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In Piazza San Marco tra riferimenti astrologici, alchemici e mitologici per scandire la storia della Serenissima

Venezia, 14 dicembre 2021 – Gli astri, i segni zodiacali, l’oroscopo: osservare il cielo non ha mai smesso di incuriosire e affascinare l’essere umano. Tanto meno i veneziani, navigatori di professione, che con gli astri hanno sempre fatto i conti, se non altro per il loro influsso sulla marea. E Piazza San Marco, centro politico e religioso di Venezia lungo tutti i suoi 1600 anni, cela tre le sue pietre e i suoi bronzi numerosi riferimenti astrologici, alchemici e mitologici. Palazzo Ducale, la Basilica e la Torre dell’Orologio raccontano di divinità e di segni zodiacali e nascondono l’antica fede negli astri che, pur condannata dal cristianesimo, sopravvisse alla fine del paganesimo e finì col diventare parte della cultura medievale.

Come racconta la guida turistica Manuel Meneghel, il luogo più importante del porticato di Palazzo Ducale, la colonna d’angolo, dedica il suo capitello all’astrologia. Una trasposizione in marmo dell’opera caposaldo dell’astrologia classica, il Tetrabiblos di Tolomeo, che ci racconta l’influenza dei pianeti sui rispettivi segni zodiacali di cui sono governatori. “Ogni segno zodiacale ha due domicili, uno diurno e uno notturno, il Sole invece ha solo quello diurno, mentre la Luna solo il notturno. Il capitello ci aiuta a capire l’importanza che aveva l’astrologia classica nel medioevo, e nei secoli successivi – spiega Meneghel – I pianeti sono raffigurati come divinità antiche, dei pagani, contestualizzati però all’epoca in cui vennero realizzati, ovvero il Medioevo. Giove, dio del cielo nell’iconografia classica, si trasforma in un signore medioevale. Marte diventa invece un guerriero appena giunto da una crociata e così via”.

Il capitello d’angolo, però, non è l’unico dei 36 totali ad essere dedicato ai temi astrologici. Ce n’è un altro, sempre sul porticato di Palazzo Ducale, che descrive gli influssi dei pianeti sull’età dell’uomo. I pianeti, infatti, esercitano la loro influenza sia sui singoli segni zodiacali sia, nel corso delle diverse epoche storiche, sull’umanità intera. Qui i pianeti raffigurati sono sette, nonostante i lati del bassorilievo siano otto: “Quest’ultimo rappresenta la morte per i peccati – sottolinea Meneghel – fu il punto di equilibrio che venne trovato tra il concetto di predestinazione trasmesso dall’astrologia e quello di libero arbitrio della cultura cristiana: esiste l’influenza dei pianeti nel corso della vita dell’uomo ma poi quello che conta è il peso del giudizio universale nel momento della morte”.

A due passi da Piazza San Marco, anche la facciata della chiesa di San Giuliano, San Zulian in veneziano, ci parla di astrologia con la raffigurazione del filologo e medico Tommaso Rangone, rappresentato mentre tiene in mano il suo tema astrale, mentre alle sue spalle si erge un globo con le costellazioni e una iscrizione in greco che celebra i suoi meriti come indagatore del cosmo.

L’astrologia è presente anche nella facciata della Basilica di San Marco: sul secondo arco che decora il portale centrale compare, nell’intradosso, la raffigurazione dei mesi. Tra un mese e l’altro sono inseriti i segni zodiacali che scandiscono il corso dell’anno e che sono presenti anche all’interno del quadrante dell’Orologio della Piazza.  La Torre dell’Orologio è uno stupefacente capolavoro di ingegneria: il quadrante dell’orologio appare semplificato rispetto a quello del 1499 perché, oltre a segnare la posizione del Sole nello zodiaco, un tempo scandiva quella degli ulteriori cinque pianeti di cui si aveva conoscenza. “Oggi l’orologio segna il passaggio del Sole e della Luna nello zodiaco – continua Meneghel – invece, quando venne realizzato erano presenti anche gli altri cinque pianeti ed era quindi possibile avere un quadro astrologico e astronomico utile per calcolare le varie influenze. Sappiamo che alla nascita di ogni Papa, ad esempio, si studiava il suo tema astrologico per poter profetizzare il corso del papato e del regno”.

Ancora oggi, come allora, l’orologio continua puntualmente a segnare la vita e il tempo di Venezia che scorre inesorabilmente verso un’unica direzione: il progresso della città più avanguardista del mondo.

 

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Le aspiranti Miss Italia sbarcano in Piazza San Marco e incontrano un settecentesco Alessandro Di Sarno. Inizia il viaggio della Gen Z alla scoperta di Venezia

Venezia, 13 dicembre 2021 - Giovanissime, bellissime e cariche di voglia di raccontarsi e di farsi conoscere per convincere chi dovrà scegliere, tra loro, la più bella d’Italia. È iniziato da Piazza San Marco il viaggio delle 20 ragazze finaliste di Miss Italia alla scoperta di Venezia, della sua storia e delle sue tradizioni. La prima puntata della mini serie digital di Miss Italia 2021 - che in partnership con il Comune di Venezia, quest’anno sceglie un format esclusivamente web e social per la sua nuova edizione - inizia tra le strette calli di Venezia, i suoi campi e campielli, i suoi scorci suggestivi tra acqua e terra fino a giungere all’interno di uno dei luoghi più iconici della città: Palazzo Ducale. È proprio tra il centro storico, le isole e la terraferma che le 20 miss, accompagnate ogni giorno da Patrizia Mirigliani, patron dello storico concorso, conosceranno il conduttore della web serie di cui saranno protagoniste e che andrà in onda, in pillole, a partire da oggi lunedì 13 dicembre 2021, alle ore 20, sulla piattaforma OTT Helbiz Live (disponibile sull’app store di tutti gli smartphone Android e iOS). 

Leggins, sneakers e occhi che brillano alla vista dell’imponenza di Palazzo Ducale, del luccichio dei mosaici dorati della Basilica di San Marco e della magia di una città circondata completamente dall’acqua: le 20 finaliste appaiono incredule, felici ma anche un po’ intimidite dalla bellezza senza tempo di Venezia che da 1600 anni non ha mai perso il suo incredibile fascino. Una bellezza da fermare nel tempo, sullo smartphone che scatta foto a volontà, alternate a video: l’edizione 2021 non è solo quella celebrativa dei 1600 anni di Venezia ma è anche la prima solo in versione web e social. La rivoluzione al passo con i tempi che mescola accenti diversi, diverse personalità, dalla più riservata alla più spigliata. Le ragazze della generazione Z entrano in contatto con un mondo d’altri tempi, per certi versi distante dalla loro realtà ma con il quale potranno imparare a confrontarsi e scoprire qualcosa di nuovo su loro stesse e sulla storia, sempre innovativa, della città che le accompagnerà fino alla finale, al sogno a cui tutte aspirano.

Vestito da gentiluomo del ‘700, con un abito selezionato dall’occhio esperto della stilista di moda e direttore artistico del Ballo del Doge di Venezia, Antonia Sautter, l’ex inviato delle “Iene” Alessandro Di Sarno accompagnerà il pubblico alla scoperta della personalità, del carisma e delle doti di ognuna delle venti concorrenti del concorso di bellezza. Il comico e conduttore, in calzamaglia, mantello bianco e maschera, sarà il protagonista di un viaggio metaforico nel tempo, dal XVIII secolo a oggi per venire a contatto con i nuovi canoni di bellezza del presente e selezionare, con lo sguardo, una per una, le venti finaliste di Miss Italia. Tra prove di originalità, di trasformazione e attività a contatto con l’artigianato veneziano, lo sport, l’innovazione e la sostenibilità che si svolgeranno nel vasto territorio veneziano: il tutto per condurre le ragazze alla grande finale del 19 dicembre dove verrà incoronata la ragazza più bella d’Italia.
Una versione rinnovata di uno storico concorso che dal 1946 è parte integrante della storia della Tv italiana e che quest’anno si attualizza adattandosi alla generazione Z. Per la prima volta Miss Italia si inserisce in un contesto culturale sullo sfondo della “più antica città del futuro” e sceglie di puntare sulla libertà di espressione dell’individualità delle concorrenti e sulla scoperta della loro personalità oltre che della loro bellezza.
Quale sarà la prossima tappa del viaggio veneziano delle miss? Lo scopriremo domani ma, intanto, vi diamo qualche suggerimento per scoprire quale sarà la location e il tema della seconda puntata: oggetti nascosti, indizi da svelare. Il resto? A voi scoprirlo sull’app Helbiz Live o sui canali social di MissItalia e CrownRevolution. 

 

Costruiti a Venezia da Nino Giuponi i primi galeoni in legno del Palio delle Repubbliche Marinare

Venezia, 13 dicembre 2021 – Una storia che parte da Venezia, che vede protagonista l’antica arte di costruire imbarcazioni in legno che ha trasformato Venezia, per secoli, nella Dominante. Un’arte che la Repubblica Serenissima ha saputo tramandare di generazione in generazione fino ai giorni nostri.  

Le mani che li hanno costruiti nel 1955 erano mani veneziane esperte. I quattro galeoni originari del Palio delle Repubbliche Marinare - che si disputerà domenica 19 dicembre a Genova - vennero progettati e costruiti da Giovanni Giuponi e richiamavano la sagoma delle antiche galee: costruite in legno dalla Cooperativa Gondolieri di Venezia per mano proprio di Giuponi, furono varate il 9 giugno 1956 sulla Riva dei Giardini Reali. Un momento importante per Venezia, che vide anche la benedizione delle imbarcazioni da parte del Patriarca di Venezia Angelo Roncalli, due anni dopo eletto papa con il nome di Giovanni XXIII. Le barche costarono 3.566.000 lire e i remi 8.000 lire l’uno.

Giuponi era il titolare del piccolo squero che si trovava sul rio del ponte piccolo nell’isola della Giudecca e che ha gestito fino alla sua morte, all’età di 91 anni, nel 1987. È qui che “Nino” lavorava da “squerariolo” alla vecchia maniera, capace di costruire barche di ogni forma e dimensione. Nino squerariol – come veniva familiarmente chiamato – era uno sperimentatore nel suo campo, capace di introdurre soluzioni tecniche aggiornate e materiali inediti accanto a quelle più tradizionali, assimilate negli anni giovanili. Nel 1985 acconsentì a mettere nero su bianco un dettagliatissimo manuale che descriveva in tutte le sue fasi i procedimenti costruttivi della gondola, interrompendo così una consuetudine radicata fra i costruttori navali di trasmettere oralmente, da padre in figlio o da maestro a lavorante, il proprio sapere. Giuponi iniziò a lavorare nel 1920, apprendendo il mestiere dal padre, nello squero in fondamenta de l’Arzere all’Angelo Raffaele. Dal 1951 al 1965 lavorò alle dipendenza della Cooperativa Daniele Manin dirigendo, in qualità di capo cantiere, prima lo squero (oggi scomparso) sul rio de le Toreselle, quindi quello agli Ognissanti e infine quello di San Trovaso, per poi ritirarsi a lavorare nel cantiere di sua proprietà alla Giudecca. Nella sua lunga carriera costruì ogni tipo di imbarcazione: sua la “Disdotòna” della Querini, una barca a 18 remi, o la “Carpaccesca”, una gondola con il ferro di cui c’è testimonianza anche nei quadri del Carpaccio. E suoi erano, appunto, i quattro galeoni per il palio delle Repubbliche marinare. In seguito, nel 1983, quelle antiche imbarcazioni in legno sono state sostituite da moderni galeoni in vetroresina.

Oggi come allora, le barche che scendono in acqua per sfidarsi ospitano otto vogatori e un timoniere e si distinguono nei colori e nelle splendide polene: il leone alato di Venezia, che si riconduce al patrono della città lagunare San Marco evangelista; il cavallo alato di Amalfi; il drago di Genova che ricorda il protettore della città, San Giorgio; l’aquila di Pisa, che simboleggia l’antico legame tra la Repubblica e il Sacro Romano Impero. Alla polena che taglia per prima il traguardo, a conclusione del percorso, va l’ambito trofeo in oro e argento realizzato dalla Scuola orafa fiorentina, raffigurante un galeone a remi sorretto da quattro ippocampi, sotto al quale compaiono gli stemmi delle Quattro Repubbliche. Il trofeo rimane nelle mani della città vincitrice per un anno, per poi essere rimesso in palio in occasione della regata successiva.

Il Palio delle Antiche Repubbliche Marinare, disputato sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica Italiana, si svolge ogni anno ed è ospitato, a rotazione, nelle quattro città. La regata è preceduta da un corteo storico, durante il quale sfilano i figuranti nei panni di antichi personaggi che caratterizzano ciascuna repubblica.

Venezia viene rappresentata da Caterina Cornaro, la regina che donò Cipro alla Serenissima e ritornò in patria come “figlia prediletta di Venezia”. Ad aprire la sfilata veneziana è il gonfalone scortato da due nobili, seguiti da sei trombettieri e quattro tamburini. Segue un gruppo costituito da otto nobili, ognuno dei quali regge un vessillo di San Marco, il cui uso nei cortei e nelle processioni risale al 1177, quando Papa Alessandro III li regalò a Venezia come segno della riconosciuta autorità e dominio della Repubblica di San Marco. Dopo i nobili è la volta dei dieci Senatori della Serenissima Signoria e di un valletto recante su un cuscino di velluto rosso il copricapo da riposo del Serenissimo doge. Quest’ultimo, in tunica e ampio mantello rosso e oro, indossa infatti lo storico corno ducale sul capo. Quattro ambasciatori orientali e otto damigelle scortano Caterina Cornaro, che siede su una portantina sostenuta da otto schiavi mori. La sovrana è accompagnata da sei componenti della delegazione cipriota. Chiude il corteo un “capitano da mar” che comanda un drappello di “schiavoni armati”.

Le foto sono tratte dal sito internet ufficiale del Palio delle Antiche Repubbliche Marinare.

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Domani a San Vidal si parla della fondazione di Venezia 1600 anni raccontati tra mitologia e simboli

Venezia, 13 dicembre 2021 – La fondazione mitica di Venezia, il 25 marzo del 421, sarà il tema della giornata conclusiva del ciclo di conferenze “Intersezioni – dialoghi possibili tra arte e fede”, promosso dall’Associazione Chorus e dal Progetto Ar-Theò in occasione dei 1600 anni dalla nascita di Venezia. Domani, martedì 14 dicembre, alle ore 17.30 nella chiesa di San Vidal, protagonista sarà la città lagunare nelle diverse epoche storiche, dalla fondazione ad oggi, come evento per progettarne creativamente il suo futuro. L’incontro sarà anche l’occasione per presentare il volume (edito da Marcianum Press) intitolato “25 marzo 421: Dies natalis”, in tutte le librerie dal 20 gennaio, che raccoglie una riflessione, a più voci, sui molteplici significati della fondazione della città lagunare. Il libro, a cura di Giuseppe Antonio Valletta, ha la prefazione del Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, e contributi di affermati studiosi che tracciano un quadro variegato della città di Venezia, dove il profilo storico si intreccia con quello spirituale, teologico, artistico.  
Come ripercorre il volume, la data in cui si fa iniziare la storia della Repubblica Serenissima, che coincide con la posa della prima pietra della chiesa realtina di San Giacometto, è in realtà carica di molte valenze simboliche: è il giorno in cui si facevano coincidere la creazione e la caduta di Adamo, la creazione del mondo nel tempo dell’equinozio di primavera, la passione di Cristo e la sua incarnazione. Di questo parleranno domani due degli autori che hanno contribuito alla stesura del libro: Gianmario Guidarelli, ricercatore e docente di storia dell’architettura all’Università degli Studi di Padova, che proporrà una riflessione sul mito delle origini e i suoi riflessi nell’architettura veneziana, e don Natalino Bonazza, teologo e docente allo Studio Teologico del seminario patriarcale di Venezia, che concentrerà il suo intervento sulla spiritualità del 25 marzo.
“Il natale di Venezia, ricordato nei 1600 anni dalla fondazione, è una data simbolica, non certo storica – si legge all’interno del libro – ma i simboli hanno una potenza evocativa che trascende la cronologia. La ricorrenza è caduta in un momento particolare ed è stata pesantemente segnata dalla pandemia da Covid 19. Questo periodo, non solo faticoso ma anche drammatico, ha offerto l’occasione per ripensare la vita della città a partire da quando “Incipit Venetiarum Historia”, ovvero facendo tesoro delle vicende e degli insegnamenti della storia di questa città unica al mondo. Lo attesta al meglio questo volume con i preziosi contributi che lo caratterizzano; ne risulta un quadro che bene raffigura Venezia”.
Per assistere, è necessaria la prenotazione telefonando al numero 041275462 oppure scrivendo a info@chorusvenezia.org. 
 

Par tera e par mar: una docufiction per raccontare il mito fondativo di Venezia e la storia dei suoi 1600 anni

Venezia, 10 dicembre 2021 – Raccontare, attraverso una docufiction, la storia di Venezia lungo i suoi 1600 anni. Nell’anno in cui la città celebra la sua mitica fondazione nel 421, il Cers (Consorzio europeo rievocazioni storiche) presenta dieci episodi, suddivisi in capitoli storici e tematici, intitolati “Par Tera Par Mar: 1600 anni di storie veneziane”.

Episodi di circa 3 minuti ciascuno che sono delle vere e proprie mini-fiction, il cui obiettivo è ricordare una storia che va oltre il mito fondativo e affonda le sue radici nei secoli e nel motto “Par tera e par mar”, che ricorda quanto la gloria di Venezia e di San Marco fosse fondata sui suoi domini di terra e di mare, ma anche sulla sua capacità di essere crocevia di culture. Protagonisti una sessantina di rievocatori in abito storico, con una voce narrante fuori campo che racconta la storia di Venezia in tutti i suoi aspetti. I video, in italiano con sottotitoli in inglese, trattano vari argomenti che ripercorrono la genesi della città, le sue complesse dinamiche ma anche gli aspetti sociali: come, ad esempio, i paleo veneti siano giunti dalla terraferma alla laguna, la Serenissima Repubblica dei viaggi e dei mercanti, le donne protagoniste della storia veneziana tra il medioevo e il Settecento, la magistratura veneziana, le cortigiane e i cicisbei, il carnevale di Venezia tra storia e mito, ma anche come Venezia ha combattuto la peste fino ad arrivare alla decadenza e alla fine della Repubblica.

“Il progetto nasce come spin-off di quanto realizzato in occasione del Carnevale di Venezia 2021, quando realizzammo delle pillole video dedicate a Venezia, già pensando a un eventuale utilizzo anche come promozione o celebrazione dei 1600 anni – spiega il responsabile del progetto, Massimo Andreoli – a quanto già girato allora, quindi, si sono aggiunti altri set, in modo da poter raccontare in modo esaustivo alcuni elementi per noi significativi della storia della nostra città. Ne abbiamo narrato così le origini, le principali caratteristiche politiche, sociali, culturali, per chiudere inevitabilmente con la caduta della Repubblica nel 1797”.

I cortometraggi sono stati girati a Venezia (Palazzo Ducale, Museo di Palazzo Mocenigo, Palazzo Pisani Moretta e Palazzo Barbarigo della Terrazza), a Mestre (Forte Gazzera) e Bolovone (Parco Valli del Menago).

Da questi 10 episodi ne è nato un mediometraggio, che sarà presentato mercoledì 15 dicembre alle 18 al ristorante Al Colombo a Venezia (ingresso su prenotazione, fino a esaurimento dei posti, scrivendo alla mail segreteria@cersonweb.org).

 

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L’Accademia di Belle Arti di Venezia presenta Strata, un’installazione audiovisiva per celebrare, attraverso l’arte, i 1600 anni della città

Venezia, 9 dicembre 2021 - Si intitola Strata ed è una spettacolare installazione artistica audiovisiva creata per celebrare i 1600 anni di Venezia e rievocare, attraverso un viaggio immaginario, la storia della città e del suo territorio circostante. Arte, storia e tecnologia si mescolano al fine di creare un’opera in grado di coinvolgere la mente e i sensi degli spettatori e trascinarli in un percorso attraverso le stratificazioni della memoria. Con immagini, suoni e sensazioni si potrà ricordare e celebrare la storia della città testimoniando, allo stesso tempo, la dinamica relazione dell'Accademia d’arte veneziana con la città che la ospita e la sua storia.

Dal 10 al 17 dicembredalle 17.00 alle 19.00 il chiostro dell’Accademia di Belle Arti di Venezia sarà aperto al pubblico per permettergli di fruire della sua nuova opera d’arte, Strata, un video mapping, proiettato sulla pavimentazione del chiostro, ideato da due ex studenti, Samir Sayed Abdellattef e Giacomo Vidoni, che hanno collaborato allo sviluppo del progetto, coordinato dai docenti Stefano Marotta e Roberto Russo della Scuola di Nuove Tecnologie dell'Arte.

Attraverso immagini e animazioni create a partire da alcuni suggestivi reperti storici, conservati in particolare al Museo nazionale e Area archeologica di Altino si verrà coinvolti in un coinvolgente ricordo di un antico passato ancora vivo nelle tracce artistiche e architettoniche del territorio.

Strata è frutto di una partnership fra l'Accademia e l'ESU di Venezia nell'ambito del progetto europeo "Historic Heritage for Innovative and Sustainable Tourist Regions in Italy and Croatia"
finanziato nell'ambito del programma di collaborazione transfrontaliera Italia - Croazia.

L'iniziativa, oltre a celebrare l’anniversario di Venezia, punta alla valorizzazione culturale e turistica di due importanti siti archeologici strettamente legati alla storia della città lagunare, Altino e Torcello.

L'accesso, contingentato e consentito fino alle 18.30, prevede l'obbligo di green pass da esibire all'ingresso su richiesta del personale preposto.

 

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Giovanni Querini Stampalia, il lungimirante conte veneziano che ha donato tutti i suoi averi alla città

Venezia, 9 dicembre 2021 – Con i suoi 150 anni è una tra le fondazioni più antiche in Italia, nata per volontà di un veneziano che si può definire senza ombra di dubbio lungimirante e illuminato, nonché un pioniere di quello che oggi si definisce il “welfare”. È la Fondazione Querini Stampalia, un raro esempio di casa trasformata in biblioteca e museo per testamento del conte Giovanni Querini Stampalia, un patrimonio di storia, cultura e apertura mentale che viene portato avanti con dedizione da chi la gestisce. Case, terreni, oggetti d’arte, collezioni, arredi, monete, stampe: Giovanni Querini, ultimo discendente della sua casata, alla sua morte, nel 1869, lasciò tutto alla città e ai suoi abitanti perché qui trovassero un luogo confortevole dove studiare e ritrovarsi per parlare di scienza e di cultura.   

Sulla facciata brillano i neon dell’artista Joseph Kosuth, che attraverso un gioco linguistico e visivo invita a riflettere sul ruolo dell'arte, creando una relazione passato e contemporaneità. Relazione che non si perde nemmeno nei restauri che portano la firma di grandi architetti contemporanei – come Carlo Scarpa, Maria Botta, Valeriano Pastor, Michele De Lucchi – e trasformano il palazzo in una scuola di architettura, perché in Querini niente risulta stonato, ma tutto appare in continuo dialogo con il passato e con il futuro, come se il tempo non potesse mai porre fine a un patrimonio che, al di là del suo valore economico, porta con sé un pensiero di condivisione di cui gli stessi veneziani si possono appropriare. La Querini conta infatti un gruppo di sostenitori importanti, tra i 200 e i 300, e oltre 100 volontari che regalano il loro tempo e la loro passione alla Fondazione permettendo di tenere aperte le mostre e il museo. E poi ci sono le donazioni e i lasciti che costituiscono una importante modalità di incremento del patrimonio, come i fondi fotografici di Graziano Arici e Luigi Ghirri e i più recenti donati da Mark Smith e Luigi Ferrigno.  

“Grazie all’amore che i veneziani hanno per questo luogo spesso decidono di affidare i loro beni alla Fondazione per sostenerne le attività e arricchirne le collezioni – afferma la direttrice Marigusta Lazzari – non ci sono solo grandi nomi tra questi lasciti, ma anche, ad esempio, c'è stato un impiegato della Fondazione che alla sua morte ha lasciato tutti i suoi beni a questo luogo”.

La Querini è un luogo di confronto, attento ai cambiamenti, che comunica ai veneziani, e soprattutto alle nuove generazioni, qual è il segno di Venezia nel mondo. Il tutto, perseguendo lo spirito del suo fondatore: aggiungere, non sostituire.

“La famiglia Querini Stampalia di Santa Maria Formosa era una delle 12 famiglie che hanno fondato Venezia, una delle più importanti della città, che ha sempre partecipato al governo di Venezia con importanti ruoli anche se non ha mai espresso un doge a causa della congiura di Bajamonte Tiepolo nel 1310 – spiega Lazzari – il palazzo così come lo vediamo oggi è frutto di un restauro in occasione del matrimonio di Francesco Querini e Paola Priuli nel 1528, quando si fece una ristrutturazione della sede, aggiungendo alcune case precedentemente edificate ed unendole al corpo principale”. Al piano terra, oggi, c’è un’area servizi, al primo piano la biblioteca, al secondo piano si può visitare la casa-museo con tutte le collezioni originali appartenenti alla famiglia e al terzo piano le collezioni della Cassa di Risparmio di Venezia affidate alla Fondazione, in deposito semi permanente, da Intesa Sanpaolo, che l’ha quindi restituita alla fruizione del pubblico. 

“Giovanni Querini nasce due anni dopo la caduta della Repubblica e vive in una Venezia ottocentesca poverissima, con grossissimi problemi sociali – continua la direttrice – è un uomo straordinario, di grandissima sensibilità, che ha una grande attenzione per il sociale. Eclettico, curioso, studia molte discipline, è laureato in legge ma fa l’imprenditore dei beni della sua famiglia. Compra in Francia delle macchine per la cura di particolari malattie e le dona all’Ospedale Civile di Venezia, è fautore del primo esperimento di luce elettrica pubblica a Venezia, fa delle operazioni per rendere il lavoro meno oneroso il lavoro nella filanda che possiede nel trevigiano. Giovanni non si sposa e non ha figli e sei mesi prima di morire decide di destinare tutti i suoi beni e averi alla città, istituendo la Fondazione, affinché fossero fruibili al maggior numero di persone possibili, perché pensava che il miglioramento della società stesse anche nella cultura, nell’informazione, nella formazione, attraverso lo studio. E lascia scritto che le stanze da lui abitate devono essere aperte agli studiosi e devono essere calde e confortevoli e che i servizi offerti dalla Fondazione non devono andare a sostituirsi ma ad aggiungersi a quelli presenti in città. Questa è la missione della Fondazione e lo spirito che ancora ci anima”.

E se nel corso dei decenni il patrimonio si è in parte eroso a causa delle difficoltà dei vari periodi storici, la Querini resta un gioiello unico nel suo genere, considerato una sorta di “museo d’ambiente” perché raro esempio di collezionismo di un’antica famiglia nobile veneziana, che dimostra tutta la sua ricchezza e capacità di precorrere i tempi, lasciando un segno indelebile in una Venezia che quest’anno registra un compleanno lungo 1600 anni.

Tutto quello che apparteneva e che usava la famiglia – specchiere, orologi, mobili, dipinti, ceramiche – è esposto al secondo piano e rappresenta un gusto e uno stile che si tramanda da una famiglia ai suoi discendenti.

La Fondazione registra una media di circa 50 mila visitatori all’anno, che possono cullarsi tra Tiepolo, Bellini, Palma il Vecchio e il Giovane, nonché una straordinaria collezione di 30 dipinti di Pietro Longhi che ritraggono la caccia all’anitra in laguna con la fionda e le palline di terracotta. 

E se Giovanni non ha avuto eredi di sangue in vita, si può oggi ben affermare che, in un secolo e mezzo di storia, ha avuto invece tanti “figli di cuore”. 

“Questo luogo ha sempre espresso una grande affinità con l’intenzione e i desideri di Giovanni – conclude la direttrice – che ha affidato alla Fondazione la continuità del suo pensiero e noi ci sentiamo responsabili di portare avanti questo suo trasporto con la comunità a cui facciamo riferimento”.

 

 

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Un lungometraggio per raccontare le tracce della Serenissima nel Mediterraneo in occasione dei suoi 1600 anni di storia

Venezia, 8 dicembre 2021 - Dall’Istria alla Dalmazia, dalle Cicladi a Cipro fino ad arrivare all’entroterra del Friuli e della Lombardia.  Sono molti i luoghi, via mare e via terra, che testimoniano ancora oggi, a 1600 anni di distanza dalla fondazione della città, il dominio veneziano nel suo periodo di massimo splendore.

Per ripercorrerli e scovare le tracce della Serenissima nascoste nelle architetture, nella cultura e nelle tradizioni gastronomiche delle numerose città che Venezia ha dominato nel corso del suo impero, Belle Époque Film ha deciso di realizzare un lungometraggio, Il Leone di Venezia sul Mediterraneo. La pellicola passerà per le rotte di mare e di terra della Serenissima raccontando, con una voce narrante, la storia della potenza marinara in un viaggio che passa per diverse città del Mediterraneo toccate dalla potenza veneziana dall’Italia, alla Slovenia, dalla Croazia alla Montenegro, fino a passare per l’Albania, la Grecia, la Turchia e Cipro.

È un viaggio che i registi del film hanno fatto in prima persona per toccare con mano ogni singola testimonianza del passaggio veneziano nel Mediterraneo scegliendo di presentare al pubblico il risultato di questo lavoro, prodotto nel 2005.

Il documentario si articola in 7 puntate, della durata di 10/15 minuti l’una, ognuna delle quali sarà pubblicata, a partire dal 10 dicembre, ogni dieci giorni, fino al 10 febbraio su You Tube (https://www.youtube.com/c/tizianobiasioli) e sul sito internet www.leonevenezia.eu.

Non solo architettura e arte, le tracce del dominio di Venezia nel Mediterraneo appaiono anche nella lingua parlata e nella vita quotidiana di questi luoghi come nelle ricette tradizionali veneziane ancora presenti nella cucina di diverse città dominate dalla Serenissima.  Basta pensare al baccalà, che viene ancora preparato nella stessa maniera nelle due sponde dell’Adriatico.

Il Leone di Venezia sul Mediterraneo è una rassegna di arte, cultura, architettura civile, religiosa e militare sotto l’ala del Leone di San Marco che testimonia come Il Mediterraneo sia un mare che unisce e non divide e che, ancora oggi, porta con sé testimonianze importanti della storia di Venezia vive nel substrato culturale, storico, artistico e dialettale di tutte le città che hanno toccato nel suo lungo dominio.

 

 

Dal tema natale alla rivoluzione solare: il destino di Venezia era già scritto nelle stelle 1600 anni fa

Venezia, 7 dicembre 2021 – Un destino disegnato già nel cielo. Lo dicevano le stelle che Venezia sarebbe diventata la regina dei mari e la città eterna votata alla cultura, alla bellezza e all’accoglienza. Venezia è Cancro. La Repubblica Serenissima ha l’ascendente in Cancro ed è nata con la Luna congiunta a Nettuno. Sorta dalle acque, punto di incontro e rifugio per gli uomini, anche gli astri “benedicono” la città anfibia lungo i suoi 1600 anni di vita. Venezia è rappresentata in astrologia dai suoi tre segni: Pesci, Cancro e Scorpione. Pesci, come l’acqua che governa Nettuno, dio del mare. Cancro, come le maree influenzate e spinte dalla Luna, signora delle emozioni ed emblema di poesia e bellezza. Scorpione, come il destino della città, legato al segno simbolo della potenza creatrice.

“Essendo Cancro, Venezia è materna, accoglie tutte le persone e poi è piena di poesia e sa dare tante emozioni – racconta Nadia Paggiaro, socia ed ex consigliera del Cida (Centro italiano di discipline astrologiche) – mettendo la Luna vicino a Nettuno queste emozioni vengono amplificate, l’arte viene esaltata. E se confrontiamo il suo tema lunare, si vede che l’ascendente di Venezia va nel Leone: quindi l’anima di Venezia è il leone di San Marco”.

Marin Sanudo, scrittore ed astrologo nato nel 1466, nei suoi diari la fa nascere il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, quando il sole splendeva nel punto più alto del cielo, alle 12, che è tradizionalmente considerata l’ora dei re. Nadia Paggiaro è partita proprio da qua per redigere il tema natale moderno di Venezia. Uno studio meticoloso durato anni e fatto di ricerche, durante il quale tutti i tasselli, come per magia, si sono uniti in un incastro perfetto che ha dato forma all’anima della città anifibia, scoprendo quel destino scritto già 1600 anni fa.

“Al tema antico di Marin Sanudo ho aggiunto i pianeti moderni, Urano, Nettuno e Plutone, i quali magicamente si sono congiunti ai punti più significativi del tema natale. Urano si è congiunto al Sole, Nettuno alla Luna e Plutone, terzo pianeta moderno, si è congiunto al nodo lunare, che è legato al compito e al destino della città – spiega – così, allo stesso modo in cui il Sole rappresenta l’energia vitale, Urano è espressione di unicità. Una congiunzione che determina la natura stessa della città definita unica al mondo”. Nettuno e Luna si uniscono per governare le maree e l’acqua, quell’acqua in cui la città è immersa e con la quale si sposta, si muove e cammina. Quella stessa acqua che l’ha decretata regina dei mari e potenza commerciale a livello mondiale.

“Luna e Nettuno sono anche pianeti di bellezza, creatività e intuizione, di cose belle che fanno bene all’anima, chi viene a Venezia, infatti, se ne innamora proprio per quello che di inconsueto può dare – continua Paggiaro – Plutone congiunto al nodo lunare rappresenta il compito della città e se Plutone è il pianeta del potere allora vuol dire che Venezia è nata per svolgere questo compito, è il suo destino. Plutone ha fatto sì che per più di mille anni Venezia fosse la regina del Mediterraneo e che conquistasse e fondasse un impero”.

Alzando gli occhi, la volta celeste si apre sopra la città oggi come 1600 anni fa, per ricordare ancora una volta la natura unica e irripetibile che essa porta con sé. E proprio in occasione delle celebrazioni per la nascita della città, Paggiaro ha redatto anche la rivoluzione solare, che serve a capire cosa riserva il futuro alla città. “L’anno è nato con un impegno malato. A causa della pandemia, infatti, la città ha sofferto per la perdita di lavoro e turismo. Le previsioni però sono buone e la rivoluzione solare per i 1600 anni di Venezia, con Saturno in prima casa all’ascendente, ci ricorda che è necessario l’impegno personale di ognuno di noi per far rinascere la città. Il Sole va nella terza casa, che è quella delle comunicazioni e dell’affluenza di persone, che in effetti è tornata. Essendo in terza casa, i mezzi di comunicazione sono importantissimi per il rilancio di Venezia e anche qui devo dire che ultimamente si parla molto della città”. Se il destino di Venezia era scritto nel cielo, questo era un connubio di bellezza ed eccezionalità impareggiabili di forza e poderosità, oggi come allora, che non teme il tempo, e neppure le stelle.

 

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Santa Lucia, la martire senza pace riposa a Venezia da 900 anni protegge i pellegrini ispirando luce e pace

Venezia, 6 dicembre 2021 – È considerata la protettrice degli occhi, degli oculisti e degli elettricisti e dei bambini. In alcune città del nord la notte di Santa Lucia, il 13 dicembre, è una notte magica, attesa dai piccoli, perché secondo la tradizione, la Santa, in groppa al suo asinello, porta dolci e doni ai bambini che si sono comportati bene durante tutto l’anno. A Venezia sono migliaia i pellegrini che si recano in visita alle sue spoglie, custodite nella chiesa di San Geremia, meglio conosciuta come il santuario di Santa Lucia. Ed è proprio qui, a Venezia, che Lucia ha trovato pace dopo molte peripezie.

Ad aprire le celebrazioni in onore della Santa, sarà il concerto “Nova lux” della compositrice e cantante lirica Gloria Bruni, che si svolgerà sabato 11 dicembre alle 18. Un evento che rientra nel calendario delle manifestazioni dedicate ai 1600 anni di Venezia, che sarà anche l’occasione per vedere i lavori di restauro che hanno interessato il santuario. Il programma prevede l’esecuzione di diversi brani di musica sacra composti da Bruni, che si esibirà in questa occasione anche in veste di soprano con il quartetto Lux (composto da prime parti dell’orchestra del Teatro La Fenice), oboe e chitarra.

La storia delle spoglie di Santa Lucia ha radici lontanissime, che affondano nei 1600 anni di vita della Serenissima. Figura tra le più care alla devozione cristiana, Lucia nacque a Siracusa da una nobile ricca famiglia  intorno al 283. Promessa in sposa ad un pagano, la giovane si consacrò al Signore con voto di verginità ed espresse la determinazione di devolvere i propri averi ai bisognosi. Il giovane che desiderava sposarla la denunciò al prefetto. Secondo la tradizione era il 13 dicembre del 304 quando Lucia morì, sottoposta a crudeli torture. A lei vennero attributi numerosi prodigi anche prima di morire, tanto che uscì illesa dal rogo e venne decapitata o, secondo fonti latine, pugnalata in gola. 

Il suo corpo restò per molti secoli a Siracusa fino a che, nel 1039, i suoi resti mortali furono portati a Costantinopoli, come bottino di guerra, per farne dono all’imperatrice Teodora dal generale Maniace, che aveva strappato Siracusa al dominio islamico. Ed è qui che Venezia fa il suo ingresso, attraverso il doge Enrico Dandolo che, durante la IV crociata del 1204, fece prelevare a Costantinopoli le spoglie della Santa per portarle a Venezia.

Il corpo della Santa fu inizialmente trasferito nella chiesa dell’isola di San Giorgio Maggiore. Ma  nel 1279, durante un affollato pellegrinaggio, il mare mosso capovolse le barche che andavano in processione verso l’isola e alcuni devoti morirono. Da qui la decisione di trovare una nuova collocazione in città e non più in un’isola: il Senato della Serenissima individuò la chiesa di Santa Maria Annunziata a Cannaregio e il 18 gennaio 1280 le spoglie vennero trasferite con una solenne processione. La chiesa fu dedicata al culto di Santa Lucia.

Ma nemmeno qui la martire siracusana potè riposare per sempre. Perché nel 1806, con decreto napoleonico, la comunità conventuale venne soppressa e, a causa della costruzione della nuova stazione ferroviaria, chiesa e convento furono demoliti tra il 1861 e il 1863. In ricordo della presenza dell’edificio di culto, la nuova stazione prese il nome di “Venezia Santa Lucia”.

Le reliquie furono invece trasferite nella Chiesa di San Geremia: con la traslazione delle sante reliquie, la chiesa intitolata a San Geremia fin dal Mille acquistò anche il titolo di Lucia.

Ma anche a San Geremia il corpo della Santa non ebbe pace. Nel 1981 le reliquie furono protagoniste di un episodio di cronaca nera in città: era il 7 novembre quando due giovani ruppero la teca di cristallo e presero i resti della Santa, avvolti nel velluto rosso, lasciando però la testa e la maschera d’argento che la ricopriva. Per un mese intero si cercarono le reliquie, che vennero poi ritrovate in un capanno nella barena del Montiron, nella laguna veneta, dentro a un sacco di plastica. Così la salma venne ricomposta e dopo 36 giorni, esattamente il 13 dicembre del 1981, Lucia fu riportata in chiesa e ricollocata nel velluto rosso dalle stesse suore che cinquant’anni prima avevano realizzato le vesti. È qui che, da allora, la Santa riposa in pace, nella nuova teca realizzata con vetro antiproiettile e sistema d’allarme, e da 900 anni veglia su tutti i pellegrini così come vuole l’iscrizione che campeggia all’esterno del santuario: “Lucia Vergine di Siracusa in questo tempio riposa. All’Italia e al mondo ispiri luce e pace”.

 

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La storia di Venezia custodita nell’Archivio di Stato promissioni e capitolari in una mostra virtuale

Venezia, 3 dicembre 2021 – Ci sono i testamenti, da cui emerge la paura di morire senza aver messo in ordine i propri beni; ci  sono i provvedimenti della Serenissima per tutelare le arti; c’è la missiva – sottoscritta da Benjamin Franklin, da Thomas Jefferson e John Adams – trasmessa al Senato di Venezia nel 1784, per il tramite di Daniele Dolfin, dove si auspica un trattato di amicizia fra gli Stati Uniti e la Serenissima; ci sono i disegni a penna e acquerello, del 1500, della laguna fra la foce del Sile e il canale di San Felice. E poi la prima attestazione del nome di Arsenale, la compravendita di uno schiavo di 16 anni per 25 ducati d’oro, il registro con cui si istituisce il Ghetto, la proposta – scritta di pugno da Baldassarre Longhena – di edificazione della Basilica della Salute, una chiesa dalla forma completamente originale per Venezia, che si ispirava all’idea della corona del Rosario. Con i suoi 80 chilometri di scaffalature, l’Archivio di Stato di Venezia, adiacente alla Basilica dei Frari, è un inestimabile scrigno di segreti, di documenti e di storie lungo i 1600 anni della Serenissima Repubblica. Tutta la vita di Venezia trova spazio in questi scaffali. Per omaggiare Venezia nell’anno in cui si celebrano i 1600 anni dalla sua fondazione, l’Archivio ha scelto di selezionare un centinaio di documenti che cristallizzano alcuni momenti della storia della Serenissima, e poi della Venezia in mano alle dominazioni straniere sino all’unione con l’Italia e i giorni nostri. Una mostra virtuale, dal titolo “I secoli di Venezia. Dai documenti dell’Archivio di Stato”, curata dall’archivista Andrea Pelizza e realizzata insieme ai funzionari dell’Archivio.

“Abbiamo operato una selezione documentaria suddividendo, per aree tematiche, la documentazione esemplificativa – spiega Pelizza – abbiamo fatto una scelta di alcuni elementi che potessero dare un’idea dell’abbondanza, della ricchezza della documentazione veneziana a testimonianza della vita di Venezia nei secoli. Qualcosa che potesse illustrare la vita politica, sociale, delle attività artistiche e, visto il tempo che stiamo vivendo di pandemia, anche gli assetti sanitari e assistenziali”. Una mostra virtuale, su piattaforma web dedicata (che vede la mano di Salvatore Toscano per quanto riguarda la grafica e web design), sia a causa dei lavori di ristrutturazione in corso nella sede dell’Archivio, sia per le restrizioni sanitarie.

“Abbiamo realizzato più di 100 di schede, arrivando a toccare gli anni ‘60 del 1900: quindi proponiamo una panoramica di quasi mille anni di documentazione – continua Pelizza – ad esempio, abbiamo antichi registri di cancelleria riguardanti organismi tra i più importanti della Repubblica Serenissima, come un registro che contiene le promissioni ducali”. Nelle promissioni ducali erano precisati i limiti entro i quali la figura del doge doveva contenersi nell’agire. Come sappiamo, il doge non era un principe, un sovrano assoluto come in altre parti d’Europa: veniva eletto dagli altri nobili veneziani ed era vincolato alla promissione ducale, doveva rappresentare un’incarnazione quasi fisica della maestà della Repubblica. In questo registro di promissioni sono contenute diverse promissioni di dogi tra il tredicesimo e il quattordicesimo secolo, perché ad ogni doge veniva integrato, generalmente con ulteriori restrizioni, il testo della promissione del doge precedente. Quindi ogni doge aveva la propria promissione. La figura dogale era affiancata da quella dei suoi consiglieri: i consiglieri ducali, che, a loro volta, giuravano di rispettare le leggi dello Stato e di non fare nulla che potesse essere negativo per l’ordinamento vigente. E nella mostra virtuale si può trovare il capitolare dei consiglieri ducali, nel quale sono contenuti i testi dei giuramenti, secondo cui ciascun consigliere agirà a tutela di Venezia, del suo bene, senza alcun interesse personale.

E se a Venezia la figura apicale era quella del doge, in realtà la Repubblica era un vero e proprio organizzato governo con magistrature deputate a gestire i singoli settori dell’amministrazione. E così, nel sito dell’Archivio si può vedere un capitolare dei Provveditori alla
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, importantissimo organismo della Serenissima creato per affrontare le situazioni gravi, dalle pestilenze alla gestione ordinaria e al coordinamento della vita sanitaria a Venezia e in tutte le città del dominio della Serenissima, di terra e di mare. E ancora: il primo privilegio rilasciato per esercitare la stampa a Giovanni di Spira, del 1469.

“Nell’ambito della mostra abbiamo voluto proporre anche dei documenti che testimoniassero le tantissime attività che si svolgevano a Venezia ad opera dei veneziani e dei tanti che accorrevano in città a esercitare il proprio lavoro – spiega l’archivista – In questo registro pergamenaceo abbiamo testimoniata la presenza di due fratelli tedeschi stampatori, Giovanni e Vindelino da Spira e viene autorizzata la loro “ars imprimendi libros”: sono i primi a Venezia che ottengono questo privilegio nell’anno 1469. A Venezia l’arte della stampa è stata importantissima e Venezia si è configurata come uno dei centri editoriali più attivi e con la produzione tra le più ricche a livello europeo, almeno fino al 1700”. Un documento importante è anche quello sottoscritto dall’architetto Baldassarre Longhena che si rivolge al doge e ai senatori per proporre di edificare, dopo la peste del 1630, un edificio su pianta rotonda in quanto evocativo della corona del rosario. C’è poi una sezione dedicata alla monetazione, dove ad esempio compare un documento del decimo secolo sulle prime sedi in cui si batteva moneta, che era uno degli elementi fondamentali della sovranità pubblica, e quindi sulla costruzione della fabbrica della Zecca da parte di Jacopo Sansovino. E poi i testamenti di uomini e donne vissuti in varie epoche, figure meno note ma anche artisti come Antonio Canova, Rosalba Carriera, il poeta Giorgio Baffo. Si tratta di documenti curiosi perché elencano i beni posseduti e testimoniano anche lo stato finale dell’esistenza di una persona, chi gli stava accanto e come aveva condotto la propria esistenza.

Primo in Italia per dimensioni, l’Archivio di Stato di Venezia nasce nel 1815 e viene fondato come archivio generale delle provincie venete in epoca lombardo-veneta con lo scopo di conservare i documenti che si pensava fossero utili all’azione di governo, anche ai governi succeduti
alla Repubblica di Venezia. La preoccupazione maggiore era quella di conservare in una grande sede la documentazione prodotta dalla Serenissima. E così, negli spazi prima destinati all’enorme complesso dei frati conventuali minori, fra il 1815 e il 1821 sono stati trasferiti tutti i documenti che prima trovavano posto a Palazzo Ducale, nelle sedi degli uffici di Rialto, negli archivi notarili, e quelli provenienti dalle corporazioni religiose soppresse, dalle Scuole Grandi, dalle
confraternite delle arti e dei mestieri. La mostra è visitabile fino al 28 febbraio sul sito https://1600anni.archiviodistatovenezia.it.

 

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Sulle note di Gian Francesco Malipiero Asolo festeggia il legame con la Repubblica Serenissima 

Venezia, 2 dicembre 2021 – Asolo rende omaggio a Venezia nell’anno della sua fondazione, 1600 anni fa, in memoria del saldo legame che ha tenuto stretto il borgo alla laguna nei 400 anni di podesteria della Serenissima Repubblica. Sabato 4 dicembre, alle 18, al teatro Duse di Asolo, si terrà il concerto “Malipiero...pensando a Venezia”, a cura dell’omonimo gruppo di lavoro e coordinato dal maestro Matteo Segafreddo, compositore e saggista. Un concerto tematico che va a riprendere e ampliare i temi proposti e tracciati nell’evento “Malipiero rivive per Asolo”, presentato tre anni fa, e che aggiunge uno specifico contributo alla storia linguistico-artistica legata al Novecento musicale italiano, che è anche storia della cultura coeva asolana e veneziana. L’appuntamento è organizzato dalla Fondazione Centro Musicale Malipiero, dal Comune di Venezia e dal Comune di Asolo in occasione delle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia.

Nato a Venezia nel 1882, figlio del pianista e direttore d’orchestra Luigi, Gian Francesco Malipiero è stato un compositore che ha lasciato un segno profondissimo e inconfondibile nella cultura musicale italiana. Un artista che fu tra i maggiori protagonisti della vita musicale del Novecento, testimone profondo e partecipe di quanto la cultura, relativa alla musica moderna, veniva elaborando nelle sue complesse e nuove posizioni. Su Malipiero è anche in corso di stampa una pubblicazione, intitolata "Malipiero rivive per Asolo, nella notte intensa dai cento orizzonti" a cura di Andrea Bayou, Antonio Pessetto e Matteo Segafreddo.

L’evento nasce dalla volontà di festeggiare un legame, quello tra Venezia e Asolo, che non è mai venuto meno perché ancora oggi si suol dire  “Asolo è Venezia e Venezia è Asolo”, a sottolineare un’affinità di atmosfera che si manifesta nell’architettura come nello spirito. Definita da Giosuè Carducci la “Città dei cento orizzonti”, Asolo è stata luogo di villeggiatura ma anche rifugio dell’anima per tante famiglie nobiliari veneziane, ma anche poeti, scrittoi, artisti e viaggiatori. Antichissimo centro cristiano, a periodi alterni tra l’XI e il XIV secolo conobbe l’egemonia di diverse potenti famiglie (come i Tempesta, gli Ezzelini, i Da Camino, gli Scaligeri, i Carraresi) e, infine, di Venezia. Dalla fine del 1300, con la dominazione veneziana, la città entrò in una fase di grande splendore: nel 1489, Venezia investì della Signoria di Asolo l’ex regina di Cipro Caterina Cornaro, la quale diede vita ad una sfarzosa corte rinascimentale di artisti, letterati e poeti, lasciando un’indelebile impronta nell’arte e nell’ideale stesso della città. Venezia diede ad Asolo un importante riassetto urbano e la legò a sé e alla propria aristocrazia in maniera imprescindibile fino alla caduta della Repubblica Serenissima.

Il programma del concerto prevede l’esecuzione di “Serenade per archi in Mib magg.” di Ermanno Wolf Ferrari, “Vivaldiana per orchestra” di Gian Francesco Malipiero e “Agganci e silenzi per orchestra” di Matteo Segafreddo in prima assoluta. A suonare sarà l’orchestra “G. Legrenzi” di Montebelluna diretta dal maestro Antonio Pessetto.

 

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Il 6 dicembre Murano festeggia San Nicolò patrono dell’antica arte dei vetrai

Venezia, 1 dicembre 2021 – Il suo nome è San Nicola di Bari, ma per i muranesi è semplicemente San Nicolò, il patrono dei vetrai, che ha l’arduo compito di proteggere tutti i lavoratori della millenaria arte del vetro. Per Murano il 6 dicembre è un giorno di festa: i bambini si svegliano con un regalo recapitato dal Santo, di poco in anticipo su Babbo Natale. Non giocattoli, ma dolci – caramelle, cioccolata e marzapane – frutta secca e tanti agrumi a ricordare l’usanza antica del “piatto di San Nicolò” come dono per i poveri e gli indigenti. I vetrai, invece, partecipano alla messa chiedendo l’intercessione del patrono per aiutarli nel loro lavoro e donano alle parrocchie dell’isola, Santi Maria e Donato e San Pietro Martire, delle opere in vetro da loro realizzate che vengono esposte e vendute per beneficenza durante un mercatino. Un’iniziativa, questa, che continua tutt’oggi ma che risale al XV secolo, il cui scopo era provvedere al sostentamento delle vedove e degli orfani dei vetrai.

Le spoglie di San Nicola giunsero a Bari nel maggio del 1087, dopo essere state trafugate dalla Basilica di Myra, in Turchia. Tuttavia, quando i veneziani seppero che parte delle reliquie era rimasta in Turchia, guidati dal doge Vitale I Michiel, 33esimo doge della Serenissima, nel 1099 al ritorno da una crociata si diressero alla volta di Myra e, fingendosi pellegrini, violarono la tomba per impadronirsi delle ultime ossa del Santo, che la Serenissima collocò nella chiesa portuale di San Nicolò del Lido, già eretta in suo onore un secolo prima.

Vescovo di Myra, predicatore della carità verso i poveri, San Nicola visse a cavallo tra il 200 e il 300 dopo Cristo e fu uno strenuo difensore della fede contro l’arianesimo. Le cronache riportano che fu imprigionato ed esiliato da Diocleziano e successivamente liberato, nel 313, dall’imperatore Costantino. A lui vengono attribuiti numerosi miracoli e prodigi in favore dei bambini e dei derelitti. Si narra, ad esempio, che regalò tre sfere d’oro a ragazze prive di dote per toglierle dalla strada e farle maritare, mentre a Murano la leggenda vuole che abbia salvato dei ragazzi che stavano per morire bruciati dal fuoco di un forno in una vetreria. Che siano leggende o fatti realmente accaduti, il suo culto è molto diffuso sia in Italia che all’estero. A Venezia San Nicolò è sempre stato parte integrante delle tradizioni popolari della Repubblica Serenissima, che quest’anno festeggia i suoi 1600 anni. Da secoli, il giorno della Sensa, l’Ascensione, il Doge getta l’anello a bordo del Bucintoro durante la cerimonia dello sposalizio del mare e, prima di rientrare, si ferma alla chiesa di San Nicolò del Lido per la Santa messa di ringraziamento. Non si sa, invece, con certezza, quando il Santo sia stato assunto a patrono dei vetrai, ma in un’antica mariegola del 1441 si menziona San Nicolò nei rituali della corporazione.  

 

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A Dolo, sorgente dei Dogi, sgorgava l’oro blu di Venezia

Venezia, 30 novembre 2021 – L'acqua di Dolo, l'oro blu, era un tesoro per Venezia e per questo piccolo borgo della Riviera del Brenta. Linfa di vita e bene essenziale, dava vita non solo al popolo ma anche alla sua economia, sancendo nel tempo un legame unico e da secoli indissolubile, che dura e perdura tutt'oggi.

Acqua è sinonimo di Venezia, e proprio nella città galleggiante che quest'anno compie 1600 anni, quella dolce era, un tempo, introvabile. 

Veniexia è in aqua et non ha aqua, scrisse Marin Sanudo, ed è proprio per questo che attorno all'acqua potabile, l'acqua dei Dogi, si intrecciano le storie di Venezia e Dolo. 

Nel 1600, prima dell'acquedotto pubblico costruito nella seconda metà dell'Ottocento e dopo l'utilizzo di contenitori per l'acqua piovana e vere da pozzo, venne progettato e realizzato il canale Seriola, lungo circa 14 chilometri e largo quasi un metro. Da Dolo ai Moranzani di Mira, il canale faceva scorrere l'acqua, che veniva poi filtrata e chiusa in grandi botti, pronta per essere trasportata altrove.

Hinc Potus Urbi, di qui l'acqua potabile per la città, recita l'iscrizione marmorea incisa sul punto in cui il canale Seriola deviava dal Brenta, e da dove l'oro blu, l'acqua potabile, veniva caricata in burchi e burchielli diretti verso Venezia.

«Una volta trasportata in città, l'acqua dolce veniva versata nelle vere da pozzo o consegnata al Doge, diventando così un bene essenziale per Venezia» racconta Elisabetta Vulcano, fondatrice del Centro Studi Riviera del Brenta. 

Bene prezioso ed essenziale non solo per la vita dei veneziani, l'acqua di Dolo trascinava i burchielli, muoveva le paratoie delle chiuse vinciane e faceva girare la ruota di quello che nel 1500 veniva considerato come uno dei mulini più grandi d'Europa. Lavoro e ricchezza era ciò che garantiva un mulino in paese, all'epoca cinque volte più grande di quello attuale. Qui, si portava il grano raccolto dai contadini nelle campagne, che veniva poi macinato, trasformato in farina, racchiuso in sacchi, caricato nelle imbarcazioni, trasportato e venduto nei poi nei vari mercati locali.

Costruire un mulino a Dolo significò investire e riqualificare un'area fino a quel tempo sconosciuta, rimettendo in sesto le strade romane ed i canali, deviando il Brenta e rendendo il territorio percorribile in ogni condizione atmosferica. La scelta della Serenissima, da sempre pioniera in molti settori, si rivelò ben presto essenziale, a causa della scoperta dell'America, dello sviluppo dei commerci oltre oceano e delle perdite nei flussi commerciali del Mediterraneo. Così, nel giro di alcune decadi, il piccolo borgo rivierasco di Dolo si trasformò in un centro di riferimento economico e idrico, oltre che sociale, per la capitale della Serenissima, rimanendo tale anche dopo la sua caduta. 

La Seriola, infatti, continuò ad essere una delle sorgenti d'acqua principali dalle quali attingeva l'acquedotto veneziano almeno fino alla fine dell'Ottocento mentre, il mulino, elemento cardine per l'economia della città lagunare nonché del luogo, rimase attivo fino al 1989.

 

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Venezia, la città dove nascono gli occhiali e già nel 1700 si utilizzano i vetri verdi per tagliare gli ultravioletti

Venezia, 29 novembre 2021 – Non c’è diatriba che tenga, gli occhiali sono stati inventati a Venezia. Una scoperta che ha origini lontanissime, a cavallo tra il 1200 e il 1300, che parte da Murano e Venezia per arrivare a conquistare il mondo. Un raro caso di un oggetto che da protesi è diventato, nel corso dei secoli, un must in tutte le passerelle di moda. Lo sa bene Roberto Vascellari, ottico per passione trasmessa dal padre, che dal Cadore scese in laguna nel 1957, ma anche presidente del comitato scientifico del Museo dell’occhiale di Pieve di Cadore oltre che appassionato collezionista capace di acquistare i pezzi più rari e insoliti che tracciano una storia unica nel suo genere. 

Tutto inizia da un sermone di un sacerdote che a Firenze, a Santa Maria Novella, il 23 febbraio del 1305 secondo il calendario fiorentino, disse di aver parlato con colui che per primo inventò gli occhiali. Ma il documento più antico è della Repubblica Serenissima, per la precisione lo Statuto dei Cristalleri, che nel 1300 vieta di produrre oggetti di vetro e venderli come cristallo. Qui, per la prima volta, compare la frase “roidi da ogli e lapides ad legendum”, ossia dischi da occhi e pietre per leggere. Insomma, anche se per varie vicende le città di Firenze e Pisa hanno tentato di aggiudicarsi l’invenzione, sono i documenti storici a decretare che l’occhiale nasce senza ombra di dubbio a Venezia. 

“Lapides ad legendum sono i primi sistemi di ingrandimento, cioè quelle che in veneziano erano le piere da lexer: blocchi di cristallo di rocca che, appoggiati su un qualsiasi manoscritto, davano la possibilità di ingrandire quello che si stava leggendo – spiega Vascellari – a questo punto, chi aveva bisogno di lavorare doveva avere le mani libere: da qui nascono le prime lenti che, appoggiate davanti all’occhio, ci si accorge che possono ingrandire l’oggetto. Il passaggio successivo è un semplice manichetto con una semplice lente; se ne aggiunge un secondo, lo si fissa e nasce l’occhiale”. Un’evoluzione che, in realtà, è tutt’altro che semplice e veloce, perché ci vorranno 400 anni prima che un ottico inglese, Edward Scarlett, nel 1700, dia stabilità all’occhiale con l’invenzione delle due aste laterali. In mezzo a questi 4 secoli c’è un mondo: soprattutto, c’è l’evoluzione della forma dell’occhiale e della qualità delle lenti fino ad arrivare al cannocchiale di Galileo Galilei, con il quale si rivoluzionò l’astronomia.

“La forma del primo occhiale sono due manici rivettati, c’è un perno che va appoggiato sul setto nasale e si cerca con una mano di tenere questo oggetto perché l’occhiale era ovviamente instabile – continua l’ottico – da lì poi l’evoluzione che ha visto la produzione delle forme più disparate. Ma la cosa importantissima è stata la scoperta della lente, che abbiamo fatto noi veneziani, e che nasce per la difficoltà dei presbiti di vedere da vicino. Quelli che avevano un’attività artigianale entravano in crisi dopo i 40 anni, con la lente si rivoluziona la vita delle persone”. A Murano, dove la Serenissima alla fine del 1200 aveva delocalizzato tutte le vetrerie per tutelare i segreti dell’arte, si producevano le lenti che poi venivano lavorate dagli ottici veneziani. Nel marzo del 1317 il figlio di un chirurgo, un tale Francesco, ottiene la concessione di produrre “oglarios de vitro”, occhiali di vetro, e di venderli in città. Si tratta del primo documento certo che attesta l’attività di un ottico a Venezia. 

“Diciamo che nel 1700 è la Francia, poi, a trasformarlo da protesi ad accessorio di moda – spiega Vascellari – infatti gli occhiali venivano utilizzati a teatro e in pubblico. Ad esempio, la lorgnette, l’occhialino con manichetto, faceva alzare il gomito in maniera sensuale alle dame. È qualcosa che porta l’occhiale al di fuori del mondo della protesi, ossia della correzione visiva, per entrare nel mondo dell’accessorio e dell’abbigliamento”.

Ma i veneziani non solo inventano l’occhiale, ma scoprono per primi che la lente verde protegge gli occhi e la pelle dai raggi ultravioletti in anticipo di quasi 120 anni sulla scoperta della loro dannosità. Sono gli occhiali da sole, che per le dame in gondola diventano dei veri e propri vetri da gondola per non abbronzarsi durante il tragitto in laguna. Conosciuti con il nome di “occhiali di Goldoni” perché sono prodotti nel 1700, sono degli occhiali da sole stabilizzati con due astine laterali, lenti ad alta protezione e delle bande laterali che riparavano dall’aria, dal vento, dagli schizzi d’acqua, dal riverbero della luce. Il vetro è quasi sempre verde, a differenza del vetro blu che veniva usato negli occhiali prodotti nell’Europa del Nord.

“Attorno al 1820 nasce una diatriba tra vetro verde e blu e si pensava che quello blu fosse nettamente superiore perché avevano constatato che le piante sotto il vetro azzurro crescevano rigogliosamente – annota Vascellari – in realtà è il vetro verde che taglia gli ultravioletti, quei raggi luminosi che noi non riusciamo a vedere e creano i danni a livello cutaneo e visivo e vengono scoperti solo nel 1810 e nel 1880 dichiarati come pericolosi. I nostri vetri veneziani del 1700 tagliavano completamente tutti gli ultravioletti”.

Collezionista appassionato, Vascellari è riuscito ad acquistare uno dei 5 “vetri da dama o da gondola” esistenti al mondo: a forma di specchio, in lacca veneziana con delle figurine incollate e un gancio per appenderlo in gondola e prenderlo agevolmente, dove al centro domina un grande vetro di color verde che permetteva alla dame di mantenere bianco, e quindi nobile, il colore della propria pelle. Pezzi unici, che Vascellari si aggiudica alle aste, oppure girando fra antiquari, fra cui compaiono gli occhiali appartenuti al doge, o alla famiglia del doge, Alvise Mocenigo quarto, sul cui astuccio è fissato a perenne memoria il corno dogale. Perfino gli astucci prodotti a Venezia erano delle vere e proprie opere d’arte, in legno, verniciati o laccati, sembrano dei libri di storia su cui si raccontano episodi legati a vicende di vita veneziana o testimonianze e resoconti di guerra. 

“Ho iniziato a lavorare in bottega da mio padre nel 1979 e siccome amavo i mobili antichi giravo per i mercatini, finché un giorno mi sono imbattuto in un occhiale che, malgrado facessi l’ottico, non avevo mai considerato – conclude Vascellari, che ha scritto anche numerosi libri sulla storia dell’occhiale e ne sta concludendo uno specifico sulla sua evoluzione in Giappone – una scoperta che mi colpì talmente tanto che iniziai ad acquistare molti libri sul tema e anche collezionare è diventato un tarlo, una passione che ti entra dentro, soprattutto per scoprire la storia che c’è dietro ad ogni singolo pezzo che si acquista. E Venezia ha tutto un mondo da raccontare”. 

 

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I biscotti di Semitecolo, in un dolce si racchiude la storia del rapporto tra Castelfranco e la Serenissima

Venezia, 27 novembre 2021 – Centinaia di anni di storia racchiusi in un biscotto. Un dolcetto che possa diventare il simbolo della città e della sua creatività, un souvenir che un turista possa portarsi a casa dopo aver visitato Castelfranco Veneto, un goloso testimonial gastronomico del secolare legame con Venezia. La città che diede i natali al pittore Giorgione e che viene ricordata per la figura del veneziano Giorgio “Zorzi” Semitecolo, per celebrare i 1600 anni di Venezia ha bandito un concorso - riservato alle aziende del settore agroalimentare in collaborazione con l’istituto alberghiero Maffioli e con lo chef Marco Valletta - per la realizzazione di tre ricette che vedano la creazione di un biscotto in grado di riassumere in sé l’identità culturale, storica e tradizionale delle materie prime e di Castelfranco. La premiazione è fissata per domenica 28 novembre alle 10.30 al Teatro Accademico di Castelfranco, dove i vincitori riceveranno una statua in bronzo realizzata dallo scultore Sergio Comacchio. 

Tra fruste, sac a poche, setacci, pirottini, spatole, teglie e planetarie, i concorrenti presenteranno le inedite ricette che daranno vita ai “Biscotti di Semitecolo”, ispirati al podestà veneziano che amministrò Castelfranco tra il 1585 e il 1586 e protagonista di una mostra a fumetti da poco conclusa. Amministratore determinato, che diede avvio a importanti riforme (e subì anche pesanti contestazioni), Semitecolo è l’unica figura di podestà a cui la cittadinanza, nei secoli, abbia voluto dedicare un monumento.

Nel pieno 1500, Castelfranco vive forse la sua più fibrillante stagione dall’inizio della dominazione veneziana sulla terraferma e fino al suo epilogo nel 1797: una stagione che il podestà Giorgio Semitecolo sperimenterà in uno dei suoi più critici momenti. Zorzi arriva a Castelfranco nel 1585, dopo la guerra della Lega di Cambrai. Rampollo di una tra le più antiche famiglie del patriziato veneziano, si trova a dover far fronte a un territorio popolato da poco più di 4000 abitanti ma che si estende sui 29 villaggi della cosiddetta podesteria e con una comunità castellana economicamente vitale ma divisa al proprio interno, agitata da conflittualità nella sfera civile e in quella religiosa. I suoi decisi interventi di riforma indussero parti della nobiltà castellana a manifestazioni irridenti e di dispregio dell’autorità podestarile e della stessa Repubblica, anche se non mancarono manifestazioni di apprezzamento, di cui oggi sono testimoni degli affreschi sulle facciate di alcune case.
Il concorso rientra in un calendario di iniziative che il Comune di Castelfranco Veneto ha messo in atto per omaggiare Venezia lungo i suoi 1600 anni di storia, con l’intento di sottolineare il carattere di “territorio della Serenissima” che ha contraddistinto anche Castelfranco e il suo comprensorio per quattro secoli e mezzo.

 

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Venezia conserva l’ultimo “Mussin”, l’imbarcazione tradizionale settecentesca che apriva la Regata Storica e che vuole tornare a farlo

Venezia, 26 novembre 2021 - Nascosta in uno squero, al sicuro, coperta da un telo che la protegge dalle intemperie e dal passare del tempo. Sola, con se stessa, memore degli splendori del suo passato e lontana dagli sguardi indiscreti di chi potrebbe restare deluso dal suo aspetto attuale e dagli inevitabili segni di vecchiaia che porta sul volto. È ferma, a terra, separata dall’elemento senza il quale non può avere vita ma con dentro una irrefrenabile voglia di tornare a scivolare tra i canali della sua città che quest’anno compie 1600 anni e a cui deve la sua stessa esistenza. Il suo nome è “Mussin” ed è l’ultimo esemplare originale rimasto in città di una particolare tipologia di imbarcazione tradizionale veneziana. Ha alle spalle quasi quattro secoli di vita, innumerevoli imprese sulle acque veneziane e una fama legata alla sua velocità che la accompagna ancora oggi.

«Quello che conserviamo nello squero a Castello è l’unico Mussin originale rimasto in città - commenta Giorgio Suppiej, il Presidente dell’Associazione Arzanà per lo studio e la conservazione delle imbarcazioni veneziane che possiede, oggi, l’imbarcazione - Risale al 1977 ed è stato realizzato da Mario Botte, un bravissimo costruttore di barche, noto soprattutto per le linee dei suoi prodotti. Ne esiste una riproduzione fatta da Giupponi negli anni ’80 ma noi abbiamo in mano un pezzo unico, originale e testimonianza di una tradizione veneziana che vogliamo continuare a portare avanti e far conoscere»

Apripista nelle regate, e nello specifico in quella Storica, la gara a remi più importante nel calendario competitivo veneziano della voga alla veneta, il Mussin è un’imbarcazione che rientra nella tipologia della gondola da cui prende la forma ma non le dimensioni, il Mussin, infatti, è leggermente più piccolo, è più leggero, meno ornato della tradizionale gondola veneziana, senza ferri di prua e poppa e, soprattutto, è una barca velocissima perché vogata a quattro remi. Proprio la sua velocità, infatti, l’ha portato a essere utilizzato come battistrada nelle regate, dalla Vogalonga alla Regata Storica, per le imbarcazioni pronte a gareggiare.

Oggetto di diverse raffigurazioni dei vedutisti veneziani da Canaletto a Marieschi, questo piccolo patrimonio culturale veneziano, realizzato in legno con i fianchi in compensato, era stato commissionato dall’Associazione remiera I Veci del Canal Salso, che l’ha poi donata all’Arzanà. Oggi, l’Associazione in Calle Pignater, in collaborazione con la Scuola dei Carpentieri e Calafati di Venezia ha l’obiettivo di far restaurare l’ultimo Mussin rimasto in città e farlo tornare a salpare le acque dei canali veneziani.

«Il nostro sogno è quello di rimettere in acqua il nostro Mussin del ‘700 - sottolinea Giorgio Suppiej - vogliamo restaurarlo e farlo tornare a vivere i canali della nostra città così come faceva in passato perché queste tipologie di barche che rappresentano la nostra storia, la nostra civiltà non devono sparire ma continuare ad avere una funzione anche nel nostro presente. Il nostro obiettivo più grande è che il Mussin possa tornare a fare da apripista alla Regata Storica 2022 ma per farlo abbiamo bisogno dell’aiuto dei veneziani ed è per questo che chiediamo loro un piccolo supporto economico»

Il Mussin è un esempio ancora vivo di una storia importante per la città di Venezia, che porta sulle sue spalle 1600 anni di vita sull’acqua. Questa storia, così come il valore di una tradizione di imbarcazioni a remi, nate ognuna con una funzionalità specifica, vuole essere non solo ricordata ma riportata in vita nella Venezia di oggi.

«Venezia è una città di palazzi, arredi sontuosi, quadri ma anche di vita sull’acqua e i veneziani con le loro barche ci vivevano e continuano a viverci - commenta ancora Suppiej - È nel DNA di questa città la conservazione del patrimonio di barche tradizionali. Se perdiamo questo abbiamo perso una sapienza antica e un valore vitale per la città»

Per maggiori informazioni e per supportare il progetto di restauro del Mussin, consultare il sito: http://www.smscc.it/?fbclid=IwAR0olcad06Cnvr5lXYWoJTpGvsLCbS8JtWlo1CjxxlMOIivPvJRsXzKnXik

 

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Al Conservatorio Benedetto Marcello un evento tra musica e poesia in omaggio ad Andrea Zanzotto e ai 1600 anni di Venezia

Venezia, 26 novembre 2021 - Versi, metrica, parole accostate l’una a fianco all’altra per comunicare uno stato d’animo e poi suoni, musica, un pianoforte e un violoncello per accompagnare con una melodia la lettura delle poesie di uno dei poeti locali più importanti del Novecento. Il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia sceglie di rendere omaggio a due nascite di cui si festeggia quest’anno l’anniversario: quella del poeta Andrea Zanzotto e quella di Venezia che, proprio nel 2021, spegne la candelina del suo 1600° compleanno. Un evento che mette insieme due arti: la poesia e la musica e che sceglie, come suo punto cardine, la figura di Giacomo Casanova.

Oggi, venerdì 26 novembre, alle 16.00 al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia sarà possibile partecipare a Progetto Casanova, un evento suggestivo che vedrà la partecipazione di Marco Ferraro come voce recitante dei brani di Andrea Zanzotto, gli studiosi Roberto Calabretto della Fondazione Levi e Francisco Rocca della Fondazione Cini per contributi di carattere musicologico sul lavoro di Nino Rota, musicista e compositore della colonna sonora del film di Fellini su Casanova e gli studenti di Composizione e Nuove tecnologie del Conservatorio veneziano che eseguiranno nuovi pezzi musicali scritti da loro per l’occasione insieme alle musiche originali di Rota.

L’articolazione del progetto, in partnership con la Fondazione Levi e la Fondazione Cini di Venezia prevede l’utilizzo di materiali musicali originali custoditi nel Fondo Rota della Cini.

L’ingresso è libero con Green Pass e prenotazione obbligatori al link: https://forms.gle/x1zfgN7BKvhbhXJn7

 

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PDF icon 20211126_loc_rev_progetto_casanova.pdf

A Fermo una giornata di studi per rinnovare il legame tra la città marchigiana e Venezia in occasione dei 1600 anni della Serenissima

Venezia, 25 novembre 2021 - Relazioni antiche ma sempre nuove, rapporti storici ma ancora attuali. Quello fra Fermo e Venezia è un legame duraturo. Storia, economia, politica, commercio e cultura le hanno viste insieme, in un rapporto sempre cordiale e proficuo di collaborazione. Una relazione mai sopita che prosegue e si riaccende, con un dialogo in occasione dei 1600 anni dalla fondazione della Repubblica Serenissima. Fermo entra così, a pieno titolo, nei festeggiamenti del compleanno di Venezia organizzando una giornata di studi sull’importante rapporto tra queste due comunità geograficamente distanti ma legate da valori condivisi

Venerdì 26 novembre alle 17.30 nella Sala dei Ritratti di Palazzo dei Priori a Fermo, ci sarà L’Aquila e il Leone. I rapporti politico - commerciali tra Fermo e Venezia, un dibattito con esperti del mondo della storia, dell’arte e dell’economia, dedicato alla riscoperta degli antichi legami artistici, politici e commerciali tra queste due città italiane, organizzato dal Comune di Fermo con il patrocinio del Comitato #Venezia1600 e la collaborazione del Conservatorio di Musica "G.B.Pergolesi" di Fermo e del Conservatorio "Benedetto Marcello" di Venezia.

A intervenire saranno:

  • il prof. Marco Moroni, già docente di storia economica presso la Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche che parlerà di Fermo e Venezia nell’Adriatico del tardo Medioevo e della prima Età Moderna, 
  • il prof. Paolo Peretti, docente di storia della musica al Conservatorio di Fermo che parlerà degli organi veneziani sui colli fermani nel '700, 
  • il dott. Saturnino Di Ruscio, Dirigente del Comune di Fermo che tratterà delle relazioni commerciali tra Fermo e Venezia tra XIII e XV secolo 
  • il dott. Walter Scotucci che parlerà di arte veneta dispersa da Fermo e dal suo territorio.

Per info e per partecipare al convegno contattare l’Ufficio Musei di Fermo al numero 0734. 224455 o all’indirizzo email ramona.ferri@comune.fermo.it.

Per accedere agli eventi sono necessari mascherina e green pass.

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Montagnana rende omaggio a Venezia  con gli artisti del Laboratorio Lirico del Veneto

Venezia, 25 novembre 2021 – Un omaggio a Venezia nell'anniversario dei 1600 anni dalla sua fondazioneSabato 27 novembre, alle 21, a Palazzo Pomello Chinaglia a Montagnana, si terrà il concerto “Opera for Venice”. Un evento musicale che rientra nelle celebrazioni ufficiali per la nascita di Venezia che Montagnana vuole dedicare alla Serenissima.

La città, in provincia di Padova, fece infatti parte della Repubblica di Venezia per quasi 400 anni, dal 1405 fino al 1797. Dopo anni di guerre, contesa tra Padova e Verona, nel 1405 la città si consegnò a Venezia: al tramonto della sua importanza strategica militare subentrò una fioritura delle attività agricole, artigianali e commerciali che favorì l’insediamento di facoltose famiglie, legate alla Serenissima. Tra il 1509 e il 1518 visse un periodo travagliato da occupazioni e assedi, con la guerra di Cambrai, combattuta tra Venezia e la Lega di tedeschi, spagnoli, francesi e principi italiani. Alla caduta della Serenissima, nel 1797, Montagnana seguì le sorti dell’area veneta. Con decreto dell’imperatore Francesco I d’Asburgo del 1826 le fu assegnato formalmente il titolo di città.

Il concerto, ad ingresso libero, sarà eseguito dagli artisti del Laboratorio Lirico del Veneto partecipanti al programma internazionale di studio "Young Opera Project 2021", sotto la direzione del maestro Cristian Ricci, e vedrà la partecipazione straordinaria dell’attrice Giustina Renier e di Fausto di Benedetto al pianoforte.  Il programma della serata contempla arie e melodie celebri tratte da opere liriche ambientate a Venezia. Presenta e conduce Federica Morello.

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