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Da Venezia la miglior produzione di cannocchiali e Galileo Galilei dal campanile di Venezia presenta il suo “cannon” 

Venezia, 24 novembre 2021 – In legno, in avorio, osso, cuoio o pergamena, prima a scopo militare poi per osservare il cielo e scoprire informazioni che hanno rivoluzionato la storia dell’universo. Sono i cannocchiali, quegli strumenti che seguirono la scoperta degli occhiali, la cui paternità spetta a Venezia, e che in città venivano costruiti ed esportati con grande successo. È il 21 agosto del 1609 quando Galileo Galilei sceglie il “paron de casa”, il campanile di San Marco, per presentare la sua ultima sensazionale scoperta: il “cannon” come lo chiamavano i veneziani. Galileo sale sul campanile insieme alle più alte cariche della Repubblica Serenissima e davanti a Leonardo Donà, 90esimo doge di Venezia,  mostra le potenzialità di quello strumento che, come lui stesso scriveva nella lettera di presentazione al doge, avrebbe potuto aiutare la Serenissima a vincere sul nemico “potendosi in mare in assai maggior lontananza del consueto scoprire legni et vele dell’inimico, sì che per due hore et più di tempo possiamo prima scoprir lui che egli scuopra noi, et distinguendo il numero et la qualità de i vasselli, giudicare le sue forze, per allestirsi alla caccia, al combattimento o alla fuga; et parimente potendosi in terra scoprire dentro alle piazze, alloggiamenti et ripari dell’inimico da qualche eminenza benché lontana, o pure anco nella campagna aperta vedere et particolarmente distinguere, con nostro grandissimo vantaggio, ogni suo moto et preparamento; oltre a molte altre utilità, chiaramente note ad ogni persona giudiziosa”. Un evento, questo, ricordato anche con una targa commemorativa sul campanile, svelata il 7 giugno del 2009  in occasione dei 400 anni dalle prime osservazioni astronomiche: “Galileo Galilei con il suo cannocchiale da qui il 21 agosto 1609 allargava gli orizzonti dell'uomo nel quarto centenario”.

Ed è così che le vetrerie di Murano si misero subito al lavoro per costruire uno strumento che divenne poi una moda in tutto il mondo.

“Le lenti erano prodotte con vetro cristallino e lo stesso Galileo fino al 1620 acquistò in Venezia lenti prodotte con il vetro di Murano – spiega Roberto Vascellari, ottico veneziano nonché collezionista e presidente del comitato scientifico del Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore –  le lenti venivano prodotte nelle vetrerie ma poi lavorate dagli ottici. Certo è che la combinazione tra una lente negativa e una positiva porterà Galileo a migliorare quello che sembra essere un primo cannocchiale arrivato dall’Olanda, perché la qualità visiva introdotta da Galileo è nettamente superiore rispetto agli altri”. Tanto è che in Olanda arriveranno a dichiarare che i cannocchiali veneziani, soprattutto quelli di un certo Bacci, sono nettamente superiori a qualsiasi altro cannocchiale si possa trovare in giro. E infatti, anche quando poi lo scienziato padovano si sposterà a Firenze alla corte dei Medici e tenterà di far produrre le lenti a un vetraio fiorentino con scarso successo, per anni sarà costretto a rivolgersi ancora ai vetrai muranesi la cui maestria era insuperabile.

Nel suo laboratorio, a pochi passi dal ponte di Rialto, per i 1600 anni dalla fondazione di Venezia, Vascellari ha allestito una vetrina dedicata alla produzione dei cannocchiali del 1600 e 1700, realizzati a Venezia dopo la scoperta di Galileo. “Sono tutti prevalentemente in cartapesta e hanno anelli ferma tiranti o anelli che sorreggono la lente obiettiva realizzati in legno, avorio, corno, argento o ottone – spiega – sono cannocchiali per la visione a lunga distanza con la costruzione tipica di Galileo che aveva messo insieme una lente positiva e una negativa e quindi manteneva l’immagine ingrandita però a vista raddrizzata. Secondariamente, Keplero costruisce un cannocchiale con due lenti positive che riescono a dare un maggiore ingrandimento per l’astronomia ma rovesciano sottosopra l’immagine. Ci sono anche dei sistemi raddrizzatori per aumentarne la potenza rispetto a quello che era il cannocchiale di Galileo ma il concetto iniziale era di una lente positiva e negativa”. In mostra anche dei piccoli cannocchiali, piccoli oggetti in osso e cartapesta, in lacca veneziana con inserzioni in oro, che venivano utilizzati dalle dame a teatro per osservare meglio gli attori o “spiare” qualcuno tra il pubblico.

 

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Ca’ Foscari festeggia il compleanno di Venezia con l’estro creativo di Fabrizio Ottaviucci in due giornate dedicate alla musica e all’improvvisazione

Venezia, 23 novembre 2021 - Un pianoforte, una mente creativa e due mani pronte a sciogliere il groviglio di una sequenza di note non ancora immaginata. L’Università Ca’ Foscari Venezia decide di rendere omaggio al 1600° compleanno di Venezia così, attraverso la musica e le capacità interpretative e d’improvvisazione di un grande esponente del mondo italiano del pianoforte, Fabrizio Ottaviucci. Il compositore italiano torna a Venezia come ospite di Musicafoscari, il progetto dell’università veneziana dedicato alla musica e attivo in città dal 2010 con la direzione del professor Daniele Goldoni.

Giovedì 25 novembre alle 21.00, presso l’Auditorium Santa MargheritaFabrizio Ottaviucci si esibirà in un concerto per pianoforte con due fra le opere più rappresentative della produzione di John Cage, brani di Giacinto Scelsi e un’improvvisazione dello stesso Ottaviucci, entrando, al momento, in una dimensione fluida e libera dai confini di qualsiasi stile musicale.

Nei giorni successivi il compositore e improvvisatore lavorerà con gli studenti-musicisti dei laboratori permanenti del progetto Musicafoscari sui temi dell’improvvisazione che verranno poi messi in pratica dai ragazzi in una performance conclusiva, aperta al pubblico, sabato 27 novembre 2021 alle 18.30 all’Auditorium Santa Margherita.

L’ingresso al concerto del 25 novembre è libero con prenotazione obbligatoria.  Per la performance conclusiva del 27 novembre sarà necessaria la registrazione.

All'accesso di entrambi gli appuntamenti sarà richiesto di esibire il Green Pass in corso di validità. Per maggiori informazioni si rinvia alla pagina web dedicata (www.unive.it/pag/27326).

 

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Casanova opera pop, un musical per i 1600 anni di Venezia sulla storia del più noto avventuriero

Venezia, 23 novembre 2021 – Un’opera che nasce dalla voglia di dare un musical a Venezia. È così che nasce “Casanova opera pop”, un musical concepito e prodotto da Red Canzian che verrà presentato in anteprima assoluta al Teatro Malibran, a gennaio, come regalo per i 1600 anni della città di Venezia. Due ore di musica inedita e  21 performer selezionati fra attori-cantanti e ballerini-acrobati per dare vita a uno degli avventurieri veneziani più amati, controversi e conosciuti della storia.

“Nei compleanni di solito si fanno dei regali e io per 1600 anni di Venezia ho voluto fare un regalo a questa città splendida, meravigliosa e unica, scrivendo un musical: perché Venezia, pur essendo una città incredibile, era l’unica a non avere ancora un musical e adesso ce l’avrà – racconta il cantante e compositore trevigiano – è la storia romanzata di Casanova, anche se credo che la sua storia fosse davvero un romanzo, uno spettacolo importante con immagini di realtà immersiva e dopo dieci minuti il pubblico si ritroverà davvero nella Venezia del 1755. Abbiamo elaborato le immagini che vengono proiettate sullo schermo, dentro al quale avviene tutta la storia, con gli attori che si muovono, cantano e ballano sul palco dal vivo”. Il tour partirà il 21 gennaio da Venezia per poi approdare al Teatro Creberg di Bergamo, al Teatro Nuovo Giovanni da Udine a Udine, al Teatro Arcimboldi di Milano, al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso e al Teatro Alfieri di Torino.

“In tutto saranno trenta recite – spiega Canzian – non ne abbiamo fatte di più perché ci sono due anni di teatri intasati da quello che non è stato messo in scena a causa dell’emergenza sanitaria e quindi era quasi impossibile trovare lo spazio. Ma trenta rappresentazioni fatte bene ci bastano per chiamare i manager da tutto il mondo, perché Venezia va poi esportata. C’è gente che attraversa il mondo per venire a vedere Venezia: noi gliela porteremo a casa. La porteremo a Seul, in Cina, in Russia, negli Stati Uniti, in Sud America, oltre che in Europa ovviamente. Credo sia una maniera fantastica di promuovere un posto che spesso definiamo “incredibile” ma che in realtà è un po’ più di incredibile”.

Tratto dal best seller di Matteo Strukul, “Giacomo Casanova – La sonata dei cuori infranti”, romanzo di ambientazione storica uscito nel 2018 e tradotto in oltre dieci lingue, “Casanova opera pop” racconta in maniera diversa Casanova nel pieno della sua vita, a 35 anni, al rientro dall’esilio e strenue difensore di Venezia dai giochi di potere che la vorrebbero venduta allo straniero. “Casanova mi ha sempre affascinato ed è sempre stato sottovalutato nella sua narrazione di tombeur de femme e niente più – continua l’artista, entrato nel 1973 nella storica band dei Pooh – era un filosofo, un chimico, un uomo che conosceva molto bene le lingue, la cabala, desiderato dalle grandi corte europee, amico di Madade De Pompadour. Il mio Casanova è un supereroe buono, che piacerà anche ai bambini, che si innamora perdutamente di una ragazza di 19 anni per la quale mette in dubbio tutta la sua vita e tutte le cose che deve vivere. È un Casanova molto romantico”. 

Con la regia di Emanuele Gamba, il musical è stato concepito in piena pandemia. “Abbiamo fatto le prove in un momento in cui non si sapeva se i teatri avrebbero aperto e tutti ci consigliavano di fermarci – spiega Canzian – ma io e mia moglie Beatrix Niederwieser, che abbiamo prodotto questo lavoro che sta diventando un colossal, volevamo con tutte le nostre forze farlo e portarlo in scena perché Venezia meritava qualcosa di imponente e forte. Come dice giustamente mia moglie, lo consideriamo il nostro terzo figlio”.

Ad affiancare Canzian in questo percorso, c’è infatti un team di professionisti locale e nazionale: come Milo Manara, che ha realizzato l’artwork dell’opera; Massimo Checchetto per le scenografie, direttore degli allestimenti scenici al Teatro La Fenice; Fabio Barettin per le luci, lighting designer alla Fenice; la stilista Desirèe Costanzo e l’atelier veneziano di Stefano Nicolao per i 120 costumi; lo stilista Gian Pietro Muraro, specializzato nella creazione di costumi in maglia, oltre al Politecnico calzaturiero del Brenta che, insieme alle aziende del comparto, ha realizzato le calzature.      

“Abbiamo cercato il meglio e credo di aver scritto della buona musica: le canzoni sono nate in velocità, così come in velocità è nata l’idea di metterle in scena – conclude Canzian – poi abbiamo avuto la possibilità di fotografare una Venezia deserta, durante la pandemia. La difficoltà maggiore è stata trovare dei personaggi che assomigliassero a quelli che avevo messo in musica e anche in questo caso ci siamo riusciti. Il mio Casanova è potente, ma è anche aperto, non è un imbroglione, è positivo, apre le braccia e canta “Venezia amore mio”, è uno che fa di tutto per difendere la sua città. Il musical, la storia, sono intrisi d’amore. Uno degli slogan che vogliamo usare è proprio questo: è arrivato il momento di innamorarsi. E quindi Venezia e “Casanova opera pop” saranno l’occasione migliore per ritrovare questo desiderio e bisogno”.

 

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Mantova celebra i 1600 anni di Venezia con un appuntamento dedicato alla storia del caffè

Venezia, 22 novembre 2021 – Da oltremare alla tazzina, attraverso Venezia. Perché in quella tazzina è racchiuso un mondo: di sapori, di profumi, di aromi, di tostature. È il caffè, il re del risveglio, ma anche il rito sociale più famoso al mondo, appuntamento immancabile che scandisce le pause di ogni giornata. E proprio a questa famosa bevanda verrà dedicato, nell’ambito delle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia, un appuntamento allo storico caffè letterario Bar Venezia, aperto nel centro di Mantova proprio dalla famiglia Veneziani. Dal primo chicco arrivato a Venezia grazie a Prospero Alpini, scrittore del primo trattato sulla famosa pianta, attraverso la lettura della commedia di Goldoni “La bottega del caffè”, scritta proprio a Mantova nel 1750, fino ad arrivare ai giorni nostri. L’appuntamento, organizzato dall’associazione Novae Deae e dal caffè letterario Bar Venezia, si terrà mercoledì 24 novembre alle 17 negli spazi del bar, che si trova in piazzale Marconi. Il gruppo Teatrodabar, con Enrico Ferrari e Nicolò Sordo (quest’ultimo vincitore del prestigioso premio nazionale Tondelli di Riccione Teatro), interpreterà un testo teatrale tratto dalla commedia goldoniana, mentre la botanica della pianta del caffè e la storia di Prospero Alpini verranno raccontate da Myrek Jommelli in diretta relazione con l’orto botanico di Padova, patrocinatore dell’iniziativa, dialogando con l’arte del preparare il caffè che verrà narrata da Marco Gialdi, storico titolare del bar Venezia.

Il medico e botanico Alpini descrisse per la prima volta la pianta del caffè e il suo utilizzo nei due volumi “De medicina Aegyptiorum” e “De plantis Aegypti liber”, pubblicati nel 1591 e nel 1592, mentre era in Egitto con il console veneziano Giorgio Emo alla volta del Cairo.

Nel “De plantis Aegypti liber”, Alpini spiega l’utilizzo di un decotto da parte della popolazione egizia a base di semi tostati, in alternativa al vino. Questa bevanda viene utilizzata per “rafforzare lo stomaco” quando la temperatura esterna si abbassa, per aiutare la digestione e come lassativo, e propone anche uno sguardo ai locali dove viene consumato il caffè, mettendo in luce anche la sua funzione sociale all'interno di una città.

Bevanda sorseggiata già nel 1400 in Yemen, il caffè attraversa il Mediterraneo dopo oltre un secolo, sulla rotta delle navi che trasportavano a Venezia stoffe preziose e rare spezie. E pare che furono proprio alcuni studenti di Prospero Alpini ad ordinare alcune piccole quantità di caffè. Di certo si sa che nel 1683 nacque a Venezia, in Piazza San Marco, la più antica Bottega del caffè d’Europa, che ebbe un tale successo da veder sorgere in centro storico ben 206 botteghe in soli 70 anni, tanto da rendere necessario un intervento del Senato della Serenissima Repubblica per limitarne la proliferazione.

Il primo leggendario Caffè nacque nel 1720 sotto le Procuratie Nuove di Piazza San Marco: il Caffè Florian, destinato a diventare punto di ritrovo della nobiltà e di personaggi famosi che si sono accomodati su quelle sedie nel corso di tre secoli. E poi da Venezia i caffè si diffusero in tutta Italia: da Roma a Padova, da Torino a Milano fino alla Francia e al Regno Unito, Germania e Austria. Nel 1750, Carlo Goldoni scrive a Mantova una della sue più importanti commedie: “La bottega del caffè”. In quel periodo, a Mantova, in Piazza del Purgo (ora Guglielmo Marconi), sotto i portici settentrionali venne aperto il Caffè del Veneziano, di cui si hanno notizie ottocentesche, ma che potrebbe identificarsi nella scaletteria e offelleria aperta nel 1796 dallo svizzero grigionese Antonj Putscher. L’insegna novecentesca del Bar Venezia è tornata a identificare il locale, che non ha mai cambiato la sua destinazione d'uso come caffetteria, modificando solo l’arredamento interno. La risurrezione del Bar Veneziano si deve a Marco Gialdi, che da vent'anni, insieme alla collaboratrice Annamaria Rollo, gestisce il locale più rappresentativo della città.

“Nell’anno dei 1600 anni dalla nascita di Venezia, abbiamo voluto - afferma Mirko Gragnato, presidente di IX Deae ideatore dell’iniziativa -  in prossimità della morte di Prospero Alpini, il 23 novembre, dare valore alla storia che ci cela in una tazzina di caffè: dalla botanica al viaggio che dall’Africa ha portato in Italia così identitaria per il nostro paese. Non c'è luogo migliore del Bar Venezia di Mantova, che sembra aver ispirato a Carlo Goldoni la sua “Bottega del Caffè”. La storia è fatta di persone e di luoghi che spesso si intrecciavano intorno ad una tazzina, un tempo come oggi.”  

 

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Venezia in pillole: curiose storie della città per celebrare i 1600 anni di Venezia

Venezia, 22 novembre 2021 – Una Venezia in pillole per raccontare la storia della Serenissima attraverso i suoi 1600 anni. Brevi video, della durata di due minuti ciascuno, su temi che possono attrarre un vasto pubblico straniero. Per celebrare i 1600 anni dalla fondazione di Venezia, le guide turistiche di Best Venice Guides, con la collaborazione del video maker Gianguido Perzolla, da martedì 23 novembre, a cadenza settimanale, pubblicheranno sul canale YouTube e sulla propria pagina Facebook una serie di video promozionali per valorizzare le molteplici sfaccettature di una città antica e millenaria, dare risalto alla vitalità, ricchezza e maestria nei diversi campi del sapere, dell’arte, dello spettacolo, dell’artigianato, della moda, per esaltare il fascino e le bellezze della laguna, senza dimenticare la tradizione della cucina veneziana.

In totale nove video, realizzati in inglese, russo, spagnolo, tedesco, francese e portoghese, tutti con i sottotitoli in inglese, che si propongono di raggiungere un pubblico vasto e internazionale per incuriosirlo e renderlo consapevole della ricchezza e varietà del patrimonio che costituisce  l’identità di una città unica al mondo, quale è Venezia.  

Oltre a celebrare le glorie antiche e recenti, attraverso questi brevi video le guide veneziane sensibilizzeranno il grande pubblico rispetto alla fragilità della città lagunare, al fine di  promuovere un tipo di turismo attento, inclusivo, rispettoso e sostenibile.

Nello specifico i video trattano le seguenti tematiche: i giardini veneziani, la musica delle putte, la gondola, la carta marmorizzata, le maschere, la moda e i tessuti, gli specchi veneziani, la cucina locale.

 

A Suzhou una maratona fashion in onore di Venezia e dei suoi 1600 anni di storia

Venezia, 19 novembre 2021 - Capi d’abbigliamento all’ultima moda, tutte le novità del make-up, 5 chilometri da percorrere di corsa, esposizioni d’artigianato, musica, colori, divertimento. Tutto questo è la Fashion Night Run, la corsa di cinque chilometri lungo le strade di Suzhou, in Cina, che mette insieme moda e sport per un evento innovativo ideato per far divertire e omaggiare la storia di Venezia, sua città gemella, nell’anno in cui la città compie 1600 anni dalla sua fondazione

Domenica 21 novembredalle 21.00 a mezzanotte, la Guanqian Street di Suzhou si colorerà di tessuti d’alta moda, di forme d’arte, rievocherà la storia, profumerà di spezie e farà luce sulle bellezze dell’artigianato locale e veneziano per un evento speciale in cui i cittadini potranno non solo fare sport attraversando idealmente quelle che sono considerate le quattro capitali della moda, Milano, Parigi, New York e Londra ma scoprire anche tutte le novità in fatto di vestiti, design, hairstyling e make-up.

Non mancheranno, infatti, aree del percorso dedicate all’arte del trucco, ai capelli, al mondo del fashion blogging e a quello del design di moda. Un red carpet, inoltre, permetterà a tutti di diventare modelli per una notte e sfilare con abiti esclusivi davanti agli occhi di tutto il pubblico e dei riflettori. 

Un Fashion Night Market esporrà, inoltre, opere di artigianato appartenenti sia alla cultura cinese che a quella veneziana, città a cui è dedicato l’evento per festeggiare i suoi 1600 anni di storia e tra arte e storia le strade di Suzhou accoglieranno anche stand enogastronomici con prodotti tipici da gustare in una festa coloratissima e unica.

La Fashion Night Run mette insieme diversi aspetti della vita: dalla moda al cibo, dallo shopping all’intrattenimento fino a passare al benessere e fitness ma la cosa più importante, per i partecipanti di questo evento e per il pubblico in generale, è coltivare la propria interpretazione di ognuno di questi settori, allargare le vedute e sentirsi liberi di esprimersi in tutta la propria individualità e quale migliore città, se non Venezia, poteva diventare simbolo di libertà, bellezza, life style e libertà? 

 

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Un viaggio nelle storiche sedi degli hotel veneziani scrigni di arte, leggende e 1600 anni di storie di passaggio

Venezia, 18 novembre 2021 - Affacciati sugli stretti canali veneziani o con lo sguardo rivolto sui campi affollati della città, affrescati da pittori i cui nomi sono entrati a pieno titolo nei volumi di storia dell’arte, arredati con pezzi d’antiquariato e collezioni d’epoca che raccontano antiche abitudini di un passato fatto di fasti, lusso e convivialità. La maggior parte degli hotel di Venezia è ospitata da alcuni dei più bei palazzi storici della città e testimonia, attraverso le pareti rivestite di tessuti, i pavimenti veneziani in calce, le antiche porte in legno delle stanze e le scalinate segrete per gli incontri nascosti, diari di viaggio, leggende e momenti di vita di un affascinante passato parte di una storia cittadina lunga ben 1600 anni.

Dalla locanda più antica di Venezia all’albergo che raccoglie collezioni di oggetti da tutto il mondo, fino a passare per la struttura ricettiva che permette di dormire sotto un soffitto decorato da uno dei primissimi dipinti del Tiepolo, quello negli hotel veneziani è un viaggio immaginario tra passato e presente attraverso le storiche sedi delle strutture alberghiere della città, dalle più antiche alle più moderne, scrigni di storia, curiosità, leggende e aneddoti di un passato che non c’è più ma che continua a nascondersi in piccole tracce in questi luoghi.

Ad accompagnarci in questo viaggio è Alessandro Spada, ideatore e fondatore della pagina e del gruppo Facebook Hidden Corners of Venice (che contano insieme quasi 40mila follower e che si occupa di raccontare segreti e angoli nascosti di Venezia nel corso della storia)  che fino a oggi ha raccolto, studiato e raccontato al suo pubblico attraverso una rubrica,  170 hotel della città e la storia dei rispettivi palazzi in cui sorgono, ognuno con le proprie caratteristiche storico-artistiche, curiosità sconosciute e leggende da tramandare nel tempo. Nato in Svizzera, appassionato di Venezia e della sua storia, Alessandro, giornalista pubblicista e già guida turistica a Firenze, si trasferisce nella terraferma padovana, passando il tempo libero approfondendo diversi aspetti della storia di Venezia, dove ha lavorato sino al 2018. Quella che era una passione e un’idea nata quasi per caso diventa oggi quasi una missione per Alessandro che punta a creare un archivio di storie e immagini di viaggio, una sorta di “cartina” dei palazzi storici veneziani diventati hotel che possa essere tramandata nel tempo.

«All'inizio negli alberghi erano titubanti, le porte rimanevano per lo più chiuse. Poi quando hanno capito perché volevo raccogliere aneddoti e curiosità sono riuscito ad entrare nelle loro stanze, a farmi raccontare le storie dei palazzi e ad interagire con la loro nuova vita. Quello che scrivo è quello che vedo, che trovo nei libri e che mi raccontano girando tra le sale dei palazzi»

Quello tra gli hotel storici di Venezia è un viaggio fatto di storie di artisti, musicisti, scrittori famosi ma, soprattutto, di persone comuni, di chiunque abbia fatto sì che la propria vita, in un determinato momento del suo corso, si incrociasse con quella di Venezia lasciando, così, un segno nel tempo e nello spazio ripercorribile, ancora oggi, in un emozionante viaggio a ritroso nei luoghi che hanno ospitato questi viaggiatori e le loro storie.

Basta attraversare il Ponte di Rialto, fermarsi in Calle Del Sturion, una delle traverse della Riva del Vin e sembra quasi di ascoltare l’allegria, le risate e il vociare allegro dei viaggiatori che si fermavano proprio qui a bere ombre di vino davanti alle botteghe dei mercanti lungo la fondamenta prima di andare a riposare nelle locande in cui avrebbero alloggiato. Ed è proprio in questo luogo, in cui, ancora oggi si assapora un gusto di allegria e di passaggio, che troviamo la struttura alberghiera più antica della città e storicamente una delle prime di Venezia documentate, l’Antica locanda Sturion. Risalente al 1290, questo luogo, che faceva parte delle 24 locande presenti nel centro storico veneziano, non può non essere notato data la sua affascinante insegna che si rimanda proprio ai tempi delle antiche locande di una volta.

«Una delle parti più belle della locanda, oltre ai suoi arredi e all’atmosfera che ancora oggi ricorda la Venezia del passato, è la sua storica insegna - commenta Alessandro Spada - La locanda mantiene ancora l’insegna storica nella sua riproduzione realizzata da un artigiano veneziano e compare, così come la vediamo oggi, nel dipinto “La leggenda della croce” di Vittore Carpaccio conservato nelle Gallerie dell’Accademia, dove si vede raffigurata la riva con il ponte ligneo di Rialto che successivamente prese fuoco e la storica locanda veneziana»

Ricostruita nel ‘700 dopo essere stata colpita dalle fiamme dell’incendio del Ponte di Rialto, questa struttura una volta comprendeva la quasi totalità del palazzo che la ospitava, dai piani terra che erano adibiti a stalle per i cavalli, cavane per le imbarcazioni e magazzini, ai piani superiori che ospitavano le stanze per i pernottamenti. Oggi, dell’Antica Locanda Sturion resta un solo piano raggiungibile attraverso una lunga e ripida scalinata, una volta in legno, che ci trasporta, come in una macchina del tempo, direttamente nel vivo del XIII secolo tra pavimenti in calce, pareti decorate rosso scuro, porte in legno e mobili di svariati secoli fa e finestre che si affacciano con imponenza sul Canal Grande e che in passato, coperte da soli drappi di stoffa o carta cerata, assorbivano profumi, suoni e tutta la vita delle calli che saliva ai piani alti della locanda invadendo le sue stanze e che si può sentire, per certi versi, ancora oggi.

Il viaggio continua lungo la Riva degli Schiavoni dove, durante una passeggiata a cui fa da sfondo tutta la bellezza della laguna veneziana, non può non cadere lo sguardo sulla facciata di un palazzo che mostra il suo nome attraverso le tessere di un mosaico. Ed è proprio qui, in un palazzo che abbraccia lateralmente la calle della Pietà e guarda dritto verso l’isola di San Giorgio, che si trova il Metropole, un hotel dalle atmosfere orientaleggianti e depositario di preziosissime collezioni di oggetti antichi che ancora oggi continua a raccontare storie di importanti uomini di passaggio a Venezia. Il Metropole, che nel XIX secolo si chiamava Casa Kirsch, permette di fare un viaggio nel tempo nei luoghi che hanno fatto da sfondo a momenti di vita di alcuni dei più importanti artisti della storia e ha suscitato un grande interesse da parte di diversi rappresentanti del mondo dell’arte, della musica e della letteratura affascinati proprio dai suoi ambienti accoglienti: tra questi Sigmund Freud che soggiornò nell’hotel nel 1895, Marcel Proust e Thomas Mann che proprio in una stanza di questo hotel scrisse uno dei suoi romanzi più celebri, “Morte a Venezia”. L’edificio dove sorge l'hotel, inoltre, si può scorgere distintamente in una stampa del '500 del pittore Jacopo De Barbari. 

Non solo grandi nomi del passato ma anche numerosissimi oggetti, da valigie antiche a ventagli di ogni epoca fino a passare per abiti, cavatappi e vecchie serrature, l’Hotel Metropole, oggi di proprietà della famiglia di albergatori Beggiato, vanta una collezione di diversi oggetti antichi che attira tantissimi appassionati e curiosi e con la quale l’albergo racconta una lunga storia d’altri tempi.

«Una delle storie più belle legate all’Hotel Metropole di Venezia è che un tempo era parte dell’Istituto della Pietà di cui conserva ancora oggi tracce importanti - rivela Spada - su un lato dell’hotel, infatti, è ancora presente la cosiddetta “Porta degli innocenti” che veniva utilizzata dai genitori che abbandonavano in maniera anonima i bambini depositandoli al suo interno. Poi, suonata una campanella, avevano tutto il tempo di allontanarsi in anonimato. Inoltre, dati storici indicano che proprio in quello che oggi è il bar dell’hotel, in passato era custodita la cappella in cui Vivaldi insegnava, a inizio del ‘700, alle putte»

Continuando a passeggiare lungo Riva degli Schiavoni, all’altezza di San Zaccaria, ci troviamo di fronte ad altre storie di viaggio e tesori nascosti. Basta girare lo sguardo su un palazzo bianco, proprio davanti al monumento dedicato a Vittorio Emanuele II, e avvicinarsi al suo ingresso per trovare altre tracce di importanti viaggiatori. Siamo all’Hotel Londra Palace, una struttura ottocentesca che originariamente aveva il nome di “Hotel d’Angleterre” e che racchiude, ancora oggi, testimonianze del passaggio di nomi illustri.

«All’ingresso dell’Hotel Londra ci sono due interessantissime statue di leoni - commenta Alessandro Spada - Sono due perché uno rappresenta il leone marciano ed è dedicato a Venezia, l’altro, invece, il leone d’Inghilterra con una dedica speciale a questo Paese che in passato dava il nome allo stesso hotel. Gli stessi due leoni si trovano raffigurati anche all’interno dell’hotel, in mosaico, all’ingresso del ristorante e proprio in una delle stanze di questo hotel che Čajkovskij compose la sua Quarta Sinfonia chiamata all’inizio “Due Leoni” in onore delle statue che l’avevano ispirato a scriverla. Ancora oggi, infatti, è possibile leggere una partedella sinfonia su una parete della sala d’ingresso dell’albergo»

Il Londra Palace, oltre ad aver ospitato personaggi illustri come il compositore russo, Borges e Jules Verne, è stato, inoltre, un albergo importante durante il periodo dell’Unità d’Italia. Qui, poco dopo l’annessione di Venezia al Regno d’Italia, nel 1867, soggiornò Gabriele D’Annunzio, la notte prima che fu inaugurata la statua dedicata a Vittorio Emanuele Re d’Italia, ancora presente in Riva, per essere presente. Questo legame con un periodo storico italiano importante è testimoniato anche sulla facciata dell’hotel dove è ancora presente un piccolo stemma sabaudo.

E andando un po’ più in là, sempre sulla riva degli Schiavoni ci si può tuffare ancora una volta nel passato di Venezia entrando nello storico Hotel Danieli, chiamato, una volta, Palazzo Dandolo che dispone ancora di parti risalenti al 1300 come l’imponente scalinata da cui si viene accolti nella hall dell’Hotel ma che in passato era all’esterno e rappresentava l’ingresso al piano nobile della corte interna del palazzo.

Continuando a camminare verso Campo Santa Maria Formosa si giunge alla tappa conclusiva del nostro percorso nelle sedi degli hotel storici veneziani. Questo lungo e coinvolgente viaggio ci conduce, infine, davanti alla facciata dell’Hotel Ruzzini, un luogo che continua, ancora oggi, a conservare tesori nascosti e a tramandare, con rispetto, la storia del palazzo che lo ospita da tempo. La sua facciata rievoca tutta l’imponenza della sua storia e ci rimanda, attraverso la sua doppia porta d’ingresso, a un’antica e poco nota leggenda.

«Non tutti lo sanno ma nel ‘600-‘700 le famiglie patrizie veneziane si narra che utilizzassero due porte d’ingresso per un motivo ben specifico - sottolinea Alessandro Spada - La ragione era che una porta fosse dedicata all’ingresso e all’uscita dei vivi e l’altra all’uscita dei soli morti»
E non è finita qui perché un’altra curiosità legata a questo hotel, storicamente confermata, è che sopra le due porte d’ingresso, sui due marcapiani, ci sono delle iscrizioni, una sorta di graffiti con dei fili a piombo che corrispondono alle istruzioni di montaggio della struttura lasciate da Bartolomeo Manopola nel ‘600 quando ha realizzato la facciata barocca del palazzo.

Siamo nel XVI secolo e l’Hotel Ruzzini viene ricavato all’interno di Palazzo Loredan Ruzzini Priuli, prendendo il nome di uno dei suoi ospiti più importanti, Carlo Ruzzini, 113° doge di Venezia nel 1732. La facciata principale dell’hotel, così come l’ingresso antico, è sul rio dove c’è ancora la porta d’acqua databile al tardo ‘500. All’interno del palazzo ci sono diverse suite che ancora riproducono fedelmente l’aspetto del palazzo originario grazie anche a un restauro effettuato agli inizi di questo secolo, ma forse, l’aspetto più suggestivo di questo luogo è nascosto in una stanza, una royal suite che, sul suo soffitto, ha impresso, tra colori mischiati all’intonaco, un momento cruciale della storia dell’arte veneziana.

In una delle suite dell’hotel, infatti, si trova un affresco realizzato da Gregorio Lazzarini intorno ai primi anni del ‘700 che raffigura il mito di Zefiro e Flora. Sembra, però, che Lazzarini non fu l’unico a mettere mano alla creazione di questo affresco. Il pittore veneziano, infatti, sarebbe stato aiutato nella realizzazione dell’opera niente meno che da Tiepolo bambino.

«Lazzarini è stato maestro del Tiepolo che proprio quando il suo maesto di bottega iniziò a lavorare sull’affresco di Zefiro e Flora aveva adolescente. Era questa l’età per iniziare il lavoro di bottega ed è così che all’Hotel Ruzzini si può dormire sotto un soffitto affrescato, in alcune delle sue parti, da un giovanissimo ma già talentuoso Tiepolo di cui possiamo testimoniare uno dei suoi primissimi lavori di una lunga carriera artistica»

Il nostro percorso sulle tracce degli antichi viaggiatori veneziani ci ha portato in diverse epoche storiche e ci ha fatto mettere piede in luoghi che, in un lontano passato, hanno permesso a quelli che all’epoca erano solo giovani alla ricerca di se stessi di diventare i grandi artisti, musicisti e scrittori, ispirati da quei meravigliosi palazzi veneziani che, ancora oggi, continuano a parlare di loro.

 

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La Scuola Navale Morosini continua a scrivere la storia della città rinnovando il motto di Venezia regina dei mari

Venezia, 17 novembre 2021 - Sveglia alle 6.00, colazione, alzabandiera e dritti verso le aule per le prime lezioni del giorno. Studio, allenamento, sacrificio. Lavoro individuale e lavoro di squadra. Essere allievo della Scuola Navale Militare Francesco Morosini significa far parte di un pezzo importante della storia moderna di Venezia che quest’anno festeggia 1600 anni dalla sua fondazione. Da adolescenti a cadetti, da ragazzi in jeans e maglietta a piccoli uomini e donne in divisa. Ci vuole coraggio, determinazione e un forte senso del dovere per essere un allievo del Morosini di Venezia e continuare a scrivere, con un costante impegno e un’innata vocazione per il mare, la storia di uno dei simboli della città rinnovando, così, l’antico motto di Venezia regina dei mari.

Formando giovani ragazzi e ragazze, dai 16 ai 18 anni, questa scuola, in passato parte dell’Arsenale di Venezia e fino agli anni ’60 collegio, è oggi una palestra che punta a trasferire ai suoi allievi un forte amore per la cultura classica e scientifica, un’attitudine atletica e rafforzare la passione per il mare che li porterà, una volta usciti dalla scuola, a essere i futuri rappresentanti di questo settore a livello locale e nazionale.

Venezia porta avanti, così, la sua essenza di città che 1600 anni fa è nata sul mare, è cresciuta con esso e ha scelto di condividere la sua storia, le sue imprese e la sua quotidianità con questo elemento imprevedibile e incostante ma dal fascino unico.

“Il nostro destino è stato e sarà sempre sul mare” recita l’antico motto della Scuola Morosini di Venezia e ancora oggi, l’istituto, come la città stessa, si fa portavoce di un obiettivo di condivisione, convivenza e amore per il mare.

Proprio per questo motivo, la scuola navale veneziana con sede a Sant’Elena ha scelto di aprire le sue porte al pubblico con un evento volto a sensibilizzare i cittadini e raccontare, attraverso l’esperienza dei propri allievi, aspetti inediti di un percorso scolastico militare dedicato interamente a una vita con e per il mare svelando la storia e le curiosità della importante e antica struttura che ospita questo istituto veneziano.

Passandosi il testimone, come in una sorta di staffetta della durata di 40 minuti circa, i ragazzi del Morosini mostreranno, in un breve tour a tappe, la loro vita all’interno della scuola, le opere d’arte conservate nell’istituto e la storia del luogo che li accoglie negli ultimi tre anni della loro formazione scolastica di secondo grado.

Sabato 20 novembre 2021, la Scuola Navale Militare Francesco Morosini organizza una giornata di “Porte Aperte” dalle 14.30 alle 17.30, rivolta a tutti coloro che vorranno scoprire il patrimonio storico-artistico presente nel comprensorio di Sant’Elena.

Piccoli gruppi di appassionati, aspiranti cadetti o semplici curiosi potranno vivere un’esperienza entusiasmante alla scoperta di un luogo che non apre spesso le sue porte al pubblico. Si verrà accolti dai ragazzi che racconteranno piccole pillole storico-artistiche sulla scuola in cui svolgono, tra regole, sport e studio, gli ultimi tre anni di liceo scientifico e classico tradizionale. Dalla storia del leone marciano che sorveglia l’ingresso dell’istituto, al primo mattone della scuola posto nel 1935, preso simbolicamente dall’antico Arsenale di Venezia per sottolineare il legame tra la scuola e l’Arsenale, dalle bombarde della Prima Guerra Mondiale ai disegni di Hugo Pratt, dalle preziosissime collezioni di minerali, ai quadri di anonimi del 1700 che ritraggono le vittorie di Francesco Morosini, fino a passare a diversi mosaici e poi ancora l’aula magna e l’affascinante storia dell’ingresso delle donne nell’istituto che fino al 2009 era esclusivamente maschile.

L'iniziativa è nata in collaborazione con il Comitato per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico della Scuola Navale e beneficia del patrocinio del Comune di Venezia.

Ci si può prenotare inviando una mail all’indirizzo snmfmorosini@gmail.com. Per accedere all'Istituto è richiesto il green pass e per tutta la durata della visita dovrà essere indossata la mascherina.

 

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La Fondazione Querini Stampalia racconta, attraverso la sua arte, 1600 anni di storia veneziana

Venezia, 16 novembre 2021 - Un itinerario ideale, passo dopo passo, a ritroso nel tempo. Uno sguardo ravvicinato su alcuni dei più bei dipinti, oggetti di porcellana, libri antichi e opere d’arte che racchiudono parti importanti della storia di Venezia lunga 1600 anni. Per raccontarsi e raccontare, attraverso un inedito punto di vista, la lunga storia della città che la ospita, La Fondazione Querini Stampalia organizza una rassegna artistico-musicale in collaborazione con Cecilia Vendrasco, Pietro Tonolo e Giancarlo Bianchetti che permetterà al pubblico di scoprire, attraverso la visita approfondita della Fondazione e concerti musicali tematici, aspetti sconosciuti della storia di Venezia e dell’importante collezione d’arte del museo in Campo Santa Maria Formosa.

Sono tre gli appuntamenti di Altro, Altrove. Spaesamenti musicali, in programma da novembre 2021 a febbraio 2022, tre tappe di un itinerario alla scoperta, attraverso l’arte, la storia e la musica, delle preziosissime collezioni della Fondazione veneziana. La rassegna accompagnerà il pubblico in un viaggio suggestivo focalizzato su tre temi specifici, dalle metamorfosi ai sogni fino a passare per il gioco, ognuno approfondito prima attraverso l’arte e poi attraverso la musica con l’ascolto di brani musicali tratti dal repertorio storico e contemporaneo, improvvisazioni jazz e composizioni inedite.

Il primo appuntamento è previsto per mercoledì 17 novembre alle ore 18.00 con un fil rouge sul tema delle “metamorfosi nel mito”. A partire dalle Metamorfosi di Ovidio ci si concentrerà nella visita delle opere della Collezione che rievocano questo concetto importantissimo nel mondo classico per poi venire inebriati, alle 19.00, dai suoni di flauti, sassofoni e chitarre con un concerto a cura di Cecilia Vendrasco, Pietro Tonolo e Giancarlo Bianchetti a cui seguirà un aperitivo.

Gli altri appuntamenti della rassegna approfondiranno i temi delle “digressioni nei sogni”, partendo dalll’Hypnerotomachia Polyphiliil 27 gennaio 2022 alle 18.00, mentre, l’ultimo evento sarà incentrato sul tema dei “giochi e mascheramenti” e avrà luogo il 17 febbraio 2022, sempre alle 18.00, in occasione del Carnevale di Venezia 2022 con le suggestioni delle opere di Gabriel Bella.

L’ingresso è su prenotazione alla mail manifestazioni@querinistampalia.org a un costo di 22 euro a persona per ciascun appuntamento. I posti sono limitati e per accedere è necessario il Green Pass.

 

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Madonna della Salute, ogni 21 novembre i veneziani rinnovano il voto per la fine della peste del 1630

Venezia, 15 novembre 2021 – È un lungo e lento cammino quello che il 21 novembre di ogni anno i veneziani compiono per portare una candela o un cero alla Madonna della Salute. Non c’è vento, pioggia o neve che tenga, alla Salute è un dovere andare per pregare e chiedere alla Madonna protezione per sé e i propri cari. Una lenta e lunga processione che viene fatta a piedi, in compagnia della famiglia o degli amici più cari, attraversando come da tradizione il ponte votivo galleggiante, che ogni anno viene posizionato per collegare il sestiere di San Marco a quello di Dorsoduro. Proprio come quattro secoli fa, quando il doge Nicolò Contarini e il patriarca Giovanni Tiepolo organizzarono, per tre giorni e per tre notti, una processione di preghiera che raccolse tutti i cittadini sopravvissuti alla peste. I veneziani fecero voto solenne alla Madonna che avrebbero costruito un tempio in suo onore se la città fosse sopravvissuta all’epidemia.

Il legame tra Venezia e la peste è fatto di morte e di sofferenza, ma anche di rivalsa e di volontà e forza di lottare e ripartire. La Serenissima ricorda due grandi pestilenze, delle quali la città porta ancora i segni. Episodi drammatici che causarono in pochi mesi decine di migliaia di morti: tra il 954 e il 1793 Venezia registrò in totale sessantanove episodi di pestilenze. Tra questi, la più importante fu quella del 1630, che portò poi all’edificazione del tempio della Salute, a firma di Baldassare Longhena, e che costò alla Repubblica 450 mila ducati.

La peste si propagandò a macchia d’olio, prima nel rione di San Vio, poi in tutta la città, aiutata anche dall’incoscienza dei mercanti che rivendevano gli indumenti dei morti. Gli allora 150 mila abitanti vennero presi dal panico, i lazzaretti erano stracolmi, negli angoli delle calli venivano abbandonati i cadaveri dei morti da contagio.  Il patriarca Giovanni Tiepolo ordinò che dal 23 al 30 settembre del 1630 si tenessero delle preghiere pubbliche in tutta la città, specialmente nella cattedrale di San Pietro di Castello, allora sede patriarcale. A queste preghiere si unirono il doge Nicolò Contarini e tutto il Senato. Il 22 ottobre si deliberò che per 15 sabati si dovesse svolgere una processione in onore della Maria Nicopeja. Ma la peste continuava a mietere vittime. Solo nel mese di novembre si registrarono quasi 12 mila vittime. Intanto si continuava a pregare la Madonna e il Senato deliberò che, così come accadde nel 1576 con il voto al Redentore, si facesse voto di edificare una chiesa da dedicare alla “Vergine Santissima, intitolandola Santa Maria della Salute”. Inoltre, il Senato deliberò che ogni anno, nel giorno ufficiale della fine del contagio, i dogi dovessero andare solennemente a visitare questa chiesa, a memoria della gratitudine verso la Madonna. Furono stanziati i primi ducati d’oro e nel gennaio del 1632 si cominciarono a smantellare le mura delle case vecchie nell’area adiacente a Punta della Dogana. La peste, finalmente decrebbe. Con quasi 50mila vittime solo a Venezia, il morbo aveva messo in ginocchio anche tutto il territorio della Serenissima, registrando circa 700 mila morti in due anni. Il tempio venne consacrato il 9 novembre del 1687, dopo mezzo secolo dal propagarsi del morbo, e la data della festa fu spostata ufficialmente al 21 novembre.

E il voto fatto si ricorda anche a tavola. Solo per una settimana all’anno, in occasione della Madonna della Salute, si può infatti gustare la “castradina”, un piatto a base di montone che nasce come un omaggio ai Dalmati. Perché durante la pandemia solo i Dalmati continuarono ad approvvigionare la città trasportando nei trabaccoli la carne di montone affumicata. La spalla e la coscia del castrato o agnellone venivano preparate quasi come i prosciutti di oggi, salate e massaggiate con una concia fatta da un mix di sale, pepe nero, chiodi di garofano, bacche di ginepro e fiori di finocchietto selvatico. Dopo la preparazione, i pezzi di carne venivano asciugati e affumicati leggermente e appesi all’esterno dei camini per almeno quaranta giorni.

Sull’origine del nome “castradina” ci sono due ipotesi: la prima che derivi da “castra”, le caserme e i depositi delle fortezze dei veneziani sparse nelle isole dei loro possedimenti, dove venivano conservate le vivande per le truppe e i marinai schiavoni delle galere; la seconda che sia un diminutivo di “castrà”, termine popolare per castrato di montone o agnello. La cottura del piatto è piuttosto elaborata perché richiede una lunga preparazione, che dura tre giorni come la processione in ricordo della fine della peste. La carne viene infatti bollita per tre volte in tre giorni, per permetterne la sua purificazione e farla diventare tenera; si procede poi con la cottura lenta, per ore, e con l’aggiunta delle verze che la trasformano in una zuppa saporita.

 

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Salzano festeggia i 1600 anni di Venezia rievocando gli antichi sapori della cucina tradizionale veneziana

Venezia, 12 novembre 2021 - Sapori di una volta, atmosfere della tradizione popolare, profumi di pietanze parte di una cultura territoriale antichissima. Il Comune di Salzano decide di festeggiare i 1600 anni di storia di Venezia con un viaggio sensoriale rievocando i gusti, la memoria e la storia della cucina di una parte importante della terraferma veneziana. 

La rassegna culturale e gastronomica, intitolata “Osti e Osterie”, inizia il 12 novembre ed è un percorso, che proseguirà i giorni 19 e 26 del mese, proponendo al pubblico degustazioni di pietanze tipiche della tradizione popolare veneziana accompagnate da curiosi aneddoti del passato, musica e performance teatrali di artisti del territorio. 

Questo immaginario viaggio tra ricette tradizionali veneziane, curiosità e storie popolari del passato coinvolgerà diverse osterie della città che metteranno a disposizione la conoscenza degli ingredienti e le abilità tecniche dei loro chef per regalare ai cittadini un’esperienza suggestiva, gustosissima e indimenticabile.

Il primo appuntamento della rassegna è previsto per oggi, venerdì 12 novembre alle 20.00, presso il Ristorante All’Albera e sarà dedicato al baccalà. Attraverso la degustazione di piatti a base di questo ingrediente scoperto proprio dai veneziani e parte dei principali piatti della cucina tradizionale locale si ripercorreranno le tappe principali della storia del baccalà e di come è diventato l’immagine della cucina veneziana nel mondo. La degustazione sarà accompagnata da canzoni “da Gondola” con la speciale presenza dello chef, socio e animatore slow food, Galdino Zara.

La rassegna procede venerdì 19 novembre, al Ristorante Belfiore alle 20.00, con una serata tutta dedicata alla carne. Saranno proposti al pubblico, piatti di bollito e lesso, accompagnati da esibizioni di un violinista e un soprano con arie di musica lirica. Ospite della serata è il docente di Istituto Alberghiero, Michele Ragazzo.

L’evento gastronomico a Salzano si concluderà venerdì 26 novembre, al Ristorante Al Pioppeto alle 20.00, con l’ultimo appuntamento dedicato a zucca e radicchio. I piatti proposti, ispirati a questi due ingredienti autunnali del territorio, saranno accompagnati da rappresentazioni teatrali che rievocheranno aneddoti, prodotti e piatti di un tempo. Ospite della serata è il Presidente della “Strada del Radicchio Rosso di Treviso e Variegato di Castelfranco”, Natalino Salvati.

“Osti e Osterie” è organizzato dal Comune di Salzano con la collaborazione della Proloco della città. Per prenotarsi, contattare i numeri 347 9656785/340 7566560 o scrivere alla mail prolocosalzano@gmail.com  

 

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Le tecniche di pittura italiana tra XIX e XX secolo discusse al Museo Correr per il compleanno di Venezia

Venezia, 12 novembre 2021 - Sfaccettature tecniche, pratiche pittoriche, sfumature di colori, proprietà chimico-fisiche dei materiali, tipologie di pennellata. Tutto il mondo dell’arte italiana otto-novecentesca diventa protagonista di un dibattito tra diversi esponenti del settore in uno dei principali musei veneziani per ricordare, attraverso la pittura, una parte importante della storia dell’arte italiana e veneziana in un anno in cui la città compie 1600 anni dalla sua fondazione.

Oggi, venerdì 12 novembre alle 17.00 nella Sala delle Quattro Porte del Museo Correr, in Piazza San Marco, ci sarà la presentazione del volume con gli atti del convegno “Tecnica della pittura in Italia tra otto e novecento” tenutosi il 22 marzo 2019 al Museo Fortuny di Venezia, nato dalla collaborazione tra Università Ca’ Foscari Venezia e Fondazione Musei Civici di Venezia, che ha approfondito un momento storico, a oggi, ancora poco compreso e studiato.

L’evento, che rientra nelle celebrazioni del compleanno di Venezia, vedrà diversi studiosi di questa importante e fertile fase artistica italiana caratterizzata da una rivoluzione nella tecnica pittorica, raccontare, dibattere e svelare scoperte scientifiche su argomenti che spaziano dalla ritrattistica meridionale alla pittura dei romani Adolfo De Carolis, Nino Costa e Ferruccio Ferrazzi, e ancora Gaetano Previati, Antonio Mancini, Fortunato Depero, Virgilio Ripari per poi approdare in Veneto, con le tecniche dei pittori Mario de Maria, Cesare Laurenti, Gennaro Favai, Guido Cadorin e Felice Casorati.

Il tema centrale del convegno, però, riguarda il genio di Mariano Fortuny, un grande esponente del mondo dell’arte e della moda a cavallo tra il XIX e XX secolo, che proprio a Venezia ha stabilito il suo laboratorio artistico nell’allora Palazzo Pesaro Orfei che oggi, invece, prende il suo nome. La principale indagine diagnostica presente nel volume è stata realizzata presso il Museo Fortuny di Venezia e ha riguardato le proprietà chimico-fisiche dei materiali pittorici utilizzati dal pittore spagnolo naturalizzato italiano (che da sempre è stato affascinato da ogni processo artigianale e tecnologico creando anche le “Tempere Fortuny”, prodotte nello stesso Palazzo Pesaro degli Orfei dagli anni Trenta)  che sono state confrontate, poi, con il lavoro di altri artisti a lui contemporanei.

Saranno presenti alla presentazione del volume “Tecnica della pittura in Italia tra otto e novecento”: Gabriella Belli (Direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, Teresa Perusini, docente dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Giacomo di Thiene, presidente Associazione Dimore Storiche Italiane, Giulio Gidoni, Presidente, Sezione Veneto dell'Associazione Dimore Storiche Italiane, Giovanni Battista Lanfranchi, Docente, Università degli Studi di Padova, Elisabetta Zendri, docente, Università Ca' Foscari Venezia

La pubblicazione degli atti del simposio è stata ora possibile grazie all'Associazione Dimore Storiche Italiane (ADSI e ADSI Veneto).

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Venezia e l’Oriente, l’alterità nel rapporto musicale tra due mondi antitetici

Venezia, 10 novembre 2021 – Il legame profondo che unisce Venezia e l’Oriente si può riassumere nell’incontro di civiltà, popoli, culture e identità diverse che la città lagunare, lungo una storia che ripercorre 1600 anni, è stata in grado di far coesistere al suo interno. Un incontro che ha originato un intensissimo scambio culturale in diversi campi, tra cui la musica, che dalle corti orientali ispirò tutto il continente europeo, in un percorso di reciproco arricchimento tra questi due mondi, nel quale Venezia si presentò come ponte e intermediario. E la città oggi può ancora testimoniarci questo suo ruolo: i palazzi, le chiese, le calli e i campi svelano la convivenza che qui è avvenuta tra queste due civiltà, capace di dare vita a molteplici particolarità culturali, in questo caso anche musicali. E proprio a Venezia, nella Chiesa di San Giorgio degli Schiavoni, il dipinto di Vittore Carpaccio “il Battesimo dei Seleniti”, che ancora oggi rimane una delle poche testimonianze nell’iconografia occidentale, ci racconta la percezione dell’Occidente verso la musica orientale.

«In un primo momento, tra il XVI e XVII secolo, il rapporto tra questi due mondi è caratterizzato da una forte incomprensione, le musiche e i suoni levantini e orientali sono spesso considerati come cacofonici, non interessanti e rumorosi – racconta Giovanni De Zorzi, professore di Etnomusicologia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che in un’intervista, frutto di sue numerose pubblicazioni sul tema, ha cercato di approfondire il contatto musicale tra queste due civiltà - Non a caso, le prime volte che l’Occidente e Venezia ebbero modo di ascoltare la musica orientale fu durante scontri e battaglie, soprattutto tra la città lagunare e l’Impero ottomano»

Tra le fila del nemico era infatti presente un organico musicale che viene definito con il termine persiano mehtar (مهتر), in turco mehter, che consisteva in un ensemble di percussioni e strumenti a fiato, tra cui oboi e trombe. Strumenti dunque sonori, in grado di farsi sentire in grandi spazi esterni per poter così regolare il movimento delle truppe, visto che spesso la voce di un comandante non era sufficiente, ma volti anche ad impaurire il nemico, con un suono che poteva essere udito fino a chilometri di distanza, e a rinsaldare l’animo dei soldati, dando coraggio e spirito comunitario ad un’armata.

Questo fu quello che l’Occidente percepì inizialmente della musica dell’“altro”, prima che i diplomatici cominciassero ad essere ricevuti nell’atmosfera raccolta delle corti orientali e che avessero la possibilità di ascoltare la musica d’arte dei popoli musulmani, che fu senza dubbio un altro tipo di musica rispetto a quella suonata in battaglia.

Ma anche in questo contesto, queste musiche di battaglia ebbero un grande effetto sugli europeiche guardavano all’esercito nemico terrorizzati e allo stesso tempo meravigliati, poiché erano strumenti che non avevano mai visto e udito prima. Erano affascinati per l’incredibile effetto scenico di questi strumenti, suonati a cavallo di elefanti o cammelli, animali esotici che non erano presenti nel continente europeo. Tra questi strumenti vi era il kös (timpano di grandi dimensioni), il davul (tamburo cilindrico), la zurna (oboe ad ancia doppia), il nafir (tromba diritta), e tanti altri.

Questo mehtar era anche uno status symbol del sultano e molto spesso andava ad accogliere gli ambasciatori europei, soprattutto veneziani, che giungevano alle corti dell’Impero ottomano, come immagine stessa del sultano. Fu così che questi strumenti, tanto ammirati nelle corti del sultanato, cominciarono ad essere copiati in Occidente: oggi è ancora possibile trovarli all’interno dell’orchestra sinfonica come “banda turca”, composta dalla grancassa, piatti, piccoli timpani, sonagli e piattini.

«La volontà di riprodurre questi suoni e questi strumenti in Europa – commenta De Zorzi - derivava proprio da un sentimento di attrazione e incanto per il suono tintinnato, un elemento che andò poi a marcare tutta la “stagione delle turcherie”, quel periodo musicale che ebbe il suo più noto e geniale esponente in Wolfgang Amadeus Mozart e che proseguì fino al XIX secolo. Quella delle turcherie fu una delle prime grandi stagioni musicali in cui si cominciò ad osservare con più attenzione e interesse la musica dell’“altro”, portando così il mondo europeo ad un incontro con le musiche marziali, che possiamo definire come uno dei primi grandi incontri tra l’Oriente e l’Occidente nel campo musicale»

In questo rapporto di scoperta e di ispirazione musicale tra l’Occidente e l’Oriente, Venezia ebbe un ruolo sicuramente centrale come ponte tra queste due civiltà. Nel 1688, il bailo veneziano a Costantinopoli, Giovanbattista Donà, tornato da Costantinopoli, scrisse un’opera che intitolò Della Letteratura dei Turchi, un libro che marcò un punto importantissimo nella storia dei rapporti tra l’Occidente e l’Oriente nella musica, fissando un definitivo mutamento dell’atteggiamento degli europei che non erano più inorriditi di fronte ai suoni delle altre musiche, ma iniziavano a comprenderle e a trascriverne i testi.

Un secolo dopo, un altro bailo, Agostino Garzoni, si recò a Costantinopoli portandosi dietro un curiosissimo gesuita, Gianbattista Toderini. Quest’ultimo aveva studiato la letteratura e la poesia persiana e ottomana, e tornato a Venezia nel 1788, dove viveva nella parrocchia dei Gesuiti, pubblicò un libro intitolato Letteratura Turchesca.

«Quest’opera testimonia ancora oggi una specifica peculiarità propria della musica araba-persiana, ottomana, indiana e centro-asiatica - spiega Giovanni De Zorzi - che adotta un tipo di divisione dell’ottava musicale in microtoni, una ripartizione in grado di essere riprodotta solamente da specifici strumenti, come il tanbûr, un liuto a manico lungo del mondo ottomano che Toderini fa ritrarre in una tavola allegata al libro dimostrandone gli intervalli microtonali. La suddivisione dell’ottava in microtoni è una caratteristica che differenzia la musica orientale da quella occidentale, che dal 1722 in avanti suddivide l’ottava in dodici semitoni temperati e uguali tra di loro, applicando così un’aritmetica musicale quasi innaturale»

Una ripartizione che delinea un’espressione tipicamente occidentale che, in parallelo alle grandi scoperte scientifiche e tecnologiche, è alla costante ricerca di modelli, ordine e razionalità, in contrapposizione ad un Oriente che non si dà limiti spaziali o temporali, nemmeno nella musica.

 

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Wayne Marshall in concerto al Teatro Olimpico di Vicenza per celebrare i 1600 anni di Venezia

Venezia, 9 novembre 2021 - Musica, arte e storia si riuniscono per un evento straordinario organizzato per celebrare una ricorrenza importantissima per la città di Venezia, i 1600 anni dalla sua fondazione, attraverso le note dei più grandi compositori di tutti i tempi suonate per mano di uno dei più importanti interpreti della musica del Novecento, Wayne Marshall.

Mercoledì 10 novembre alle 20.30, sul palcoscenico del Teatro Olimpico di Vicenza, primo teatro stabile coperto di epoca moderna e ultima opera architettonica di Andrea Palladio, si esibirà il grande organista, direttore d’orchestra e pianista inglese con un repertorio di brani di musica classica da Bach a Mozart, fino a passare per Bossi, Verdi/Marshall e uno dei più importanti capolavori di Francis Poulenc, lo straordinario concerto per organo timpani e archi in Sol minore. 

Con il coordinamento artistico del maestro Alberto De Piero, Wayne Marshall suonerà all’organo “Wanderer” accompagnato dall’orchestra I Virtuosi Italiani e sotto la direzione musicale del maestro Johannes Skudlik, attualmente collaboratore dell'Orchestra Sinfonica di Monaco, la Münchner Rundfunk Orchestre, l'Orchestra Sinfonica di Praga e il Münchener Bach-Choir, per celebrare attraverso la musica il compleanno per la città di Venezia.

Promosso dal Consiglio regionale del Veneto, in collaborazione con il Comune di Vicenza, l’evento sarà interamente ripreso e trasmesso in streaming dall’emittente internazionale ARTE che lo diffonderà in tre paesi Francia Germania e Italia.

L’ingresso al concerto sarà gratuito con obbligo di prenotazione via mail all’indirizzo infocultura@comune.vicenza.it.

 

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La storia della Festa di San Martino e le tradizioni popolari di un’antichissima ricorrenza veneziana

Venezia, 9 novembre 2021 - Profumo di castagne arrostite e di vino nuovo, mestoli di legno che battono sui coperchi di alluminio di sgarrupate pentole, o di barattoli che fungono da tamburi. Le vetrine delle pasticcerie e dei migliori panifici veneziani espongono coloratissimi i dolci di San Martino: biscotti di pasta frolla, di diverse dimensioni, a forma del Santo, su un cavallo e con la spada in mano, decorati con la glassa, caramelle, soldi di cioccolato e le tipiche palline argentee chiamate “spaccadenti”. E gruppi di bambini che, con una corona di carta in testa, girano per le calli veneziane intonando a squarcia gola la filastrocca di San Martino. A Venezia, l’11 novembre si festeggia così, con calli invase dal chiasso e dalle festanti voci dei bambini che, in cambio della canzone, chiedono ai negozianti qualche caramella o un soldino.

A Venezia l’usanza di celebrare il Santo è legata alla presenza della chiesa dedicata proprio a San Martino di Tours, nel sestiere di Castello, a pochi passi dall’Arsenale. Ancora oggi non si conosce con precisione in quale epoca venne fondata la chiesa: alcuni ritengono che sia risalente all’VIII secolo, per mano di colonie longobarde o famiglie ferraresi, scappate dal paese natio. Secondo la tradizione invece, sembra sia risalente ai secoli VI e VII. Di sicuro si sa che la devozione al Santo patrono trova origine nel fatto che la chiesa custodiva alcune reliquie del cavaliere convertito, fra cui un pezzo di tunica, una falange e una tibia. Quest’ultima venne poi ceduta alla Scuola Grande di San Giovanni evangelista in cambio di una somma di denaro che serviva per il restauro della chiesa con l’obbligo, però, di riportare ogni 11 novembre la reliquia con una lunga processione che attraversava Venezia, dalla Scuola di San Giovanni alla chiesa di San Martino. Il Santo è presente anche in alcuni elementi esterni della chiesa: nella sommità del timpano, all’estremità, si trovano le statue di San Martino Vescovo e di San Martino Papa, mentre sulla destra c’è un bassorilievo del XV secolo raffigurante San Martino che dona il mantello al povero.

Festeggiare San Martino è legato a una antica leggenda che vede come protagonista un cavaliere, Martino di Tours, convertitosi al cristianesimo. In un giorno di novembre, freddo e piovoso, Martino trovò lungo la strada un pover’uomo, coperto di stracci e tremante per il freddo. Non avendo denaro con sé e non sapendo come aiutarlo, Martino tagliò a metà il suo mantello e lo donò al mendicante affinché si scaldasse. Dopo questo caritatevole gesto il cielo si rischiarò, smise di piovere ed uscì il sole, scaldando l’aria come se fosse estate. Da qui deriva anche il nome “estate di San Martino”, che connota le belle e calde giornate di sole di novembre. Martino quella stessa notte fece un sogno e riconobbe Gesù nel mendicante; al risveglio ritrovò il mantello integro. Martino morì l’8 novembre del 397 e il suo funerale si celebrò l’11 novembre, data che segna simbolicamente la metà del percorso interiore che accompagna ogni cristiano al Natale, mentre nella tradizione regionale italiana la ricorrenza si trasforma in una festa popolare.

E così nella città di Venezia, e da qualche anno anche in tutti restanti territori della provincia, è di uso popolare preparare il dolce di San Martino, che è stato inventato proprio dai fornai veneziani e che non manca mai nelle tavole dei residenti. In passato la forma del biscotto era di dimensioni ridotte, con una pasta frolla più croccante rispetto a quella odierna e con uno strato di cioccolato; oggi invece ha una pasta frolla molto friabile e arricchita da tante decorazioni: della ghiaccia reale ai cioccolatini, dai confetti colorati alle caramelle di ogni consistenza e colore.

Diversamente dal centro storico e dalle isole, in molte frazioni del Comune di Venezia si festeggia San Martino ricordando il cosiddetto "capodanno contadino" consumando per le strade castagne e vino, in un periodo di fine raccolto e di riposo dal faticoso lavoro della terra. Nel mondo agricolo, infatti, la festività di San Martino è legata alla tradizione, in questo periodo, di spillatura dalle botti il nuovo vino dell’annata. Da qui il detto “A San Martino ogni mosto diventa vino”.

 

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Noale festeggia i 1600 anni della Serenissima con la mostra fotografica “Mastro Venezia”

Venezia, 8 novembre 2021 – Dietro le quinte di botteghe e laboratori per un viaggio fotografico alla scoperta dei mestieri di Venezia. Anche Noale festeggia il compleanno di Venezia, fondata 1600 fa, e lo fa attraverso la mostra “Mastro Venezia”, un viaggio dei fotografi Fabio Marcato e Roberto Zanetti alla riscoperta di antichi mondi e affascinanti mestieri del centro storico e delle isole. 

Mani, strumenti di lavoro, luoghi e opere ritratti in primo piano, in bianco e nero, per dare il senso di un fascino senza tempo ai tanti artigiani che hanno reso grande Venezia. Marcato e Zanetti hanno ritratto gli artigiani veneziani al lavoro cercando di coglierne l’essenza, ma facendosi anche raccontare le loro difficoltà nel portare avanti ciascuno la propria arte, che spesso fa i conti con il ricambio generazionale. Un viaggio fotografico che si traduce, quindi, anche in un’esperienza di conoscenza reciproca e di riscoperta del territorio e delle sue potenzialità.

Maestri vetrai, costruttori di marionette, remeri, sarti, tessitori, ma anche pescatori e merlettaie: dalle foto emergono volti professioni che, ogni giorno, danno vita a qualcosa di unico, continuando le tradizioni veneziane più radicate e diffuse.

La mostra si inaugura sabato 13 novembre alle 18 nel Palazzo della Loggia (Piazza Castello 55) e resterà visitabile fino al 28 novembre il venerdì e sabato dalle 17 alle 19 e la domenica dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

 

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Venezia alla conquista del mondo con le perle di vetro, oggetto di culto e scambio per secoli

Venezia, 5 novembre 2021 – Belle, colorate, amate, ricercate, al collo di donne al mercato e di uomini come indicatore di censo o di casta, presenti nei santuari vudu e nelle sepolture, usate in cerimonie tribali, di iniziazione e religiose, collezionate e catalogate. Sono le perle di vetro, oggetto di scambio e di culto da millenni, oggi, preziosi monili da indossare in ogni occasione. Scambiate con oro, avorio, schiavi. E con un pugno di perle, nel 1626 pare che l’olandese Peter Minuit abbia comprato dagli indiani quella che oggi è conosciuta come l’isola di Manhattan. Una storia che si perde nella notte dei tempi, quella della perle, e che Augusto Panini, considerato massimo esperto del settore, ha ricostruito sul campo, per curiosità e passione. La sua collezione è composta per la maggior parte da “trade beads”, perle da commercio, preziose testimonianze di contatti commerciali, religiosi e culturali dell’Africa Occidentale con Egitto, Siria, Persia, India, Olanda, Inghilterra,  Francia e quindi Venezia dall’VIII al XX secolo.

“Ad un certo punto della mia carriera d’imprenditore tessile, alla fine degli anni 70, mi sono trovato in Nigeria e Benin a vendere foulards di poliestere per le comunità afro-islamiche – racconta – Un mercato difficile, ma con enormi potenzialità e in grande espansione. Rimasi da subito affascinato dall’ambiente di quei luoghi che da poco avevano ottenuto la loro indipendenza e a fatica stavano riconquistando la loro identità post-coloniale. La Nigeria a quel tempo era ricchissima grazie all’estrazione off-shore del petrolio ma il piccolo stato del Benin, per contro, poteva contare solo sul commercio: paese affascinante e legato alle tradizioni tribali, il vudu era ed è ancora oggi la religione di stato, i piccoli villaggi del nord vivevano realtà medioevali in cui l’alternarsi delle stagioni regolava il flusso dei pastori e dei pescatori nomadi e dove i sovrani locali gestivano piccoli reami indipendenti. Questo mondo mi stregò e scoprii che da oltre dieci secoli commerciava con la costa del Mediterraneo e il Medioriente e tra le merci che maggiormente venivano importate c’erano le perle di vetro che fino al XV secolo furono prodotte in Egitto e vicino Oriente e successivamente a Venezia”.

È così che Panini iniziò a raccogliere le perle di vetro nei mercati e nei villaggi, ad avviare un minuzioso lavoro di catalogazione cercando di dare loro una provenienza e una storia. Nel corso delle ricerche in aree sahariane e sub sahariane, spesso trovava perle in pietra e conchiglia che risalivano al periodo del Sahara umido, tra l’8.000 e il 2.500  a.C. L’uso di oggetti sferici forati da infilare in fili di rafia intrecciata o di pelle risale, quindi, al neolitico.

“Intorno al III millennio a.C., in Egitto, fusioni incomplete di sabbie silicee miste a minerali colorati servivano a produrre piccole perle colorate o a ricoprire perle in steatite incolori per dar loro lucentezza e colore – spiega – i Fenici furono sicuramente i primi grandi mercanti di vasetti, come lacrimatoi e porta profumi, e perle di vetro lungo tutto il periplo del Mediterraneo, seguiti dai romani che fecero conoscere le perle di vetro prodotte ad Alessandria d’Egitto e Tiro in tutte le provincie del loro impero, dalla Britannia alla Dacia”.

Anche i califfati arabi furono grandi produttori di perle di vetro dall’VIII al XV secolo, che esportarono in Africa Occidentale oltre il Sahara negli imperi del Mali e con le quali pagavano oro, avorio, legni pregiati e schiavi, e in Persia e Afghanistan lungo la via della seta comperando merci pregiate come l’ambra baltica, manufatti in ottone, tessuti preziosi e perle in pietre dure indiane. La scoperta dell’America aprì nuovi mercati alle merci europee e le perle di vetro si rivelarono una merce gradita sin dai primi anni della penetrazione nel nuovo mondo. Hernan Cortés portò alla corte di Montezuma, come omaggio al sovrano, una collana di perle di vetro Rosetta e la stessa perla figura un secolo dopo nell’elenco delle merci che vengono cedute dal governatore olandese Peter Minuit agli indiani Lenape per l’acquisto di Manhattan, per il corrispettivo di 60 fiorini olandesi. Successivamente, i mercanti di pelle di castoro trovarono molto conveniente pagare i pellerossa del nord America con perle di vetro di Venezia che usavano per ornare i loro copricapo e i pettorali, fino ad allora ricamati con perline di conchiglie bianche e grigie. Questo fatto cambiò radicalmente il costume degli indiani d’America che, grazie ai colori vivaci delle conterie veneziane, divennero policromi, così come accadde in Kenia e Sud Africa presso i Samburu, i Masai e gli Zulu.

Perle a lume, a mosaico, soffiate, sommerse, a occhi, a spirale, a bandiera, monocrome, piumate, puntinate, sinusoidali, a pettine, incamiciate, figurate, a inserzioni di murrine o ancora le celebri conterie, le margherite e le millefiori: un universo di colori e tecniche concentrato a volte i soli pochi millimetri per un oggetto di decoro e bellezza con il quale anche Venezia, nei suoi 1600 anni di storia, ha conquistato il mondo. La Repubblica Serenissima, ma soprattutto Murano, beneficiarono di almeno trecento anni di fiorente commercio transoceanico e le perle di vetro trovarono acquirenti nelle Americhe, in Africa, in Medio Oriente e India. “Grazie alla fantasia e alla capacità dei maestri vetrai veneziani che seppero interpretare le esigenze delle varie etnie, replicando antichi archetipi richiesti, ma soprattutto proponendo con successo modelli esclusivi veneziani, le perle di vetro di Murano divennero le più ricercate e preziose, indossate, tesaurizzate e tramandate da generazione a generazione – sottolinea Panini – In Ghana ancora oggi è possibile incontrare in occasioni formali presso ambasciate o luoghi istituzionali notabili di alto rango portare al collo antiche collane di vetro veneziane in segno distintivo del proprio lignaggio”.

E se fino all’inizio del secolo scorso Murano contava fabbriche di perle di vetro con oltre mille dipendenti con un indotto di almeno diecimila donne addette alla decorazione e all’infilatura delle perle e delle conterie, oggi la produzione è notevolmente diminuita; tuttavia, la perla di pregio viene proposta come elemento decorativo in borse, scarpe e accessori per capelli e molti stilisti di fama mondiale le usano spesso in collane d’oro preziose ridando al vetro la sua valenza di materiale prezioso, come lo è stato per secoli.

 

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Crema festeggia il compleanno di Venezia riportando in scena una storica opera di Bellini scritta per La Fenice

Venezia 4 novembre 2021 - La storia di Romeo e Giulietta diventa protagonista di un omaggio che la città di Crema sceglie di fare a Venezia nell’anno in cui compie l’anniversario dei 1600 anni dalla sua fondazione.

Domenica 7 novembre alle 16.30, nella suggestiva Sala Pietro Da Cemmo del Complesso di Sant’Agostino, sede del Museo Civico Cremasco, andrà in scena I Capuleti e i Montecchila sesta opera teatrale di Vincenzo Bellini riproposta nell'ambito della settima edizione del Festival "Lirica in Circolo".

Tratta dall’omonima novella di Matteo Bandello, che ispirerà anche Shakespeare per il suo Romeo e Giulietta, l’opera in due atti, scritta da Vincenzo Bellini appositamente per il Teatro La Fenice di Venezia, debutterà sul palcoscenico cremasco per far rivivere le atmosfere romantiche, e allo stesso tempo drammatiche, di una delle storie d’amore più appassionanti della storia della letteratura. Andata in scena per la prima volta sul palcoscenico del teatro veneziano l’11 marzo 1830, quest’opera, composta da Bellini in poco più di un mese, tra la fine di gennaio ed i primi di marzo dello stesso anno, vede nei ruoli dei due protagonisti due voci femminili affidando a un mezzosoprano en travesti la parte di Romeo al fine di ricreare una rappresentazione più veritiera dell’amore adolescenziale. A Crema, l’opera di Bellini verrà riproposta in chiave moderna nella sua versione con accompagnamento al pianoforte affidato al Maestro Enrico Tansini e avrà la direzione musicale del Maestro Fabrizio Tallachini.

I Capuleti e i Montecchi vedrà il debutto assoluto di cinque telentuosi giovani artisti, ben noti al pubblico del Festival "Lirica in Circolo": la cremasca Eleonora Filipponi nel ruolo en travesti di Romeo, affiancata da Erica Realino (Giulietta), Cristiano Amici (Tebaldo), Lorenzo Barbieri (Lorenzo) e Emil Abdullaiev (Cappellio). La regia e la scenografia della rappresentazione saranno firmate, invece, da Giordano Formenti mentre i costumi creati da Serena Rizzo.

La prevendita dei biglietti è aperta sia presso il sito del Festival (www.liricaincircolo.it) sia presso il Mondadori Store di Crema, in via Mazzini 48, al costo di 25 euro (posto unico non numerato).

L’accesso alla sala sarà condizionato all'esibizione del Green Pass.

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4 novembre 1966: 55 anni fa l’alluvione che devastò Venezia raggiungendo i 194 cm sul medio mare

Venezia, 4 novembre 2021 – Sono passati 55 anni ma il ricordo è ancora intatto e la ferita sempre aperta. Il 4 novembre del 1966 Venezia fu quasi completamente sommersa dall’acqua del mare Adriatico in tempesta. Una giornata che registrò una condizione meteorologica eccezionale tale da provocare immensi danni civili e idrogeologici in mezza Italia, dalla devastazione delle montagne all’esondazione dell’Arno a Firenze. Fu un’acqua talmente alta che non si ha memoria di un episodio in precedenza di simili dimensioni: 194 centimetri sul livello medio del mare, una quota sfiorata solo il 12 novembre del 2019 con 187 cm, un’altra giornata che resta impressa nella memoria dei veneziani, quando per soli 7 centimetri non si replicò il 1966.  

Scirocco fortissimo e persistente, il centro storico iniziò ad essere invaso già alle 22 del 3 novembre: secondo le regole astronomiche, alle 5 del mattino successivo la marea avrebbe dovuto ritirarsi, per ritornare ad alzarsi sei ore dopo. Ma così non avvenne. La laguna non riuscì a scaricare l’acqua, che calò solo di pochi centimetri; Venezia e le isole rimasero allagate e verso mezzogiorno la marea si gonfiò ulteriormente. Saltarono i telefoni, la luce elettrica, il gas nelle case. Gli stivali a cui i veneziani sono abituati non bastavano più, non si poteva transitare e i piani terra sparirono sotto le acque gelide del mare e della laguna.

A quel punto Venezia, di nuovo sei ore dopo, alle 18, dovette affrontare la prova decisiva: ancora una volta, invece che calare, sconvolgendo ogni regola e tradizione la marea riprese a salire. Nel buio più totale, nel silenzio più assordante interrotto solo dal rumore della mareggiata, Venezia e le isole vennero devastate. L’isola di Sant’Erasmo, di fronte alla bocca di porto del Lido, scomparì sotto ondate alte fino a 4 metri, stessa sorte toccò alle isole di Murano, Burano e Torcello, mentre al Lido e Pellestrina i danni furono ancora maggiori con la distruzione dei Murazzi, l’imponente diga in pietra d’Istria progettata nel 1716 per difendere gli argini della laguna dall’erosione del mare, il cui crollò contribuì all’allagamento del centro storico.  

Un equilibrio durato 1600 anni fu interrotto in quel momento, nella disperazione degli abitanti, incapaci di affrontare qualcosa di più grande di loro.    

Dopo 24 ore di dominio, fu solo verso le 21 che, ormai contro ogni attesa, le acque iniziarono a ritirarsi. Così come era salita, la marea se ne usciva dalla città, lasciando dietro di sé solo devastazione e sporco.

 

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La storia di Dolo, da borgo rurale della terraferma veneziana a centro economico e culturale ai tempi della Serenissima

Venezia, 3 novembre 2021 – A pochi chilometri da Venezia, lungo la riva del naviglio del Brenta, sorge il piccolo borgo di Dolo. Si tratta di un gioiello dell’entroterra veneziano il cui legame con la Serenissima ha radici antiche e ancora evidenti nei suoi palazzi, nelle chiese e tra le strade della città che testimoniano, ancora oggi, il dominio di una potenza che quest’anno compie 1600 anni dalla sua nascita.

Basta passeggiare tra le strade di Dolo per notarlo, alzare lo sguardo sulla facciata del Duomo di San Rocco per vedere, tra il marmo bianco e le colonne della chiesa, lo stesso volto di San Giorgio Maggiore a Venezia e scovare, guardando un po’ più in là, un campanile che ricorda, nell’aspetto e nei colori, “El Paron de Casa” di Piazza San Marco. Si può ritrovare Venezia nelle strade di Dolo anche ascoltando il suono dello scorrere dell’acqua sulle pale del mulino cittadino e percepire quello stesso sciabordio dei canali veneziani al passare delle gondole o buttando l’occhio sullo storico squero della città, unico di tutta la riviera del Brenta, che riporta, anche solo con l’immaginazione, al lavoro dei maestri d’ascia nella città lagunare.

È il XVI secolo quando avviene il primo contatto tra Dolo e Venezia, due luoghi poco distanti geograficamente ma, fino ad allora, ancora lontani nei rapporti. A creare una connessione tra la città lagunare e questo piccolo paese dell’entroterra veneto fu una decisione presa proprio nel 1500 dal governo veneziano. In quell’anno, infatti, Venezia sceglie di riqualificare parte della sua terraferma per trasformarla in una tappa alternativa ai traffici del Mediterraneo che, dopo la scoperta dell’America e lo sviluppo del commercio oltreoceano, iniziavano a diminuire.

«È proprio dalla vendita improvvisa di terreni della terraferma alla nobiltà veneziana - racconta Elisabetta Vulcano, fondatrice del Centro Studi Riviera del Brenta - che nasce lo sviluppo dell’allevamento e della coltivazione nelle terre delle ville della riviera del Brenta che, a distanza di due secoli, diventeranno esempi di fasto ed eleganza nonché sedi dei soggiorni dei nobili veneziani in terraferma, trasformando, così, un luogo ancora sconosciuto nel salotto buono della riviera»

Il legame tra Dolo e Venezia è sancito anche da un altro elemento: il fiume Brenta. Questo corso d’acqua, considerato dai veneziani un proseguimento immaginario del Canal Grande fu l’espediente per un repentino sviluppo commerciale, economico e mondano della città. Il naviglio del Brenta, presente ancora oggi a Dolo, divideva la città in due poli distinti. Da un lato il polo sociale delimitato dal Caffè Commercio, primo luogo pubblico della città sorto sull’esempio dei tipici caffè veneziani e dall’altro il polo economico costituito dalla presenza del mulino monumentale, cuore pulsante dell’attività economica cittadina, uno squero nel quale venivano riparati burchi e burchielli e impermeabilizzati i fondali delle imbarcazioni e le storiche chiuse per il trasporto di merci e persone in città.

Queste ultime rappresentano una grande rivoluzione della riviera del Brenta. Nate su progetto di Leonardo da Vinci, le ovali chiuse vinciane erano istituite in quattro luoghi della terraferma veneziana: Dolo, Mira, Stra e Moranzani e assicuravano una corretta navigazione da e verso la città lagunare, appianando il dislivello di 12 metri presente tra Padova e Venezia.

«In passato, però, attraversare una chiusa con un burchiello non era certo un processo veloce come ce lo possiamo immaginare oggi - spiega Elisabetta Vulcano - chi passava, infatti, doveva aspettare delle ore tra le chiuse prima di poter continuare la navigazione lungo il fiume e per questo motivo, Intorno a questi sistemi idraulici, si svilupparono delle piccole piazze commerciali, dove i mercanti ingannavano l’attesa giocando una partita a dadi, comprando delle merci nei banchetti allestiti lungo la riva o semplicemente bevendo un puncio della barcarola al Caffè Commercio, come testimoniano alcune tra le opere di Giambattista Cimaroli e Francesco Costa»

In ogni angolo di Dolo, da quello più nascosto, come la calle dei Calafati, a quello più imponente e maestoso, come il luogo che ospita il piccolo “paron de casa”, ritroviamo la storia, la cultura e il sapere veneziano che, in poco tempo, riuscì a trasformare un piccolo paese della riviera del Brenta in uno dei centri culturali, sociali ed economici più importanti ai tempi della Serenissima.

 

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