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Museo di Torcello, una storia lunga 133 anni

Venezia, 13 maggio 2022 – Nasce da una visione del primo prefetto di Venezia Luigi Torelli e sabato festeggia 133 anni. Il Museo di Torcello, ufficialmente fondato nel 1889, celebra sabato 14 maggio la sua nascita in coincidenza con la “Notte Europea dei Musei” e per l’occasione aprirà gratuitamente le sale espositive a tutti i visitatori prolungando l’orario di apertura fino alle 20.

Gestito dal 1872 dalla Provincia di Venezia oggi Città Metropolitana, grazie a una selezionata esposizione di reperti raccolti con amore da Torelli e dal primo direttore, Nicolò Battaglini, il museo raccoglie la storia di un’isola che un tempo, dal primo secolo dopo Cristo, è stata punto di approdo e di scambio commerciale tra il mare e l’entroterra, ombelico della laguna nord e primo scalo per la città di Altino. Oggi isola minore, Torcello è abitata da meno di dieci residenti ma ha un elevato numero di visitatori che ne apprezzano la tranquillità e seguono le tracce di un glorioso passato, per secoli luogo florido e dedito al commercio ancora prima di Rialto e di Venezia.

Il Museo ne è una importante testimonianza: nato nel 1870 in quello che un tempo era il Palazzo del Consiglio con l'intento di salvare dalla dispersione un patrimonio artistico, e ampliato nel 1887 con l’acquisto e il restauro del Palazzo dell’Archivio, fu ufficialmente inaugurato il 14 maggio 1889. Nei due palazzi storici, le cui collezioni sono suddivise tra medievale e moderna ed archeologica, trovano posto reperti ritrovati a Torcello, nella laguna e nella vicina terraferma prossima ad Altino oltre ad oggetti che Battaglini riuscì a recuperare dai contadini e dagli antiquari e quelli rinvenuti grazie alle basse maree. Bronzetti, amuleti, suppellettili da mensa, fibule, anelli, materiali lapidei, frammenti architettonici, una acquasantiera del VI secolo, la Pala d’Altare in argento dorato del XIII secolo, proveniente dalla Basilica di Torcello, raro esempio superstite di un arredo ecclesiastico diffuso in area lagunare. E ancora, sculture lignee di area lagunare, icone bizantine e sculture lignee, dipinti su tavola di soggetto sacro e frammenti di ceramiche.

Una vita sociale e produttiva di cui il prefetto Torelli voleva dare testimonianza per salvare la memoria storica di ciò che era stato, salvando dall’oblio e dal degrado centinaia di manufatti che rischiavano di andare perduti per sempre.

Ma oltre al museo, punto focale dell'isola è la Basilica di Santa Maria Assunta che è un inestimabile gioiello di arte musiva e la cui imponenza è il segno di quanto Torcello fosse un punto nevralgico, ma anche sede episcopale per secoli, il cui declino e progressivo abbandono iniziò nel XV secolo soprattutto a causa dell’interramento dei fiumi, in modo particolare del Sile, che ridusse Torcello e le isole limitrofe a terreni paludosi.

La Basilica come appare oggi è frutto di rimaneggiamenti e ha la sua originaria fondazione nel sesto secolo, come testimoniato da una lapide frammentaria rinvenuta alla fine del 1800.

Accanto, sorge la chiesa di Santa Fosca e dietro, solitario, il campanile, punto di riferimento della laguna nord, dalla cui salita si può comprendere la complessità e la bellezza disarmante della laguna.

Alla Scuola Navale Militare “Francesco Morosini” di Venezia si celebra il 60° anniversario dell’istituzione

Venezia, 5 maggio 2022 – “Il nostro destino è stato e sempre sarà sul mare”. Queste le parole dell’antico motto della Scuola Navale Militare “Francesco Morosini”, nata sessant’anni fa nell’angolo sud-orientale dell'isola di Sant’Elena, ultimo lembo della “coda di pesce” di Venezia. Un istituto paritario di formazione di secondo grado che, con la sua pluriennale attività formativa, ha educato molte generazioni di giovani, indirizzandoli ad intraprendere prestigiose carriere dirigenziali in campo militare e civile, contribuendo a diffondere i più alti valori del Paese e a rappresentare la città a livello locale e nazionale. Sabato 7 maggio 2022 in Piazza San Marco a Venezia, alle ore 10.30, avrà luogo la celebrazione del 60° anniversario dell'istituzione della Scuola Navale Militare, con il Giuramento Solenne di 168 allievi.

Il legame che unisce la Serenissima al mare, si sa, è da sempre molto forte. Lo si nota nell’usanza delle regate con diversi tipi di imbarcazioni e in tradizioni popolari come il rito dello Sposalizio del Mare durante la Festa della Sensa, celebrata nel giorno dell'Ascensione. Ma lo si ritrova anche nei mestieri dell’artigianato locale e nel prestigio di cui gode la flotta dislocata nello Stato da Mar, che per secoli è stata la principale forza armata della Repubblica. Tuttavia, nella storia di Venezia non sono mai esistiti istituti di formazione marinaresca assimilabili all’attuale Scuola Navale. Perché all’epoca quello del marinaio era un mestiere che si imparava con la pratica, direttamente a bordo della nave.

Con la caduta della Serenissima, Venezia sente la necessità di istituire i primi istituti di formazione marinaresca, come la Regia Scuola Macchinisti, poi Regia Scuola Meccanici, collocata all’interno del comprensorio dell’Arsenale. È in questo contesto che si inserisce il Collegio Navale, successivamente conosciuto come Scuola Navale Militare “Francesco Morosini”.

Affacciato sulla laguna veneziana, con lo sguardo rivolto a est verso il Lido di Venezia e a sud verso il bacino San Marco, l’istituto raccoglie quindi un’eredità marittima importante, e ancora oggi mantiene vivo il millenario legame che la città ha con il mare. Si narra infatti che la prima pietra della struttura originaria dell’edificio, progettato nel 1936 dagli architetti Francesco Mansutti e Gino Miozzo, sia stata tratta dall’Arsenale di Venezia, cuore dell’industria navale veneziana a partire dal XII secolo e legato al periodo più florido della vita della Serenissima. Tale gesto simbolico è tutt’ora visibile sulla facciata dell’ingresso della Scuola.

Anche il personaggio a cui è dedicata la Scuola è significativo. Nell’intitolazione della Scuola si è scelto di omaggiare il leggendario Francesco Morosini, Ammiraglio e stratega della Serenissima nonché 108° doge della Repubblica, che nel Seicento si distinse per le sue imprese contro l’Impero Ottomano durante la guerra di Candia. In sua memoria, è esposto nell’ingresso della struttura un busto del famoso condottiero.

Nata nell’ottobre 1961 con lo scopo di suscitare nei giovani l’interesse alla vita sul mare, orientandoli verso le attività ad esso connesse, la Scuola Navale è oggi una scuola paritaria di secondo grado, che accoglie giovani provenienti da tutta l’Italia, dove si svolgono gli ultimi tre anni del liceo scientifico e classico, secondo le direttive e i programmi ministeriali. Oltre alla didattica, gli allievi si cimentano in varie discipline sportive e marinaresche, come vela, canottaggio, nuoto e voga veneta.

Sabato 7 maggio 2022 alle ore 10.30, in Piazza San Marco si celebrerà il sessantesimo anniversario di attività dell’istituto, ricorrenza posticipata lo scorso anno a causa delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19. Per l’occasione avrà luogo il Giuramento Solenne di 168 allievi dei 3 corsi della Scuola Navale – corso “Astraios”, corso “Centaurus” e Corso “Meithras” – alla presenza delle più alte cariche Istituzionali civili e militari. Ad impreziosire la cerimonia, la Banda Musicale della Marina Militare, la Compagnia d’Onore della Brigata Marina San Marco, il Plotone di Alta Rappresentanza della Marina Militare (Silent Drill) e una Compagnia in Rappresentanza degli Allievi degli altri Istituti di Formazione della Marina, mentre nel bacino antistante Piazza San Marco sarà ormeggiato il cacciatorpediniere “Luigi Durand de la Penne”.

Viaggio alla scoperta delle scuole di Venezia tra cultura, istruzione e personaggi che hanno lasciato il segno in una città senza tempo

Venezia, 5 maggio 2022 - La storia di Venezia incrocia ogni giorno la vita di migliaia di studenti. Sono gli alunni e le alunne che frequentano gli edifici sede di scuole elementari, medie e superiori della città. Un incrocio tra bellezza, arte, affreschi, sculture che spesso nasconde storie lontane, di personaggi celebri o meno conosciuti, capaci di scatenare la curiosità di coloro che queste scuole attualmente le frequenta giornalmente, circondati dalle stesse pareti all’interno di antiche stanze diventate aule. Si tratta di storie che viaggiano in parallelo, nello spazio e nel tempo. Ad incrociarsi, infatti, sono proprio le storie degli antichi palazzi divenuti scuole, delle famiglie e dei personaggi che li abitarono e dei giovani che tutt’oggi, a 1600 anni dalla fondazione della città di Venezia, continuano a frequentarli.

Le scuole si suddividono tra primarie e secondarie di Io e IIo grado e gli istituti veneziani sono molteplici. All’interno del territorio veneziano, tra insulare e peninsulare, le scuole elementari sono 53, le scuole medie sono 31, e le scuole superiori sono 42.

Alcune tra le più conosciute scuole elementari del territorio insulare, sono la scuola primaria Giustina Renier Michiel, parte dell’Istituto Comprensivo Dante Alighieri. L’istituto è intitolato ad una grande figura femminile dell’epoca, una scrittrice italiana appartenente ad una potente famiglia veneziana che si dedicò molto alle arti, alle scienze e alla frequentazione del salotto letterario in Corte Contarina a San Moisè. Tra le primarie troviamo, poi, la Scuola Primaria Statale Bernardo Canal. In questo caso spicca il nome di un personaggio storico maschile, quello di un patriota italiano conosciuto come uno dei “Martiri di Belfiore”. Fu studioso di giurisprudenza e lettere, nonché fondatore del periodico “San Marco” durante il governo repubblicano degli anni 1848-49 e appartenente alla nota famiglia patrizia dei Canal. Ciò che lo rese famoso fu la sua iniziale rinuncia all’aristocrazia e alla sua successiva presa di posizione a favore dei moti anti-austriaci del 1848 a Venezia. Prese parte al comitato veneziano con l’obiettivo di diffondere le cartelle del prestito mazziniano ed entrò nella congiura di Tazzoli. Infine, fu rinchiuso e condannato a morte il 7 dicembre 1852 a Mantova insieme agli altri “Martiri di Belfiore”. La scuola elementare Giacinto Gallina, invece, ci riporta al sestiere di Cannaregio. Questo personaggio fu un commediografo italiano ed erede goldoniano. Tramite il padre, ebbe il primo contatto con il mondo del teatro mentre frequentava il collegio “Cestari”, poi il liceo Marco Polo ed infine passando al Foscarini. Il momento più importante fu quando entrò a far parte dell’orchestra del Teatro Malibran come violoncellista. A sedici anni inizia ad ampliarsi il suo interesse vero il teatro che lo portò a sperimentare la scrittura prima di tragedie e poi di commedie, oggetto di innumerevoli critiche. Per riscattarsi, cambiò genere teatrale lanciandosi nella stesura di un’opera di ispirazione goldoniana interamente in dialetto. Intitolata “Le barufe di famegia", questa fu la prima vera opera di successo e considerata la più prestigiosa per cui ricevette, nel gennaio del 1872, grandi apprezzamenti. Ebbe una vita travagliata per colpa del tifo che lo colpì all’età di quarant’anni, momento in cui decise si unirsi in matrimonio con l’attrice Paolina Campsi. Poco dopo morì nella sua abitazione a Rialto. Gli elementi che hanno caratterizzato maggiormente la sua carriera artistica, oltre alla sperimentazione su più fronti teatrali, troviamo elementi storico-culturali di grande rilievo: la presentazione e la descrizione della crisi dell’aristocrazia del periodo, l’insoddisfazione della borghesia e la visione tradizionalista dei gondolieri veneziani in una Venezia post-risorgimentale in continua evoluzione.

Alcune scuole secondarie di Io grado ci permettono, invece, di continuare questo viaggio lungo le più antiche peripezie veneziane che si svolsero al loro interno, epoca dopo epoca, come nel caso della Scuola Secondaria Priuli Carminati, parte dell’Istituto Comprensivo Statale “Francesco Morosini”. Innanzitutto, Morosini fu il 108odoge della Repubblica di Venezia e veniva chiamato il “Peloponnesiaco”: fu nominato ben quattro volte Capitano generale del Mar e poi Doge. Una sua particolarità fu quella di ricevere per la prima volta un monumento in bronzo dal Senato veneziano grazie ai suoi meriti militari all’interno dell’Armeria del Consiglio dei Dieci a Palazzo Ducale. Nonostante il coraggiosissimo spirito combattivo e le innumerevoli glorie militari ottenute, rifiutò inizialmente di diventare Doge. Alla morte di Marcantonio Giustinian nel 1688, venne, però, poco dopo ugualmente eletto Doge della Repubblica di Venezia.

La famiglia Priuli che dà il nome a questa specifica sede dell’Istituto Morosini, fu una famiglia patrizia durante la Repubblica veneziana. Molte sono le ipotesi che la riguardano: a partire dall’ essere ritenuta una famiglia nobile del Regno d’Ungheria giunta a Venezia come ambasciatrice, fino ad essere semplicemente considerata una famiglia di torcellani. L’esistenza dei Priuli venne attestata per la prima volta alla fine del XI secolo, con il coinvolgimento di alcuni componenti della famiglia nelle Crociate e nelle prime imprese veneziane in Oriente. Si dice fossero membri del Maggior Consiglio dal XII secolo, dal quale poi furono esclusi. Infine, un’altra ipotesi sostiene che si fossero presi il merito per mettendosi contro la congiura di Tiepolo.

Tra le scuole secondarie di secondo grado o, più comunemente conosciute come scuole superiori, una delle più note a Venezia è il Liceo Marco Polo. Si tratta del liceo artistico-musicale dedicato a Marco Polo, viaggiatore dalle molteplici sfaccettature. Fu scrittore, ambasciatore, mercante e niente di meno che cittadino della Repubblica di Venezia. L’opera principale che scrisse fu “Il Milione”, vera e propria enciclopedia geografica nella quale ripercorre i suoi interminabili viaggi in Estremo Oriente alla fine del XIII secolo, tuttora di un valore inestimabile. Patrizio veneziano, insieme al padre Niccolò, intraprese le spedizioni più grandi e raggiunto i luoghi più lontani. Arrivò in Cina e in Asia, e descrisse per filo e per segno queste grandi esperienze. Non fu il primo europeo a raggiungere la Cina, ma fu il pioniere nel redigere un racconto così dettagliato e ad organizzare una stesura così ben pianificata dei viaggi intrapresi, ispirando così i suoi più grandi successori, tra cui Cristoforo Colombo, e rivoluzionando l’intera cartografia occidentale.

La nostra spedizione attraverso le scuole veneziane si conclude con il Liceo Statale Michelangelo Guggenheim e la storia dell’arte che circonda questo liceo. Guggenheim fu un collezionista d’arte e mercante italiano, fino a che i suoi produttivi affari lo portarono ad essere considerato il più grande antiquario attivo a Venezia nella seconda metà dell’’800. La sua vita nel mondo dell’arte iniziò a farsi strada con l’apertura di una bottega d’intaglio nel 1858 in Calle dei Fuseri, proprio accanto al suo primo negozio di Antichità nella medesima calle, in Campo San Luca. La sua attività subì un’enorme e positiva trasformazione: da negozio divenne “Stabilimento per le Arti Decorative ed Industriali”. 

Ed è così che anche questo viaggio si conclude, ma solo per il momento, perché queste scuole infinite continuano ad essere dei veri e propri “templi” eterni dell’istruzione. Con la loro interminabile storia costellata di culture, arti, incroci di generazioni tramandate di inestimabile valore, secolo dopo secolo, riescono sempre a sorprendere i curiosi di tutto il mondo e a lasciare i veneziani stessi totalmente a bocca aperta.

Forte San Felice: a Chioggia la più antica fortificazione della laguna veneziana a difesa della Serenissima

Venezia, 10 maggio 2022 – Perla della Serenissima, testimone di storia e tradizioni, Forte San Felice è il più antico tra i forti veneziani. Veglia sulla città di Chioggia dal 1385, anno della posa della prima pietra del Castello della Luppa, e nelle giornate di primavera organizzate dal Fai (Fondo per l’ambiente italiano) ha aperto le sue porte per svelare i segreti e la storia di una città che celebra i 1600 anni dalla sua mitica fondazione.

Lungo un’area di circa 33 mila metri quadrati, con una vista a 360 gradi sulla laguna e sul mare, Forte San Felice si trova su un isolotto naturale, alle porte della città, e un tempo proteggeva dagli attacchi nemici oltre ad essere un valido ostacolo alle mareggiate che continuavano ad erodere l’isola. La costruzione del Forte iniziò ufficialmente nel 1538 ad opera della Serenissima Repubblica di Venezia nel quadro del potenziamento difensivo delle bocche lagunari e di porto, delle quali Chioggia era la più meridionale e quindi la prima ad essere incrociata dalla navi che risalivano il Mare Adriatico. Forte San Felice fu ulteriormente potenziato nel XIX secolo ad opera dei francesi e degli austriaci, che rinforzarono i terrapieni, i bastioni, i parapetti, le polveriere e le cannoniere e gli conferirono l’aspetto attuale. 

La struttura del Forte, vista dall’alto, assomiglia infatti a una stella a cinque punte sul modello del Castello di Famagosta a Cipro e di altre fortificazioni veneziane. Il luogo è interessante sia dal punto di vista architettonico – con il portale in pietra d'Istria progettato da Andrea Tirali all’inizio del Settecento e i resti delle fortificazioni militari - sia dal punto di vista naturalistico. 

Oggi lo si raggiunge a piedi, costeggiando i murazzi di Chioggia, una diga progettata da Bernardino Zendrini in un disegno che comprendeva la costruzione di altri due murazzi lungo la laguna: quello del Lido e di Pellestrina. Pensati per proteggere Sottomarina, città distrutta in seguito alla guerra contro i genovesi, i murazzi di Chioggia si estendevano per più di 5 chilometri, arrivando fino a quello che oggi è il centro della città. Qui, sulle pietre della diga, si possono ancora vedere le incisioni settecentesche fatte dai costruttori veneziani dell’epoca, per segnalare la lunghezza del tratto costruito e l’anno di costruzione. 

Si trova alla fine della diga il cancello che porta all’interno del Forte San Felice, attualmente di proprietà della Marina Militare Italiana e usato come sede della Reggenza Fari. Dal portale in pietra d'Istria progettato ai depositi di munizioni fino ai bastioni a forma di stella per respingere i colpi d’artiglieria, il Forte porta i segni di varie epoche, culture e popoli che si sono susseguiti e che hanno occupato questi luoghi dopo la caduta della Repubblica Serenissima. 

Il più antico tra i Forti veneziani è oggi immerso nella natura, tra peschi in fiore e piante di liquirizia. Da quella che un tempo era la parte più alta di questa costruzione militare, usata per scorgere le navi nemiche in lontananza, oggi si può godere di una vista mozzafiato sulla laguna, lì dove acqua e cielo si confondono all’orizzonte. 

La storia di Maria Pezzé Pascolato, la veneziana che tradusse i romanzi dei grandi autori del XIX secolo e fondò la prima biblioteca italiana per ragazzi

Venezia, 11 maggio 2022 - Andersen, Ruskin, Carlyle, Thoreau, sono solo alcuni dei grandi nomi della letteratura internazionale del XIX secolo le cui opere entrarono a pieno titolo tra gli scaffali delle librerie italiane grazie a una donna, una veneziana che decise di tradurli e permettere a tutti di potersi immergere nelle loro storie. 

Si chiama Maria Pezzé Pescolato, classe 1869 e un’adolescenza vissuta tra gli agi di una famiglia alto borghese. Padre professore e mamma fondatrice della sezione veneziana della Croce Rossa, Maria cresce respirando cultura, educazione e racconti fermati nel tempo dai grandi scrittori del passato. È così che nasce la sua passione per la letteratura, i personaggi di finzione e la scrittura creativa tutti elementi che caratterizzeranno la sua vita rendendola indelebile nella memoria colletiva così come le storie scritte nei suoi amati libri.

Maria inizia la sua formazione letteraria alla scuola superiore femminile Giustinian ma la approfondirà solo con gli studi universitari in Lettere e Filosofia all’Università di Padova. Proprio qui scoverà un’altra sua grande passione, quella per le lingue straniere che sfocerà nel suo mestiere di traduttrice per cui ricevette le lodi perfino di Giosuè Carducci.  Il suo carattere deciso la porta a essere una delle poche donne dell’epoca a compiere studi regolari e il suo altruismo la avvicina fin da subito al mestiere dell’insegnamento. 

Nata e cresciuta a Venezia, Maria Pezzé Pescolato lascerà la sua amata città solo per amore, trasferendosi in provincia di Arezzo con il marito Luigi Pezzé. Quello che doveva essere un momento di serenità, però, si trasforma in tragedia a causa della morte della madre e un matrimonio infelice che la porta a scegliere di tornare tra le calli e i canali della sua Venezia. 

Sono tanti i successi professionali di Maria che ha dedicato tutta la sua vita ad accrescere la sua conoscenza per trasferirla poi agli altri influenzando le vite di quei giovani ragazzi alla ricerca del loro posto nel mondo. Tanti gli studenti a cui ha fatto da “mamma” ma un grande vuoto nella sua vita privata, quello di non aver avuto figli che ha definito una delle sue più grandi delusioni. Fu anche questo il motivo per cui Maria scelse di dedicarsi così tanto ai bambini degli altri. 

Le sue competenze educative erano talmente forti da essere riconosciute non solo a Venezia ma anche a livello nazionale. Nel 1923, infatti, fu scelta da Giovanni Gentile come membro della Commissione governativa per selezionare i libri da adottare nelle scuole elementari d’Italia affiancando personaggi del calibro di Piero Calamandrei e Giuseppe Prezzolini. 

La sua attività intellettuale a Venezia l’ha portata a essere parte di diversi luoghi culturali dall’Ateneo Veneto alla Società Dante Alighieri fino a passare per la Biennale d’arte ma Maria non tralasciò mai la sua passione per la scrittura diventando autrice di diversi romanzi per ragazzi, poetessa in dialetto veneziano e collaboratrice di diverse riviste dell’epoca come la Gazzetta di Venezia e la Nuova antologia. 

Fu proprio la passione di Maria per i libri e per i ragazzi a portarla a fondare e gestire diverse biblioteche del territorio comunale, tra cui anche quella del carcere femminile di Venezia. Ma la più grande eredità che questa donna ha lasciato alle generazioni future è stata la fondazione della prima biblioteca italiana per ragazzi creata a Venezia nel 1926.  L’idea di realizzare un luogo dove i ragazzi potessero leggere e allenare la loro immaginazione venne a Maria durante un suo viaggio in America, tra Boston e New York quando restò affascinata dalle cosiddette Children's rooms nelle biblioteche per adulti e da qui decise di crearne una tutta sua. 

Questa biblioteca si rivolgeva a un target di bambini tra i 6 e i 14 anni e mescolava il gioco all’educazione all’interno di un luogo dove tutto era fatto a misura di bambino, dai piccoli tavoli ottagonali alla presenza di numerosi giocattoli fino a passare a scaffali aperti e ordinati per età e argomento. Una vera e propria rivoluzione nel mondo educativo che venne poi adottata anche nelle altre città d’Italia. La sua prima sede era in campo San Gallo per poi spostarsi in piazza San Marco dove rimase fino al 1938, anno della chiusura.

Quello che rimane oggi della biblioteca dei ragazzi di Maria Pezzè Pascolato è un fondo di circa 634 libri dei 2000 originari, quasi tutti illustrati e ritrovati solo nel 2008 in un vecchio deposito. Il fondo, oggi è conservato nella biblioteca civica di Mestre VEZ che continua a tramandare, con cura, un pezzo di storia della letteratura per l’infanzia e il nome di una donna che, con il suo amore per la parola scritta e per i ragazzi, ha rivoluzionato il mondo dell’insegnamento e influenzato le vite di milioni di bambini a Venezia e nel resto dell’Italia.

Marietta Robusti detta “la Tintoretta”, pittrice cinquecentesca d'indiscusso talento e figlia prediletta del celebre Maestro

Venezia, 3 maggio 2022 – Vestita di un morbido abito a piegoline increspate, color grigio perla e con trasparenze rosate alla gonna e allo scollo, indossando un girocollo di perle e con i capelli biondi raccolti in treccioline. In piedi, davanti alla sua spinetta regge tra le mani un libro di musica, aperto. Con le dita sfiora i tasti, dimostrando di saper anche suonare. Questa è l’immagine che Marietta Robusti, soprannominata “la Tintoretta”, lascia ai posteri in un suo rarissimo autoritratto. Nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole dell’epoca, la pittrice d’indiscusso talento riesce a districarsi sapientemente nella Venezia della seconda metà del Cinquecento, facendosi valere in un mondo dominato prevalentemente dal genere maschile.

È infatti Marietta, figlia illegittima di Jacopo Robusti, il Tintoretto, colei che eredita le inclinazioni artistiche del padre, tanto da affermarsi più dei fratelli che, una volta prese le redini della bottega, non sanno mantenerne il prestigio. Il legame con il genitore è, fin da subito, intenso e profondo e Jacopo consolida il suo rapporto speciale con la bambina portandola in bottega e assicurandosi che impari le tecniche del mestiere. Dal canto suo, Marietta è entusiasta e, vestita in abiti maschili per riuscire ad aggirare i divieti imposti alle donne in quell’epoca, segue attentamente gli insegnamenti del Maestro.

Pian piano, una volta perfezionate le sue pennellate, la giovane artista muove i primi passi nel mondo dell’arte, collaborando con i fratelli Marco e Domenico, gli aiutanti di bottega e con il Tintoretto stesso: apprende così bene i segreti della pittura che la sua mano arriva a confondersi con quella paterna. Portata e incline a riconoscere tutto ciò che comunica bellezza, si specializza nel ritratto ed è talmente apprezzata nei circoli aristocratici veneziani, che diventa una moda posare per lei. Tuttavia, poche opere certe ci sono giunte, contrassegnate dalla firma “di m.”, perché Marietta vive un periodo in cui, in quanto donna, non le è permesso firmare i suoi quadri.

Affermata, aggraziata e talentuosa, la Tintoretta riceve numerose richieste come ritrattista da committenti di una certa importanza, tra cui l’Imperatore d’Austria Massimiliano II e il re di Spagna Filippo II, desiderosi di ospitare la pittrice veneziana nelle loro corti e di poter annoverare nella loro collezione una sua tela. Ma per non allontanarsi troppo da casa, l’artista rifiuta ogni invito, anche dietro consiglio di Jacopo, che preferisce per lei una vita più tranquilla.

Sfortunatamente, la vita di Marietta Robusti si interrompe bruscamente nel 1590: muore poco più che trentenne, lasciando un padre disperato che non si riprenderà mai completamente dal grave lutto. Entrambi sono sepolti nella chiesa della Madonna dell’Orto, nel sestiere di Cannaregio, vicino alla casa dove il Maestro visse con la famiglia per quasi tutta la sua vita.

La storia di Giovanni Miani, l’ambizioso esploratore veneziano che voleva raggiungere le sorgenti del Nilo e trascrivere la storia universale della musica

Venezia, 2 maggio 2022 - Un’indole testarda e ambiziosissima. Una curiosità sconfinata, una grande passione per la musica e un senso di inadeguatezza mai davvero superato ma senza il quale non sarebbe arrivato poi così lontano. Sono solo alcuni dei tratti della personalità complessa e affascinante di un outsider che ha segnato per sempre la storia della geografia, dell’antropologia culturale e della musica. È Giovanni Miani, il grande esploratore veneziano del XIX secolo che aveva un grande sogno, quello di scoprire le sorgenti del Nilo e arrivare dove l’uomo non era mai giunto per lasciare ai posteri la testimonianza di un mondo fino allora sconosciuto.  
 
Anche se oggi lo ricordiamo come il “leone bianco” d’Africa, la vita di Giovanni Miani inizia in Veneto, a Rovigo, cittadina dove nasce il 17 marzo 1810 sotto il segno dei pesci e dove cresce nella totale povertà economica e affettiva. Figlio illegittimo del nobile veneziano Pieralvise Bragadin e della sua governante Maddalena Miani, Giovanni viene portato a casa di alcuni parenti nella provincia veneziana dove crescerà senza conoscere libri, letteratura e cultura ma solo fame e miseria. All’età di 14 anni, però, suo padre Pieralvise, che non aveva eredi, decide di riconoscerlo e richiamarlo a Venezia ed è da questo momento che inizia una grande svolta nella vita di Giovanni.
 
Da ragazzino povero e non istruito, Giovanni, si ritrova tuffato nel mondo della nobiltà veneziana in una quotidianità fatta di cultura, arte, letteratura, tutte discipline a lui sconosciute fino all’ora ma a cui inizia ad appassionarsi al punto da farle diventare la sua unica ragione di vita. Giovanni, infatti, inizia a seguire lezioni private di musica, disegno, storia, scienze ma questa nuova vita prestigiosa non basterà a mettere a tacere la convinzione di essere ancora quel ragazzo di campagna cresciuto a “scodella e cucchiaio di legno”, come ricorda lui stesso nei suoi diari. Giovanni Miani, infatti, continua a vivere un senso di inadeguatezza e solitudine ampliato dal fatto di non poter giocare con i ragazzi della sua età o frequentare il patriarcato perché figlio illegittimo.
 
La vera vita di Giovanni Miani inizia dopo la morte di suo padre quando decide di diventare padrone del suo destino. È così che Giovanni si butta nella sua prima grande impresa, studiare musica sperimentale. Inizia a frequentare i migliori conservatori d’Europa e si mette in testa di scrivere un’opera immensa, la storia universale della musica di tutti i popoli e di tutte le nazioni dalle origini a oggi. Si tratta di un volume che doveva raccogliere un insieme di tavole realizzate dallo stesso Miani e raccontare l’evoluzione della musica nel tempo. Per vent’anni Giovanni si dedica a questo progetto che gli costa, come lui stesso ha raccontato, “il patrimonio e la gioventù” e che non riuscirà mai a portare a compimento.  Giovanni, infatti, pubblica un unico volume autofinanziandolo ma almeno ha la soddisfazione di ricevere per questo lavoro una buona recensione da parte di Gioachino Rossini.
 
Fallito il tentativo di raccontare la storia universale della musica e conscio di aver chiuso con questo mondo, quel ragazzo dall’animo ancora irrequieto trova il suo sfogo partecipando ai moti rivoluzionari spagnoli e italiani ma, il suo vero posto nel mondo Giovanni lo troverà solo in età adulta quando inizierà un’avventura che diventerà la sua unica ragione di vita. Miani, infatti, decide che il territorio inesplorato dell’Africa e, nello specifico, le sorgenti del Nilo, saranno il suo nuovo obiettivo e con la stessa dedizione con cui si è dedicato a ognuna delle sue imprese, impiega tutte le sue forze fisiche, psicologiche ed economiche per cercare di raggiungere anche questo grande scopo.
 
Studia geografia, cartografia e perfino l’arabo prima di partire. Progetta nel minimo dettaglio una spedizione che è costretto a finanziarsi da solo giocandosi tutto quello che ha. Così, il 10 maggio 1859, Giovanni Miani parte dal Cairo per risalire il Nilo affrontando secche, animali selvaggi e diversi tentativi di uccisione nei suoi confronti fino a diventare il primo uomo bianco a entrare in Uganda e arrivare vicinissimo a quelle sorgenti del Nilo che erano diventate la sua ossessione. Giovanni, infatti, è a sole 60 miglia dal suo obiettivo che, però, non riuscirà mai a raggiungere a causa di un inganno.  Il traduttore del capo tribù dove è giunto, infatti, gli farà credere che le paludi del Nilo sono impossibili da attraversare ed è così che Miani, a un passo dal suo grande sogno è costretto a tornare indietro per organizzare una nuova spedizione ma che non riuscirà mai a portare a termine. È il 1963, infatti, quando, tornato in Italia, riceve la notizia che gli esploratori inglesi Speke e Grant hanno raggiunto le sorgenti del Nilo e trovato, prima di lui, quel leggendario luogo che gli aveva rapito la mente e il cuore.
 
Qui si interrompe il grande sogno di Miani che, pur non essendo riuscito a portare a termine la sua impresa ha comunque contribuito, con i suoi tentativi, ad ampliare la conoscenza del mondo africano in Italia.
 
L’esploratore, infatti, è riuscito a portare nel suo Paese una preziosissima collezione di materiale raccolto durante i viaggi, tra cui i diari dove annotava usi e costumi delle popolazioni autoctone, strumenti musicali sconosciuti, oggetti, indumenti, calzature e animali esotici. Si tratta di una grande raccolta di reperti che lo stesso Miani decide di mostrare a tutti, facendo lui stesso un progetto di come questi oggetti dovevano essere esposti e sarà proprio lui a fondare, a Venezia, il primo museo etnografico d’Europa che oggi si chiama Museo di Storia Naturale e conserva ancora tutti gli oggetti recuperati da Miani che seguono il suo personale progetto di esposizione.
 
Miani, però, non può passare il resto della sua vita in Italia perché il cuore e la sua mente sono ancora in Africa e, ormai sessantenne, decide di tornare in Egitto dove fonda il primo giardino zoologico del continente africano raccogliendo piante e animali esotici di tutti i tipi.
 
A 61 anni Giovanni è un uomo segnato dal tempo e dalle delusioni della vita ma il suo spirito ribelle e la sua sconfinata ambizione lo portano a non volere che la sua esistenza finisca così. Senza dire niente a nessuno, infatti, parte per un’ultima missione dalla quale non tornerà più, aggregandosi a un gruppo di ricercatori d’avorio, una compagnia che si rivelerà, purtroppo, pessima. Miani continua a raccogliere esemplari di animali, uccelli e altri oggetti raggiungendo luoghi sperduti e tribù sconosciute. In questo ultimo viaggio di scoperta e consapevole del fatto che non gli resti ancora molto da vivere, Giovanni sceglie di scavarsi da solo una fossa preparandosi, con le sue stesse mani, l’esatta tomba in cui avrebbe voluto essere sepolto.
 
E sotto la pioggia battente di quei temporali africani che amava così tanto e con in bocca una pipa, Giovanni Miani muore e viene sepolto proprio nel cuore del continente che aveva dato un senso alla sua vita, seppellito insieme alla sua pipa, la sua provvista di tabacco e la sua barba da “leone bianco d‘Africa”.
 
Si spegne così la vita di un uomo ambizioso, temerario e affamato di conoscenza che ha contribuito a scrivere una delle pagine più avventurose della storia italiana e non solo.

Virginia Olper Monis: la veneziana che per prima parlò di divorzio e parità salariale tra uomo e donna

Venezia, 1 maggio 2022 - Combatteva a viso aperto per ogni diritto negato alle donne, per ogni ferita a loro inferta o promessa infranta. Intellettuale femminista, narratrice e pensatrice, Virginia Olper Monis è stata tra le figure più influenti della Venezia del XIX secolo, la prima a sostenere l’importanza di legalizzare il divorzio e la parità salariale tra uomo e donna. 

Attorniata da cultura e letteratura, Virginia è cresciuta a pane, libri e politica, sotto la guida attenta di papà Silvio, un ricco negoziante ebreo che dopo la prematura morte della moglie decise di dedicarsi completamente ai figli, alla loro istruzione e alla costruzione della loro cultura. Era ancora una bambina quando tra il retrobottega del padre e la sua vita di intellettuale nel ghetto di Venezia inizia ad osservare, ascoltare e coniare quei principi liberali e di emancipazione che diventeranno ben presto i suoi.

Passava le sue giornate tra lo studio e il confronto con gli intellettuali dell’epoca, iniziando ad esprimere con tono pacato ma fermo idee progressiste e innovative, e sviluppando un senso critico sulla condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che regnava nella società di allora, nonostante Venezia fosse sempre stata all’avanguardia per i diritti concessi alle donne. 

Attraverso le sue novelle sentimentali e i suoi racconti veneziani, la giovane scrittrice denunciava la condizione delle donne della media borghesia che non avevano avuto la fortuna di avere un padre che credesse nella cultura e nell’importanza di educare i figli, non solo maschi. Donne che avevano impegnato tutte le loro aspirazioni nell’idea di un amore felice ed eterno e che si ritrovavano poi a dover fare i conti con amori inadeguati, ricchi di incomprensioni e distanti dall’idea di romanticismo a cui aspiravano. 

È per loro che a fine ‘800 inizia a parlare di divorzio nei suoi scritti, soprattutto negli articoli che verranno pubblicati nelle prime riviste femministe come La donna e la La missione della donna. Il divorzio costituiva da un lato la possibilità̀ per i coniugi di rifarsi una vita, e dall’altro l’opportunità̀ per la donna di ritrovare la dignità̀ perduta. Andava di pari passo alla libertà di scelta sul proprio matrimonio anche il diritto di parità salariale tra uomo e donna, per cui Virginia si batteva nei suoi scritti e nei dibattiti con gli intellettuali dell’epoca. 

Dal Friuli, dove si trasferì molto giovane dopo il matrimonio con Isidoro Monis da cui ebbe due figlie, a Padova per poi tornare a Venezia, Virginia ha sempre portato con sé le sue idee e i suoi valori, aiutando concretamente la comunità istituendo biblioteche, scuole e circoli di lettura. 

Di lei si dice che “auspicò al bello, al buono, al vero” attraverso la sua cultura, il suo impegno letterario e la sua dedizione a cambiare la condizione delle donne, diventando così una delle femministe veneziane più influenti del XIX secolo. 

Rovereto in fiore per i 1600 anni di Venezia: l’edizione 2022 ricorda la dominazione della Serenissima 

Venezia, 28 aprile 2022 – Un concorso floreale come omaggio alle città che occupò queste terre per un secolo. Sabato 30 aprile e domenica 1 maggio, Rovereto celebra i 1600 anni dalla fondazione di Venezia dedicandole l’edizione 2022 del concorso internazionale di arte floreale “Rovereto in fiore”. Il centro storico della cosiddetta “Città della quercia”, nel fine settimana, vedrà sfidarsi dieci coppie di fioristi professionisti, provenienti da tutto il mondo, per dare vita a composizioni e scenografie a tema veneziano. 

Gli artisti che partecipano al concorso dovranno superare quattro prove a suon di colori e profumi: realizzare una maschera veneziana con il suo copricapo, creare un centro tavola per una cena di gala, allestire un plateatico per un aperitivo in stile veneziano e, per finire, ideare un bouquet in onore della dogaressa. 

A fare da cornice al concorso, la presenza del comico Maurizio Ferrini alias Signora Coriandoli, la coreografa e giudice internazionale di danze latino-americane Nancy Berti e il mercatino “Delizie di primavera”, con 11 aziende trentine specializzate nella vendita di prodotti locali quali miele, vino, birra, confetture, uova, farina e molto altro. 

Organizzato dal Consorzio Rovereto IN Centro in collaborazione con Affi (Associazione floricoltori e fioristi italiani), il tema del concorso è stato scelto per rievocare il dominio veneziano a Rovereto, che ha influito in maniera determinante sulla vivacità economica e culturale della città. Dal 1416 al 1509, quando la Repubblica di Venezia estese il suo dominio fino alla Valle Lagarina, Rovereto si trasformò in una ben munita piazzaforte strategica di frontiera e ancora oggi la città ne porta i segni nelle sue architetture. Con la dominazione veneziana, Rovereto perse la sua caratteristica di borgo medievale per acquisire quella di una vera città, centro economico e sempre più affollata di mercanti e industriosi artigiani locali, oltre ad assistere alla moltiplicazione di botteghe, taverne, ospizi per viandanti, chiese e conventi. Decisivo per lo sviluppo economico di Rovereto fu l’atto della Serenissima Repubblica di Venezia, nel 1417, grazie al quale la città di Rovereto poté godere dell’"esenzione dal dazio di consumo" a beneficio dell’"attività tessile". Questo lungimirante atto di politica daziaria della Serenissima incentivò da allora gli investimenti in attività artigianali ed industriali, premiando le iniziative imprenditoriali, favorendo le trasformazioni dei capitali terrieri e gli investimenti dei possidenti locali e forestieri.

Giulia Lama: la pittrice veneziana che sfidò i grandi artisti del XVIII secolo

Venezia, 27 aprile 2022 - Osò sfidare pubblicamente i grandi pittori dell’epoca esponendo le sue opere nelle chiese veneziane. Libera, ostinata, colta e di grande talento, Giulia Lama si fece strada nel mondo dell’arte con le sue tele, i suoi disegni e le sue poesie, diventando in poco tempo un’artista famosa e stimata nella città lagunare.

È nella casa di famiglia, dove trascorrerà tutta la sua vita, che Giulia capisce il significato della parola arte. Osserva, studia e impara a dipingere grazie al padre Agostino, pittore di professione, che educa la figlia tra tele e colori. Ma in quegli anni, nel mondo dell’arte a Venezia, sembra non esserci spazio per un’artista donna come Giulia, che fino ai trent’anni cerca di soffocare la sua passione per la pittura, dedicandosi al ricamo e al merletto come la maggior parte delle donne veneziane del tempo.

“Questa donna eccelle nell'arte della poesia quanto nella pittura”. Questo si dice di lei in città quando decide di dare spazio al suo talento e alla sua vera vocazione: la pittura. Definita una pittrice eccelsa per la sua capacità di trasmettere emozioni attraverso le sue opere e i suoi disegni fatti con il carboncino, Giulia è anche molto criticata per le sue rappresentazioni di nudi, di uomo e di donna, che scandalizzano la borghesia veneziana del tempo. Talento e passione la guidano in tutte le sue creazioni, che però deve proteggere dalle critiche degli artisti dell’epoca che monopolizzano la scena artistica della città lagunare.   

Schiva, spesso chiusa nel suo mondo e lontana dai salotti e dalla mondanità veneziana, Giulia scrive e dipinge senza sosta, lasciando che siano i suoi pensieri e la sua arte a parlare per lei. Non si iscrive alla Fraglia dei Pittori, anche se riceve commissioni dagli stessi mecenati che si rivolgono a quella corporazione. Uno stile pittorico unico e anticonvenzionale il suo, che rispecchia la sua anima, fatta di chiaroscuri decisi che si abbattono su corpi quasi ruvidi, scarni ed essenziali.

Ricamatrice, pittrice, filosofa, matematica e poetessa, Giulia Lama era una donna coraggiosa e indipendente, che decise di rimanere sempre fedele a sé stessa, rifiutando di scendere a compromessi per avere un posto nelle corti della nobiltà e nei salotti dell’arte. Oggi le sue opere si possono ammirare nelle chiese veneziane di San Vidal e di Santa Maria Formosa e nei musei più importanti d’Italia, come gli Uffizi, le Gallerie dell’Accademia di Venezia e il Museo del Settecento Veneziano Ca’ Rezzonico.

 

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A Palazzo Ducale la quarta edizione del Premio San Marco, un riconoscimento alle eccellenze veneziane e ai 1600 anni della Città

Venezia, 25 aprile 2022 – Dopo due anni di pandemia è tornato oggi 25 Aprile, Festa della Liberazione e del patrono di Venezia, il consueto appuntamento con il “Premio San Marco”. Giunta alla sua IV edizione l’iniziativa è stata ospitata come da tradizione nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.

La giornata è stata voluta dall’Amministrazione comunale per onorare quei cittadini o quegli Enti che, con dedizione, hanno saputo portare prestigio alla Città di Venezia e a tutto il territorio metropolitano con opere concrete nelle scienze e nelle arti, nell’industria o nell’artigianato, nel lavoro, lo sport, la scuola, la sicurezza o con iniziative di carattere sociale, assistenziale, filantropico. A questi riconoscimenti si sono aggiunti quest’anno altri speciali legati alle celebrazioni dei 1600 anni della Città a cui hanno contribuito non solo i Comuni del territorio ma anche enti, città italiane e straniere che hanno fatto parte della Serenissima Repubblica, stilisti, cantanti, artisti e un gruppo di lavoro formato da giovani studenti e laureati grazie ad una collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ad aprire la manifestazione nella Sala del Maggior Consiglio le note del Coro del Teatro La Fenice, diretto dal Maestro Alfonso Caiani, che si è esibito con l’Inno Nazionale di Mameli, seguito dai brani “Jerusalem” e “Oh Signor che dal tetto natio” tratti dall'Otello di Giuseppe Verdi. Introdotto dalla giornalista e conduttrice Simona Branchetti è seguito poi il saluto del Sindaco della Città di Venezia e della Città metropolitana Luigi Brugnaro.

“Dopo un periodo di stop dovuto alla pandemia, la ripresa del Premio San Marco rappresenta il ritorno del rapporto diretto di Venezia con la sua città, i suoi cittadini e il suo territorio – ha detto il primo cittadino - abbiamo deciso di riprendere questa manifestazione per dare un riconoscimento a coloro che, nonostante le tante difficoltà, hanno sempre lavorato per dare prestigio alla nostra Città e al nostro territorio metropolitano”.

Sono quindi iniziate le premiazioni ufficiali con i sindaci o delegati dei Comuni della Città metropolitana che hanno consegnato un riconoscimento a singoli, Enti o associazioni meritevoli di aver dato lustro alla Città con impegno quotidiano, valorizzando il territorio metropolitano e costituendo un esempio di tenacia, determinazione, generosità e preparazione.

Spazio, poi, anche alle categorie economiche, rappresentate da Confcommercio, Cna, Confartigianato, Coldiretti, Confesercenti, Confindustria e alle eccellenze dello sport che hanno visto in primo piano la squadra Reyer femminile e il Venezia Calcio.

Un riconoscimento anche agli operatori dell’Ulss 3 Serenissima e dell’Ulss 4 che si sono spesi con impegno e dedizione durante il lungo periodo pandemico, a professionisti che hanno rivitalizzato e restaurato aree strategiche di Venezia e, in ambito culturale, alla cantante Gloria Campaner e all’artista Anish Kapoor.

“Per noi il 25 aprile è una giornata speciale, si ricorda prima di tutto la resistenza e la vittoria della Libertà” - dichiara il Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro – “Non c’è Pace senza Libertà. A Venezia è anche la giornata del Santo Patrono, San Marco, e del Bocolo che ci ricorda come l’amore riempia la vita. Oggi siamo qui perché abbiamo pensato di ricordare ai nostri concittadini cos’era e cosa può diventare Venezia. Lo dobbiamo alle prossime generazioni, per immaginare un futuro di pace, sviluppo e di progresso. Come è rappresentato nella nostra bandiera, il leone ha due zampe sullo Stato da Mar e due sullo Stato da Tera, ed è ancora oggi così. Vorremmo arrivasse a tutti la nostra idea di una Venezia, dove ognuno si senta protagonista perché come dico sempre, Veneziano è chi ama Venezia. Grazie a tutte le persone premiate, a tutti sindaci e alle autorità presenti. A voi è giusto rendere omaggio, come Venezia ha sempre fatto con il merito. Da questo riconoscimento, disegniamo insieme i prossimi 1600 anni, guardando alla tecnologia, allo sviluppo e alla sostenibilità”.

 

Premi ai rappresentanti delle Forze dell’Ordine (Esercito Reggimento Lagunari Serenissima, Marina Militare, Capitaneria di Porto, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Carabinieri) impegnati quotidianamente per proteggere e servire i cittadini e a realtà di beneficenza e dell’associazionismo cittadino. Un riconoscimento è stato dato anche alla memoria di Maurizio Calligaro, recentemente scomparso, per il suo amore e instancabile impegno per la città.

La celebrazione è stata anche l’occasione per ricordare il lungo racconto, durato 12 mesi, che ha messo al centro dell’attenzione mondiale la nascita di Venezia, la sua fondazione di 1600 anni fa, il 25 marzo del 421. In questo senso, un premio speciale è stato consegnato a Red Canzian per aver realizzato il musical “Casanova opera pop”, alla redazione “Venezia 1600”, a tutti i sindaci delle città dello “Stato da Mar, Stato da Tera”, che hanno voluto partecipare alle celebrazioni della fondazione di una città, nei secoli protagonista del Paese, superando i confini del nostro territorio, oggi come allora, quando a capo della Serenissima si alternavano dogi e dogaresse. E, ancora, a Maurizio Carlin che ha presieduto il Comitato tecnico scientifico di Venezia 1600, a Patrizia Miriglianipatron del concorso Miss Italia, al generale Bruno Buratti per il suo fondamentale apporto alle celebrazioni di Venezia 1600, a Tudor Laurini in arte Klaus e, infine, all’amministratore delegato di Dolce&Gabbana, Alfonso Dolce.

“Venezia 1600, è stato un format vincente e per questo motivo abbiamo deciso di consolidarlo con un progetto di narrazione sui social che continui a raccontare anche i prossimi 1600 anni della Città, in prospettiva delle sfide future, come la candidatura a Capitale mondiale della sostenibilità – ha detto Brugnaro – Questa iniziativa è stata un punto di partenza importante per costruire la Venezia che vogliamo lasciare alle future generazioni. Luogo di tradizione e di innovazione, Venezia e tutto il suo territorio sono stati raccontati coinvolgendo lo “Stato da Mar e Stato da Tera”. Il claim “la più antica città del futuro” ci accompagna ormai quotidianamente ed è diventata la nostra mission per rendere Venezia la Città delle occasioni. Ringrazio per l’impegno e la disponibilità dimostrata i componenti del Comitato ufficiale di Indirizzo, della Commissione tecnico-scientifica e tutte le persone che, a vario titolo, hanno lavorato per creare, comunicare e promuovere le iniziative. A Palazzo Ducale ho voluto anche i Sindaci “da mar” di Rovigno, Pirano, Cherso e quelli “da tera” di Castelfranco Veneto, Vicenza, Crema e Bergamo, per omaggiarli per l’impegno dimostrato a rinsaldare il nostro legame storico, culturale e popolare”.

Attraverso il mondo dei social network, Venezia 1600 è stata capace di raggiungere chiunque, giovani e meno giovani, appassionati e non, in ogni angolo del mondo e di far scoprire aneddoti, storie, persone, luoghi.

Trecentosessantacinque giorni di approfondimenti, di eventi, conferenze, mostre, spettacoli, video, itinerari e visite guidate, eventi sportivi e incontri diffusi attraverso 362 comunicati stampa ripresi in oltre 1.400 articoli pubblicati sulla stampa italiana e oltre 50 sulla stampa estera nonché in più di 140 servizi televisivi. Un racconto che è anche approdato sulle piattaforme dei social network con profili Facebook, Instagram, Twitter e TikTok per parlare di Venezia anche alle generazioni più giovani.Quarantaquattro le rubriche, circa 4.200 i post su tutti i canali con una media di circa 10 contenuti al giorno. Su Facebook, la pagina di Venezia 1600 ha raggiunto 3 milioni di persone, con 260.000 interazioni e 11.300 follower. In 12 mesi Twitter ha registrato 3.650follower, a seguire il profilo Instagraminvece, con oltre 15.300 utenti che si sono appassionati ai 1.300 post pubblicati.

Dalla fine di novembre anche TikTok ha iniziato a narrare la nascita della città attraverso curiosità e video-racconti speciali, arrivando in pochi mesi a più di 1.840 follower con una settantina di contenuti.

362 comunicati stampa sono stati suddivisi in approfondimenti storico-culturali legati alla città e in testi legati agli eventi culturali proposti e approvati dal Comitato. L’ambiente, il territorio, l’enogastronomia, le curiosità, le storie, le donne, le invenzioni e le festività sono stati solo una parte del focus.

Una piccola antologia di frammenti che è arrivata ben oltre il nostro Paese grazie al continuo lavoro di otto giovani, neo laureati e studenti dell’Università Ca’ Foscari, che hanno tradotto i comunicati in sette lingue. Complessivamente, sono stati tradotti 618 testi: 20 in lingua araba, 33 in lingua giapponese, 42 in cinese, 140 in lingua inglese, 111 in lingua francese, 109 in lingua spagnola e 163 in lingua russa.

Alta l’attenzione sulle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia anche lontano da Venezia. Per raggiungere il pubblico cinese è stato utilizzato il canale WeChat con post in lingua sugli appuntamenti più importanti per la città. Oltre oceano ne hanno parlato la rivista americana Forbes e la Cbs news, mentre in Medio Oriente Venezia 1600 è approdata grazie a Bahrein News Agency.

Per quanto riguarda gli eventi, sono state 43 le città italiane coinvolte, 16 quelle estere. Hanno partecipato al progetto 60 enti e istituzioni italiane e 6 straniere. Le associazioni e i comitati che hanno aderito al progetto culturale sono stati 152 42 tra università e scuole. Le attività commerciali che hanno voluto partecipare sono state 25, mentre le associazioni sportive che si sono legate al progetto sono state 12.

A validare i progetti è stato un Comitato di indirizzo presieduto dal Sindaco Luigi Brugnaro, che si è appoggiato a una segreteria tecnica organizzativa e a una commissione tecnico scientifica. In totale sono arrivate 624 schede di progetto controllate da 14 riunioni della commissione che ha poi approvato 391 progetti.

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La storia di Maria Partecipazio, la veneziana che diede origine alla tradizione del bòcolo della Festa di San Marco

Venezia, 25 aprile 2022 - Il suo nome è Maria anche se, a Venezia, tutti la chiamavano Vulcana per i suoi occhi nerissimi e ardenti. La sua è una struggente e leggendaria storia d’amore che ha dato vita nei secoli alla tradizione tutta veneziana che vede i ragazzi regalare alle proprie amate un bocciolo di rosa rossa ogni 25 aprile, in occasione della Festa di San Marco.  

Se oggi questa usanza è parte integrante del costume della città dai 1600 anni di storia, tutto ebbe inizio tanti anni fa quando Vulcana, figlia del patrono veneziano Orso, si innamorò di un trovatore di nome Tancredi. La loro unione, però, non era ben vista a causa della loro differenza di casta, nobile lei e popolano lui. Vulcana non si diede per vinta e, pur di non rinunciare al suo amore, spinse Tancredi a partire per la guerra che Carlo Magno stava combattendo contro i Mori di Spagna in modo da trasformarlo in un valoroso soldato meritevole di diventare suo marito.  

Tancredi andò in guerra, si distinse per il suo valore militare e la fama delle sue imprese raggiunse subito la città lagunare al punto da farlo diventare agli occhi di Orso e dell’intera città, un uomo degno dell’unione con una donna nobile come Vulcana. 

Ma proprio quando questo amore sembrava pronto a poter essere vissuto alla luce del sole, Tancredi venne ferito a morte in una battaglia. Il ragazzo, in fin di vita, cadde su un roseto tingendolo di rosso con il suo sangue. Negli ultimi attimi della sua vita, però, decise di fare un gesto per Vulcana, un ultimo atto d’amore nei confronti di quella donna che l’aveva reso un uomo migliore. Così, in fin di vita, colse un bocciolo di rosa, lo diede al suo compagno Orlando e gli chiese di portarlo fino a Venezia e consegnarlo alla sua Vulcana come testimonianza del suo amore eterno. Orlando rispettò la promessa partendo subito per Venezia e arrivando in città proprio nel giorno della vigilia della Festa di San Marco. Il soldato andò subito da Vulcana per annunciarle la triste notizia e darle l’ultimo dono del suo amato lasciandola, però, impietrita dal dolore.  

La ragazza non riuscì mai a superare la perdita di Tancredi e la mattina dopo aver appreso la notizia fu trovata distesa sul suo letto, senza vita e con il bocciolo di rosa tinto del sangue del suo amato poggiato sul cuore. A Venezia era il giorno di San Marco.  

Da quel momento, in ricordo di Vulcana e del tragico epilogo del suo amore e della sua vita, i veneziani diedero vita alla tradizione di donare ogni anno, il 25 aprile, un bocciolo di rosa rossa alle loro amate come simbolo d’amore e fedeltà. Tutt’oggi questa tradizione è ancora viva in città.

 

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Emma Ciardi, la grande pittrice veneziana 

Venezia, 22 aprile 2022 - Meravigliosi giardini dove passeggiano figure in abiti del Settecento e canali veneziani su cui scivolano leggere delle elegantissime gondole. Questo è il modo di Emma Ciardi, vedutista veneziana che espose alla Biennale d’arte di Venezia per ben 29 anni, una donna che, oltre ad avere un grande talento, trovò a Venezia il grande palcoscenico che la portò oltre i confini nazionali.

Emma Ciardi nasce da una famiglia di lunga e consolidata tradizione artistica che appartiene al filone del vedutismo veneziano. Emma è figlia d’arte, suo padre, Guglielmo Ciardi, era, infatti, uno dei protagonisti della Scuola veneziana del vero, della quale faceva parte anche il fratello. Nel 1903 Emma debutta alla Biennale con l’opera Fra ombra e sole, riscuotendo immediatamente un grande successo. 

Riusciva a catturare l’attimo perfetto in cui la luce illuminava le sue vedute, con immediatezza e realismo, lavorando en plein air ed immortalando sulla tela le variazioni atmosferiche e i movimenti. I protagonisti dei suoi dipinti erano delle figure evanescenti, sufficientemente abbozzate da intuirne la femminilità e l’eleganza degli abiti, si aggiravano entro parchi favolosi delle Ville Venete dove era solita soggiornare prima di tradurne la loro essenza sulla tela. 

Donna dalla vita piena di successi, Emma, all’esposizione internazionale di Belle Arti di Monaco del 1905 riceve per il suo dipinto, La portantina, la medaglia d’oro. Due anni più tardi è proprio Vittorio Emanuele a comprare un’altra sua opera, La chiesa di San Marco. Seguono una serie di acquisizioni da parte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, del Museo del Luxembourg di Parigi, della Galleria d’Arte Moderna di Venezia, della Galleria Nazionale di Lima, in Perù, a testimonianza della fama mondiale dell’artista. Nel 1923 la Galleria Howard Young di New York le fece firmare un contratto di esclusiva per la vendita delle sue opere in tutti gli Stati Uniti e la stampa americana ne decretò il suo successo internazionale.

Negli ultimi anni di vita ritrova la vena creativa nella campagna trevigiana che le permette di produrre alcuni studi di paesaggio, considerati fra i suoi lavori migliori. Una donna animata dalla passione per il suo mestiere, creativa ed entusiasta che continua ad omaggiare Venezia, la città dai 1600 anni, in tutto il mondo. 

 

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La storia di Franco Puppato, il sarto veneziano che ha inventato lo stile goldoniano e veste le celebrità di tutto il mondo 

 

Il suo laboratorio si trova in Calle dei Fabbri, a due passi da campo San Luca: è lì il cuore della sartoria veneziana che veste da più di sessant’anni figure provenienti dal mondo dello spettacolo, della politica, e dell’imprenditoria, con l’eleganza e la classe che da sempre contraddistinguono i suoi abiti. 

Le sue creazioni raggiungono i Paesi dell’estremo oriente, arrivano in Cina, Corea e Giappone dove sono considerati dei veri e propri gioielli dell’alta sartoria su misura. Un legame, quello con l’Oriente, che si ritrova anche nei suoi lavori: dai ricami rosso fuoco, ai colletti orientaleggianti, fino ai motivi a forma di drago dipinti sul retro della giacca. Una carriera che ha collezionato negli anni diversi riconoscimenti, che si è aggiudicato per la sua coerenza e tenacia nell’esportare la bellezza del saper fare. Dietro ai suoi abiti c’è molto studio e una continua voglia di imparare. Dalla manica a forma di sciabola al fiocco che cinge il collo ornato da un gioiello, alle giacche dalle forme curve che ricordano i movimenti dell’acqua e i modelli realizzati in stile Goldoni: ecco i tratti caratteristici dell’estro di Franco Puppato.

Impara il mestiere a Treviso, la sua città natale, all’età di 14 anni dallo zio sarto, per poi approdare a Venezia con la voglia di mettersi in gioco e approfondire quello che non sarà solo un lavoro ma una grande passione, che lo porterà lontano, fino all’estremo oriente. 

“Sto lanciando un’idea un po' diversa e un po' nuova: lo stile Goldoni con tecnica avanzata, che sento come musica. È un modo di esprimersi attraverso il gusto e il disegno, con l’impostazione di voler fare la differenza” racconta Franco Puppato “una tecnica, la trigonometria che ho ereditato dal mio sommo maestro, Antonio Napoliello e di cui sono l’unico rappresentante. Una tecnica lungimirante che si proietta in avanti attraverso cui ci si può sempre aggiornare”. 

Il suo lavoro s’intreccia con l’abilità degli artisti locali, come Luigi Ballarin, con cui realizza pezzi unici che uniscono l’arte della sartoria ad immagini iconiche, rappresentative della cultura orientale e occidentale insieme, ma anche con i maestri del vetro di Murano, di cui i preziosi bottoni colorati risplendono sui capi di Franco. 

“Voglio far sì che a Venezia si senta che c’è qualcuno a portare avanti la grande eredità del Made in Italy. E spero di trovare anche un erede a cui trasmettere ciò che ho imparato nel corso di questi anni”. Una personalità dall’animo curioso che ha dedicato una vita a questo mestiere, facendo del suo laboratorio un pezzo di storia della sartoria italiana. Una tradizione che ha contribuito a rendere Venezia, e i suoi 1600 anni di storia, grande nel mondo.

Agnesina Morosini, la badessa che donò al doge Pietro Tradonico il corno ducale impreziosito dalla zogia 

Venezia, 18 aprile 2022 – Perle, rubini, smeraldi e brillanti ad impreziosire uno dei simboli più noti della Serenissima: il corno ducale. E fu proprio una donna, Agnesina Morosini, badessa del potente monastero di San Zaccaria, ad impreziosire questo copricapo di origine bizantina - che da sempre rappresenta la magnificenza, il potere e il prestigio di una Repubblica che ha visto susseguirsi ben centoventi dogi – con la “zogia”, ovvero la pubblica corona, una sorta di diadema quale segno distintivo della sovranità del doge.   

Secondo la tradizione, nella Pasqua dell’864 Agnesina Morosini offrì in dono il suo corno al doge Pietro Tradonico, durante una delle visite del massimo esponente della Repubblica Serenissima al monastero di San Zaccaria, accompagnato dalle massime autorità come la Signoria, i Senatori e gli Ambasciatori.  

Una storia che affonda le sue radici negli ultimi decenni del IX secolo, quando, papa Benedetto III, costretto a lasciare Roma per fuggire alla violenza dell’antipapa Anastasio avrebbe concesso l’indulgenza e donato alla chiesa di San Zaccaria le reliquie di San Pancrazio martire e di Santa Sabina Vergine. Per venerare tali reliquie, il doge Pietro Tradonico stabilì di recarsi al convento ogni anno nel giorno di Pasqua. Felice della decisione, la badessa Morosini offrì al doge un preziosissimo regalo: un corno ducale dalla forma simile a quella in uso, ma trapuntato di fili d’oro e adornato di ventiquattro perle, un grosso rubino e una croce formata da ventotto smeraldi e dodici brillanti. Per la sua bellezza ineguagliabile questo copricapo fu chiamato zogia, cioè gioiello. 

La zogia accompagnava sempre il doge nelle sue visite ufficiali, alcune delle quali di antichissima consuetudine come la processione di Pasqua, quella del Corpus Domini, la visita alla Salute, al Redentore e a San Zaccaria, volta a consolidare i rapporti tra il governo della Repubblica e le istituzioni religiose.   

Un oggetto che nella storia di Venezia, lunga 1600 anni, ha avuto diversi nomi: biretum, corona, corno o zogia. E che variò anche nel tessuto con cui venne confezionato: dal panno scarlatto, al damasco, dal velluto cremisi, al tabì bianco, dalla seta agli ornamenti in pelle, ma fra tutti, il più prezioso resta indubbiamente quello della monaca Agnesina Morosini. 

 

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L’arte liutaia protagonista di una mostra alla Scuola Grande di San Teodoro per la prima edizione del Venice International Artisan Guitar Show

Venezia 14 aprile 2022 - Acustiche, elettriche e rigorosamente fatte a mano. Strumenti di altissimo pregio in grado di trasformare il legno in musica. Sono le chitarre artigianali, realizzate da liutai professionisti, che saranno le protagoniste della prima edizione del Venice International Artisan Guitar Show, una mostra internazionale che vedrà l’esposizione di una serie di strumenti artigianali di altissimo pregio.

Nel weekend di Pasqua, dal 16 al 17 aprile, dalle 10 alle 18, nella Scuola Grande di San Teodoro in Campo San Salvador a Venezia, sarà possibile ammirare una ventina di chitarre, acustiche ed elettriche, che sveleranno i segreti dell’antica arte dell’artigianato liutaio e racconteranno una parte importante della cultura del "sapere e saper fare".

Per Venezia, città dai 1600 anni di storia, si tratta di una prima assoluta del genere e un evento fortemente voluto e pensato dal liutaio veneziano Davide Pusiol e realizzato con la collaborazione della Confartigianato San Lio Venezia, Dogal corde professionali Made in Venezia e il patrocinio di Venezia 1600.

Le chitarre esposte sono esempi di pregiate manifatture artigianali realizzate nei laboratori liutai di Davide Pusiol, Enrico Di Donato, Andrea Ballarin, Pierluigi Cazzola, Michael Spalt, Mirko Borghino, Mauro Freschi, Roberto Carlos, Marco Montina e Massimo Del Col.

L'ingresso alla mostra sarà gratuito e durante le tre giornate di esposizione gli strumenti esposti verranno suonati dai maestri musicisti ospiti.

Maddalena Montalban, la “contessa mazziniana” protagonista del Risorgimento italiano a Venezia

Venezia, 13 aprile 2022 – Una bandiera dell’Italia sventola dalle finestre di Palazzo Comello a San Canzian, nel sestiere di Cannaregio. È il 1866, il giorno dell’annessione di Venezia al Regno d’Italia, e quel pezzo di stoffa mosso dal vento rappresenta il coronamento del sogno e delle speranze di Maddalena Montalban, la “contessa mazziniana” che per tutta la sua vita ha contribuito, col pensiero e con l’azione, all’unificazione d’Italia. La fitta corrispondenza con Mazzini e Garibaldi, l’aiuto decisivo a Daniele Manin nella fase preparatoria dei moti del 1848, la fondazione di un giornale politico al femminile: ogni aspetto della vita di Maddalena Montalban racconta di un animo instancabile, determinato e controcorrente.  

Figlia del conte patriota Girolamo Montalban di Conegliano, Maddalena cresce in un clima di passione attivista e d’insofferenza al potere straniero. Dopo il matrimonio con il conte di fede repubblicana Angelo Comello si trasferisce a Venezia, al tempo centro della lotta antiaustriaca, dove prende parte a una serie di iniziative di propaganda, raccolta di fondi, assistenza e tenuta di contatti con altri gruppi di insorti nel nord della penisola, e lavora a stretto contatto con Daniele Manin nella fase preparatoria delle azioni del 1848. Per Maddalena la delusione è grande quando, nello stesso anno, viene approvata l’unione di Venezia con gli stati Sardi e la Lombardia. 

Ma rimanere in disparte ad aspettare non fa parte di lei e, così, inizia a dare il proprio contributo a diverse attività. Si unisce alla Pia Società delle Donne Veneziane, un’organizzazione che si occupa di curare ed assistere i feriti e i malati, nonché di fornire medicinali, armi e indumenti ai militari, e apre le porte del suo palazzo a San Canzian, nel sestiere di Cannaregio, adibendolo ad ospedale. Questo, però, non le basta, e si butta sull’editoria, partecipando all’impresa del primo giornale politico delle donne veneziane, e uno dei pochi giornali femminili del Quarantotto italiano, il Circolo delle Donne Italiane. 

A mano a mano che il suo coinvolgimento nella causa repubblicana aumenta, aumentano anche i controlli della polizia nei suoi confronti. E Maddalena viene anche arrestata. La prima volta è nel 1861: viene incarcerata a Palazzo delle Prigioni per aver organizzato una messa di suffragio per la morte di Cavour. Avrebbe potuto evitare il carcere, pagando la multa corrispondente, ma Maddalena rifiuta con orgoglio e sceglie la detenzione. La seconda volta, invece, viene arrestata e condannata per aver commissionato ad un artista locale la realizzazione di una spada da regalare a Garibaldi come invito a scendere in campo per liberare il Veneto. 

Ma nonostante gli arresti e i numerosi mesi di detenzione, Maddalena Montalban non ha mai cessato di dedicarsi attivamente alla causa patriottica fino al giorno della sua morte, continuando a lottare per la liberazione di Roma, Trento e Trieste dopo l’annessione del Veneto all’Italia. 

Trame Giapponesi: a Venezia la storia di uno dei teatri più antichi del mondo

Venezia, 12 aprile 2022 – I preziosissimi e affascinanti costumi di scena del teatro giapponese del XIV secolo, il teatro nō, diventano protagonisti di una mostra a Venezia che rafforza lo stretto legame tra la città lagunare e il Paese del Sol Levante.

Fino al 3 luglio 2022, la città dai 1600 anni di storia accoglie per la prima volta al Museo d’Arte Orientale Ca’ Pesaro una speciale esposizione di abiti, intitolata “Trame Giapponesi. Costumi e storie del teatro nō”, che – attraverso dipinti, stampe, fotografie, documenti, costumi, strumenti musicali e maschere – racconta al pubblico un importante pezzo di storia del teatro giapponese in un dialogo diretto con Venezia, prima città europea in cui ha debuttato negli anni ’50 del Novecento.

È stato proprio in laguna, nel 1954, che il teatro giapponese è arrivato per la prima volta in Europa grazie al 13esimo Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia.

La gran parte degli oggetti e delle opere esposte fanno parte della collezione del museo, a sua volta costituita per lo più dalla raccolta del principe Enrico di Borbone Parma; a questi si aggiungono prestiti da collezioni private oltre a una serie di fotografie inedite di Fabio Massimo Fioravanti, che dal 1989 porta avanti un lavoro di ricerca sul teatro nō.

Quella che si può ammirare al Museo d’Arte Orientale Ca’ Pesaro è una raccolta di costumi di scena, realizzati in oro e in seta, finemente ricamati e abbelliti da motivi che rimandano a elementi naturali e celesti, acquistati fra il 1887 e il 1889 durante il viaggio di Enrico di Borbone in estremo oriente. Conservati nei depositi del museo, gli abiti non sono mai stati esposti nel loro insieme fino ad ora.

“Ogni tipologia di abito è adatta ad un determinato ruolo di scena, il costume non racconta solo il ruolo, ma a volte anche l’età e la posizione sociale di un personaggio - commenta la curatrice Marta Boscolo Marchi - In realtà, il costume deve attirare l’attenzione dello spettatore e rappresenta la varietà e lo splendore a fronte di una scena molto sobria in legno, sempre fedele a se stessa”.

Fra le trame dei preziosi tessuti sono intrecciate anche storie delle vicende narrate dal nō: sono storie che prendono ispirazione dalle leggende, dai poemi letterari della tradizione giapponese che vengono poi sviluppate dal dramma messo in scena. Tra queste, c’è quella di una fanciulla, Hagoromo, che chiede la restituzione della sua veste di piume al pescatore che l’aveva trovata nella pineta di Miho e che gliela rende solo a patto che la donna celeste balli per lui. Una vicenda che viene rievocata da una cappa da danza in esposizione, proveniente dal museo di antropologia di Padova e restaurata per l’occasione: un costume straordinario che, nella sua trasparenza, mette in luce l’utilizzo e il grande valore di questo abito.

I costumi di scena sono accompagnati da un’esposizione di maschere realizzate in legno con una lamina di metallo, provenienti dalla collezione Renzo Freschi di Milano. Sono oggetti dal valore straordinario che, abbinati agli abiti, determinano il ruolo, l’età e la posizione sociale di un personaggio. L’azione scenica si sviluppa anche attraverso l’accompagnamento del canto, del coro e degli strumenti musicali che danno vita a una sequenza dinamica di suoni, conferendo coerenza all’intera rappresentazione.

A chiudere il percorso della mostra è un allestimento fotografico con 18 scatti inediti di Fabio Massimo Fioravanti che catturano alcuni momenti salienti della rappresentazione e della gestualità degli attori, non solo sul palcoscenico ma anche dietro le quinte.

La Pasqua nelle celebrazioni della Serenissima tra processioni, inni e atti di devozione

Venezia, 11 aprile 2022 – Processioni, atti di devozione, simboli e inni. La settimana Santa, all’epoca della Repubblica Serenissima, era densa di appuntamenti per i veneziani, che vedevano il doge in testa ai cortei e presenziare a tutte le Sante messe. Riti che hanno segnato per lungo tempo la storia di Venezia, che festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione.  

Nel giorno della domenica delle Palme, al mattino, un canonico di San Marco deponeva sull’altare maggiore dei cesti che contenevano all’interno palme di ulivo, confezionate dalle monache di Sant’Andrea, che poi venivano benedette e offerte al doge e alla sua sposa e a tutti coloro che avevano partecipato alla cerimonia. Al doge andava una palma di forma piramidale a base triangolare con il manico dorato, su cui era dipinto il suo stemma, mentre le foglie erano d’argento, d’oro e di seta. Alla dogaressa e al primicerio veniva consegnata una palma di media grandezza e poi a scendere nelle dimensioni in base all’importanza degli ospiti. Dopo la benedizione si andava in processione: il doge, il clero e i patrizi uscivano dalla porta di San Giacomo con le palme in mano, mentre il popolo reggeva rami d’ulivo. Durante le processione, il Serenissimo si fermava davanti al portale maggiore dove veniva salutato per tre volte dai cantori che intonavano l’inno “Gloria, laus et honor”. I sagrestani liberavano in volo degli uccelli, tra cui alcuni colombi, e quelli che non riuscivano a volare alto venivano catturati dal popolo per essere mangiati durante il pranzo di Pasqua. Dal lunedì, solo il doge poteva indossare abiti color rosso, mentre i senatori dovevano mostrarsi in abiti neri. 

Il mercoledì Santo, il doge saliva a bordo di peatoni per andare a visitare la chiesa di San Giovanni di Rialto, mentre il giovedì Santo partecipava alla messa solenne e poi visitava la chiesa di San Giacometo di Rialto mentre i patrizi si recavano agli Incurabili e, in segno di umiltà, lavavano i piedi degli ammalati ricoverati per sifilide. La notte del giovedì Santo le Scuole Grandi si recavano in processione verso la Basilica per venerare la reliquia del sangue di Cristo che veniva esposta per l’occasione, mentre molti confratelli si flagellavano camminando. 

I riti più spettacolari si tenevano il venerdì Santo: la mattina il Doge deponeva le insegne del potere, il corno e il mantello, davanti al Santissimo sacramento. Si toglieva inoltre le pianelle e la cintura, con la quale si cingeva il collo e andava a baciare la croce che conteneva la reliquia della vera croce. Anche i patrizi ripetevano lo stesso rituale. All’imbrunire all’interno della chiesa di San Marco sfilava una grandiosa processione che aveva in testa le Scuole Grandi seguite dal clero e dai cantori. Ogni finestra era listata a lutto ma la piazza era tutta illuminata dalla torce. Da ogni parrocchia si snodavano processioni di Scuole Grandi e Piccole, che si dirigevano a San Marco, e i veneziani accorrevano nelle chiese di Cannaregio, San Cassiano e San Polo. 

Il sabato Santo, benedetto il cero pasquale e cantate cinque profezie, si celebrava al battistero la benedizione del fonte. In basilica venivano tolti i luttuosi drappi neri e si esponeva la pala d’oro. Il Serenissimo usciva al canto del “Te Deum” e sostava davanti al portale maggiore. Alla sera gli ecclesiastici della Basilica levavano i veli neri che coprivano l’ostia consacrata e li sostituivano con veli bianchi. 
Tra processioni e inni, le celebrazioni si concludevano il giorno di Pasqua, quando veniva esposto sull’altare maggiore il tesoro di San Marco e, nel pomeriggio, il doge si recava in processione per assistere al vespro nella chiesa di San Zaccaria. 
 

Venezia attraverso gli occhi di Enrique Breccia a Villa Pisani. La città lagunare diventa un fumetto

Venezia, 8 aprile 2022 - Una Venezia sospesa tra realtà e fantasia, un viaggio immaginario tra segni di inchiostro che prendono vita su fogli di carta per raccontare la storia, la bellezza e l’unicità della città dai 1600 anni di storia. 

È il lavoro di Enrique Breccia, il grande maestro fumettista argentino, artista autore di alcuni dei lavori più recenti della Marvel, DC Comics e Sergio Bonelli Editore, che ha scelto di rendere omaggio alla città lagunare con il suo ultimo libro di fumetti intitolato Enrique Breccia - Viaggio a Venezia, progetto nato dalla collaborazione tra l'Associazione Culturale VeneziaComix, Remer Comics e il Comune di Venezia - progetto Venezia1600, che sarà protagonista di una mostra esclusiva nella straordinaria cornice di Villa Pisani a Stra. 

A partire dal 9 aprile alle 17.00, giorno di inaugurazione alla presenza dello stesso fumettista, e fino all’8 maggio, al Museo Nazionale Villa Pisani a Stra sarà possibile ammirare una serie di disegni che raccontano la carriera del maestro argentino e l’amore per Venezia, con una ventina di grandi tavole inedite e in originale, parte della raccolta di tre suoi brevi racconti ambientati nella città lagunare e sceneggiati da Barbara Pilon. Questi lavori mostrano diversi modi di interpretare la città tra realtà, storia, sogno e fantasia con tre episodi che spaziano dal delirio di un frate che pensava di aver scoperto il mondo, al viaggio di chi il mondo lo scopre veramente, passando, infine, per i sogni ad occhi aperti di un vecchio pescatore. Tre gioielli cesellati da un grande artista e dedicati a una città che è universale simbolo di bellezza.

«Ancora più della sua singolarità, che la rende unica nel mondo, sempre mi ha colpito l’enorme peso della sua eredità storica come porta tra Oriente e Occidente - spiega Breccia - Le vicende che compongono il volume sono dedicate ad altrettanti protagonisti della storia veneziana. Sono pagine molto lavorate e hanno richiesto tempo, non solo per disegnarle ma soprattutto per cercare di rispecchiare lo stato d’animo. Nelle tre storie c’è un profondo senso poetico e umanistico che rappresenta una vera sfida per l’interpretazione grafica. E questo mi ha gratificato e stimolato moltissimo»

Ad accompagnare le preziose immagini e gli inediti originali del maestro del fumetto ci saranno gli interventi di Alberto Toso Fei scrittore, storico e divulgatore della cultura veneziana, Antonio Franzina, giornalista e scrittore vicentino tra i massimi esperti al mondo della “via del baccalà” e il poeta veneziano Emanuele Bottazzi con l'introduzione di Luca Barbieri.

L’esposizione, che rientra nei progetti delle celebrazioni Venezia 1600, ha il patrocinio del Comune di Stra, di Riff- Rete Italiana Festival del Fumetto.

 

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