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La storia della famiglia Giacomelli, una dinastia di fotografi che ha immortalato lo splendore della Venezia del XX secolo

Venezia, 2 novembre 2021 – Scatole, lastre e acetati. Immagini storiche di una Venezia che non c’è più, di eventi e feste della Serenissima, dalla mostra del Cinema ai concerti del Teatro La Fenice. Immagini in bianco nero di inaugurazioni e aperture che hanno fatto la storia di una città che quest’anno festeggia i suoi 1600 anni. Spaccati di vita quotidiana gelosamente custoditi in un archivio fotografico che ci permette di rivedere Venezia tra gli anni 20 e 90 del Novecento grazie agli scatti catturati dall’obiettivo del fotografo Pietro Giacomelli e poi divenuti patrimonio artistico del Comune di Venezia grazie al Fondo fotografico Giacomelli.

La storia di Venezia in questo caso si abbraccia alla storia della famiglia Giacomelli, una dinastia di fotografi che con le loro macchine hanno catturato la nascita di fatti importanti per la Venezia di oggi. Tutto nasce a cavallo tra il XIX e XX secolo grazie a Giacomo Giacomelli, irredentista triestino rifugiatosi a Venezia per sfuggire alle autorità di polizia asburgiche e che dopo un periodo di apprendistato, rileva lo studio, già avviato, di Domenico Contarini a San Moisé.

Alla sua morte il figlio Pietro, nato nel 1892, si mette al lavoro trasformando lo studio in un'azienda di fama internazionale. Amico della famiglia reale, di cui ne è anche fotografo ufficiale, e dei personaggi di spicco e più influenti nell’ambito dell’industria e della cultura come Giovanni Colpi, riuscì ad assicurarsi importantissimi servizi fotografici in un periodo, come quello del ventennio fascista, in cui Venezia si trovò al centro di processi di trasformazioni urbanistica ed economica mai vissuti in precedenza. È così che poté documentare, ad esempio, la costruzione del nuovo Ponte degli Scalzi sul Canal Grande, quella del nuovo Ponte littorio tra Venezia e terraferma, ma anche la nascita e la formazione della nuova zona industriale di Porto Marghera e del suo quartiere urbano, le profonde trasformazioni in direzione turistico-alberghiera del Lido e, in esclusiva, le nuove importanti manifestazioni culturali della Biennale cinema e arte.

Lo studio, oltre a quello di campo San Moisé, dove avveniva lo sviluppo, la stampa e l’archiviazione delle immagini, era dotato anche di un’agenzia fotografica che, collaborando con l’Ente nazionale per il turismo, si dedicava all’invio di stampe raffiguranti le attrazioni turistiche e le bellezze artistiche veneziane in tutto il mondo.

Nel 1939 Pietro Giacomelli morì improvvisamente e l’attività, che continuò nonostante gli anni difficili della guerra, fu presa in mano dalla figlia Vera. Nel 1955 il laboratorio si trasferì alla Frezzeria, vicino a Piazza San Marco, dove rimase fino alla chiusura definitiva avvenuta nel 2001, dopo gli anni di gestione di Gianni Giacomelli, fratello di Vera, e dei figli.

Oggi quello che rimane è un tesoro di ricordi. Sono oltre duecentomila i negativi di vario formato custoditi nella sede dell’archivio storico della Celestia del Comune di Venezia che arrivano dal Fondo Fotografico Giacomelli, acquisito dal Comune di Venezia nel 1995, il quale raccoglie la maggior parte del materiale prodotto dalla “Reale Fotografia Giacomelli”.

Nella sede dell’Archivio della Celestia si svolgono quotidianamente le operazioni di presa in carico e trattamento dei materiali del fondo fotografico che vengono poi archiviati e resi disponibili attraverso Album di Venezia. Spesso ci si imbatte in sorprese storiche inattese, come quando dall’emulsione di una lastra riemerge, con ottima definizione, uno scorcio di paesaggio che riporta alla quotidianità di una stagione veneziana remota.

Come è successo quando, all’interno di una vecchia scatola di lastre dedicate ai manufatti d’arte dell’antiquario veneziano Minerbi, è riaffiorato il negativo di uno scorcio veneziano familiare, il tratto di Strada Nuova dove oggi è collocato l’ingresso dell’European Cultural Centre: lo scatto di Giacomelli del 1928 ritrae nitidamente il portone d’ingresso di Palazzo Mora, vecchia sede dell’antiquario Minerbi, ma soprattutto il muro alla sua sinistra, da parecchi anni abbattuto, che negli anni Venti offriva ai veneziani un’ampia vetrina informativa sulla programmazione nei teatri e i cinema cittadini. Accade così che, attraverso l’emulsione intatta di una vecchia lastra, ci si possa immergere in un orizzonte remoto e variegato di produzioni e artisti, come un viandante di passaggio alle prese con i fervori culturali e di spettacolo negli anni Venti.

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Novara celebra i 1600 anni con la mostra “Il mito di Venezia. Da Hayez alla Biennale”

Venezia, 29 ottobre 2021 – Ottanta opere esposte in otto sale del Castello Visconteo di Novara per raccontare il mito di Venezia e far immergere il visitatore nelle magiche atmosfere della città lagunare. Un percorso espositivo che presenta le opere di alcuni dei più grandi maestri che hanno operato nella città lagunare nel corso dei primi decenni dell’Ottocento influenzando, con il loro insegnamento e i loro lavori, l’evoluzione della pittura veneziana nella seconda metà del secolo. Dal 30 ottobre 2021 al 13 marzo 2022, Mets Percorsi d’arte, la Fondazione Castello e il Comune di Novara celebrano i 1600 anni di Venezia attraverso la mostra “Il mito di Venezia. Da Hayez alla Biennale”, una selezione delle opere più importanti – e spesso mai viste perché provenienti da collezioni private – dei più noti artisti italiani della seconda metà dell’Ottocento. Un’occasione per ripercorrere le fasi salienti dell’arte a Venezia, dal Romanticismo fino alla nascita, nel 1893, della Biennale d’arte, che da quella data ha proiettato la città verso uno scenario internazionale con un costante e fruttuoso confronto tra gli artisti italiani e quelli stranieri.

In mostra cinque importanti tele di Francesco Hayez (1791-1882) – tra cui “Venere che scherza con due colombe”, “Ritratto di Gentildonna” e “Prete Orlando da Parma inviato di Arrigo IV di Germania e difeso da Gregorio VII contro il giusto sdegno del sinodo romano”  – oltre agli autori, veneziani e non, che più di altri hanno contribuito via via alla trasformazione del genere della veduta in quello del paesaggio: come Ippolito Caffi (1809-1866) con due splendide vedute veneziane (“Festa notturna a San Pietro di Castello” e “Venezia Palazzo Ducale”), ma anche Giuseppe Canella (1788-1847), Federico Moja (1802-1885) e Domenico Bresolin (1813-1899), quest’ultimo tra i primissimi ad interessarsi anche di fotografia e già nel 1854 indicato tra i soci dell’Accademia come “pittore paesista e fotografo”. Titolare dal 1864 della cattedra di paesaggio, Bresolin fu il primo a condurre i giovani allievi a dipingere all’aperto, in laguna come nell’entroterra, affinché potessero studiare gli effetti di luce e confrontarsi sulla resa del vero in un ambiente nuovo e stimolante, diverso da quello cui erano abituati, per di più, codificato dai grandi vedutisti del passato.

Inoltre, come in una sorta di piccola esposizione monografica, saranno esposte dodici opere di uno dei più valenti e amati paesaggisti veneti, Guglielmo Ciardi, tele che – partendo dagli anni sessanta dell’Ottocento – documentano l’evoluzione della sua pittura fino ai primi anni novanta. Una sala sarà interamente dedicata a Luigi Nono e offrirà un focus su una delle opere più celebri del pittore, il “Refugium peccatorum”, oltre a studi, disegni e altre significative opere di confronto, come “Le due madri”.

Non mancheranno tele di ampio respiro che riflettono il rinnovamento e il cambiamento di gusto indotti nella pittura veneziana dal confronto diretto con la cultura figurativa dei numerosi pittori stranieri che partecipavano alle Biennali Internazionali d’Arte, ma anche scene di vita quotidiana, gli affetti e la famiglia, dedicate alla “pittura del vero”. 

Per informazioni www.metsarte.com.

 

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Le streghe di Venezia, tra filtri magici, leggende e torture: storie di donne bandite dalla Serenissima

Venezia, 29 ottobre 2021 – Formule magiche, sangue dei condannati, fatture casalinghe per dar vita a filtri d’amore o guarire qualcuno per pochi spiccioli. Una manciata di fave e una preghiera alla Vergine Maria per capire se l’uomo amato era fedele o circuibile, un bicchiere d’acqua illuminato da una candela, la conta degli anelli di una catena o la lettura della mano. Streghe e fattucchiere, guaritrici e indovine, secondo il Tribunale dell’Inquisizione, ma in realtà molto più spesso donne analfabete, che venivano plagiate e sottoposte a terribili torture, come la frusta, il taglio delle orecchie, oppure il bando dalla città e la fustigazione pubblica. Ma mai messe al rogo, non a Venezia, la Serenissima che si dimostrava nelle pene sempre con un atteggiamento di terziarietà rispetto al potere temporale, mai soggiogata alla Chiesa. Nella notte più spaventosa dell’anno, la famosa notte di Halloween ossia “degli spiriti sacri”, dagli archivi di Stato riemergono storie e volti delle streghe veneziane, figure non solo leggendarie, le cui vite sono ricostruibili grazie ai registri dell’Inquisizione. Storie di “stregizzi”, di sabba, di ritrovi di streghe e stregoni, di spiriti imprigionati, di magia sessuale, di riti e anche di leggende tramandate attraverso i secoli della Repubblica Serenissima, che quest’anno celebra i 1600 anni dalla sua mitica fondazione. Nessun “dolcetto o scherzetto”, ma donne in carne ed ossa che dietro alle porte delle strette calli veneziane eseguivano pratiche occulte di magia. Basti pensare che, nel 1500, in città vi furono circa 1600 processi per “strigaria, maleficio, arte magica e superstizione”. Le streghe venivano processate dal tribunale dell’Inquisizione, che aveva sede in Piazza San Marco, mentre le pene e le torture venivano inflitte pubblicamente, tra le due colonne di San Marco. Come spiega Manuel Meneghel, guida turistica a Venezia, la maggior parte erano prostitute o cortigiane, a cui ci si rivolgeva soprattutto per incantesimi d’amore. 

“Il Ghetto ebraico, a Cannaregio, ebbe un ruolo importante per la diffusione dei testi di magia nera, come il Clavicola Salomonis – spiega Meneghel – I documenti dell’Inquisizione ci permettono di localizzare le abitazioni di queste donne accusate di essere streghe. Sappiamo i loro nomi e perché furono processate”. Tra queste compare Emilia Catena, cortigiana e fattucchiera, accusata di aver praticato dei riti di negromanzia sul cadavere di un neonato. Lei negò, ma ammise di averlo fatto su un gatto e venne allontanata dalla città. In questo periodo, stiamo parlando degli anni ottanta del Cinquecento, Emilia investì parte dei propri proventi acquistando delle terre e dei campi in terraferma e divenne quindi una figura di imprenditrice agricola rara nella Venezia cinquecentesca. La stessa Veronica Franco subì un processo per stregoneria da cui risultò però assolta”.

Talvolta, invece, si tratta di donne che rimangono nell’ombra, come Giovanna Semolina, la strega di “quartiere” che veniva contattata dalle mogli per allontanare i mariti dalle cortigiane. Dai documenti risulta che Giovanna prescrisse la realizzazione di un “lazzaro puzzolente”: una preparazione a base sterco di gatto, grasso di lupo e terra raccolta tra le due colonne della piazzetta poiché lì avvenivano le condanne capitali e quindi, essendo intrisa del sangue dei condannati, si riteneva fosse portatrice di un potere magico. Con questo impiastro si ungevano le porte dell’abitazione della cortigiana oggetto del maleficio e ci si rivolgeva al diavolo affinché l’odore pervadesse tutta la casa e la stessa cortigiana così il marito non avrebbe più potuto avvicinarsi a lei e tradire la moglie. “Questo è giunto a noi – spiega Meneghel – perché un marito denunciò la strega Semolina e la moglie ebbe qualche problema per essersi servita di questi metodi”. E dai documenti riaffiora anche il racconto di una Venezia “intima” che difficilmente si palesa. “Per esempio, la strega quattrocentesca Graziosa venne condannata per aver fatto innamorare un nobile Contarini attraverso un filtro d’amore – racconta – così veniamo a conoscenza delle pratiche di magia erotica a cui erano dediti all’epoca, con filtri d’amore che contenevano parti di pulviscolo dell’ombelico”. Testimonianze di streghe arrivano dallo stesso Giacomo Casanova, che ammette di essere protagonista di una serie di pratiche di magia sessuale.    

Al mondo della stregoneria sono legate anche delle leggende veneziane che si tramandano da secoli. “Una barca partiva alla volta del sabba, tutte le notti, con 7 streghe a bordo – racconta la guida – Un vicino di casa, curioso, decise di nascondersi all’interno della barca, le streghe arrivarono e pronunciarono la frase magica “via per sette” ma la barca non partiva, perché a bordo erano in 8. Non sapendo di avere un ospite iniziano a pensare come mai non funzionasse la frase magica, ipotizzando che una di loro potesse essere incinta dissero “via per otto”: la barca partì e si perse nella nebbia veneziana fino ad arrivare ad Alessandria d’Egitto dove si teneva il sabba. Al ritorno, il nostro passeggero misterioso portò dal suo viaggio un ramoscello che aveva trovato lì, una palma di dattero, che permise di provare la sua avventura”. Ma anche la presenza dei famosi “Mori” nell’omonimo campo è legata a una leggenda di stregoneria. Si racconta, infatti, che i Mori fossero dei mercanti  trasformati in pietra da una vecchietta dopo essere stata truffata sul valore di alcune stoffe. I mercanti sarebbero stati colpiti dalla sua maledizione, mediante l’intercessione della Maddalena. “Ci sono carte processuali – spiega Meneghel – con elenchi di formule dove abbiamo la riprova che le streghe non chiedevano solo l’intercessione degli spiriti per svolgere magie, ma anche quella dei santi”. E alla magia viene spesso legato il nome dell’isola di Murano.

“L’isola che spesso viene ricondotta alla stregoneria è Murano, che ritorna sempre da un punto di vista processuale – conclude Meneghel – Abbiamo anche la testimonianza di un sabba che ebbe luogo sull’isola, un ritrovo a carattere libertino a cui parteciparono nobildonne e nobiluomini, i quali si sarebbero accoppiati con una statua dalle fattezze blasfeme. D’altronde, la leggenda della barca “via per sette” ha luogo a San Canzian, guarda caso dove partiva il traghetto per l’isola di Murano”. Protagonista di una storia misteriosa anche il sestiere di Dorsoduro, con la leggenda della “sveglia” in calle de la Toletta: si racconta che la vecchia sveglia, ancora oggi appesa, segnasse l’ora in cui venivano compiute le fatture e le magie da una strega che abitava in zona. Alla morte della donna la casa rimase chiusa, in stato di abbandono, perché si diceva fosse infestata dai fantasmi e che strani rumori e fenomeni si manifestassero di continuo. Sempre la leggenda vuole che un barbiere, che esercitava in calle, per fare un dispetto a qualcuno avesse chiesto di appendere una sveglia all’edificio e da allora gli eventi inspiegabili smisero di infastidire gli abitanti. Rimossa dopo tanti anni, i fenomeni di magia nera tornarono a manifestarsi e cessarono solo quando fu posizionata un’altra sveglia.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/3gtQ9j0XMLg

 

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Libri, autori e dibattiti letterari tornano ad animare Venezia e a celebrare i suoi 1600 anni di storia

Venezia, 28 ottobre 2021 - Ventisei scrittrici e scrittori da quattordici paesi diversi, pagine di libri sfogliate, autori a confronto e scambi di sguardi e di parole. È questo Incroci di Civiltà, il Festival internazionale di letteratura che si svolge dal 3 al 6 novembre a Venezia, ideato e organizzato dall'università Ca' Foscari Venezia e che quest'anno avrà luogo durante le celebrazioni per i 1600 anni della nascita della città.

Incroci di civiltà si ripresenta, dopo un anno di forzata lontananza dalle scene e dal contatto con il pubblico, con un'edizione "in presenza", permettendo nuovamente al pubblico veneziano e agli studenti di sentire la voce degli autori, di vederli dal vivo e di poter confrontarsi con loro durante il firmacopie. È un ritorno che segna una ripresa della manifestazione, giunta alla sua quattordicesima edizione, pur nella situazione di transitorietà e di cautela che la pandemia ancora impone. 

Per quattro giorni Venezia, dunque, diventa crocevia di storie, opinioni e culture da tutto il mondo: Germania, Italia, India, Olanda, Francia, Stati Uniti, Serbia, Turchia, Cina, Afghanistan, Repubblica del Congo, Argentina, Haiti.

Tra gli autori presenti, ci saranno lo scrittore e studioso congolese Wilfrid N'Sondé, gli olandesi Jan Brokken e H.M. van den Brink, la canadese di origini istriane Caterina Edwards, la scrittrice e sceneggiatrice cinese Geling Yan. Spazio alle pagine dei libri dell'argentino Rodrigo Fresan, della statunitense Heddi Goodrich, di Tiziano Scarpa e di Vinicio Capossela, protagonista del gran finale all'Auditorium Santa Margherita.

Il primo appuntamento è affidato a Nicole Krauss, scrittrice newyorkese e globetrotter che il 3 novembre alle 18 inaugura il Festival alla Scuola Grande di San Rocco. Dal 4 novembre, la manifestazione entra nel vivo con un fitto calendario di appuntamenti all'interno di location esclusive della città di Venezia.

Come è tradizione, anche in questa edizione autori più conosciuti e scrittori emergenti verranno accostati in un susseguirsi di presentazioni, dibattiti e riflessioni dove protagonista sarà la letteratura in tutte le lingue del mondo.

L'edizione 2021 (realizzata in collaborazione con Fondazione di Venezia, Comune di Venezia con la partnership di Francesca Bortolotto Possati, Eni, Fondazione Musei Civici e Marsilio) registra un ulteriore importante appuntamento: domenica 7 novembre alle ore 11.30 presso la Fondazione Giorgio Cini, Auditorium Lo Squero, si renderà omaggio al Carnevale di Maurizio Scaparro (a cura di Maria Ida Biggi e Piermario Vescovo, con la partecipazione di Roberto Bianchin).

Tutti gli appuntamenti di Incroci sono a ingresso libero con prenotazione obbligatoria online su www.incrocidicivilta.org che si potrà effettuare a partire dal 21 ottobre.Per partecipare è necessario esibire la certificazione verde Covid 19 (Green Pass) in corso di validità.

Per il calendario del Festival è possibile consultare il sito di Incroci di civiltà

 

 

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Milite ignoto: un secolo fa il viaggio in treno, toccando le stazioni di Venezia e Mestre, di un anonimo soldato

Venezia, 28 ottobre 2021 – Un treno che resta nella memoria collettiva, un viaggio senza ritorno, di un feretro che trasportava la salma senza nome di un giovane soldato caduto in guerra. Una via crucis di 120 stazioni, da Aquileia a Roma, attraversando le regioni, a una velocità bassissima per permettere alle migliaia di persone che stazionavano sui binari di togliersi il cappello in segno di rispetto, di inginocchiarsi, di lanciare un fiore e far scendere una lacrima. Un viaggio simbolico per onorare i 650mila caduti sui campi di battaglia e i tantissimi corpi dispersi, a cui mogli, madri e padri non hanno mai potuto dare degna sepoltura.

Sono passati cento anni, ma il ricordo è ancora vivido. Alle 8 del mattino del 29 ottobre 1921, dalla stazione ferroviaria di Aquileia partì il convoglio che, in cinque giorni, trasportò la salma del “Milite ignoto” a Roma, toccando anche le stazioni di Venezia e Mestre. Un viaggio commovente, capace di unire l’Italia nel suo dolore, per rendere tributo a un giovane che da cento anni è diventato il simbolo del sacrificio per l’amore della patria. Un viaggio che mette al centro anche una donna, la triestina Maria Bergamas, il cui figlio aveva disertato l'esercito austriaco per combattere nell'esercito italiano, scelta come madre simbolica del dolore di tutte le madri italiane, a cui venne affidato il compito di scegliere la salma da tumulare tra le undici selezionate in tutte le zone in cui si era combattuto.      

La bara in legno di quercia fu collocata sull’affusto di un cannone e viaggiò in un carro-vagone appositamente progettato dall’architetto Guido Cirilli; arrivò a Roma il 4 novembre 1921 e venne tumulata nel sacello dell’Altare della Patria, che ancora oggi rappresenta la sintesi suprema di tutti i cimiteri di guerra sparsi lungo le linee del fronte. Al Milite Ignoto fu concessa la medaglia d'oro con questa motivazione: "Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della patria".

Il 4 novembre, dal 1919, è una giornata di festa nazionale, a ricordo dei tanti soldati italiani che persero la vita sul fronte per la libertà della patria.  

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A San Michele in isola un faggio monumentale veglia sui defunti sepolti in cimitero da 167 anni

Venezia, 27 ottobre 2021 – È conosciuto come “Il pianto di faggio” perché la sua folta chioma, con le punte dei rami che spesso toccano il suolo, gli conferiscono l’aspetto di un salice piangente. Da quasi due secoli, sui defunti di San Michele veglia un antico faggio. Nell’isola di San Michele, dove sorge il monumentale cimitero di Venezia, sono in pochi a sapere che sul terreno salino del recinto XVIII affonda le sue rugose radici un “Fagus sylvatica pendula” che, secondo complessi calcoli, è stato piantato 167 anni fa. Alto più di dodici metri, la proiezione della chioma ha un diametro di dieci metri, mentre le sue radici corrono per più di tre metri. È un albero cosiddetto monumentale proprio grazie alla sua longevità e maestosità, che riveste un particolare valore in termini storici e culturali e, come tale, viene costantemente monitorato dal Comune di Venezia e da Veritas. Ogni sei mesi l’albero è infatti sottoposto a rilievi con lo scopo di verificare eventuali mutazioni dello stato vegetativo e delle caratteristiche strutturali, informazioni che poi vengono trasmesse al Ministero delle Politiche agricole, che censisce e tutela le piante più vecchie lungo tutto il territorio italiano.

Il faggio, alle porte del recinto evangelico, ha trovato nel cimitero di Venezia le sue condizioni ambientali ottimali ed è lentamente cresciuto fino a diventarne parte integrante, completando lo spazio con eleganza, in maniera naturale, quasi a voler vigilare sul sonno dei tanti veneziani e stranieri sepolti nelle acque della laguna. 

Piantato a metà del 1800, il secolare faggio ha visto quindi la nascita del camposanto, diventando spettatore silenzioso di tutte le trasformazioni che si sono susseguite nel tempo.

San Michele, luogo di morte e di vita, raccoglie e custodisce le storie degli oltre 200mila defunti che qui riposano. Anime veneziane e anime straniere innamorate della città che celebra quest’anno i 1600 anni dalla sua fondazione e che hanno scelto la pace dell’isola come riposo eterno. Anime di diverse confessioni religiose, come i protestanti e gli ortodossi, che convivono assieme testimoniando, ancora oggi, l’apertura al mondo di Venezia.

Sorto prima nell’isola di San Cristoforo della pace – dopo l’editto napoleonico del 1804 che collocava, per ragioni d’igiene, le sepolture al di fuori del centro cittadino – già dopo poco tempo dalla sua ultimazione, nel 1813, lo spazio disponibile si dimostrò insufficiente e la vicina isola di San Michele fu interrata per consentire l’ampliamento del cimitero, che si concluse nel 1876. 

A fare da raccordo tra le due isole, tra il vecchio e il nuovo cimitero, è il famoso emiciclo di cappelle che si inanellano una dietro l’altra.

Per la sua particolarità e per la presenza di tombe che raccolgono le spoglie di personaggi famosi, San Michele non è solo mèta di pellegrini nei giorni dei Santi e defunti, ma è una sorta di museo a cielo aperto che viene visitato con interesse durante tutto l’anno.

Qualcuno porta dei sassolini e delle conchiglie sulla tomba di Igor Stravinsky e della moglie Vera, qualcuno lascia una scarpa da ballo all’impresario dei balletti russi  Sergei Diaghilev o un saluto al poeta russo Iosif Aleksandrovič Brodski. Ma San Michele abbraccia tutti, indistintamente: gli sportivi, come Helenio Herrera, gli attori come Lauretta Masiero e Cesco Baseggio, i compositori come Luigi Nono, i pittori come Emilio VedovaTeodoro Wolf Ferrari e Virgilio Guidi, i matematici e fisici come Christian Andreas Doppler. Più di un centinaio di nomi noti, a cui si aggiungono volti sbiaditi di religiosi, aviatori, soldati, caduti in guerra, storie di donne morte di parto a cui i mariti dedicano frasi struggenti, la fila di bambini strappati all’amore dei genitori, volti comuni la cui vita è sepolta insieme alle proprie spoglie. E poi ci sono le storie che San Michele continua a tramandare con struggimento, come quella della ventiduenne russa Sonia Kaliensky, che a Venezia si tolse la vita per una delusione d’amore, pare, o forse per un matrimonio combinato. La figura della giovane, in bronzo ad altezza naturale, è languidamente distesa, colta così com’era stata rinvenuta nel momento della morte, con gli occhi chiusi, in camicia da notte e un braccio che penzola. A un centinaio d’anni di distanza, la sua mano è lucida per le carezze dei viandanti, commossi da una giovane vita spezzata, che riposa insieme a centinaia di migliaia di altre vite finite. 

 

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La ricorrenza della storica battaglia della Sortita che portò alla liberazione di Mestre dagli austriaci

Venezia, 26 ottobre 2021 - Il 22 marzo 1848, nel fervore dei moti insurrezionali che sconvolgevano i regni assolutisti della penisola italiana, anche Venezia visse la sua insurrezione.

La popolazione, con a capo Daniele Manin e Nicolò Tommaseo, occupò l’Arsenale e proclamò la Repubblica di San Marco, sancendo un momento fondamentale per la Città di Venezia, che quest’anno celebra 1600 di storia.

All’insurrezione della città lagunare fece seguito quella in terraferma con gli abitanti di Mestre che decisero a loro volta di ribellarsi contro l’invasione delle truppe austriache. Quest’ultimo fu un lungo ed estenuante scontro che portò a una valorosa ma drammatica sortita a Forte Marghera, all’alba del 27 ottobre 1848, che consentì di riconsegnare il forte alla neonata Repubblica di Venezia.

La storia. Era la sera del 18 giugno quando i primi reparti austriaci fecero il loro ingresso nella terraferma veneziana e cominciò, così, per Mestre un periodo di durissima repressione, di costanti bombardamenti, fucilazioni e violenze. Una situazione critica che costrinse la città a richiamare numerosi volontari da ogni parte d’Italia. Per i veneziani l’unica protezione rimasta erano Forte Marghera, Forte Manin e Forte San Giuliano, con 140 pezzi d’artiglieria e 2.300 volontari giunti dai diversi territori della penisola.

Gli invasori austriaci isolarono la fortezza di Marghera e un’incerta situazione di stallo perdurò a lungo fino a quando, alle prime luci dell’alba del 27 ottobre, 2000 uomini tra truppe regolari e volontari, capitanati dal generale Guglielmo Pepe e dal colonnello Gerolamo Ulloa, uscirono insieme dal forte e sferrarono un durissimo attacco a sorpresa al presidio austriaco. Da qui si ricongiunsero con circa 1500 patrioti mestrini in piazza Barche e si diressero verso il ponte della Campana, unico accesso per la piazza Maggiore e per il centro cittadino. Le truppe austriache, per quanto in numero maggiore, furono costrette alla fuga verso Treviso e Mestre fu così riconquistata e liberata, lasciando, però, sul terreno di battaglia un alto numero di vittime.

Seppur drammatica, questa operazione passò alla storia come “La sortita di Forte Marghera”. Fu una grande impresa vista la netta differenza nel numero di soldati tra volontari italiani e truppe asburgiche e contribuì a sollevare lo spirito di molti patrioti che in varie parti d’Italia lottavano per l’Unità e l’Indipendenza della penisola.

Questa situazione non durò tuttavia a lungo: gli austriaci poco dopo riuscirono a riconquistare Mestre e il 4 maggio 1849 iniziarono le operazioni per riconquistare Forte Marghera, un assedio che terminò solamente il 27 maggio, quando le truppe italiane presenti nel forte furono costrette a battere ritirata e cercare riparo presso Venezia. Di conseguenza, la stessa Venezia, la cui unica protezione era ormai la sola barriera naturale della laguna, ingabbiata e vulnerabile ai tiri dell’artiglieria austriaca, dovette cedere alla forte pressione austriaca, e il 22 agosto 1849 cadde, sancendo così la fine della Repubblica di San Marco.

Un seminario a Palazzo Ducale per raccontare la storia dell’edilizia veneziana dall’XI secolo a oggi

Venezia, 26 ottobre 2021 - Come è cambiata l’edilizia veneziana nel corso degli anni? Da una città lignea a città di mattoni e pietra, da palafitte nella laguna a costruzioni moderne, tutta la storia e le evoluzioni dell’architettura veneziana dall’XI secolo a oggi diventano protagoniste di “Venezia. 1600 anni di…”, un convegno che nasce con l’obiettivo di discutere ed evidenziare tutte le peculiarità costruttive dell’edilizia storica di Venezia che quest’anno festeggia 1600 anni dalla sua fondazione.

Giovedì 28 ottobre, alle 14.00, nella prestigiosa cornice della sala del Piovego di Palazzo Ducale avrà luogo una giornata di studi che vedrà una serie di esperti raccontare la storia architettonica della città lagunare con diversi contributi specifici. Si partirà da un’introduzione descrittiva della particolare concezione strutturale degli edifici veneziani, con una serie di accorgimenti costruttivi che hanno consentito alle fabbriche di adattarsi nei secoli alle difficili condizioni dell'ambiente lagunare e si proseguirà con interventi mirati per ciascuna componente costruttiva, come le fondazioni, le murature, i solai e alcune coperture particolari, che saranno descritte sia con riferimento alle caratteristiche costruttive e alle peculiarità del saper fare veneziano, sia con riferimento ai modi con cui nel tempo, ma soprattutto oggi, vengono restaurate e consolidate.

I relatori del convegno “Venezia. 1600 anni di…” sono tutti architetti, docenti ed esperti della storia del costruito materiale veneziano e possono condividere, nello svolgimento delle relazioni e durante il dibattito la loro esperienza relativa alla stupefacente capacità costruttiva veneziana e ai modi con cui conservarla e attualizzarla.

L’iniziativa è promossa dalla soprintendenza ABAP per il Comune di Venezia e la laguna nell’ambito delle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia.

Per partecipare all’evento, la prenotazione è obbligatoria, entro il 27 ottobre, all’indirizzo mail a francesco.trovo@beniculturali.it

 

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Stelle e viaggi, l’astronomia protagonista del sapere dei veneziani del 1200

Venezia, 26 ottobre 2021 – La navigazione celeste tra le figurazioni della Basilica di San Marco e i loro riferimenti astronomici, i quattro Mori studiati da un punto di vista inedito, il portale di San Marco che rivela le tracce dei mercanti veneziani in Indonesia. Nel salotto più bello del mondo, stelle e costellazioni sono rappresentate non solo all’uso occidentale, ma appaiono in una affascinante commistione di elementi e linguaggi di diversi luoghi, in riferimento alla speciale collocazione di Venezia nel Mediterraneo e ai lunghi viaggi dal Nord Europa all’Asia, fino all’India e alla Cina.

Si inaugura giovedì 28 ottobre, al Magazzino del Sale 3, la mostra “Stelle e viaggi 2. Esplorazioni, iconografia, astronomia a San Marco nel 1200”, un appuntamento dell’Accademia di Belle Arti di Venezia che rientra nel calendario delle celebrazioni per i 1600 anni della città.

Curata dalla storica dell’arte e docente Gloria Vallese, grazie a fotografie ravvicinate in alta definizione, sculture, modelli 3D, ricostruzioni video e ologrammi –  opera di studenti e docenti di specialità nuove e antiche dell’Accademia, dalla scultura alle nuove tecnologie – la mostra svela sorprendenti scoperte che raccontano il sapere astronomico dei veneziani nel 1200 e quel linguaggio della navigazione celeste che era comune all’epoca non solo ai viaggiatori, ma a tutta la popolazione civile, essendo indispensabile agli spostamenti, anche brevi, alla pesca, alla caccia, all’agricoltura.

 “Stelle e viaggi 2” segue la prima mostra, di cinque anni fa, dedicata all’arco del firmamento che orna il portale maggiore della Basilica di San Marco, creato da un ignoto artista nel 1240. Questo secondo appuntamento offre al visitatore nuove sorprendenti rivelazioni che riguardano il famoso Ciclo dei Mesi dell’arcone del portale maggiore della Basilica, e la Cappella di Sant’Isidoro situata all’interno. Grazie alle moderne tecnologie, infatti, il Ciclo dei mesi si rivela una sorprendente rappresentazione del cielo notturno ottica e calendariale, creata in accordo al cielo osservato, con gli astri e le costellazioni che si susseguono scandendo le ore e i tempi dell’anno. Le installazioni “Policromia e possibili applicazioni metalliche”, “L’alba e il tramonto: effetti di luce” e “Il corso delle stagioni” mettono in rilievo altri particolari del portale maggiore, come la preziosa policromia ora perduta, i supporti degli inserti metallici che tracciavano una mappa celeste, creando un effetto sontuoso. II pubblico potrà vedere, attraverso ologrammi appositamente progettati e realizzati, l’effetto dei punti metallici all’alba e al tramonto quando divenivano per qualche momento una riproduzione rigorosa delle costellazioni nel cielo delle diverse stagioni; attraverso filmati d’animazione, le sculture si tradurranno nelle immagini astronomiche del cielo. Due modelli in grandezza naturale del bassorilievo, che ricostruiscono la preziosa policromia originale cancellata dal tempo, sono stati eseguiti mediante stampa 3D dagli allievi.

Ma la Basilica di San Marco ci parla anche dell’Indonesia attraverso un bassorilievo risalente alla prima metà del 1200: l’arcosolio Sant’Alipio della cappella di Sant’Isidoro. In un frammento del bassorilievo, appare una raffigurazione della costellazione dei Gemelli ma non in forma occidentale    – ossia come due figure distinte di fratelli o di amanti – bensì all’orientale, come una coppia di siamesi terminanti in una coda di pesce, accompagnati da due piccoli draghi-unicorno. Si tratta di un’immagine estremamente interessante per l’epoca a cui risale, che pone i viaggiatori veneziani sull’orlo del Pacifico, più lontano di quanto si fosse finora immaginato.

In mostra anche una versione inedita dei Quattro Mori: si metterà in luce il nesso formato dalle case dei Mastelli e dalle sculture duecentesche che vi sono incastonate, fra cui i celebri cosiddetti Mori, studiate dal punto di vista inedito dei riferimenti astronomici.

La mostra sarà visitabile fino al 15 gennaio, dal giovedì al sabato dalle 11 alle 17.

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"Armonie nello specchio della laguna", il coro Pueri Cantores celebra i 1600 anni di Venezia

Venezia, 25 ottobre 2021 – Culla della musica classica, che raggiunge il suo apogeo negli anni d’oro della Repubblica Serenissima, Venezia è ancora oggi considerata uno dei più prestigiosi centri di sopravvivenza di quest’arte. E per omaggiare i compositori veneziani che hanno segnato la storia della musica e della scuola musicale veneziana (soprattutto nel suo massimo splendore culturale, ovvero il periodo barocco con Antonio Vivaldi, Antonio Lotti e Baldassarre Galuppi) e celebrare la nascita di Venezia, 1600 anni fa, il coro “Pueri cantores” del Veneto, in collaborazione con l’Orchestra Sinfonica del Veneto, si esibirà venerdì 29 ottobre alle 20.30, nella Basilica dei Frari, con il concerto “Armonie nello specchio della laguna”. Melodie che corrono lungo il XVIII secolo, quando la musica era una delle arti più amate dall’intera popolazione veneziana, e che rappresentano un tributo alla fondazione di Venezia.

Il programma prevede l’esecuzione del “Magnificat” e di “Lauda Jerusalem” di Vivaldi, il “Kyrie” di Galuppi e la “Missa sapientiae” di Lotti. Dirige il Maestro Roberto Fioretto.

Il coro Pueri Cantores” del Veneto è nato 35 anni fa e negli anni è stato diretto da illustri direttori d’orchestra come John Eliot Gardiner, Claudio Scimone, Giuliano Carella, Ion Marin, oltre ad aver collaborato con numerosi teatri lirici quali la Fenice di Venezia, l’Arena di Verona e il Teatro Real di Madrid. Inoltre, si è esibito in diverse città europee con prestigiose orchestre, tra cui la "Croatian Chamber Orchestra", l’Orchestra sinfonica della “Florida State University”, la “New York Chamber Orchestra”, l’ “Orchestra Verdi di Milano, “I Solisti Veneti”, la “Philarmonia Veneta”, “I Musicali Affetti” e l’ “Orchestra del Teatro Olimpico” di Vicenza.

Il coro riunisce ragazzi provenienti da tutta la Regione Veneto ed è stato recentemente definito dalla critica “il miglior coro di voci bianche d’Italia”. Si tratta di un progetto che ha, alla base, uno scopo educativo: tramite la pratica del canto si accompagna la crescita dei più giovani, avvalendosi di uno studio approfondito sul controllo del fiato che sviluppa notevoli benefici sull’equilibrio psicofisico della persona.

Ingresso libero con prenotazione obbligatoria. Per informazioni www.puericantores.it

 

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50 manifesti sui muri di Venezia per raccontare la città e i suoi 1600 anni di storia

Venezia, 25 ottobre 2021 - Visitare Venezia guardandola con scatti in bianco e nero quando è avvolta dalla nebbia, o catturata da un fermo immagine ad alta quota. O, perché no, vista attraverso le balaustre dell’Isola di San Giorgio o da uno scatto cartolina di uno dei ponti più fotografati al mondo, quello di Rialto.

Momenti storici che raccontano Venezia e che sono racchiusi in una mostra inusuale, allestita sui muri della città: 50 manifesti con un Qr Code in grado di trasformare lo spettatore di passaggio in un fotografo allo stesso tempo.

L’esibizione open air si chiama "Promuovere la bellezza. Venezia 1600" e ripercorre la storia della promozione internazionale della Serenissima da parte di Enit - Agenzia nazionale del turismo.

Il Qr Code che si cattura sui manifesti rimanda alla sezione dedicata alla mostra della web-app tuaitalia.it, dove ogni visitatore potrà visualizzare alcuni dei manifesti e misurare la sua conoscenza personale di tutto ciò che Venezia e il territorio limitrofo rappresentano nell'immaginario turistico.

"Promuovere la bellezza. Venezia 1600" nasce dalla collaborazione tra l'Ente e tre istituzioni del territorio - il Comune di Venezia, l'Università Ca' Foscari e il Padiglione Venezia - in occasione delle celebrazioni dell'anniversario dei 1600 anni dalla fondazione della città.

“L'esposizione open air di Venezia fa parte del progetto cominciato nel 2019 di valorizzazione del centennale e profondissimo patrimonio culturale ENIT costituito da documenti di archivio, vere e proprie opere d'arte quali stampe, litografie d'autore e cimeli storici che testimoniano l’evolversi del costume e della società italiana” spiega il Presidente Enit Giorgio Palmucci.

Il percorso espositivo è articolato in sei sezioni: Arte e architettura, Scene di genere, Festività e festival, Isole e artigianato, Cortina, Territorio e Ville Palladiane.

I manifesti storici sono incorniciati su uno sfondo rosso veneziano per celebrare la città d’arte che la ospita celebrando così la nascita della Serenissima. Le immagini esposte sono state selezionate dall'Archivio storico digitale di Enit e si riferiscono a foto in bianco e nero e manifesti dagli anni '30 agli anni '60 e da copertine edite nelle riviste storiche dell'Agenzia dagli anni '20 agli anni '60.

E dopo la mostra a cielo aperto, il viaggio si sposta su carta: è infatti in corso di realizzazione un catalogo contenente le immagini della mostra open air con l'aggiunta di un'ampia selezione che costituisce un vero e proprio viaggio nella Venezia storica.

Libertà delle donne e parità di genere: un’avanguardia veneziana ai tempi della Serenissima

Venezia, 22 ottobre 2021 – Essere donna non è mai stata una discriminante a Venezia. La città lagunare, che quest’anno compie 1600 anni dalla data della sua fondazione nel 421, è sempre stata all’avanguardia sotto diversi aspetti, dall’inclusività alla tecnologia, dal commercio alla manifattura fino a passare per la parità di genere e la libertà femminile, due componenti fondamentali del modus vivendi veneziano ai tempi della Serenissima che hanno reso la città una delle prime ad aver difeso un diritto fondamentale che oggi domina il dibattito pubblico e per il quale si sta ancora lottando in alcuni Paesi del mondo.

Imprenditrici, artiste, scrittrici e poetesse le veneziane della Repubblica Serenissima potevano scegliere di diventare chiunque volessero con una libertà di espressione e di azione che rende la città, a posteriori, una delle più lungimiranti della storia. Le donne di Venezia, infatti, erano le uniche in Europa e nel mondo ad avere gli stessi diritti degli uomini e la loro stessa valenza sociale. Fino alla caduta della Serenissima le donne erano ascoltate, ammirate e rispettate al punto che molte di loro sono diventate protagoniste di pagine di storia importantissime portando Venezia e la sua unicità in tutto il mondo.

Acquistare una fornace o una casa, vendere le proprie creazioni in un atelier, ottenere un prestito per avviare la propria attività commerciale e scegliere per la vita dei propri figli era, all’epoca, impensabile per qualsiasi donna al di fuori dei confini veneziani. La Serenissima, però, aveva la sua ideologia a favore dell’indipendenza e della libertà delle donne, assicurando e proteggendo i loro diritti e punendo, con multe o condanne, chiunque non li rispettasse.

Sono diversi, infatti, i documenti notarili, tuttora conservati nell’Archivio di Stato di Venezia, che testimoniano come l’emancipazione femminile fosse un valore nato e messo in pratica nella città lagunare secoli prima dell’età contemporanea.

Basta guardare la Venezia delle arti e dei mestieri dove, già nel Medioevo, l’imprenditoria non era un affare di soli uomini. Molfina fiolaria, infatti, con la sua fornace era una delle prime donne produttrici di utensili in vetro, così come le vedove Uliana e Caterina che, nel 1373, stipularono per la prima volta un contratto di società per la produzione di profumi. L’unione tra imprenditoria e lavorazione del vetro vede, inoltre, in Marietta Barovier una delle sue massime esponenti. Fu proprio la Barovier, infatti, a inventare la perla rosetta che nei secoli successivi divenne famosa per essere uno tra i manufatti più preziosi al mondo.

Venezia vede quindi nascere, nel suo territorio, il primo nucleo del pensiero femminista, capace di spianare la strada ai futuri movimenti per l’emancipazione femminile. Fu Modesta Pozzo, in arte Moderata Fonte, che a partire dalla seconda metà del Cinquecento scrisse, per la prima volta, un elogio alla donna, considerato come uno dei primi manifesti femministi. Elogio, che si concretizzò con la conquista di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna al mondo a cui venne consentito laurearsi.

Anche l’arte veneziana, nel particolare quella del Settecento, ha visto l’ascesa di diverse sue esponenti femminili come Rosalba Carriera e Giulia Lama. La Carriera fu la prima donna al mondo a cui vennero aperte le porte delle corti reali e delle accademie d’arte dell’epoca, ottenendo riconoscimenti in tutta Europa e arrivando a ritrarre Luigi XV Re di Francia. Più schiva e meno avvezza ai salotti reali era invece la Lama, che sfidò pubblicamente i grandi pittori dell’epoca esponendo le sue opere in molte chiese veneziane, tra cui la chiesa di San Vidal e di Santa Maria Formosa.

Secolo dopo secolo, le veneziane iniziarono a farsi spazio tra quelli che un tempo erano considerati “mestieri da uomini”, nonostante le donne fossero «buone a tutto e del pari degli uomini» come sosteneva la giornalista, traduttrice, regista e tipografa, Elisabetta Caminer. Figlia d’arte, cresciuta tra carta, penna e calamaio, rubò i trucchi del mestiere dal padre, facendosi largo, già a 17 anni, nell’ «Europa Letteraria» e diventando poi la prima donna alle redini di un giornale: il «Giornale Enciclopedico».

Nel Settecento a Venezia si respirava la libertà e la libertà è figlia, da sempre, della cultura. Una cultura che a Venezia si toccava con mano nei caffè aperti fino a tardi, nei teatri, nelle ciacole in campi e campielli e nei salotti dell’aristocrazia. Cultura, che nel tempo ha permesso un’apertura della città alle contaminazioni e al rinnovamento dei valori garantendo, soprattutto alle donne, la possibilità di partecipare e avere un ruolo nella vita sociale veneziana. Dalla nobiltà ai ceti più bassi, a Venezia le donne non erano spettatrici ma bensì attrici protagoniste, e con le loro vite, le loro arti e i loro mestieri, trasformarono Venezia in una delle città più all’avanguardia del tempo.

 

Alla scoperta di Noale, il borgo medievale caposaldo strategico della Repubblica Serenissima

Venezia, 21 ottobre 2021- Modificare il corso di un fiume per proteggere il cuore pulsante di una città. Creare un arcipelago di undici isole e quindici ponti per impedire al nemico di attaccare il castello e la rocca. Tutto questo si cela nelle mura, nelle vie d’acqua e nelle strade di Noale, il piccolo borgo medievale che tramanda ancora oggi un pezzo importante della storia di Venezia lunga 1600 anni.  

Perizia, lavoro e tutta l’originalità di una città creata ad hoc dall’uomo, Noale è il risultato di un’opera ingegneristica di grandissimo valore tecnologico, portata a termine grazie a uno studio meticoloso e approfondito della natura del territorio in cui si è scelto di far sorgere la città. È così che, delimitando la perimetria del borgo e valutando ogni pendenza del suo suolo per far fluire l’acqua dei suoi canali in modo naturale, viene creata una roccaforte inespugnabile in grado di catturare l’interesse della Serenissima al punto tale da diventare una sua mira durante il periodo di espansione in terraferma e contribuire alla sua difesa da parte dei nemici.

L’importanza di questo piccolo gioiello della terraferma veneziana è testimoniata dalla rocca e dalle torri ancora presenti in città che continuano ancora oggi a raccontare la storia di un luogo che ha visto il suo periodo più florido nel Medioevo quando la nobile famiglia dei Tempesta decise di creare sulle rive del fiume Marzenego un caposaldo difensivo a cavallo tra Padova, Treviso e Venezia, una base strategica da cui far muovere armati e cavalieri.

Il percorso che va dalla Torre delle Campane e attraversa tutto l’arcipelago fino alla Torre dell’Orologio permette a chiunque di ripercorrere, anche solo attraverso l’immaginazione, l’antichissima storia di Noale e l’avanguardia dei suoi antichi sistemi difensivi di terra e acqua

Camminando lungo gli argini si viene improvvisamente catapultati indietro nel tempo: artigiani, amanuensi, fabbri e falegnami vestiti in costumi dell’epoca sono disseminati lungo tutto il percorso, assieme a figurati che si esibiscono in danze e spettacoli medievali.

Storia e suggestioni si intrecciano mentre si attraversano le sponde dei canali che circondano il fulcro della città di Noale: l’isola della Rocca. File d’alberi e un doppio giro d’acqua circondano la complessa struttura difensiva datata 1245. Un fortilizio la cui costruzione richiese decenni e che ancora oggi sovrasta la città, accerchiata dall’arcipelago di canali scavati a difesa della nobile famiglia che la abitava. Poderose mura merlate, terrapieni e fossati si elevano tre metri sopra il piano campagna, in tutta la loro maestosità. Una preziosa e tangibile testimonianza di centro fortificato di pianura, oggi oggetto di un parziale restauro, che nei secoli è diventata abitazione dei podestà veneziani e prestigiosa sede amministrativa, dopo il passaggio di Noale alla Serenissima nel XIV secolo.

Uno splendido gioiello tutto veneziano, un centro medievale fortificato interamente basato sull’acqua, con un impianto urbanistico tra i meglio conservati del Veneto.

Venezia-Salonicco, dalle tracce “umane” per ricostruire l’importanza del dominio della Serenissima

Venezia, 21 ottobre 2021 – Era il 14 settembre 1423, giorno della Croce, quando tra gli applausi sbarcarono a Salonicco le prime navi veneziane. Con Bisanzio incapace di difendersi, i tessalonicesi volontariamente si sottomisero al dominio della Serenissima, poiché il pericolo degli Ottomani era ormai più che visibile. Tuttavia, le armi veneziane si riveleranno comunque insufficienti di fronte al sultano Murad II, che, dopo un epico assedio di tre giorni, occuperà la città il 29 marzo 1430.

Il dominio della Serenissima durò solo sette anni, eppure l’impatto della presenza veneziana nel cuore della Grecia settentrionale, cioè Salonicco, è significativo perché, anche dopo la conquista ottomana, i contatti tra le due città furono continui e intensi sotto il profilo economico, educativo e sociale. Questi contatti sono al centro della mostra “Salonicco – Venezia. Tracce di persone, strade della storia”, organizzata dal Comune di Salonicco e dall’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini di Venezia in occasione dei 1600 anni dalla nascita di Venezia. Gli individui che viaggiarono in un’ampia area tra le due città, per quattro secoli, portarono con sé il proprio patrimonio culturale: collaborarono, formarono famiglie miste, progredirono sull’opposta costa adriatica. Seguendo le tracce archivistiche di queste persone si delimitano oggi i percorsi della storia comune di Salonicco e Venezia, si conoscono la ricchezza, la profondità e i legami che si sono sviluppati tra le due città.

La documentazione storica si basa su materiale prevalentemente archivistico inedito, proveniente dall’Archivio dell’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini di Venezia e dall’Archivio di Stato di Venezia. In mostra ci sono documenti che riflettono la presenza dei tessalonicesi a Venezia (registri di battesimi, matrimoni e morti) ma anche la partecipazione attiva nella comunità greca. L’esposizione, inoltre, presenta un gran numero di documenti che testimoniano l’intenso movimento commerciale tra Salonicco e Venezia, nel panorama cronologico dal XVI al XIX secolo. Salonicco, dopo essere passata sotto il dominio veneziano e nel suo successivo sviluppo, divenne infatti uno dei principali compagni commerciali della Serenissima. Molti tessalonicesi, greci ed ebrei, si stabilirono a Venezia per ampliare le proprie attività commerciali sviluppando una numerosa comunità greca, che lasciò testimonianze e tesori nella città dei Dogi. Sulla base dei contatti commerciali, per ο da Venezia, vengono presentate lettere riguardanti gli ordini di merci, la distribuzione delle materie, le rotte marittime e in generale l’attività dei tessalonicesi sulla strada da ovest a est e viceversa. Al centro della mostra anche il Collegio Flangini, polo di attrazione per i giovani tessalonicesi giunti a Venezia per motivi di studio. Il materiale esposto testimonia la presenza educativa e intellettuale della comunità greco-ortodossa a Venezia attraverso documenti dei loro fascicoli studenteschi, come certificati di malattia e vaccinazioni.

La mostra, nel centro storico di Salonicco, è visitabile fino al 31 dicembre e successivamente farà tappa a Venezia.

Venezia, che impresa! La veduta a volo d’uccello del de’ Barbari per catapultarsi nella Venezia del 1500

Venezia, 20 ottobre 2021 – Restituire al pubblico l’immagine della città come straordinaria opera umana e culturale, nella sua veste di urbs e di civitas. Dal 22 ottobre 2021 al 18 aprile 2022, a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza, si terrà la mostra “Venezia, che impresa! La grande veduta prospettica di Jacopo de’ Barbari” che le Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, propongono al pubblico all’interno delle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia. L’esposizione, curata dalla storica Angela Munari e dal geografo storico Massimo Rossi, vuole offrire un quadro complessivo della storia della veduta prospettica Venetie MD di Jacopo de’ Barbari, unica e straordinaria impresa culturale del pittore ed incisore come sintesi del Rinascimento veneziano e ritenuta ancora oggi uno dei più grandi capolavori della cartografia urbana di tutti i tempi per le notevoli dimensioni, la ricchezza dei particolari, la qualità del disegno e dell’esecuzione.

Attraverso i documenti, il visitatore avrà la possibilità di percorrere la città, a partire da Rialto e dall’area Marciana, per poi attraversare l’intero nucleo urbano, soffermandosi su alcuni dettagli relativi alla vita e alle attività di una delle maggiori città del XVI secolo. Viene posta particolare attenzione ai dettagli, permettendo di far emergere paradossalmente la realtà unitaria e sfaccettata della città. La veduta a volo d’uccello diventa quindi una continua planata su spunti di vita quotidiana.

Il progetto espositivo si propone di invitare il visitatore ad entrare in una giornata veneziana “qualunque” del 1500, partecipando non da spettatore ma da protagonista al fermento della città per coglierne la complessità. La mostra offre spunti e ancoraggi storico-culturali sull’opera di de’ Barbari e sugli altri documenti esposti a supporto dell’evoluzione della produzione cartografica, per comprendere il prima e il dopo de’ Barbari.

La veduta è una xilografia stampata su sei fogli da sei matrici (conservate al Museo Correr di Venezia) in legno di pero e misura 134,5 x 282 centimetri circa. L’opera, commissionata da Anton Kolb, richiese un lavoro di 3 anni da parte di una vera e propria equipe di cartografi e incisori. La veduta, oltre ad essere un capolavoro artistico e della cartografia del Rinascimento, è un documento visivo e storico unico e irripetibile per la conoscenza urbanistica ed edificatoria della città in un preciso anno: il 1500, quando Venezia era all’apice di uno dei momenti più fulgidi della sua civiltà, nel pieno della transizione da un’economia mercantile a un’economia fondiaria. La veduta segna anche una tappa fondamentale nella storia della geometria descrittiva, un passaggio epocale verso una nuova traduzione dello spazio urbano. Considerata fin dall’inizio un capolavoro dell'incisione xilografica, la città è delineata e descritta così minuziosamente, anche mediante i toponimi, ed è riprodotta tanto fedelmente da essere ritenuta, ancora oggi, una fonte storica essenziale. Vi si distingue la tipica sagoma a forma di pesce del centro storico, sono disegnati in modo verosimile le isole, i terreni, gli orti, i giardini, i campi e i campielli, le calli, i canali, i ponti, gli edifici, i fondaci, le botteghe, anche quelle sull'acqua, gli hospitali, le chiese e i campanili, i conventi, gli oratori, le scolette, gli squeri e i monumenti con ricchezza di particolari. Sono presenti numerosi elementi urbanistici oggi scomparsi o completamente cambiati come, ad esempio, al centro della raffigurazione l'allora ligneo ponte di Rialto e la piazza San Marco. Persone in atto di lavorare, di andare in barca, pescatori che rendono la città viva. Sono riconoscibili, inoltre, dettagli figurativi specifici sul tema alla navigazione: navi, barche e burchi, ovvero le imbarcazioni da trasporto. Oltre al paesaggio cittadino e lagunare è descritta, seppure sommariamente, anche la terraferma e l’inizio della zona pedemontana, in particolare verso nord e Serravalle, valico di passaggio dei mercanti del nord Europa. La veduta è arricchita da elementi figurativi perimetrali: nella parte superiore Mercurio, al di sotto la scritta “Venetie” e l’indicazione dell’anno “MD”. Otto teste, intente a soffiare, personificano i diversi venti. Sovrasta il bacino di San Marco un imponente Nettuno, che cavalca il delfino e regge l’immancabile tridente.

Della veduta di Jacopo de’ Barbari sono pervenute oltre una ventina di esemplari che documentano almeno tre diversi stati principali (versioni) della xilografia, riconoscibili in particolare per la diversa configurazione del campanile di San Marco. In mostra sono esposti un primo stato appartenente alla Fondazione Querini Stampalia e un terzo stato della collezione Intesa Sanpaolo, composti rispettivamente da sei fogli e da dodici fogli più piccoli.

Nel primo stato la sommità del campanile è formata da un tetto ribassato che ricopre una terrazza-loggiato; tale aspetto è quello che il campanile doveva avere dopo che un fulmine lo aveva colpito e gravemente danneggiato nell’agosto 1489.

Il secondo stato - pubblicato intorno al 1514 - mostra il campanile dopo che fu effettuata la ricostruzione della sommità, ultimata nel 1514; la cuspide ha la nota forma piramidale, al vertice della quale (situato però nel foglio adiacente) è visibile la statua dell’angelo.

Il terzo stato - datato alla seconda metà del secolo XVI - riporta il campanile al suo aspetto prima della ricostruzione del 1514. Ciò fu dovuto al fatto che l’aggiornamento della veduta si presentava di difficile realizzazione, a causa degli estesi e importanti mutamenti urbanistici e architettonici intervenuti nel frattempo; si tentò perciò di riportare l’opera al suo stato originario. Del terzo stato della veduta si tesse nei secoli una trama ingarbugliata, connotata da tirature differenti, dal XVI al XIX, sempre a partire dai legni originali. In particolare, nel 1838, la Municipalità di Venezia decise il restauro delle matrici della veduta, per la stampa di alcune copie da donare all’imperatore Ferdinando I d’Austria, in visita in città. Pare che l’esemplare in mostra appartenga a una di queste.

La mostra è visitabile da martedì a domenica dalle ore 10 alle ore 18.

Per informazioni www.gallerieditalia.com

La storia dei bussolai di Burano, da una tradizione di famiglia a patrimonio collettivo

Venezia, 20 ottobre 2021 - Sveglia all’alba, granelli di farina nell’aria, il profumo del burro sciolto, il calore dei forni accessi alla temperatura giusta per creare una superficie croccante e un interno morbido, le movenze di chi conosce alla perfezione il proprio mestiere e sa come creare, da un impasto informe, la perfetta forma di biscotto a esse. Entrare nella storica pasticceria di Carmelina Palmisano a Burano significa addentrarsi in un mondo fatto di tradizioni antichissime, di passione ma, soprattutto, di legami di famiglia. Lo sa bene Giorgio Senigallia, marito di Carmelina, titolare dell’attività, e pasticcere dall’età di dieci anni. Proprio in questo luogo, un ragazzino che doveva imparare un mestiere è diventato uomo, pasticcere, marito ed esperto di bussolai.

«Una volta era così, quando finivi la scuola andavi a lavorare per imparare un mestiere - racconta il pasticcere Giorgio Senigallia - Mi ha insegnato tutto Tommaso Palmisano, che poi sarebbe diventato mio suocero. Ho imparato prima a fare il panettiere, poi il pasticcere e oggi, a ottantadue anni, sono ancora qua»

Oggi la tradizione di questi biscotti di pasta frolla, parte della storia di Venezia lunga ben 1600 anni, si è estesa anche al di fuori dal territorio di Burano arrivando in diversi Paesi del mondo. Tutto, però, è iniziato oltre novanta anni fa con due fratelli che amavano il profumo del pane e dei biscotti, avere le mani in pasta e guardare gli occhi delle persone brillare all’assaggio di una loro creazione.

Erano i primi vent’anni del ‘900 quando una famiglia originaria della Basilicata si è trasferita prima a Caorle e poi a Burano. Differenze culturali, abitudini diverse, dalla terraferma del Sud Italia a una città di case colorate, circondata d’acqua e attraversata da piccoli canali. Le novità a cui abituarsi erano molte ma l’amore per il pane e i dolci buoni è qualcosa di universale e in grado di unire le persone attraverso il solo aroma di vaniglia o la fragranza di una pagnotta appena sfornata. Ed è così che due fratelli con il meridione nel sangue ma cresciuti tra i pescatori di un’isoletta della laguna veneziana, hanno scelto di fondare, nel 1926, due panifici, diventati, poi gli storici laboratori di pasticceria ancora presenti in città e contribuendo alla diffusione di una tradizione dolciaria, quella dei bussolai che oggi è uno dei simboli veneziani nel mondo.

Un tempo dolci tipici di un solo periodo dell’anno, oggi, biscotti realizzati giornalmente e presenti sugli scaffali di quasi tutti gli store veneziani e regionali, i bussolai, che siano tondi o a forma di esse, che siano semplici come da tradizione o ripieni, come si usa fare oggi, piacciono a tutti e portano il sapore di Venezia in qualsiasi punto del mondo si trovi chi li assaggia.

«La grande produzione dei bussolai, come la conosciamo oggi, nasce dopo la guerra, con l’avvento del turismo - sottolinea Giorgio Senigallia - ma questi erano dolci che tutte le famiglie di Burano facevano una volta l’anno, nei giorni che precedevano la Pasqua, poi, una volta preparati, questi biscotti venivano portati in uno dei quattro panifici della città per cuocerli nei forni che a casa non si avevano e poi, venivano messi via, conservati e mangiati la domenica di Pasqua»

La tradizione prevede che il bussolà debba essere tondo, solo in seguito è stata introdotta la variante a esse, oggi, la più famosa. Possono essere di dimensioni più grandi o più piccole ma la ricetta originale di questi biscotti è ancora la stessa di tanti anni fa. La base è semplice, si parte da una pasta frolla molto grassa con tanto burro, solamente tuorli d’uovo, zucchero, farina e un po’ di aroma di vaniglia.

Su un chilo di farina ci sono 12 tuorli, 6 etti di zucchero e 3 etti di burro. Il composto viene impastato senza acqua e senza niente, all’asciutto. Poi una volta ben amalgamato vengono arrotolate piccole parti di impasto e poi unite per formare un cerchio, nel caso si voglia fare il bussolà rotondo, o deformate fino ad assumere la forma di esse per quest’altra variante di biscotto.

«La produzione di questo dolce oggi è sia a macchina che a mano - commenta Giorgio Senigallia - Qui a Burano continuiamo a fare tutto a mano così come una volta e realizziamo bussolai dalle forme più grandi. Per soddisfare le esigenze della grossa distribuzione, però, abbiamo bisogno delle macchine ed è per questo che abbiamo creato un laboratorio dolciario a Jesolo che si occupa di questo e lì c’è mia figlia che porta avanti il mestiere»

Da biscotto di famiglie di pescatori il bussolà è diventato un dolce a disposizione di tutti, da una tradizione tipicamente pasquale, questa frolla alla vaniglia è diventata parte di un’abitudine quotidiana portandosi dietro lo stesso gusto di sempre e quella stessa consistenza fragrante che lascia in bocca il sapore di Burano e della sua storia.   

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/VmnNQS_uwsU

 

Sfilate, incontri ed eventi per presentare le novità della moda e festeggiare il compleanno di Venezia

Venezia, 19 ottobre 2021 - Moda, colori e tessuti che si intrecciano e formano nuovi abiti, tutte le novità e le nuove tendenze saranno protagoniste della Venice Fashion Week, la manifestazione veneziana dedicata ad abiti, vestiti, artigianato e nuove creazioni. L’iniziativa, inserita nel calendario di celebrazioni per i 1600 anni di Venezia, renderà omaggio al mondo del design sartoriale, alla creatività e alla città di Venezia con eventi, incontri e sfilate disseminate in luoghi simbolo della città.

Fino al 30 ottobre, i campi della città, i palazzi antichi e le sale degli hotel storici veneziani faranno da sfondo alla presentazione in anteprima delle nuove collezioni con uno sguardo sempre aperto verso il futuro e l’innovazione della moda. 

Il prossimo appuntamento, previsto per il 20 ottobre alle 18.00, vedrà il salone di Palazzo Sagredo trasformarsi in un laboratorio creativo dove la sartoria su misura incontra i tessuti innovativi, l'antica tecnica della plissettatura rende tridimensionali abiti origami, il design dà nuova vita a capispalla unici e accessori creativi divertono le dive della Dolce Vita di Venezia. 

Il 21 ottobre, sempre alle 18.00, la falegnameria Lunardelli Venezia trasformerà un boutique hotel in uno spazio dell'immaginario raccontando come il legno parla di Venezia in tutto il mondo.

Il programma completo della Venice Fashion Week è consultabile sul sito https://www.venicefashionweek.com.

Questa manifestazione punta a far conoscere i nuovi talenti del settore e a promuovere Venezia come centro di produzione e creatività dove progettare il futuro della moda. La Venice Fashion Week Week è un progetto di Venezia da Vivere con il patrocinio del Comune di Venezia, in collaborazione con Tavolo Veneto della Moda, Associazione Piazza San Marco, Venice Photo Lab.

Tutti gli eventi dell’iniziativa sono gratuiti con prenotazione obbligatoria inviando una richiesta via mail a hello@veneziadavivere.com e saranno raccontati anche via social attraverso i canali di @VeniceFashionWeekVeneziadavivere e IgersVenezia e sul sito web di www.venicefashionweek.com e Veneziadavivere.com.

Venezia città di luce, l’illuminazione pubblica anticipa di quasi mezzo secolo le altri grandi città italiane

Venezia, 19 ottobre 2021 – Calli strette e buie, angoli e anfratti dove si nascondevano ladri e malintenzionati. Oggi sembra impossibile, ma un tempo Venezia era una città molto pericolosa. E, al calar del sole, era facile perdersi, cadere dai ponti, finire dentro un canale o essere preda di brutti ceffi. Le botteghe e le abitazioni erano costruite interamente in legno ed era pertanto proibito accendere lumi o fuochi per il pericolo sempre frequente di incendi. La storia di come e quando è stata “illuminata” Venezia, dalle prime lanterne alle moderne luci a led, è antica e densa di curiosità. Nell’anno in cui Venezia festeggia la sua fondazione, nel 421, il Centro culturale Candiani (in collaborazione con la Fondazione Neri spa Museo Italiano della Ghisa e il Servizio Impianti Venezia del Comune di Venezia) ha voluto racchiuderla in una mostra, al quarto piano, che traccia l’evoluzione dell’illuminazione pubblica. “Venezia città di luce” – attraverso dei pannelli, testi e immagini storiche e contemporanee – è un excursus storico di una città illuminata grazie all’installazione di lampade pubbliche prima a olio, nel settecento, poi a gas, nel corso dell’ottocento, e infine elettriche nei primi anni del novecento. Venezia, che nel 2021 festeggia un compleanno lungo 1600 anni, è stata quindi una delle prime città a dotarsi di una primitiva illuminazione pubblica, anticipando di quasi mezzo secolo le altre grandi città italiane.

Risale al 1128 un provvedimento adottato dalla città per l’illuminazione delle strade e dei canali bui di Venezia, che portò alla costruzione dei primi lumi in grado di far luce nelle ore notturne: il doge Domenico Michiel ordinò che nelle ore notturne, nelle zone meno sicure, ci fossero dei “cesendelli impizadi”, cioè delle “piccole lucciole”, dei piccoli fanali ad olio appesi ai muri delle case. Tutte le spese furono a carico della Repubblica, mentre la manutenzione fu affidata ai parroci ai quali si chiese di far installare anche piccoli capitelli votivi, che avrebbero dovuto ardere tutta la notte per “infondere” coraggio ai viandanti. Ma tale provvedimento, pur rispondendo in parte alle esigenze di allora, non riuscì a soddisfare il bisogno di una maggiore illuminazione. Nel 1450 l’aumento del numero di aggressioni notturne spinse la Serenissima a decretare una legge che rendeva obbligatorio l’uso di un lume a chi si inoltrasse per la città nelle ore notturne. Fu così che nacque la figura del “còdega”, un mestiere umile, popolare, una sorta di accompagnatore “illuminante” notturno, il quale – dietro compenso e munito di lanterna – guidava verso casa i nobili e i ricchi di ritorno da uno spettacolo a teatro o da una festa. Un termine ancora oggi in uso perché quando si vuole far notare a una persona di essere “di troppo” e fare il terzo incomodo si utilizza l’espressione veneziana "far el còdega", cioè reggere il moccolo.  

Questa pittoresca figura sparì quando, nel 1732, il Consiglio dei Dieci deliberò che tutta Venezia fosse illuminata e ordinò l'installazione in zona Mercerie e San Marco dei primi 843 “ferài” (fanali), lampade pubbliche alimentate a olio difese da un bulbo di vetro e infisse ai muri dei palazzi che dovevano restare accese fino all’alba. Venezia fu quindi una delle prime città a dotarsi di una primitiva illuminazione pubblica, pagata attraverso una tassa speciale che gravò su tutti i cittadini, compresi i nobili ma esclusi i più poveri. All’accensione, spegnimento e corretto funzionamento dell’impianto provvedevano, sempre per ordine del magistrato, gli “impissaferai” o “impizadori”, che utilizzavano i vari tipi di olio in commercio: l’olio di balena, di lino, di rapa, ma anche quello ottenuto dalla spremitura delle olive, il migliore e di conseguenza anche il più costoso di tutti. I ferài venivano costruiti dai feraleri, riuniti nell’omonima scuola che aveva sede presso la chiesa di San Zulian. 

Bisogna aspettare un altro secolo prima che i ferài ad olio vengano sostituiti dalle lampade a gas: nel 1839 la Congregazione municipale stipulò un contratto per la fornitura del gas con la ditta francese “De Frigière, Cottin et Montgolfier-Bodin” (da tutti chiamata semplicemente "La Lionese"). La società si assunse l’incarico di diffondere il nuovo combustibile a tutta la città entro sei anni e di aggiungere altri 1.500 fanali ai 1.368 già esistenti: si trattava di lanterne infisse mediante ferri alle facciate dei palazzi, o di luci sospese su elaborati pali verticali in fusione di ghisa, indicati col termine di lampioni o candelabri. Nel 1843 il gas, chiamato “sole della notte”, fu usato per la prima volta per illuminare Piazza San Marco: in quello stesso anno tutte le lampade pubbliche vennero trasformate e l’olio venne sostituito dal gas. Fu subito un successo. Il servizio di accensione e spegnimento delle fiamme veniva svolto a mano servendosi di lunghe pertiche in grado di aprire o chiudere il rubinetto di fuoriuscita del gas. Solo a partire dagli inizi del XX secolo si collocarono in ogni fanale orologi automatici a molla con carica della durata di una settimana.

Nel 1886 l’elettricità segna la vera svolta: prima si tenta un esperimento di illuminazione di un’area della Giudecca e di alcune case private, successivamente, nel 1922, il Comune decide di sostituire definitivamente il gas e inizia i lavori di razionalizzazione delle rete finché, nel 1927, tutti i ferài vengono riconvertiti a energia elettrica. Dal 2011, le lampade sono state sostituite da sorgenti led a basso consumo energetico e oggi, nel territorio del Comune di Venezia, i punti luce complessivi sono 61.214 (42.185 in terraferma; 10.426 in centro storico e 8.603 nelle isole). L’accensione e lo spegnimento degli impianti di illuminazione pubblica avviene attraverso dei dispositivi orari a regolazione astronomica installati nei quadri elettrici dedicati, che si programmano automaticamente secondo il periodo stagionale di riferimento. 

Tra le curiosità, il consumo totale di energia elettrica per l’illuminazione pubblica è di 17.101.284 kWh (pari a circa 120.000 televisori sempre accesi tutto l’anno) e il consumo annuo pro capite risulta di 66 kWh. L’illuminazione pubblica, nel secolo scorso, è stata anche determinante per la “liberazione” di Venezia, come racconta Andrea Comoretto nel libro “Una vita di lavoro per Venezia” (edizioni El squero). A Venezia lo chiamano l’uomo della luce, la memoria storica della città. Andrea Comoretto, 90 anni, una memoria di ferro, friulano di nascita ma veneziano di adozione come lui stesso ama definirsi, ha lavorato per 40 anni al servizio prima della Sade e poi dell’Enel nell’impianto di Venezia centro storico e isole. 

“L’illuminazione pubblica ha avuto un ruolo fondamentale per Venezia – racconta –  come nel caso della Beffa del teatro Goldoni, quando il mio predecessore Bepi Turcato organizzò un’irruzione al Goldoni annunciando la liberazione davanti al comando tedesco e poi spegnendo le luci per scappare senza farsi prendere, o della temuta Decima Mas quando si spensero le luci, di zona in zona, al passaggio dei fascisti”. Diplomato perito elettrotecnico nel 1951, arrivando a Venezia Comoretto pensava di trovare una città con norme e soluzioni specifiche, “invece gli operai si arrampicavano sulle facciate più alte degli edifici, quasi in verticale, un sistema che non avevo mai visto nelle altre città”. Responsabile dell’ufficio tecnico dal 1964 al 1991, Comoretto si è occupato dell’elettrificazione di Pellestrina, di Torcello, di Cavallino, Lio Piccolo e Treporti, illuminando le zone più periferiche della laguna. Con passione, curiosità e buonsenso, Comoretto ha combattuto contro la burocrazia e contro l’omologazione per contribuire a trovare soluzioni, sotto il profilo della sicurezza e dei materiali, che fossero adatte a un ambiente particolare come quello di Venezia e delle sue isole. Dopo l’acqua grande del 1966, è sua l’intuizione di alzare le centraline elettriche affinché non potessero subire le escursioni di marea, e se nel 2019 la rete elettrica non è collassata è anche un suo merito. “Quarant’anni di migliorie, alla ricerca di soluzioni e migliorie – sorride – non cerco medaglie ma posso dire che ho lavorato con impegno e che se ci avessero ascoltato certe cose avremmo potuto evitarle”. Di fatto, tutti i veneziani che hanno vissuto in questo arco temporale possono riconoscere che la qualità della vita è migliorata di pari passo con il miglioramento della rete elettrica. 

La mostra è visitabile dal martedì alla domenica, dalle 16 alle 20. 

La salute dei cittadini, dalla Serenissima il valore della responsabilità verso la tutela della persona

Venezia, 18 ottobre 2021 – Il valore della responsabilità che la Repubblica Serenissima tramanda fino ai giorni giorni, la protezione e il bene della persona. Si svolge nell’anno delle celebrazioni per la fondazione di Venezia il secondo appuntamento con “La salute dei cittadini”, l’iniziativa che si terrà sabato 23 ottobre alle 9.30 alla Scuola Grande San Marco, sede dell’Ospedale civile di Venezia. 

Come spiega Paolo Pasini, referente del comitato promotore, ogni riflessione che tragga ispirazione dalla storia della civiltà della Serenissima suggerisce il valore della responsabilità. Dal semplice popolano all’uomo di governo, dalla più piccola organizzazione civile alla magistratura più influente: tutto e tutti erano chiamati ad essere responsabili del buon vivere e della salute della comunità. Nulla era più importante della città e della sua protezione, perché da ciò discendeva e discende anche il bene della persona. Questo stesso principio di responsabilità è oggi necessario come risorsa strategica nella stagione pandemica, nelle decisioni dei governanti e nei comportamenti dei singoli. È la responsabilità che deve portare alle innovazioni nelle organizzazioni sanitarie, nelle misure preventive, nei presidi farmaceutici ma anche nelle scelte epidemiologiche delle istituzioni internazionali e, su un piano diverso, nelle azioni delle persone, delle famiglie, delle comunità di lavoro. La pandemia ha reso evidente quanto l’interpersonalità sanitaria e la correlata responsabilità sociale e individuale siano tuttora il fondamento della salute dei cittadini. Questo è il tema che ha guidato la progettazione della seconda edizione delle “Giornate della Serenissima”, che ha significativamente il titolo “Innovare e curare in tempo di pandemia” e che rientra nel calendario dei festeggiamenti per i 1600 anni della città.  

Durante il convegno, a partire dalle 9.30, verrà introdotto il tema dell’informazione e del consenso alle cure, a tutela del principio di autodeterminazione, che è fondamento dei diritti legati alla condizione di fragilità determinata dalla malattia. Saranno evidenziati gli aspetti giuridici e normativi, aprendo anche ai doveri verso la comunità sociale nel senso più ampio. 

Il tema della salute verrà affrontato in riferimento alle malattie rare, che, per la loro condizione, sono oggetto di attenzione particolare nel mondo scientifico. Le persone con malattia rara sono destinatarie di tutele specifiche e necessitano di percorsi personalizzati anche nell’ambito dell’informazione e del consenso alle cure. Il ruolo della ricerca, soprattutto nel campo della genetica e della farmacologia, è in continua evoluzione, aprendo le porte ad innovazioni anche tecnologiche, come l’impiego di terapie sperimentali, con i recenti progressi nell’impiego dei farmaci “orfani” e nella terapia “genica” delle malattie rare ematologiche. Verrà discusso anche il tema della donazione, attraverso l’esperienza della Fondazione Banca degli Occhi, per l’utilizzo di materiale biologico destinato al biobanking, ma anche all’impiego per la terapia tissutale innovativa, in collaborazione con le unità operative di Oculistica della Ulss 3.

Nell’ambito dell’iniziativa, venerdì 22 ottobre alle 16.30 e alle 19 il comitato “Rinasce San Lazzaro dei Mendicanti” promuoverà, nella storica chiesa dell’Ospedale Civile, due concerti di musiche antiche sacre, finalizzati a raccogliere fondi per il suo restauro. Il tutto, nella piena condivisione dello spirito della Serenissima che riteneva che la cura fisica delle persone dovesse accompagnarsi a quella spirituale. 

Per seguire la diretta dell’evento il link è https://youtu.be/Px71Xawnz94

Per informazioni www.scuolagrandesanmarco.it

L’arte del merletto ad ago di Burano: un paziente, meticoloso e preziosissimo lavoro di condivisione

Venezia, 15 ottobre 2021 - Passo svelto, mani pronte a mettersi all’opera, un seggiolino di legno con un poggia piedi, tende aperte sulla piazza della città, occhiali da vista, strumenti del mestiere e anni di esperienza nella mente, negli occhi e tra le mani. È così che le merlettaie di Burano si preparano a passare un altro pomeriggio in compagnia di ago, filo, il loro “cuscinello” personalizzato, morello e carta paglia, per portare a termine un'altra opera d’arte e un altro pezzo di storia italiana. Chiacchierano tra di loro, una di fronte all’altra, interagiscono con chiunque si avvicini curioso di scoprire i segreti del loro mestiere, si stuzzicano a vicenda “lei è quella chiacchierona”, “è lei la più brava”, si conoscono da una vita ma continuano, a oltre 80 anni, ad avere, ogni volta che mostrano a qualcuno quella rosellina fatta a mano o la minuziosa smerlatura del loro merletto, quella stessa luce negli occhi che avevano da bambine quando le loro nonne mettevano per la prima volta tra le loro mani un ago sottilissimo e un filo di cotone bianco.

L’amore delle maestre di merletto ad ago di Burano per il loro mestiere lo si percepisce all’istante, traspare dalle loro movenze, dai loro silenzi, dalla concentrazione, dagli occhi arrossati, dal fatto che non distolgono mai lo sguardo dal loro lavoro, dall’abilità delle loro mani che sanno, a memoria, come devono intrecciarsi per creare, partendo da un disegno su carta, una precisissima e indistruttibile opera d’arte. Lo si percepisce dal fatto che sono ancora sedute, da volontarie, alla loro età, all’interno di quella che una volta era la fiorente Scuola di Merletto di Burano, oggi museo, per portare avanti una tradizione che, in passato ha visto la sua gloria ma che, oggigiorno, rischia di scomparire per sempre.

Sono rimaste in sei a Burano a conoscere tutti i segreti del merletto e due di loro sono Mary Costantini e Romana Memo che, in occasione dei 1600 anni di storia di Venezia, decidono di raccontarsi e raccontare il loro lavoro di merlettaie. Le unisce oggi, come allora, la stessa passione per un mestiere apparentemente solitario ma basato sulla condivisione del tempo, degli spazi e dell’amore per ciò che si fa. Quello delle merlettaie è un lavoro individuale ma lo si fa tutte insieme, sedute davanti casa insieme a vicine, nonne, madri, nipoti, come avveniva in passato, o stando tra amiche in una stanza, una a fianco all’altra tra chiacchiere, ricordi e fili bianchi di cotone da scambiarsi.

«Io faccio questo mestiere da piccolissima, da quando ho sei anni - racconta Mary Costantini, maestra di merletto di Burano - da bambini si inizia come passatempo ma quello del merletto è un lavoro molto particolare quindi deve piacere. Mia mamma voleva che imparassi a fare il ricamo ma a me non piaceva né fare la sarta, né ricamare, sono proprio negata, con il merletto, invece, è tutt’altra storia, posso iniziare a lavorare di mattina e può anche farsi notte che neanche me ne accorgo. Il merletto era la mia strada e posso dire che il tempo mi ha dato ragione»

Le fasi di creazione di un merletto di Burano sono sette. Si parte sempre da un disegno per poi passare all’orditura, cioè una sovrapposizione di due strati di stoffa con tre fogli di carta paglia, un foglio con il disegno e un altro foglio di carta oleata cucita a macchina seguendo tutti i profili del disegno, poi si passa alla prima fase di lavoro, la base, la cosiddetta Ghipur, poi c’è il punto Venezia, costituito da piccole barrette di filo che collegano più punti del disegno, segue il punto Burano, la retina strettissima di filo, poi i rilievi e, infine, la fase conclusiva: il punto cappa con picò, la smerlatura.

In passato ogni merlettaia della Scuola di Merletto di Burano si occupava di un’unica parte di lavoro. C’erano quindi sette specializzazioni: le esperte di disegno, le orditrici, chi si occupava della Ghipur, quelle che facevano solo il punto Venezia, chi lavorava esclusivamente al punto Burano, le maestre di rilievi e quelle di smerlatura finale. Anche se teoricamente tutte sapevano fare tutto ci si focalizzata su un unico punto perché facendo sempre lo stesso lavoro si acquisiva velocità e perfezione, due elementi fondamentali che hanno reso questo oggetto tessile di un’isoletta della laguna veneziana uno dei prodotti artigianali italiani più apprezzati al mondo.

«Sembra tutto uguale - commenta Mary mentre racconta la storia della Scuola di Merletto dove hanno studiato - ma ogni punto ha il suo modo di tirare il filo, di lasciarlo più morbido. Una volta c’era tanto lavoro e ogni persona che studiava nella scuola si specializzava in un solo punto. Io ho sempre amato fare il primo punto, la base del lavoro, la cosiddetta “Ghipur” ed era quella la mia mansione. Oggi faccio tutto, dall’inizio alla fine del merletto, ma i tempi sono cambiati»

Il merletto di Burano è realizzato, per tradizione, esclusivamente con filo di cotone bianco. Il cotone è il materiale migliore con cui si possa fare questo lavoro in quanto è molto resistente e flessibile allo stesso tempo e la scelta del colore bianco, oltre al lato estetico, è fatta sempre per la stessa ragione, perché questo colore mantiene la struttura del filo solida rispetto a quella di un filo colorato e fa sì che il merletto di Burano, una volta completato, diventi un oggetto duraturo in grado di subire anche lavaggi senza mai rovinarsi o spezzarsi.

«La novità degli ultimi anni in fatto di merletti - raccontano le maestre di merletto, Mary e Romana - è che è stato introdotto il filo colorato, anche se questo tende a sfilarsi e a rompersi. Noi lavoriamo facendo tanti piccolissimi nodini e passaggi quindi la qualità del filo per noi è importantissima. Per quanto ci riguarda non utilizziamo quasi mai il filo colorato anche se da diverso tempo è iniziato ad andare di moda ma le differenze con i lavori tradizionali in filo di cotone bianco sono notevolissime»

Chi le vuole osservare all’opera o chiedere loro una lezione di punto Venezia o smerlatura le può trovare al primo piano Museo del Merletto di Burano, sedute sugli stessi banchetti di legno che le vedevano, bambine alle prese con le prime lezioni nella scuola professionale di merletto ad ago più famosa al mondo. Vengono a due a due, nei pomeriggi, si siedono, lavorano e restano a disposizione di chiunque decida di dedicare un attimo del proprio tempo al ricordo di un mestiere preziosissimo.

Minuzia, pazienza, precisione, una tecnica antichissima tramandata di mano in mano e giunta, immutata, fino ai giorni nostri: sono questi gli ingredienti del merletto ad ago di Burano, un prodotto che quando viene terminato diventa indistruttibile. I vestiti si rompono, così come le stoffe, i ricami si sfaldano, i fili colorati si assottigliano ma i merletti di Burano restano per sempre ed è proprio qui che giace il fascino di questo mestiere che rischia di scomparire ma che è in grado di lasciare, attraverso un oggetto apparentemente fragile ma fortissimo, un segno nel tempo e nella storia.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/whYKBs1B2OQ