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La storia delle Procuratie Vecchie. Domani la cerimonia di inaugurazione e dal 9 aprile visite gratuite per i veneziani

Venezia, 7 aprile 2022 - Erano gli uffici dei nove Procuratori di San Marco, di quei patrizi che avevo reso servigi allo Stato e che per questo erano considerati meritevoli di seguire la città dopo il Doge. Non a caso, la costruzione delle Procuratie Vecchie venne promossa dal 77esimo doge della Repubblica di Venezia, Andrea Gritti, nell'ambito del suo piano di renovatio urbis.

In origine esisteva solo un Procuratore, quello che aveva la tutela della fabbrica della Basilica. Il numero in seguito arrivò a nove Procuratori, ai quali vennero affidati tre uffici distinti: c’erano i Procuratori de supra, che dovevano sorvegliare sulla Basilica e gli edifici dipendenti, e i Procuratori de citra e de ultra a seconda che la loro giurisdizione si estendesse di qua o di là del Canal Grande.

Gli spazi dei Procuratori si affacciavano sulla piazza, in quel palazzo che simbolicamente abbracciava la piazza, e avevano due loggiati sorretti da un porticato di 50 arcate con 100 finestre. A costruirle era stato l'architetto Mauro Codussi che aveva ricevuto la commissione per edificare le stanze di chi sedeva in Senato e di chi doveva custodire i tesori e i documenti pubblici nonché di patrimoni privati, soprattutto di nobili stranieri. Sovrintendevano all'esecuzione dei testamenti, in particolare in presenza di legati pii, gestendo eredità e commissarie ed esercitavano la tutela sui beni di minori, vedove e incapaci.

Avevano il titolo di "Missier", a differenza degli altri patrizi che avevano quello di "Ser". Vestivano con una veste paonazza e una stola di color cremisino e godevano di particolari onori, oltre al vitalizio di un appartamento per ciascuno nelle Procuratie Nuove in Piazza San Marco, costruite circa 70 anni dopo da Vincenzo Scamozzi: nel 1582 cominciarono la demolizione dell’antico ospizio Orseolo, addossato al campanile, e delle altre fabbriche adiacenti.

Un luogo importante per la Serenissima, che poi trovò una nuova funzione nel 1832 con le Assicurazioni Generali che, a pochi mesi dalla fondazione a Trieste, si insediarono nelle Procuratie affittando le prime due stanze e poi nel tempo arrivando ad acquisire la quasi totalità dell’edificio. Ora, dopo cinque anni di restauri ad opera dello studio David Chipperfield Architects Milan, le Procuratie sono pronte per aprire al pubblico per la prima volta nei loro 500 anni di storia. Tutto il terzo piano dell’edificio è diventato infatti la nuova casa di The Human Safety Net, il movimento di persone che aiutano altre persone, fondato da Generali e che lavora in 23 Paesi per permettere a persone in condizioni di vulnerabilità di liberare il proprio potenziale. Veneziani e non solo potranno scoprire i programmi della fondazione e immergersi nella mostra interattiva A World of Potential per scoprire i propri punti di forza.

Il 13 aprile sarà il primo vero giorno di apertura al pubblico, ma il 9, il 10 e l’11 sono state organizzate tre giornate ad accesso gratuito per i veneziani. Queste giornate sono andate sold out nel giro di qualche giorno, ma per gli abitanti di Venezia e dei Comuni dell’area metropolitana sarà possibile accedere gratuitamente alle Procuratie fino al 31 agosto. Basterà presentare la carta di identità che attesta la residenza a Venezia, la tessera studente in corso di validità per gli studenti o la carta Venezia Unica. 

 

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Artigiani, cuore pulsante della Serenissima, le botteghe storiche di Venezia si raccontano

Venezia, 6 aprile 2022 – Nel suo “Les Estoires de Venise”, il cronachista Martin Da Canal, nel raccontare i festeggiamenti per l’elezione di Lorenzo Tiepolo il 15 luglio 1268, scrisse che erano talmente tante le arti che si erano recate a Palazzo Ducale a rendere omaggio al Doge che non si potevano nemmeno menzionare. Artigianato e Venezia è un binomio con origini antichissime che ancora oggi sopravvive grazie alla trasmissione di antichimestieri che sono il cuore città, lungo i suoi 1600 anni di vita. Capitale mondiale del commercio e dello scambio di culture tra popoli, considerata la porta d’Europa verso l’Oriente, la città di Venezia ha permesso nei secoli lo sviluppo di numerose attività artigianali, grazie all’espansione della Repubblica Serenissima, che favorì lo sviluppo delle attività legate ai commerci e, per secoli, continuò ad attirare in laguna maestri artigiani da tutti i territori stranieri. 

E per celebrare il talento creativo nell’alta manifattura, nell’isola di San Giorgio torna, dal 10 aprile, “Homo Faber: Crafting a more human future” che, attraverso la visione di un team di curatori e di partner internazionali, proporrà percorsi e visite nei laboratori dell’eccellenza contemporanea del mondo artigianale, ancora oggi custode della storia millenaria della Serenissima. Botteghe di calzolai, di occhiali, di gioielli, di restauro del legno e di ceramica, stamperie d’arte, studi di grafica e serigrafie, vetrerie, atelier e manifatture tessili, legatorie, ma anche forcolai e squerarioli, costumi di alta moda e le immancabili maschere veneziane. 

Un viaggio nel cuore della città che racconta Venezia, alla scoperta della sua storia artigiana e creativa, che fin dal Duecento vide nascere le corporazioni di mestiere a tutela dei suoi maestri. 

Le arti e l’artigianato vissero un lungo periodo di splendore: lo sviluppo delle manifatture raggiunse il suo apice nel periodo più fulgido della Serenissima, nel Cinquecento, quando si contano un centinaio di corporazioni che aumentano a 150 con la caduta della Repubblica. La Serenissima è quindi sempre stata città di artigiani, viva e produttiva, di saperi tramandati di generazione in generazione, che raccontano una potenza economica e culturale anche attraverso i suoi stessi luoghi e la sua topografia: campi, calli e campielli prendono i nomi da quegli artigiani che sono sempre stati il punto di forza della Serenissima. Dei gloriosi fasti dell’artigianato di Venezia rimane ancora oggi traccia nella toponomastica locale, come calle dei Fabbri, del Tentor, del Remer, dei Boteri, dei Saoneri, del Pistor, del Forner, del Calegher, del Spezier e molte altre ancora. 

Fino al primo maggio, Venezia torna quindi a mostrare la sua essenza attraverso una manifestazione che guarda al futuro, immergendo i visitatori in un percorso culturale tra atelier, botteghe e monumenti storici, alla scoperta di maestri battiloro, vetrai, remeri, sarte, orafi, mascherai, artiste delle perle di vetro, incisori e stampatori, calzolai, restauratori, pasticceri, modiste e altri ancora, custodi di un inestimabile patrimonio del saper fare ma che punta alla  formazione delle nuove generazioni, di uomini e donne che potranno sapientemente esprimere la propria venezianità attraverso la creazione delle loro opere d’arte. 

Al Lido di Venezia il Planetario meccanico tra i più grandi in Italia per vedere dalla laguna all’Equatore

Venezia, 4 aprile 2022 – Un complicato proiettore meccanico al centro della sala, circondato da 60 comode poltroncine; sopra, una cupola di 8,20 metri di diametro e tutt’attorno le silhouettes, disegnate a mano e in scala, del bacino San Marco, da Palazzo Ducale alla chiesa di San Giorgio Maggiore. Ma non solo: preziose meteoriti custodite nelle teche, sismografi e strumenti per il monitoraggio delle radiometeore. Ogni angolo del Planetario del Lido di Venezia trasmette il grande entusiasmo di un gruppo di appassionati, l’Associazione Astrofili Veneziani, che da ben 46 anni promuove la divulgazione e lo studio dell’astronomia a Venezia e nella sua laguna, organizzando incontri e visite guidate educative.
Tutto è cominciato con quattro amici, padre Damaso Bosa, Enrico Stomeo, Aldo Abate e Maurizio Eltri, conosciutisi negli anni ’70 e accomunati da una grande passione per le stelle. 

“Io e Maurizio ci siamo conosciuti perché facevamo fotografie di stelle - racconta Enrico Stomeo, presidente dell’associazione - e andavamo dallo stesso fotografo a farcele sviluppare. Poi, passeggiando per il Lido, abbiamo notato un telescopio in quella che era la terrazza di Aldo, e ci siamo detti di andare a trovarlo. Abbiamo suonato il campanello e gli abbiamo mostrato le fotografie che scattavamo. Così abbiamo formato il gruppo. Dopo siamo cresciuti, perché ad esempio io conoscevo un altro appassionato, Maurizio pure, e così via. È in quel momento che è nata l’associazione”.

È stato l’amore comune per la volta celeste a spingerli a costruire, con le proprie mani, il Planetario che dal 2003 si può visitare al Lido di Venezia, al parco pubblico Askenasi. Tra i più grandi in Italia per dimensioni, è formato da un edificio che contiene il Planetario stesso, ovvero un macchinario che simula la rappresentazione del cielo, che in questo caso è il cielo che si vede a Venezia, e una cupola emisferica di 8,20 metri di diametro, che avvolge il Planetario e funziona come uno schermo di proiezione.

“Ciò che rende questo Planetario unico tra i più grandi - spiega Stomeo - è che è un Planetario meccanico, come nell’origine è stato pensato quando è stato costruito nel 1919 dalla famosa ditta tedesca Zeiss, che ricreò un sistema meccanico che riproduceva la volta celeste. Adesso molti Planetari, che sono più grandi di diametro, e quindi di capacità di contenere persone, usano video proiettori fisheye, e proiettano il cielo con un sistema computerizzato di tipo digitale. Questo, invece, è un sistema esclusivamente meccanico: il macchinario viene pilotato dalla consolle di comando e si può andare avanti e indietro nel tempo a piacere”.

Ogni cosa all’interno del Planetario del Lido comunica la grande passione per l’astronomia dei suoi custodi. 

“Il proiettore principale è stato costruito da uno di noi, Aldo Abate, perché era bravissimo in meccanica. È sulla falsariga del primo proiettore inventato per rappresentare le stelle con i loro movimenti. Ma è tutto frutto di un lavoro di amici vari: ad esempio le ottiche, che sono le piccole lenti visibili nella parte alta della sfera, che focalizzano le stelle sulla cupola, sono state regalate da un ottico nostro amico, che è qui di Venezia ed è astrofilo anche lui, Romano Zen. Noi poi abbiamo fatto i disegni dei profili di Venezia, abbiamo montato la cupola e la consolle. Tutto è stato piano piano creato da noi”.

Durante le proiezioni si possono ammirare realistiche e spettacolari visioni della volta stellata, che creano nello spettatore l’illusione perfetta di trovarsi in barca in mezzo al bacino San Marco, a guardare le stelle, i pianeti, la luna, che si muovono come nella realtà, solo in scala più piccola, e raccontano una storia lunga 1600 anni. Ma il Planetario può anche mostrare il cielo che si vede al Polo Nord: ci si accorge così che le stelle non tramontano e non sorgono ma fanno tutti cerchi paralleli all’orizzonte, imperniati su un centro che sta sopra alla propria testa. Oppure si può scegliere di andare all’Equatore, o di usare l’orologio del tempo e vedere il cielo che vedevano al tempo degli antichi Egizi, sempre dal luogo dove sarebbe poi sorta Venezia.
Con l’intento di avere uno spettro molto ampio sugli argomenti di astronomia e astrofisica, il Planetario del Lido si è dotato, negli anni, di attrezzature accessorie. 

“Rispetto ad altri, noi abbiamo dei sismografi - spiega Enrico Stomeo - perché siamo nodo dell’Ingv, ovvero l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. Quando si vede un terremoto alla televisione, anche Venezia Lido fornisce i proprio dati con i propri sismografi e velocimetri. Altri accessori sono le stazioni per le radiometeore, che controllano 24 ore su 24 l’attività meteorica sopra la Pianura Padana”.

Geologia, astronomia, sismicità, vulcani, radiometeore, ma anche eventi di attualità legati all’astronomia: le conversazioni che si possono affrontare in una visita al Planetario sono moltissime.
Le porte del Planetario del Lido di Venezia sono aperte a scolaresche e gruppi culturali di 20-25 persone, previo appuntamento e prenotazione. Ogni domenica, da ottobre a fine maggio, si può assistere, inoltre, a rappresentazioni a ingresso libero e gratuito, secondo un calendario prestabilito riportato nel sito internet http://www.astrovenezia.net/.

La storia della Reale Società Canottieri Bucintoro, la più antica associazione remiera di Venezia

Venezia, 1 aprile 2022 - La sua sede attuale si trova all’interno di quelli che in passato erano i magazzini dove a Venezia veniva depositato il sale, divisi in profonde e strette sale dal soffitto alto e dalle pareti in mattoni. È stata visitata negli anni da personalità importanti della storia, dal Principe Umberto di Savoia a Gabriele D’Annunzio. Il suo motto è “senza ali non può” coniato proprio dal poeta e scrittore di origine abruzzese e al suo interno è possibile trovare innumerevoli imbarcazioni storiche veneziane, dalle gondole alle caorline, dai sandoli alle mascarete fino a passare alle batee, le barche da canottaggio e tanti oggetti preziosi del passato.

È la Reale Società Canottieri Bucintoro, la più antica associazione remiera di Venezia, città dai 1600 anni di storia, che nasce nel XIX secolo per volontà del Conte Piero Venier, un nobile veneziano che, dopo un soggiorno in Inghilterra, rimase affascinato dallo sport del canottaggio e scelse di portarlo a Venezia. La Bucintoro, infatti, inizialmente era una società riservata esclusivamente a questa disciplina, solo dopo si è aperta anche alla voga alla veneta. Fu così che il Conte Venier raggruppò il primo nucleo di giovani appassionati della tradizione del remo stilando, il 1° ottobre del 1882, lo statuto di quella che sarebbe diventata la società Bucintoro volta a “promuovere e facilitare l’esercizio del remo”. 

La Bucintoro fonda la sua prima sede sociale nel 1883 a Palazzo Grimani. Con la diffusione dello sport del canottaggio e il passaparola in città, i soci della Bucintoro diventarono sempre più. È il 1887 quando la sede viene spostata a San Moisè dove restò per soli due anni prima di approdare a Santa Maria del Giglio nel 1889. Questa nuova sistemazione della Bucintoro non convinse molto i soci che decisero di spostarsi, nel 1894, alla Maddalena, vicino all’antica osteria “al Ballon”. È il 1896 quando viene concessa alla Bucintoro la Palazzina del Selva ai Giardinetti Reali dove restò fino al 1960. Proprio questo luogo, nel corso degli anni 60, fu sede di alcune importanti mostre artistiche come quella di De Chirico per la Biennale d’arte o la prima mostra nautica veneziana. Luogo dedicato allo sport ma anche alla cultura, la società proprio nel vivo della sua ascesa venne sfrattata dalla sede dei Giardinetti per finire in un appartamento a Santa Maria del Giglio, al numero 2473, per poi giungere nella sede odierna in Fondamenta delle Zattere in cui si trova ormai da oltre vent’anni. 

Oggi la società conserva non solo barche ma anche cimeli importanti di vittorie storiche di equipaggi veneziani tra cui coppe, medaglie, gonfaloni e foto d’epoca. Questo pezzo di storia del canottaggio e di Venezia è raccolto all’interno del museo storico della società considerato uno dei fiori all’occhiello della Bucintoro istituito il 12 giugno del 2009, grazie a un lavoro di studio e catalogazione dei numerosi cimeli sopravvissuti negli anni alla Seconda Guerra Mondiale, ai numerosi cambiamenti di sede e all’alluvione del 1966. 

Tra le opere esposte è possibile trovare diversi piccoli tesori, dalla coppa della Duchessa di Genova, primo trofeo vinto dalla Bucintoro nel 1884 alle Regate Internazionali di Torino, ai premi delle olimpiadi di Atene del 1906 ottenute dall’equipaggio di Giuseppe Poli, Enrico Bruna, Emilio Fontanella, Riccardo Zardinoni e Giorgio Cesana che ha battuto, sulla jole a quattro, con 15 secondi di distacco, le squadre della Francia, Svizzera, Grecia, Danimarca e Stati Uniti. 

Un altro oggetto degno di nota è la Coppa del Re del Belgio, delle olimpiadi di Anversa del 1920, il regalo di Vittorio Emanuele III d’Italia donato alla società per i primi 25 anni dalla fondazione. Fu proprio lui, inoltre, a conferire alla società l’appellativo di “reale”, diventandone anche presidente onorario. Nel museo della Bucintoro si può ammirare anche l’asta ufficiale del gonfalone sociale, abitualmente issata sulla dodesona, barca di rappresentanza della Bucintoro, durante le manifestazioni importanti che riporta una citazione di Gabriele D’Annunzio. E poi ancora targhe, bandiere, foto storiche e altri trofei. 

La storia della Bucintoro parla di sport, tradizioni, conquiste ma anche di donne. Questa società, infatti, vanta un’importante tradizione femminile di campionesse e appassionate di imbarcazioni a remi. Anche se il ruolo delle donne all’interno della società Bucintoro è cambiato molto negli anni resta sempre una sua parte fondamentale. Inizialmente non era concesso alle donne di gareggiare e far parte degli equipaggi. Le ragazze, infatti, potevano assumere solo ruoli marginali come occuparsi dell’organizzazione e della gestione di attività di beneficienza o di eventi artistici. Fu solo nel 1939 che si inaugurò la prima sezione femminile della società Bucintoro realizzando imbarcazioni ritenute più adatte alle donne come, ad esempio, le barche da canottaggio a sedile fisso. Con il passare del tempo le donne assunsero una posizione sempre più dominante a livello sportivo entrando a far parte di team di diverse discipline, dalla canoa al canottaggio fino a passare alla voga alla veneta ottenendo anche diversi risultati come la vittoria nell’81 nel campionato italiano di canoa.  

Oggi sono proprio le donne le principali protagoniste della Bucintoro che è diventata negli anni una società sempre più al femminile contando, nel 2022, molte più socie donne rispetto agli uomini che portano avanti, con passione, una tradizione del remo che farà sempre parte della storia di Venezia e della sua cultura a metà tra terra e mare.  

Toti Dal Monte, “l’usignolo d’Italia” che calcò i palchi dei più celebri teatri del mondo

Venezia, 31 marzo 2022 – Soprano prediletto da Arturo Toscanini, icona della voce angelicata, spesso ricordata come “l’usignolo d’Italia”. Ma non solo: attrice di teatro, cinema e, più in generale, donna dai mille interessi e vivacità culturale non comune. Toti Dal Monte, al secolo Antonietta Meneghel, è stata una delle artiste liriche più amate e celebrate, dal Giappone alle Americhe passando per l'Europa, tanto da essere inserita tra le dieci migliori soprano del XX secolo. Ha calcato i palchi dei principali teatri del mondo, è stata ricevuta dai più grandi capi di stato, ma non ha mai dimenticato Venezia, la città che le ha fatto muovere i primi passi nell’affascinante e complesso mondo della musica lirica.

Nata nel 1893 a Mogliano Veneto, Antonietta dimostra fin da piccola di avere un grande talento per la musica, e a soli sette anni si trasferisce a Venezia per studiare pianoforte al prestigioso Conservatorio Benedetto Marcello. «Mi spiace, ma è impossibile». Con queste parole Ermanno Wolf-Ferrari, allora direttore del Conservatorio, comunica alla ragazza che, non riuscendo a coprire l’ottava del pianoforte perché aveva le mani troppo piccole, non sarebbe riuscita a dare l’esame finale.

Otto anni di studio che sembrano buttati via. Ma Antonietta non si arrende, anzi, comincia un nuovo percorso con Barbara Marchisio, celebre contralto dei primissimi anni del Novecento e allieva di Gioachino Rossini, la quale, incantata e impressionata dalla voce della ragazza, diventa sua maestra di canto per quattro anni a Mira, senza richiedere il minimo compenso.

Dopo il debutto alla Scala di Milano nel gennaio del 1916, nella piccola parte di Biancofiore della Francesca da Riminidi Riccardo Zandonai, e alcuni anni di gavetta con ruoli di secondo piano in Italia e in America, Antonietta cattura l’attenzione del grande maestro Arturo Toscanini che, avendola sentita ad un concerto al Conservatorio, non l’aveva mai dimenticata e la voleva come Gilda in un nuovo allestimento del Rigoletto di Giuseppe Verdi. L’opera si rivela un successo, ed è proprio in questa occasione che la giovane soprano inizia ad utilizzare lo pseudonimo Toti Dal Monte, ottenuto unendo il diminutivo del suo nome con il cognome della nonna materna. 

Nome giusto, doti artistiche perfette, capacità di tenere la scena, e l’appoggio di Toscanini. Toti viene proiettata verso un’inarrestabile carriera, che la porta ad essere ricevuta dai più grandi capi di stato e ad esibirsi nei principali teatri del mondo. Venezia, però, resta sempre nel suo cuore e la soprano vi ritorna più volte nel corso della sua carriera, mettendo in scena la sua interpretazione di Gilda nel Rigoletto, ma anche la Lucia di Lammermoor, una delle sue opere preferite, e la Madama Butterfly di Puccini, riuscendo ogni volta a sbalordire il pubblico del Gran Teatro La Fenice con la sua voce limpida e particolarissima, definita “d’usignolo”.

Felicita Bevilacqua La Masa, la lungimirante duchessa garibaldina che a Venezia divenne mecenate dei giovani artisti

Venezia, 30 marzo 2022 – "A profitto specie di giovani artisti ai quali è spesso interdetto l'ingresso nelle grandi mostre". Così scriveva nel suo testamento la duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, ultima discendente della nobile famiglia dei Bevilacqua di Verona e promotrice dell’impresa garibaldina durante il Risorgimento italiano, quando nel 1898 decise di lasciare al Comune di Venezia il palazzo di Ca' Pesaro per dare ospitalità e visibilità ai giovani artisti. Una donna che ha lasciato il segno nella storia per la sua generosità e lungimiranza, che ha amato Venezia a tal punto da farne la sua città e che ha precorso i tempi nel campo della valorizzazione del lavoro degli artisti esordienti. 

Quella di Felicita Bevilacqua La Masa è una vita intensa, libera dagli schemi del tempo e strettamente legata alla storia dell’Unità d’Italia, oltre che al mecenatismo di fine Ottocento. Nata nel 1822 in una famiglia dai forti ideali patriottici, partecipa giovanissima ai primi moti indipendentisti a Brescia, osando un’iniziativa che per l’epoca può essere considerata temeraria: nel 1848 assiste a Valeggio sul Mincio, finanziando e partecipando personalmente all’allestimento di un ospedale militare da campo, i 400 giovani patrioti pisani e senesi feriti in battaglia. Nel 1860, invece, Felicita segue il marito Giuseppe La Masa, patriota siciliano divenuto generale garibaldino, contribuendo finanziariamente in larga misura alla spedizione dei Mille.

Una volta raggiunto l’obiettivo dell’Unità nazionale, la duchessa si ritira a Venezia, più precisamente a Ca’ Pesaro, dove si dedica al sostegno dei giovani artisti, futuri talenti delle arti figurative. La sua è una partecipazione sentita al panorama dell’arte veneziana, come testimoniato dalle sue ultime volontà che, abbracciando problematiche davvero all’avanguardia per l’epoca, dimostrano una particolare sensibilità verso le condizioni sempre più difficili degli artisti del suo tempo, ma soprattutto verso le condizioni precarie dei giovani studenti di belle arti, esclusi dai riflettori delle grandi esposizioni.

Nel febbraio del 1898 la duchessa lascia quindi in eredità il palazzo di Ca’ Pesaro al Comune di Venezia, con l’intento di promuovere lo sviluppo dell’arte nella città lagunare creando una sorta di “officina” artistica. E ancora oggi, a distanza di più di cento anni, la Fondazione Bevilacqua La Masa, orgoglio dei cittadini veneziani e fulcro della vitalità artistica, continua a promuovere, aiutare e formare, con gli strumenti e il supporto adeguati, i giovani artisti, rimanendo sempre fedele alla sua missione.

 

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Henriette Nigrin, partner creativa, moglie e musa ispiratrice di Mariano Fortuny

Venezia, 29 marzo 2022 – Una storia d’amore, ma anche e soprattutto un lungo sodalizio creativo. Così si potrebbe descrivere la vita di Henriette Nigrin, stilista francese d’origine ma venezianissima d’animo che, a cavallo tra Otto e Novecento, con i suoi abiti e tessuti stampati rivoluziona il mondo della moda assieme al marito, il pittore e stilista Mariano Fortuny y Madrazo, diventando un tassello fondamentale della storia al femminile di Venezia e dei suoi 1600 anni.

Adèle Henriette Elisabeth Nigrin nasce il 4 ottobre 1877 a Fontainebleau, un piccolo comune nel cuore della Francia a pochi passi da Parigi. Bella, raffinata ed elegante, dalla pelle diafana, dallo sguardo intenso e dai morbidi capelli biondo-rame, Henriette, appena venticinquenne, frequenta i più rinomati circoli artistici della capitale francese: è proprio qui che nel 1902 conosce Mariano Fortuny y Madrazo, artista spagnolo trasferitosi a Parigi per approfondire le proprie ricerche nel campo del teatro e perfezionare la cosiddetta “Cupola Fortuny”. Tra i due inizia una profonda storia d’amore e una lunga avventura creativa. Musa e amica, Henriette è la compagna perfetta per Mariano, con il quale condivide i canoni artistici, e sarà sempre uno dei soggetti preferiti dall’artista per i suoi ritratti e le sue fotografie.

Nel 1907 la coppia sceglie Venezia, una città ricca di storia e già famosa in tutto il mondo per i suoi tessuti, come base per la sua nuova avventura nel settore della moda, allestendo il suo primo laboratorio per la stampa su tessuto a Palazzo Pesaro degli Orfei in Campo San Beneto, in seguito conosciuto come Palazzo Fortuny.

Henriette è sempre al fianco del marito nella produzione dei pregiati tessuti stampati e delle lampade in seta, coordinando le numerose maestranze con cui collaborano, perché con lui condivide materialmente le passioni. Molte sono le fotografie che la ritraggono in laboratorio, magari accanto a un grande tavolo da lavoro mentre, assorta, si appresta a stendere del colore su una matrice in legno. Fiori di papiro, palme cuoriformi, fiori stilizzati: Henriette esegue le prime prove per lo scialle Knossos, un velo rettangolare di notevoli dimensioni che ricorda l’himation greco, prima creazione che lancerà nel mondo della moda l’atelier Fortuny.

Tra i più grandi successi dell’atelier, che nel giro di pochi anni si espande fino ad occupare due interi piani di Palazzo Pesaro degli Orfei, c’è certamente il Delphos, l’iconico, semplice, abito monocromo ispirato all'abbigliamento greco e caratterizzato da una finissima plissettatura eseguita a mano. Con un’annotazione autografa posta a margine del brevetto, Fortuny riconosce in Henriette Nigrin la vera ideatrice del celebre modello, indossato da attrici e danzatrici come Eleonora Duse, Sarah Bernhardt, Isadora Duncan e aristocratiche e femmes fatales dell’epoca.

Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1949, Henriette Nigrin dedica il resto della sua vita a ottemperare alle disposizioni testamentarie di Mariano, donando numerose opere a musei italiani e spagnoli, e all’inventario dei beni del loro palazzo-laboratorio, che alla sua scomparsa affida al Comune di Venezia per essere “utilizzato perpetuamente come centro di cultura in rapporto con l’arte”.

 

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Peggy Guggenheim: la stravagante dogaressa di Venezia

Venezia, 28 marzo 2022 - Geniale, enigmatica e stravagante. A 80 anni le fu conferita la cittadinanza onoraria e fu acclamata come “l’ultima dogaressa di Venezia”. È questo il titolo con cui Peggy Guggenheim passò alla storia di una città che ha più di 1600 anni di vita.

Il commercio dell’arte era la sua vocazione ma non gradiva essere definita collezionista: “No no -precisava - io sono un museo”. È una cosa completamente diversa: è cultura, una faccenda che serve agli altri”. Diceva che l’arte era il suo vizio e, con la stessa disinvoltura con cui riusciva a cogliere l’ingegno di grandi artisti come Kandinskji, Duchamp e Picasso, sfoggiava con fierezza i suoi occhiali a farfalla che diventarono il simbolo della sua personalità eccentrica e la sua fila di cagnolini, tutti di razza Terrier Lhasa Apsos.

Peggy Guggenheim nacque a New York il 26 agosto 1898 da una famiglia ebrea originaria della Svizzera. É figlia di Benjamin Guggenheim, la cui famiglia aveva costruito una fortuna in campo minerario e nell'industria dell'acciaio e di Florette Seligman, figlia di una delle più importanti famiglie di banchieri americani. Peggy, però, consapevole della sua inclinazione artistica decise di seguire una strada totalmente diversa e dedicare tutta la sua vita all’arte e alla sua ricerca.  

Donna forte, decisa, sicura di sé, Peggy Guggenheim si fece strada nel mondo artistico con le sue stesse mani diventando collezionista, mecenate ed esponente della vita mondana internazionale in una quotidianità ricca di quadri, mariti, amici e amanti. Tutto, però, iniziò con un lavoro da contabile presso la libreria Sunwise Turn di suo cugino che vedeva, tra i suoi frequentatori, moltissimi intellettuali, artisti e scrittori dell’epoca. Fu proprio questo piccolo negozio pieno di vecchi libri e personaggi creativi pronti a delineare i nuovi movimenti artistici e intellettuali della storia moderna, a spianare la strada di Peggy verso quello che sarebbe diventato il suo destino. Un giorno, proprio in questo luogo, quella ragazza ancora in cerca del suo posto nel mondo conobbe uno squattrinato pittore del movimento dadaista, Laurence Vail, un uomo che le avrebbe cambiato la vita per sempre. I due, infatti, si innamorarono, si sposarono a Parigi nel 1922 ed ebbero due figli: Sindbad e Pegeen, quest’ultima di grande predisposizione artistica, proprio come sua madre. 

Peggy Guggenheim è una donna la cui tempra forte e creativa la portò presto a realizzare i suoi sogni e aprire la sua prima galleria, Guggenheim Jeune, a Londra nel 1938 e, successivamente, nel 1942, la Art of This Century a New York.

Nel 1942 la sua collezione di opere d’arte cominciò a crescere sempre di più. All’epoca, Peggy, possedeva già opere di artisti del calibro di Giorgio De Chirico, Paul Klee, Jean Arp, Marcel Duchamp, Alberto Giacometti, Joan Mirò e, nello stesso periodo, colse il potenziale di Jackson Pollock finanziando il suo lavoro, dedicandogli alcune personali in galleria e organizzando mostre a livello internazionale che la portarono a presentare un suo padiglione alla Biennale di Venezia del 1948.

Follemente innamorata di Venezia, città dove l’arte è parte stessa della sua essenza, Peggy Guggenheim comprò Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande e andò ad abitarci. Nasce così non solo la grande storia d’amore tra la donna e la città di Venezia ma anche uno fra i più importanti musei italiani di arte europea e americana d’avanguardia del ‘900 con opere che vanno dal Cubismo al Surrealismo, fino a passare all’Espressionismo astratto. Palazzo Venier dei Leoni, con la sua atipica struttura a un piano che si differenzia da tutti i palazzi veneziani, è quell’ambiente non convenzionale perfetto per un personaggio come Peggy, al quale sembrava essere, da sempre, destinato. La sua dimora divenne in pochissimo tempo scenario di feste, spettacoli e incontri tra intellettuali. Inoltre, la mecenate ebbe l’intuizione di permettere a un pubblico di accedere al palazzo per poter ammirare la sua collezione d’arte anticipando, così, quello che sarebbe diventato, dopo la sua morte, la Collezione Peggy Guggenheim che conosciamo oggi.

“Se c’è una cosa che può rivaleggiare con Venezia per bellezza è solo il suo riflesso al tramonto nel Canal Grande”, ed è proprio in queste sue parole che si cela tutto l’amore di Peggy per Venezia, dove venne nominata, inoltre, cittadina onoraria nel 1962 e dove fu seppellita, dopo la sua morte, proprio nel giardino della sua amata dimora. 

Peggy Guggenheim è una donna che con la sua vita fuori dall’ordinario ha lasciato alle generazioni future non solo una importantissima collezione d’arte, conservata in quello che oggi è uno dei musei più prestigiosi della città lagunare, ma anche una testimonianza di coraggio scegliendo sempre di fare della sua vita ciò che desiderava e creandosi, da sola, il futuro che aveva sempre sognato di avere. 

 

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Anita Mezzalira, la prima politica veneziana 

Venezia, 27 marzo 2022 - Anita Mezzalira, nel 1946, è la prima donna ad entrare con l’incarico di assessora in una giunta del Comune di Venezia, città che oggi celebrai 1600 anni della fondazione. Consacrerà tutta la sua vita ai suoi ideali, a un’elevata idea di giustizia e alla protezione dei poveri, proprio fino al suo ultimo giorno di vita, quando venne ritrovata immobile mentre stringeva fra le mani una lettera con la quale chiedeva un alloggio per due coniugi sfrattati.

Era piccolissima, quando suo padre tornò dalla spedizione garibaldina e le insegnò i valori di libertà e giustizia. Fin da subito capì che avrebbe dedicato la sua vita a combattere contro le ingiustizie sociali. Anita iniziò a lavorare a 14 anni in Manifattura Tabacchi per aiutare la famiglia che viveva in una condizione in assoluta povertà. Fu assunta con la quinta elementare grazie ad un attestato che ne certificava la condizione di “miserabile”. Era una donna intelligentissima e, nonostante ebbe anche delle ritorsioni a causa del suo impegno politico, dedicò tutta la sua vita ad aiutare le persone: istituì i soggiorni estivi per i bambini, si occupava delle mense dei poveri, andava per ospedali, si preoccupava di chi stava male. Mezzalira aderì al movimento sindacale con rivendicazioni che andavano dal salario, alla pensione, alla salubrità dell’ambiente, agli asili per permettere alle madri di lavorare e partecipò all’organizzazione dello sciopero nazionale delle tabacchine del 1914, il più importante nella storia della categoria, che si protrasse oltre due mesi.

Prima socialista e poi comunista, Anita venne sospesa più volte dal lavoro e, quando fu privata dello stipendio, tanto era amata dalle colleghe che si auto tassarono e la aiutarono. Una forte oppositrice del fascismo, espulsa dalla fabbrica nel 1927, partecipa alla Resistenza e nel 1945 viene riassunta alla Manifattura dove viene eletta alla segreteria della Commissione interna e, nel 1948 viene nominata consigliera comunale nelle liste del Partito Comunista. Seguì poi la nomina ad assessora supplente all’alimentazione. Ed ebbe così inizio così la carriera politica di una donna che fece la differenza a Venezia, città che riconobbe questo suo impegno intitolandole una strada del Lido.

 

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Alla Bucintoro di Venezia si inaugura una nuova batea a coa de gambaro, imbarcazione storica simbolo di tradizione e rinascita della città

Venezia, 26 marzo 2022 - Ha la poppa rialzata che ricorda la coda di un gambero da cui prende il nome. È lunga 9 metri e 50 ed è interamente realizzata a mano. Ha una struttura in mogano e ospita quattro forcole che vedono la firma di uno degli ultimi maestri remeri della città, Saverio Pastor. È la nuova batea a coa de gambaro della Reale Società Canottieri Bucintoro di Venezia che sarà inaugurata oggi, sabato 26 marzo alle ore 11.00 presso la sede della remiera più antica di Venezia in Fondamenta delle Zattere.

A realizzarla, a mano, nell’arco di un anno e mezzo, è stato Marco Regazzi, grande appassionato di barche e “ingegnere meccanico autodidatta” come tutti i suoi amici amano chiamarlo. Marco ha passato ore e ore in un piccolo cantiere navale ricavato all’interno della sede della remiera Bucintoro per portare a termine, affiancato dal carpentiere Sebastiano Faggian, un progetto importante per la società così come per la città intera: la ricostruzione storica di un’antica imbarcazione veneziana che tornerà a scorrere sulle acque di una città antica 1600 anni.

«L’idea per la realizzazione di questa batea ci è venuta dopo l’acqua alta del 2019 ed è stata proprio questa tragedia a darci la spinta per reagire e dare alla Bucintoro e a Venezia un motivo per portare avanti un suo pezzo di storia - commenta Marco Regazzi - Io mi dedico da sempre, per hobby, alle costruzioni navali e specialmente le ricostruzioni storiche delle barche tradizionali veneziane. In questo caso abbiamo scelto di realizzare una batea, barca tipica veneziana da trasporto che mancava all’interno della nostra società ed erano anni che mancava anche dalle acque della laguna veneziana. Per questo motivo abbiamo deciso di farla tornare a vivere nel presente e, si spera, anche nel futuro di Venezia»

La batea è una barca storica veneziana che in passato veniva utilizzata esclusivamente per il trasporto merci e aveva la caratteristica di venire affittata dai veneziani. Nessuno, infatti, ne possedeva una personale. I luoghi destinati all’affitto di queste imbarcazioni venivano chiamati “fitabatee” ed erano dei veri e propri noleggi di barche dove il cliente sceglieva la dimensione dell’imbarcazione da prendere in base al carico di materiale che doveva trasportare. Queste barche, infatti, potevano avere varie lunghezze che ne aumentavano o riducevano la portata. 

«Una volta scelto di realizzare la batea a coa de gambaro l’unica cosa che ci mancava era il progetto - racconta Marco Regazzi - Fortunatamente abbiamo trovato un libro francese intitolato “Bateaux de Venise” che ne conservava uno originale del ‘900 e da lì è partito tutto. Da questo libro abbiamo ricavato dei disegni per poter ricostruire questa barca e da qui abbiamo iniziato a creare il piano dei tracciati e via via tutto il resto. Per quanto riguarda i materiali è stato utilizzato il mogano sapelli, un tipo di legno esotico che ha la grande capacità di resistere alle muffe che deteriorano il legno. La particolarità di questa batea è che, anche se non è l’unico modello esistente in città, è per certo l’unica ricostruita fedelmente su un progetto del 1920»

Marco ha lavorato a questo progetto dall’inizio alla fine, con grande passione seguendo da vicino tutte le fasi di costruzione della barca. È partito da un progetto per passare poi alla creazione di un piano dei quinti, cioè il disegno di tutte le ordinate della barca. Fatte le ordinate, queste sono state messe in sequenza su una traccia, poi è stata realizzata una gabbia e successivamente è stato incollato sulla gabbia il fasciame utilizzando una resina epossidica che permette una perfetta adesione dei materiali. Fatto questo è stata capovolta la barca, attaccato il fondo e poi sono state realizzate tutte le altre parti accessorie come la poppa, la prora, le coperte i fori per le forcole, le forcole, i remi e così via. 

«Io ho imparato a fare le barche semplicemente andando a curiosare da bambino nei cantieri - rivela Marco - Vedevo come facevano gli altri ed è così che ho imparato. Ho sempre avuto questa passione fin da ragazzino e quando ero piccolo di cantieri navali ce n’erano da tutte le parti a Venezia. Bastava accedere, guardare, curiosare e da lì potevi scoprire i trucchi del mestiere. Io, poi, ho sempre vogato e continuo a farlo tutt’ora. Sono socio della Bucintoro da 60 anni e questa barca che ho appena realizzato è destinata a tutti coloro che amano la voga tanto quanto me o a chi, incuriosito da questo particolare modo di remare in piedi, abbia voglia di imparare una tradizione antica e affascinante come questa»

Con l’avvento delle barche a motore, le batee e i fitabatee sono scomparsi dalla città continuando a esistere solo nella memoria dei veneziani, all’interno di qualche remiera o sulle foto della Venezia di una volta. Oggi, però, Marco Regazzi, insieme alla Reale Società Canottieri Bucintoro che ha finanziato il progetto, ha fatto tornare a vivere, in città, un pezzo di storia importante permettendo ai giovani o a tutti quelli che non conoscevano questa imbarcazione, di imparare qualcosa di nuovo sulla storia della città e del suo mondo fatto di forcole, remi e onde da domare. Così, salendo a bordo di questa nuova batea a coa de gambaro, chiunque potrà tornare ad assaporare, anche se solo per il tempo di una vogata, tutto il fascino dell’antica tradizione remiera di Venezia. 

 

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Egle Trincanato: oltre un secolo fa nasceva la prima laureata in architettura a Venezia  

Venezia, 26 marzo 2022- 134/1, fu questa la matricola della prima donna laureata in architettura a Venezia. Egle Trincanato dedicò la sua vita al risanamento e al restauro di quella città che l’aveva accolta quando, poco più che bambina, trascorreva le sue giornate tra i banchi del Liceo Artistico di Venezia. Una passione che le varrà una vita di riconoscimenti e di conquiste, come prima donna ad esercitare la sua professione, con passione e dedizione, e come veneziana acquisita, profondamente legata ad una città di cui si prese cura fino alla fine dei suoi giorni. 

Nata a Roma nel 1910, Egle fu “una Venezia reincarnata”, come la definì lo scrittore Guido Piovene. Studentessa modello della classe di disegno del suo liceo, il suo fu un talento grande, una passione forte che decise di dedicare alla città che l’aveva ospitata quando appena sedicenne si trasferì dall’Istria con la sua famiglia. Egle ancora non sapeva, però, che quella stessa passione e quell’amore per una città nuova l’avrebbero portata a diventare pioniera di un mestiere che prima di allora nessuna donna aveva mai esercitato a Venezia: l’architetto. 

Era un sabato di novembre nel 1938 e una schiera di docenti, autorità civili e religiose ascoltavano una giovane esporre il suo progetto di riqualificazione urbana di un’area di Castello. Da lì a pochi minuti, proprio quella ragazza sarebbe diventata la prima laureata al Regio Istituto Superiore di Architettura di Venezia. Dodici giorni dopo, Egle sedeva alla cattedra della classe di disegno e rilievi dei monumenti dell’Istituto per insegnare, a giovani donne come lei, la passione che portava dentro. 

Da lì in poi, la sua sarà tutt’altro che una breve carriera. Negli anni la città intera porterà il suo nome: dal Lido di Venezia alle case dei pescatori di Burano, fino all’albergo Danieli, che su di sé mostra ancora i segni di una ristrutturazione firmata Trincanato. 

Per dieci lunghi anni Egle sarà direttrice di Palazzo Ducale e, successivamente, vice direttrice dello Iuav, l’istituto nel quale si era laureata. Per tutta la vita combatterà contemporaneamente due battaglie: quella per la salvaguardia di Venezia e quella per il suo riconoscimento come prima donna architetto della città. Una lotta per l’emancipazione, la sua, mentre a spalle larghe si faceva posto in un mondo a misura di uomo. Lei, che conosceva ogni calle, ogni casa di Venezia e che sentiva in quei suoi progetti, meticolosi ma allo stesso tempo stravaganti, tutto l’amore per una città che avrebbe voluto ricreare in ogni angolo del mondo. 

 

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La Scuola Grande di San Rocco omaggia Ernani Costantini con una mostra per il centenario della sua nascita

Venezia, 25 marzo 2022 - L’arte di Ernani Costantini sarà protagonista della nuova mostra allestita nella Scuola Grande di San Rocco in occasione del centenario della nascita del noto pittore veneziano (1922-2022) e delle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia.

A partire da oggi, venerdì 25 marzo e tutti i giorni dalle 9.30 alle 17.30 fino al 24 aprile 2022, all’interno della Sala del Guardian da Matin, nella Scuola Grande di San Rocco, sarà possibile ammirare due importanti opere realizzate dell’artista veneziano, nonché confratello della scuola dal 1991 al 2007, sul tema dell’Annunciazione, caro sia all’artista che alla città di Venezia.                                     

I due quadri esposti sono stati dipinti a distanza di diversi anni l’uno dall’altro. Si parte da una prima Annunciazione del 1955 realizzata negli anni della giovinezza di Ernani quando si confrontava con il filone delle correnti pittoriche novecentesche visibile nei riferimenti cubo-futuristici delle figure. A questa prima Annunciazione si contrappone quella del 1989, realizzata negli anni della piena maturità espressiva dell’artista, quando la sua ricerca giunge alla sintesi perfetta tra complessità do contenuto e semplicità di visione. 

Questa esposizione offre, inoltre, la possibilità di ricordare l’operato di Ernani Costantini nella decorazione di diverse chiese del territorio veneziano sempre sul tema dell’Annunciazione. Nel periodo intercorso tra le due tele esposte, infatti, Ernani rappresenta tre volte lo stesso soggetto sulle pareti di tre diverse chiese veneziane. Nel 1965 lavora al murale sulla Resurrezione di Cristo e la comunione dei santi, nella chiesa di San Gerardo Sagredo a Sacca Fisola, dove inserisce una sezione dedicata proprio all’Annunciazione. Tre anni dopo, nel 1968, Ernani realizza un’altra Annunciazione che apre il racconto delle Storie di Maria nella chiesa del Cuore Immacolato di Maria (Madonna Pellegrina) in Altobello. Il tema dell’Annunciazione torna nel suo lavoro anche molti anni più tardi nell’acrilico raffigurante L’Annunciazione e Incoronazione di Maria del 1985 posto sull’arco trionfale del santuario della Madonna della Salute, in Via Torre Belfredo a Mestre.

La mostra, oltre a celebrare il centenario della nascita dell’artista, si pone come occasione per mostrare una produzione meno nota di questo pittore che ha lavorato in una continua ricerca di un’espressione artistica il più comunicativa possibile e al passo con i tempi. Inoltre, l’esposizione è un modo per sollecitare ulteriori confronti tra le opere d’arte di Ernani Costantini e l’arte pittorica moderna e contemporanea. 

 

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Cencia Scarpariola: l’ultima custode del punto “buranese”

Venezia, 25 marzo 2022 – Cencia Scarpariola, l’ultima custode del punto “buranese”, è stata la veneziana che ha tratto in salvo l’arte del ricamo. Aveva più di settant’anni ed era quasi completamente cieca quando nell’inverno del 1872 svelò i segreti di un mestiere che rischiava di essere dimenticato per sempre. 

La storia di Vincenza Memo, per tutti Cencia Scarpariola, inizia con l’arrivo della contessa Andriana Marcello sull’isola di Burano. Faceva freddo, era inverno, le calli erano deserte e le case si potevano distinguere solo grazie ai loro vivaci colori quando la contessa, che non era solita visitare l’isola, decise di bussare alla porta dell’ultima custode del punto buranese, la cui particolarità è quella di creare un intreccio di fili sottile, simile alla rete usata dai pescatori dell’isola. Andriana parlò con Cencia e uscì da casa sua con una promessa: l’ultima merlettaia veneziana avrebbe salvato l’arte del ricamo tramandandola a chiunque avesse voluto impararla. 

Cencia custodiva tra le mani una storia fatta di ago e filo, da cui nascevano delle vere e proprie opere d’artegrazie all’eredità delle maestre del ricamo che erano venute prima di lei e che con minuzia, pazienza e precisione, avevano affinato la tecnica del merletto creando il punto cappa, il punto rosa, il punto ago, ma soprattutto, il punto Burano e il punto Venezia. 

I primi segreti Cencia li svelò ad Anna Bellorio d’Este, una maestra elementare, che poi fece lo stesso con le figlie e con altre allieve. Appassionata e dedita nel raccontare quello che per lei era stato più di un mestiere, Cencia insegnò la tecnica, la storia e il più importante tra i segreti del ricamo: per produrre un’opera d’arte di qualità era necessario avere passione e, soprattutto, pazienza. 

Nell’isola si sparse presto la voce che Cencia Scarpariola stava insegnando l’arte del merletto e così, giorno dopo giorno, le ragazze che si presentavano alla sua porta per diventare delle nuove allieve erano sempre di più. La contessa e Cencia decisero quindi di istituire un luogo in cui le giovani ragazze potessero imparare il mestiere di merlettaie: la Scuola del Merletto. Con ago, filo, un “cuscinello” e un seggiolino di legno per appoggiare i piedi, la tradizione del merletto cominciò a rifiorire tra le mura della scuola, che a metà Ottocento contava già più di cento allieve.

Il duro lavoro di artigiane si alternava alle chiacchiere di ragazze adolescenti che con la loro giovane età e le loro idee innovarono la tradizione del merletto inventando nuovi punti e nuove tecniche per ricamare, creando opere d’arte uniche che conquistarono le corti di tutta Europa e restituirono all’isola di Burano tutto il suo prestigio. 

Oggi il nome di Cencia Scarpariola lo si può scorgere in una piccola calle, tra le case variopinte di Burano. Nessuno sa se questa sia stata davvero la calle in cui l’ultima merlettaia passò la sua vita, ma passeggiandoci ci si può immaginare come, a colpi di ago e filo, abbia ridato la vita ad una delle tradizioni più importanti di Venezia. 

 

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1600 anni di Venezia al Forte Gazzera, domenica visite guidate e rievocazioni storiche

Venezia, 24 marzo 2022 – Domenica 27 marzo tra le mura del Forte Gazzera si terrà “1600 anni di Venezia al Forte Gazzera”, una rievocazione storica per celebrare i 1600 anni della città. Tra antiche armature, arti e mestieri si racconteranno storie e tradizioni della città lagunare.

Oggi meta di manifestazioni culturali e visite guidate grazie alla riqualificazione promossa dal Comitato Forte Gazzera, Forte Brendole più noto come Forte Gazzera fu costruito a fine Ottocento come supporto militare a Forte Marghera, il più antico e grande tra i forti veneziani.

Domenica 27 marzo, dalle 10 alle 17, grandi e piccini potranno ammirare Venezia attraverso varie epoche in un viaggio nel tempo unico. Un percorso guidato che partirà dal cortile e che proseguirà all’interno del Forte, dove i partecipanti potranno osservare ricostruzioni di antiche armature usate dai reggimenti veneti tra il 1400 e il 1700 e assistere a rievocazioni storiche dei diversi mestieri, come quelli dei fabbri e dei falegnami che al tempo della Serenissima lavoravano all’interno dell’Arsenale. Tra parate musicali e simulazioni di combattimento con sciabole e spade, sarà possibile ascoltare i racconti veneziani di Danilo Leo Lazzarini, storico e attore, che alle ore 11 e alle ore 16 racconterà alcune tra le storie più importanti della città lagunare.

La manifestazione “1600 anni di Venezia al Forte Gazzera” nasce dalla voglia di celebrare la storia della città lagunare nell’anno dei festeggiamenti per i suoi 1600 anni, raccontando alla comunità le 

tradizioni che hanno reso Venezia famosa nel mondo e dando una seconda vita a quello che in passato nacque come edificio militare e che oggi, invece, è il custode di storia e tradizione del territorio.

 

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Ca’ Foscari e Fondazione Cini raccontano Venezia e i suoi 1600 anni di storia e arte in un ciclo di conferenze al Museo Correr 

Venezia, 24 marzo 2022 - In occasione della conclusione dell’anno celebrativo per i 1600 anni di Venezia, l’Università Ca’ Foscari e la Fondazione Cini organizzano un ciclo di incontri dal titolo “Venetia 1600. Temi e riflessioni” per raccontare la città attraverso la sua arte e la sua storia. 

A partire da oggi 24 marzo, alle ore 17.30, e tutti i giovedì, allo stesso orario, fino al 14 aprile, sarà possibile partecipare a una serie di incontri che si terranno in presenza nel Salone da Ballo di Museo Correr per discutere e riflettere su diversi aspetti della storia di Venezia dalle sue origini a oggi.

Si inizia con una conferenza dal titolo “Bolla d’oro per il duca di Venezia” Il Liber de cerimoniis aulae Byzantinae di Costantino VII Porfirogenito. Dopo i saluti istituzionali di Paola Mar (Assessore Comune di Venezia), Mariacristina Gribaudi (Presidente della Fondazione Musei Civici di Venezia), Tiziana Lippiello (Rettrice Università Ca’ Foscari Venezia) e Marie Christine Jamet (docente Università Ca’ Foscari di Venezia) si procederà con un’introduzione di Antonio Rigo (Univ. Ca’ Foscari) e Niccolò Zorzi (Univ. di Padova) e una conversazione dei curatori del ciclo di conferenze, Bernard Flusin, Denis Feissel e Constantin Zuckerman con Antonio Rollo.

L’incontro di giovedì 31 marzo 2022, Da Malamocco a Rivoalto: archeologia e spazi (quasi) lagunari per narrare le origini di Venezia sarà a cura di Diego Calaon (Docente di Topografia antica, Università Ca’ Foscari Venezia) e rifletterà sulla storia delle origini della città lagunare partendo dall’analisi dei suoi dati archeologici.  

Giovedì 7 aprile 2022 Alessandra Rizzi (Docente di Storia Medievale, Università Ca’ Foscari Venezia)guiderà la conferenza dal titolo: Dal Ducatus Veneticorum alla Municipalità contemporanea: storie di uomini e istituzioni. Focus dell’incontro è l’analisi delle tappe principali che hanno portato la Venezia delle origini a polarizzarsi intorno al nucleo realtino e a dotarsi di organismi e istituzioni.

Stefania Portinari (Docente di Storia dell’Arte Contemporanea, Università Ca’ Foscari Venezia) è, invece, l’ospite della conferenza di giovedì 14 aprile 2022, dal titolo “Il colore di un luogo”. Le metamorfosi dell’arte veneziana dove verrà affrontato il tema delle rappresentazioni pittoriche di Venezia negli anni.

La prenotazione è obbligatoria al sito: bit.ly/venetia1600-conferenze

 

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Olga Brunner Levi, mecenate e grande appassionata di musica 

Venezia, 24 marzo 2022 - Olga Brunner Levi è una donna che con la sua forte personalità, il suo amore per la letteratura e la sua passione per la musica contribuì a rendere grande la storia di Venezia, città che vive e respira cultura da 1600 anni.

Donna intelligente e affascinante, Olga diede vita ad una vasta raccolta di manoscritti, spartiti e partiture e fece di casa sua, Palazzo Giustinian Lolin un punto d’incontro dall’atmosfera multiculturale per musicisti e intellettuali. 

Una donna che oltre a ricevere visite di cortesia dalle dame veneziane, era socialmente impegnata nel compito di patronessa di una società corale che si riuniva al Benedetto Marcello e del patronato delle giovani operaie. 

Olga Brunner nasce a Trieste nel 1885 e, durante un suo viaggio nella città lagunare, conosce Ugo Levi con cui si sposa nel 1912. A lei è titolata una fondazione, la Fondazione Ugo e Olga Levi che ha sede a Palazzo Giustinian Lolin, luogo dove ha sempre vissuto insieme al marito. Faceva parte dell’élite culturale delle famiglie dell’alta società veneziana, che si incontrava in occasione di feste, ricevimenti, serate teatrali, concerti nelle sale del liceo musicale Benedetto Marcello, al teatro Rossini, o alla Fenice, dove disponeva di un palco fisso insieme al marito.

Era una figura di riferimento per musicisti, letterati e intellettuali che si recavano da tutto il mondo a Venezia e che si incontravano proprio a casa sua. Qui venivano organizzati concerti che avevano lo scopo di dare spazio a tutti quei giovani artisti che, secondo il suo gusto ricercato, avrebbero avuto un futuro in ambito musicale. In queste occasioni, Ugo suonava il piano e Olga cantava. Lei, infatti, oltre ad essere una mecenate, aveva il dono di una voce armoniosa e delicata. Il che la rese un’apprezzata esecutrice di brani. 

Ad una di queste serate approdò anche Gabriele D’Annunzio il quale instaurò con Olga un rapporto di grande complicità testimoniato dalle lettere che i due usavano scambiarsi. Un carteggio ambientato tra l’incanto della Laguna veneziana e l’attesa bellica che racchiude l’umorismo, l’ambizione e la sensualità di “Venturina”, soprannome con cui D’Annunzio usava chiamarla riferendosi ad una preziosa pasta vitrea prodotta nell’isola di Murano, ma anche la sua grande intelligenza. Olga padroneggiava infatti diverse lingue, oltre all’italiano parlava il tedesco, il francese e l'inglese per rivolgersi alle dame straniere con cui usava trascorrere molto tempo durante le sue passeggiate. Imparò anche a giocare a tennis e ad andare a cavallo.

Non avendo avuto figli, Olga e Ugo, com'era in uso presso le famiglie nobili veneziane, decisero di destinare il loro patrimonio ad un centro di cultura musicale. La Fondazione Ugo e Olga Levi, istituita nel 1962, dopo la morte di Olga. Un omaggio alla loro comune passione per gli studi musicali. 

 

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La storia della Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, luogo di cultura, politica e arte  

Venezia, 23 marzo 2022 - Ha ospitato i manoscritti di Petrarca e Bessarione, nelle sue sale venivano effettuati i conteggi per le elezioni politiche ai tempi della Repubblica Serenissima, tra cui la più importante di tutte: quella del Doge. Ha preso fuoco nel 1577 eliminando tutte le tracce delle sue decorazioni originarie che hanno lasciato spazio ad alcuni dei dipinti più rappresentativi della potenza della flotta veneziana ai tempi della Serenissima. È la Sala dello Scrutinio di Palazzo Ducale, luogo simbolo della grandezza della storia veneziana che si porta sulle spalle 1600 anni di vissuto.

Prima di assumere il nome di Sala dello Scrutinio, nel 1532, e diventare un luogo politico destinato alle operazioni di conteggio elettorale, questo ampio spazio era denominato Sala della Libreria. Proprio qui, infatti, erano conservati i preziosi manoscritti lasciati da Petrarca e Bessarione alla Serenissima e per qualche anno questa sala continuò a essere epicentro sia di operazioni politiche che culturali. Fu solo in seguito, con la realizzazione della Libreria sansoviniana, che questa sala venne destinata esclusivamente a funzioni elettorali.

Le decorazioni della Sala dello Scrutinio che ammiriamo oggi risalgono a un periodo compreso tra il 1578 e il 1615. I dipinti originali, infatti, vennero distrutti da un incendio che colpì, verso la fine del XVI secolo, questa ala di Palazzo Ducale. A ridisegnare il soffitto fu il pittore-cartografo Cristoforo Sorte mentre, sulle pareti troviamo diverse riproduzioni pittoriche dei più importanti episodi della storia militare veneziana legati, soprattutto, alla conquista dell’impero marittimo da parte della Serenissima nelle battaglie vinte dall’806 al 1656. Unica eccezione è l’ultimo ovale che riguarda la presa di Padova nel 1405. Tra tutti i dipinti della Sala dello Scrutinio il più suggestivo è posto sulla parete orientale e ricorda, grazie al lavoro di Andrea Vicentino, una delle battaglie più importanti della storia della Serenissima: quella di Lepanto che, proprio nell’anno delle celebrazioni dei 1600 anni di Venezia (421-2021), ha raggiunto i 450 anni di storia (1571-2021).  

La Sala dello Scrutinio ospita anche altri dipinti di battaglie importanti della storia di Venezia tra cui: la Vittoria dei Veneziani sui Turchi ai Dardanelli di Pietro Liberi, la Vittoria dei Veneziani sui Turchi in Albania di Pietro Bellotti, la conquista di Tiro di Antonio Aliense e la Vittoria navale di Veneziani a Giaffa contro gli Egiziani di Sante Peranda.

Non solo battaglie ma anche il ricordo dei dogi della Serenissima adorna questa la Sala dello Scrutinio nel fregio sotto il soffitto che continua una serie iniziata nella vicina sala del Maggior Consiglio. A concludere le decorazioni della sala, nella parete sud, c’è il Giudizio Universale di Jacopo Palma il Giovane mentre a nord un arco trionfale di Andrea Tirali, realizzato in onore del doge Francesco Morosini chiude magnificamente la Sala dello Scrutinio.

È proprio in questo luogo che testimonia, ancora oggi, la grandezza militare, politica e culturale della Serenissima che la Fondazione Musei Civici di Venezia sceglie ospitare, fino al 29 ottobre 2022, l’installazione artistica di Anselm Kiefer, fulcro della quinta edizione di MUVE Contemporaneo. 

In questo modo, l’arte contemporanea si inserisce in un contesto Cinquecentesco promuovendo un dialogo tra passato e presente in una delle sale più sontuose di Palazzo Ducale che diventa, così, un punto di incontro tra tradizione e innovazione, antico e moderno, storia e contemporaneità.

 

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Gaspara Stampa, voce spontanea e appassionata della poesia cinquecentesca veneziana che con i suoi versi rivelò il mondo interiore dell’amore

Venezia, 23 marzo 2022 - “Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco”. Inizia così il suo sonetto più noto, quello che è riuscito a catturare l’attenzione e l’ammirazione di Gabriele D’Annunzio. Dotata di una voce spontanea e appassionata, in bilico tra tradizione e innovazione, amata e detestata dai suoi contemporanei e dai posteri, Gaspara Stampa è senza dubbio una delle poetesse più singolari e affascinanti del panorama letterario del Cinquecento veneziano. Cantando l’amore struggente per un uomo che ricambierà solo tiepidamente i suoi sentimenti, le sue 311 poesie, pubblicate postume dalla sorella Cassandra, appaiono oggi estremamente moderne e rendono la sua opera una gemma ancora poco conosciuta dei 1600 anni di letteratura di Venezia.

Di origini padovane e figlia un mercante di gioielli, che vuole per lei una buona educazione letteraria e musicale, è a Venezia che Gaspara Stampa vive tutta la sua breve e intensa vita, risplendendo nei salotti letterari e circoli artistici della città lagunare. Primo tra tutti quello di casa Stampa, tra i più frequentati e apprezzati: vi si riuniscono qui pittori, musicisti e letterati, e restano tutti inevitabilmente ammaliati dalle doti della giovane. Gaspara è bella, intelligente e colta, canta e suona il liuto. In molti tentano, invano, di vincere il suo cuore. Riceve lettere ardenti, le vengono dedicati sonetti e intere opere, e tra i suoi più assidui ammiratori si conta anche Francesco Sansovino, figlio del celebre architetto. Lei però, donna libera e vivace, rifiuta ogni proposta di matrimonio.

Ma il colpo di fulmine arriva anche per lei: è durante il Carnevale del 1548, che Gaspara si innamora perdutamente del conte Collaltino di Collalto, uomo di guerra e di lettere che non ricambierà mai del tutto gli intensi sentimenti della poetessa. A lui dedica la maggior parte delle sue Rime, un vero e proprio diario lirico in cui Gaspara arde di un amore imperfetto e doloroso, attraversato da forti emozioni, da attese e desideri, delusioni e speranze.

Pubblicate dopo la morte della poetessa grazie all’impegno della sorella Cassandra, le Rime di Gaspara Stampa sono considerate oggi una produzione letteraria unica nel suo genere, frutto di una voce spontanea, appassionata e libera che si distacca nettamente da quello che è il panorama letterario cinquecentesco di Venezia. “D’arder e d’amar io non mi stanco”: le sue poesie circolano sin da subito a Venezia, ma è una passione ancora troppo autentica, troppo moderna, libera ed emancipata per il Cinquecento, tanto che qualcuno la chiama senza mezzi termini meretrice.

La sua franchezza e modernità, antica e moderna allo stesso tempo, in bilico tra tradizione e innovazione, così inaspettata per il Rinascimento, viene riscoperta solo diversi secoli più tardi e risulta, ancora oggi, intensamente godibile, tanto che molti la considerano una delle figure femminili più luminose e originali della letteratura italiana.

 

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A Venezia l’ultimo battiloro. L’antichissima arte dell’oro battuto a mano continua a vivere solo nella città lagunare

Venezia, 22 marzo 2022 - Venezia detiene il primato di conservare ancora vivo l’antichissimo mestiere del battiloro la cui importanza è testimoniata ancora oggi in moltissime opere d’arte in tutto il mondo rivestite da uno strato d’oro che ogni giorno viene battuto a mano dall’ultimo artigiano ancora attivo in Italia e in Europa. 

È una foglia sottilissima, quasi impercettibile, in grado di scomparire anche solo se sfiorata con le mani. Fragile, delicata ma dal valore inestimabile. La si può trovare a Venezia sull’angelo del Campanile di San Marco o tra i mosaici della Basilica o a Milano, sul simbolo più iconico della città, la Madonnina del Duomo. La si può osservare anche sulla croce e sulla corona della Madonna di Lourdes in Francia e in tantissime altre chiese o basiliche in tutto il mondo. È la foglia d’oro prodotta a Venezia che viene ancora lavorata con una tecnica antichissima che si mantiene inalterata dal XVIII secolo a oggi che la città ha raggiunto i 1600 anni di vita. 

A realizzarla, partendo da un lingotto d’oro, è il maestro Marino Menegazzo. Ha 67 anni e da quando ne ha 22 dedica la sua vita a quest’arte antica quanto preziosa. Oggi, Marino insieme alla sua famiglia continua a lavorare l’oro, l’argento e gli altri materiali preziosi battendoli a mano, con martelli che vanno dai quattro agli otto chili per quattro ore al giorno senza fermarsi mai e portando avanti una tradizione preziosissima che regala a Venezia un importante primato. Ore e ore di lavoro, un’abilità manuale dal valore inestimabile e 3000 colpi di martello per realizzare uno strato finissimo d’oro che sarà destinato, in un secondo momento, a diversi ambiti applicativi dalla decorazione artistica al settore alimentare fino a passare per quello cosmetico. 

Nascosto in una piccola corte dalle parti di Fondamente Nuove, nel sestiere di Cannaregio, all’interno di quella che in passato era l’abitazione di Tiziano Vecellio c’è l’antico laboratorio “Mario Berta Battiloro” che Marino ha ereditato dalla sua famiglia e in cui lavora oggi insieme a sua moglie Sabrina e alle sue due figlie, Eleonora e Sara. 

«Siamo alla quarta generazione di battiloro - sottolinea Eleonora Menegazzo, della famiglia Berta-Menegazzo e figlia di Marino - Il laboratorio che vediamo oggi aprì nel 1926 dalla famiglia Rivani e nel 1969 nostro nonno, Mario Berta, rilevò l’attività poiché dopo un incidente stradale tutta la famiglia Rivani morì. Da allora a oggi c’è la famiglia Berta-Menegazzo. Dopo la morte di mio nonno i miei genitori rilevarono l’attività facendoci crescere respirando arte, manualità e trasmettendoci l’amore per una tradizione che oggi, per noi, è un grande orgoglio portare avanti e avvicinarla sempre di più al nostro mondo, all’innovazione, alla contemporaneità. Negli anni, infatti, ci siamo aperti a diversi settori e oltre a occuparci di decorazioni artistiche produciamo anche oro alimentare, maschere anti-age in foglie d’oro e stiamo andando verso la frontiera del make-up»

Perdurata fino a oggi, quella del battiloro è un’arte artigianale introdotta in città nell’anno 1000 dall’Oriente e, nello specifico, da Bisanzio. La sua massima espansione ci fu, però, nel Settecento. Nel XVIII secolo, infatti, in città esistevano circa 340 di botteghe di battiloro professionisti. Oggi ne resta solo una, quella di Marino Menegazzo ma la tecnica utilizzata è sempre la stessa da oltre tre secoli, così come gli strumenti del mestiere di cui vengono usati ancora oggi i pezzi originali.

«Per arrivare alla realizzazione di una foglia d’oro ci sono otto ore di lavoro e si parte dalla fusione di un lingotto che, diventando liquido viene versato all’interno di uno stampo per ottenere un nuovo lingotto di dimensioni ridotte e dalla forma stretta e alta - spiega Eleonora Menegazzo - Poi questo materiale viene assottigliato con un macchinario e successivamente tagliato in piccoli quadratini che vengono poi inseriti in carte pergamino. Questi pezzettini vengono battuti con un macchinario d’epoca, un Maglio del 1926 che trasforma i quadratini in foglie rotonde del diametro di 11 cm. Queste vengono tagliate con un coltello a lama lunga in quattro parti. Ogni singolo quarto viene inserito in nuove plastiche più sottili, raccolti in gruppi di circa 1600/1700 pezzettini di oro che vengono poi battuti a mano dal maestro Marino Menegazzo. Il tempo di battitura va dai 50 minuti, per spessori grossi, quindi per ori che devono essere applicati all’esterno, fino alle due ore per spessori sottili come il mosaico, il settore alimentare o quello cosmetico. Al termine della battitura c’è il taglio e confezionamento, mestiere esclusivamente femminile, dove ogni singola foglia viene estratta delicatamente con pinze di legno, posizionate su un cuscino di pelle scamosciata, soffiata delicatamente nel centro per aprirla e poi tagliata in verticale e orizzontale. La foglia viene poi inserita nel libretto di carta seta»  

Oggi l’oro si acquista nei banchi di metalli preziosi ma ai tempi della Serenissima era il Doge a dare agli artigiani dell’oro questo prezioso materiale. Tra tutti i mestieri della città, infatti, quello del battiloro era l’unico a essere considerato un’attività nobile e i battiloro erano i soli artigiani a poter sposare, a Venezia, donne appartenenti ai ceti più nobili. Il Doge consegnava l’oro ogni giorno ai battiloro, però, al termine della giornata glielo chiedeva indietro. I battiloro, infatti, dovevano riconsegnare giornalmente il materiale avanzato al Doge facendolo recapitare prontamente a Palazzo Ducale. La paura del Doge, infatti, era che i battiloro potessero sfruttare la materia prima che avevano a disposizione per comprare un esercito e sfidarlo, un rischio troppo alto per la Repubblica. 

Dalla caduta della Serenissima a oggi questo mestiere è andato perdendosi sempre di più fino quasi a scomparire del tutto e lasciando traccia della sua esistenza solo nel lavoro che Marino continua a portare avanti e nella memoria storica dei veneziani. Anche la mariegola che regolamentava questo mestiere, come tutti i lavori artigianali della città, è stata persa, probabilmente dietro qualche scaffale o mobile antico, lasciando aperte le speranze di poter essere ancora trovata in futuro. 

Non ci sono scuole che insegnano a diventare battiloro, si tratta di tradizione manuale tramandata oralmente da secoli. Oggi, questo duro ma importantissimo mestiere, lo si può imparare solo in questo laboratorio veneziano, facendosi guidare dalla sapienza del maestro Marino Menegazzo, acquisita, a sua volta, da suo padre e ancora prima da suo nonno. 

«Per diventare tagliaoro ci vogliono dai 2 ai 3 mesi mentre per diventare battiloro ci vogliono dai 2 ai 3 anni - spiega Eleonora - Quello del battiloro è un mestiere particolarmente difficile e prettamente maschile dove bisogna avere un’ottima coordinazione, memoria e forza»

Un lavoro duro, solitario, soggetto numerose variabili date da fattori esterni. L’oro, infatti, ha una fortissima sensibilità che gli permette di percepire non solo la forza di chi lo sta battendo ma anche i cambiamenti di stagione, di temperatura, di umidità, mutando, come fosse vivo, a seconda di come la sua pelle reagisce agli elementi che lo circondano. Lavorare con l’oro e batterlo fino a renderlo una foglia finissima è più che una passione, è una missione di vita, una dedizione totale a un materiale così prestigioso ma così fragile e allo stesso tempo indissolubile, la cui luce, però, si riflette eternamente negli occhi di chi lo incontra con lo sguardo. 

 

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Maria Argyropoula, la dogaressa che introdusse a Venezia il profumo e la forchetta

Venezia, 22 marzo 2022 - Orgogliosa della propria cultura, prediligeva essenze profumate dalle note floreali, speziate e agrumate. La principessa bizantina e dogaressa Maria Argyropoula, figlia greca di Romano Argyros, imperatore di Bisanzio, introdusse a Venezia, città con 1600 anni di storia, l’uso dei profumi e della forchetta

Era il 1003 quando, per rinvigorire l’alleanza con Bisanzio e aprire le rotte per il commercio con l’Oriente, Maria Argyropoula venne promessa sposa a Giovanni Orseolo, erede del doge Pietro II Orseolo. La principessa di Costantinopoli arrivò a Venezia portando con sé casse di profumi e, per sigillare l’unione, anche il corpo di Santa Barbara martire.

La cerimonia nuziale fu officiata dal patriarca di Costantinopoli nella capitale bizantina ma i festeggiamenti ufficiali ebbero luogo pochi giorni dopo a Palazzo Ducale dove fu allestito un fastoso banchetto in onore dei novelli sposi. 

Tutti gli occhi erano puntati su questa misteriosa donna di Costantinopoli, la quale non esitò a far subito parlare di sé. 

Durante i festeggiamenti, infatti, Maria estrasse da uno scrigno una forchetta d’oro a due rebbi che utilizzò per portare il cibo dal piatto alla bocca. Questo episodio creò grande stupore fra tutti gli ospiti i quali, con un po' di sospetto ma anche ammirazione e curiosità, cominciarono a parlare di questa principessa dal fascino tutto esotico. A Venezia così come in tutta Italia e in Europa, infatti, non esisteva un utensile simile, si mangiava solo con le mani. 

Ma Maria era diversa, era abituata ad un’eleganza regale che la distingueva da tutti. Con una goccia di profumo e infilzando il cibo con un semplice utensile ebbe il coraggio di affermare la propria identità. Il piròn che, sia in greco che in veneziano indica la forchetta, venne a lungo sospettato di essere un attrezzo infernale, a causa della sua forma biforcuta ma fu poi un’eredità che venne presto accettata e adottata fra i nobili veneziani e successivamente, in tutta Europa. 

Maria è testimone di un legame, quello fra Bisanzio e Venezia, che si ritrova nell’architettura, nei mosaici, nella cucina e nella lingua della città lagunare. 

 

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