla produzione pittorica.

Il suo versatile impegno è testimoniato da una ricca produzione di quadri e da numerose partecipazioni ad esposizioni collettive ed allestimenti di mostre personali in diverse gallerie, a Venezia, in  Italia, con qualche escursione oltre confine. Intensa la sua attività di decorazione di chiese, in particolare, ma non solo, di Venezia e Mestre, fino alla morte nel 2007.

La mostra è visitabile fino al 27 febbraio, da martedì a domenica, dalle ore 10.30 alle ore 17.30 (Palazzo Tito, Dorsoduro 2826). 

Per informazioni www.bevilacqualamasa.it.

 

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