News

L’Ossario del Lido di Venezia, il capolavoro architettonico di Giuseppe Torres che custodisce le salme di oltre 3000 soldati caduti durante le due guerre mondiali

Venezia, 17 agosto 2022 – Il suo profilo si staglia alto e tondeggiante nel cielo del Lido di Venezia, distinguendosi immediatamente nello skyline dell’isola. Con le sue forme riesce a catturare all’istante, anche da lontano, gli sguardi di cittadini e visitatori a bordo dei vaporetti diretti all’imbarcadero Santa Maria Elisabetta. È l’Ossario del Lido di Venezia, luogo di eterno riposo dei 3190 soldati caduti durante le due guerre mondiali, nonché uno dei principali sacrari del Veneto. Innalzato come ex voto alla città lagunare, questo capolavoro firmato dall’architetto veneziano Giuseppe Torres si fa testimone, ancora oggi, di una parte importante della storia non solo di Venezia ma di tutto il mondo. 

Proprio come accadde con la chiesa del Redentore e quella della Madonna della Salute, anche l’Ossario del Lido nacque come tempio votivo. Ma se nel Cinquecento e Seicento si implorò al cielo la fine di due terribili epidemie di peste, nel 1917 il patriarca di Venezia Pietro La Fontaine invocò la protezione di Venezia dagli orrori della Prima Guerra Mondiale, facendo voto solenne di costruire un Tempio dedicato alla Madonna Immacolata. 

La realizzazione del Santuario iniziò una volta terminato il conflitto: furono presentati gratuitamente vari progetti, tra i quali venne scelto quello di Giuseppe Torres, uno degli architetti veneziani più affermati del periodo sia nel campo del restauro che in quello delle nuove costruzioni. Oltre un migliaio furono i disegni progettuali realizzati, rivelando tutti i cambiamenti e le evoluzioni del progetto dall’idea originale, che prevedeva la costruzione in un terreno in località Quattro Fontane, alle modifiche apportate negli anni. 

Dopo il via ai lavori nel 1925, sotto la direzione dello stesso Torres, la costruzione dell’Ossario si protrasse sino al 1942 con la sistemazione di una statua della Madonna sulla cupola centrale. Tra le tappe fondamentali della realizzazione del tempio votivo vi fu, nel giugno 1928, la traslazione del feretro di Romualdo Guicciardi, caposquadra del battaglione Dirigibilisti nato a Nonantola l’1 agosto 1892 e perito nel corso di un attacco aereo l'8 giugno 1915 nella zona di Campalto, generalmente considerato il primo morto di guerra per la difesa di Venezia. 

A partire dall'agosto del 1930, invece, vennero portati i resti di altri 2690 caduti della Grande Guerra, provenienti dai dismessi cimiteri militari di Venezia, Chioggia, Cà Gamba e Gambarare, mentre al termine del secondo conflitto mondiale giunsero 499 corpi dai cimiteri di Battaglia Terme, Venezia San Michele, Mestre, Mirano e da vari cimiteri di guerra della Grecia, Albania e Jugoslavia. Fra tanti Caduti Illustri trovarono eterno riposo anche le spoglie del Comandante irredentista Nazario Sauro, impiccato a Pola dagli austriaci il 10 agosto 1916. 

L’aspetto attuale dell’Ossario del Lido di Venezia è quello di un edificio a pianta circolare di 18 metri, con il soffitto a cupola sorretto al centro da lucide colonne di marmo nero. Si tratta di una scelta intenzionale dell’architetto, che ha voluto attribuire un significato mistico oltre che funzionale alla struttura: il tempio circolare doveva infatti rappresentare metaforicamente la forma della Terra, mentre la cupola aveva l’obiettivo di ricordare la volta celeste. I loculi dei caduti sono invece realizzati nelle pareti e nel corridoio della cripta. Tra gli arredi spiccano anche una grande croce di legno, tre candelabri dorati e lastre di alabastro con figure simboliche scolpite, che chiudono le finestre. 

Sin dal principio, il Santuario dedicato alla memoria dei caduti delle due guerre mondiali ha trovato un posto speciale nel cuore dei cittadini veneziani. Nel giugno 1919, infatti, l’entusiasmo popolare permise di raccogliere offerte per una somma di 116 687,84 lire, che vennero sommate allo stanziamento di 30 000 lire già previsto dal Comune. A lavori compiuti, invece, ad illuminare l’altare dell’esedra principale fu posizionato un lampadario di bronzo donato dalle famiglie dei 46 ufficiali trucidati dai tedeschi a Trilj, in Jugoslavia, mentre nell’esedra minore, simmetrica alla principale, spicca ancora oggi un grande lampadario di bronzo disegnato dall’architetto Torres e offerto dagli ex-combattenti di Venezia. 

Luogo della memoria e prestigioso progetto architettonico, il Tempio Votivo e Ossario del Lido di Venezia, divenuto proprietà della Curia Arcivescovile di Venezia con diritto d'uso a favore del Commissariato Generale Onoranze ai Caduti in Guerra, si è fatto carico di mantenere acceso per i secoli a venire il ricordo di tutti coloro che combatterono strenuamente e caddero per la difesa di Venezia.

Lasciò Venezia per inseguire il sogno di diventare attrice. La storia di Lauretta Masiero, interprete eclettica e talentuosa che fece la storia del varietà italiano

Venezia, 16 agosto 2022 – Mosse i primi passi nel mondo dello spettacolo a soli 16 anni, iniziando come ballerina al fianco di Walter Chiari e proseguendo poi come attrice. Lauretta Masiero, talentuosa interprete veneziana, tra le attrici più amate dagli italiani, sul palco sapeva far ridere e divertire, ma sapeva anche come far emozionare, toccando le corde più profonde del cuore di chiunque la ascoltasse.  

I giornali iniziarono a scrivere di lei nei primi anni Cinquanta quando conquistò il pubblico e la critica con lo show televisivo “Attanasio cavallo vanesio”, ma la sua storia nel mondo dello spettacolo iniziò una decina di anni prima, quando lasciò Venezia per inseguire il sogno di diventare interprete e recitare al fianco dei più grandi attori dell’epoca.  

Il sipario sulla sua lunga carriera di attrice si aprì grazie a Wanda Osiris, che la prese con sé nei suoi spettacoli assegnandole il ruolo di ballerina di fila a teatro. Mentre imparava le coreografie, studiava e si esibiva in pubblico, osservava sognante la vita a teatro, il dietro le quinte, il via vai di attori che entravano nei camerini, ripetevano le loro parti allo specchio e poi andavano in scena. Pensava sempre, tra sé e sé, che era quella la vita per cui valeva la pena vivere, e che con un po’ di impegno e costanza, prima o dopo, su quel palco, ci sarebbe salita anche lei, non più come ballerina ma bensì come attrice.  

E quel sogno si avverò, con il debutto proprio nella sua Venezia al Teatro Goldoni nel 1954, grazie al ruolo di Lucietta in “Le baruffe chiozzotte”, una serie storica dedicata al Goldoni in occasione del XIII Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia. Una performance di successo, che insieme alla scelta di calcare il palcoscenico con un ruolo così importante le valse l’opportunità di approdare prima sul grande schermo, e poi nelle case degli italiani, conducendo e recitando nei varietà, tra cui Canzonissima nel 1960. Anno d’oro, questo, per la carriera e per la vita privata dell’attrice veneziana che proprio in quell’anno, in una delle tante occasioni mondane tipiche nel mondo dello spettacolo, conobbe Johnny Dorelli, con il quale strinse un legame profondo e da cui nacque poi, sette anni dopo, Gianluca Guidi, suo unico figlio.  

Recitò con i più grandi del cinema italiano tra cui Totò e Ugo Tognazzi, in una carriera costellata di successi e di riconoscimenti. È stata un’attrice unica, Lauretta Masiero, che come ben scrisse Giovanni Testori, «Era capace delle cose più straordinarie, di farti rotolar dal riedere quando tirava fuori la voce dell’americana, o farti piangere quando tirava fuori il sentimento».  

Il 16 agosto a Venezia si celebra San Rocco, una tradizione antica nata più di 400 anni fa

Venezia, 13 agosto 2022 - Rappresentata da alcuni tra i più celebri artisti veneziani del calibro di Canaletto e Gabriel Bella, su tele che oggi sono conservate nei più importanti musei del mondo, la Festa di San Rocco è stata in passato un’occasione per sancire la rinascita di Venezia, perla della Repubblica Serenissima, dopo un’epidemia che la mise in ginocchio causando la morte di migliaia di persone. 400 anni dopo, San Rocco si festeggia ancora, e continua ad essere una tra le celebrazioni più sentite della tradizione veneziana.  Inizieranno martedì 16 agosto alle ore 11.00, i festeggiamenti in onore del santo, con una messa celebrata dall’Arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.  

Era il 16 agosto del 1577 quando per la prima volta il Doge Sebastiano Venier, seguito da un sontuoso corteo acqueo, sbarcò a San Tomà per recarsi al Campo dei Frari. Da lì partiva il corteo religioso per celebrare San Rocco, guaritore dei malati di peste al quale i veneziani si votarono tra il 1575 e il 1577 affinché mettesse fine alla tremenda epidemia scagliatasi sulla città. 

Vestito di seta e oro, accompagnato dalle più alte cariche governative ed ecclesiastiche, il Doge partecipò alla processione religiosa attraversando il lungo tendon del dose,  un prezioso baldacchino dall’aspetto scenico e regale che riparava il corteo dal sole di agosto. Ad attendere il suo arrivo davanti alla Chiesa dedicata al santo, diplomatici, senatori, i veneziani stessi in fila all’ingresso della chiesa o affacciati alle finestre delle case, e artisti tra i più noti del momento, le cui tele venivano affisse in mostra sull’ordine inferiore della facciata della chiesa. 

Un rituale, quello dei festeggiamenti in onore di San Rocco, che si è mantenuto nel tempo e che, anche quest’anno, vedrà svolgersi le celebrazioni a partire dalla messa solenne celebrata alle ore 11.00 dall'Arcivescovo emerito di Trento, Luigi Bressan.

Continua anche il ciclo di visite straordinarie della Scuola Grande (accessibile dalle ore 13.00 alle 17.30, con ultimo ingresso alle 17.00 e previa offerta di 1€ per beneficienza), all’interno della quale veneziani e non potranno ammirare i tesori della città giunti fino ai giorni nostri, tutt’ora conservati nelle sale della Scuola. Secondo la tradizione, infatti, solo in quest’occasione i veneziani potevano venerare le reliquie del santo e scoprire i preziosi cimeli dello Stato da Tera e dello Stato da Mar, custoditi nella Sala dell’Albergo dal 1490.  

Oggi è possibile ammirare solo alcuni dei rari oggetti che all’epoca si nascondevano tra le sale della Scuola Grande. Tra questi spicca il prezioso tappeto mamelucco, originariamente utilizzato per ricoprire il bancone della Sala d'Albergo. Decorato dal Tintoretto nella seconda metà del Cinquecento, negli ultimi anni questo tesoro dal valore inestimabile è stato esposto durante le celebrazioni della Festa di San Rocco nella Sala Capitolare, dando ai cittadini e ai visitatori la possibilità di scoprire l’antica storia di Venezia.  

Fatta di riti e tradizioni, la Festa di San Rocco, compatrono della città insieme a San Marco, quest’anno vedrà svolgersi poco prima della messa, la tradizionale Processione che dalla Scuola Grande arriverà alle porte della Chiesa di San Rocco, attraversando il tradizionale tendon del dose. La giornata di celebrazioni si concluderà infine con il concerto del quartetto Klassic Swing Italian Quartet alle ore 21.00 nell’omonimo campo.  

Teresa Sensi, scrittrice dall’animo romantico e prima donna iscritta all’Albo dei Giornalisti del Veneto

Venezia, 12 agosto 2022 – Le calli e i campielli di Venezia, con i loro scorci inaspettati e gli svolazzanti riflessi sull’acqua dei canali, sono da sempre la romantica cornice di storie d’amore, sia reali che fittizie. Lo sa bene Teresa Sensi, giornalista e scrittrice, punto di riferimento del pubblico femminile tra gli anni ’30 e ’50 per le sue rubriche sul Gazzettino di Venezia, in cui dava consigli di moda, cucina e bon ton, oltre che per i suoi innumerevoli successi editoriali nel campo della letteratura rosa. Tante sono le sfaccettature di questa figura femminile, oggi poco nota, che ha amato intensamente la città lagunare. Una donna con una smisurata passione per le parole e i racconti ma anche dotata di una grande audacia che l’ha portata ad essere la prima iscritta all’Albo dei Giornalisti del Veneto. 

Nata nel 1900 a Perugia, Teresa Sensi si trasferisce giovanissima in quella che poi definirà sempre con orgoglio la “sua” città, Venezia. Scrivere è l’unica attività ad occupare costantemente la sua mente, tanto che già a sedici anni riesce a pubblicare una prima raccolta di novelle, L’ignoto. Con il passare del tempo fa di questo suo interesse un mestiere e dopo aver inviato un racconto alla Gazzetta di Venezia, con il quale riscuote un buon successo, si vede affidare la stesura di articoli e la correzione di bozze per i giornali locali. 

Un importante traguardo giunge, poi, il 7 luglio 1929 quando Teresa diventa la prima donna iscritta all’Albo dei Giornalisti del Veneto. Assunta ufficialmente alla Gazzetta, e unica figura femminile all’interno della redazione, le viene assegnato il compito di redigere la cronaca mondana, le rubriche di cucina e bon ton, oltre alla critica letteraria. Sotto pseudonimo, i suoi articoli compaiono anche sul Gazzettino di Venezia, quotidiano più popolare e diffuso per il quale avrebbe poi scritto fino a pochi giorni prima della sua morte. Il giornalismo di Teresa Sensi conquista in breve tempo il pubblico femminile, tanto che già a trent’anni è una delle firme più conosciute: i suoi consigli in campo culinario e di moda sono legge, mentre i libri che recensisce diventano subito best sellers. Nello stesso periodo, si occupa anche di quelle che oggi si potrebbero definire pubbliche relazioni per la Compagnia Italiana Grandi Alberghi, ritrovandosi a intervistare attori e attrici che arrivano a Venezia per la Mostra del Cinema. 

Con l’uscita della sua seconda raccolta di novelle, La casa di carta, l’editore e amico Angelo Rizzoli le propone una nuova sfida, scrivere un romanzo. Teresa si cimenta con entusiasmo in questa prova, consegnando in poco tempo il manoscritto di L’amore degli altri, primo di una lunga serie di storie d’amore, tutte pubblicate dalla casa editrice Rizzoli, che farà di lei una delle sue autrici di punta. Dividendosi con successo tra giornalismo e letteratura rosa, la Sensi resta sulla cresta dell’onda per tutti gli anni ’40 e ’50. L’uscita di una sua nuova opera costituisce un avvenimento per le sue lettrici, e la critica la osanna per la sua tecnica narrativa, la scelta delle vicende, la scrittura sobria e nitida. 

Venezia e le sue atmosfere suggestive si insinuano spesso nei testi di Teresa, facendo da cornice ai drammi di vita che la romanziera mette in scena. Ma la città lagunare è anche lo sfondo romantico della sua personale storia d’amore con il pittore Carlo Dalla Zorza. Il loro è un legame profondo, nato dalla stima e dall’amicizia, che cresce immensamente nel tempo e li porta a migliorarsi come artisti. Purtroppo, però, nel gennaio del 1977 il marito è stroncato da un male inaspettato e repentino e da questo momento in poi la vita della scrittrice viene dedicata al ricordo dell’amato. 

Alla sua morte, avvenuta nel 1993, Teresa Sensi lascia in eredità all’Università Ca’ Foscari la sua bella dimora con giardino su Rio Novo, nel sestiere di Dorsoduro, affinché ne venga fatta una sede per gli studenti.

Aeroporto Nicelli: al Lido sorge il più antico scalo civile d’Italia, incastonato fra i bastioni di un forte del 1500

Venezia, 11 agosto 2022 – È il più antico aeroporto civile d’Italia, dove si atterra su una pista in erba lunga un chilometro, e lo sguardo si libera tra acqua e cielo, perso tra mare e laguna, sorvolando il “pesce” Venezia. 

L’aeroporto Giovanni Nicelli (militare e aviatore morto in combattimento) ha una storia lunga più di un secolo ed è legata indissolubilmente al Lido di Venezia, dove è incastonato dalla prima guerra mondiale.  

È da qui che nel dicembre del 1915 una squadriglia francese, impegnata nella difesa della città lagunare, si alza in volo ed è sempre da qui che l’eclettico poeta e aviatore Gabriele D’Annunzio comanderà la prima squadriglia navale siluranti aeree tra il 1918 e il 1919.   

Ma è il 1926 l’anno che segna la storia del Nicelli, quando l’ingegnere e imprenditore Renato Morandi trasforma quest’area nel primo scalo commerciale italiano, in anticipo su Roma e Milano. Dal Lido, il 18 agosto 1926 decolla il primo volo passeggeri, diretto a Vienna. È il primo volo di linea italiano di un aereo non idrovolante. Ed è in questo campo di volo compreso fra i bastioni di un forte cinquecentesco che ha inizio la storia dell’aviazione civile italiana.  

“La società di gestione, dopo varie vicissitudini ha cambiato i soci nel marzo del 2019 e adesso è tutta lidense ed è guidata dal presidente e amministratore delegato Maurizio Luigi Garbisa – spiega il direttore commerciale Giacomo Zamprogno – si tratta di tre soci che hanno acquistato la totalità delle quote per amore del luogo e che hanno un ambizioso progetto di ristrutturazione e riorganizzazione, che sta ad oggi proseguendo”.  

L’aeroporto si consolida nel 1935, grazie alla costruzione dell’aerostazione, che porta la firma dell’architetto Mario Emmer e viene da subito applaudita come un capolavoro dell’architettura razionalista, moderna e fornita di servizi. Fino al 31 luglio 1961 il Nicelli è stato l’unico aeroporto di  Venezia, dopodiché l’inaugurazione dell’aeroporto di Venezia Tessera ha provocato il lento declino dello scalo lidense.    

“Oggi qui atterra tutto quello che la tecnologia consente di far atterrare su un chilometro in erba, quindi aerei fino a un massimo di 12 posti, che sono dei jet, oltre agli elicotteri che rappresentano una buona parte del business – spiega Zamprogno – il numero dei voli, nonostante il Covid, è in aumento e sono 3.000, ossia 6.000 movimenti l’anno. Sono tutti voli privati di persone che vengono principalmente da Austria, Germania, Svizzera e Italia. Il 70 per cento di questi clienti possiede velivoli più piccoli, mentre il 30 per cento sono aerei di lusso, come i jet il cui valore si aggira sui 15-20 milioni di euro, ed elicotteri altrettanto grandi”.   

La sua atmosfera anni Trenta, le decorazioni dedicate all’aviazione ed eseguite dal futurista Gugliemo Sansoni “Tato”, la gigantesca cartina geografica che riporta le rotte della compagnia Transadriatica, le terrazze che aprono la vista su Venezia, il ristorante i cui arredi permettono un tuffo nel passato: l’aeroporto Nicelli ancora oggi sa affascinare l’aviazione privata con la sua storia e le sue bellezze.  

“Da tre anni è in corso un cospicuo piano di investimento e di risanamento e stiamo completando i restauri che erano necessari dopo un periodo di abbandono – conclude il direttore commerciale – oltre ad implementare il core business dell’aviazione, che rappresenta il 60 per cento dell’attività, abbiamo sviluppato anche la parte commerciale, mettendo in affitto molti spazi ad uso ufficio e magazzino. Stiamo inoltre riprendendo il settore degli eventi ed è stato riaperto, dopo una completa opera di restauro, il ristorante. Tra gli obiettivi futuri ci sono quelli di realizzare un altro hangar a fianco di quello già esistente, creare un eliporto per il volo notturno degli elicotteri e riconquistare la città e i suoi abitanti trasformando il Nicelli in un punto di riferimento per il Lido e per Venezia”.  

 

LINK PER DOWNLOAD VIDEO INTERVISTAhttps://we.tl/t-ELtdi9QU38 

Giuliana Coen Camerino, la signora della moda che con il suo trompe l’œil conquistò le celebrità di tutto il mondo

Venezia, 9 agosto 2022 – Il suo è un mondo fatto di preziosi velluti blu scuro, rosso cupo e verde bottiglia, ispirati ai più celebri dipinti di Tiziano, Tintoretto, Giorgione e Tiepolo, rigorosamente realizzati con antichi telai veneziani e su cui vengono disegnati motivi trompe l'œil. All’anagrafe è nota come Giuliana Coen Camerino, ma per il mondo della moda è la leggendaria Roberta di Camerino, stilista, imprenditrice e prima donna italiana ad essere stata premiata con l’Oscar della Moda, il Neiman Marcus Award. Vulcano di energia creativa e instancabile lavoratrice, la signora della moda nel corso degli anni ha saputo conquistarsi gli affetti di numerose celebrità internazionali, tra cui la principessa di Monaco Grace Kelly, l’artista spagnolo Salvador Dalì e l’attrice di Hollywood Joan Crawford.

Giuliana Coen Camerino nasce a Venezia nel 1920 da un’agiata famiglia ebrea; tuttavia, con l’avvento delle leggi fasciste e della Seconda Guerra Mondiale, viene costretta ad una fuga rocambolesca in Svizzera, trovando rifugio a Lugano. È proprio qui che si accende l’incredibile talento: dopo aver venduto la sua borsa a secchiello ad una signora che l’aveva fermata per la strada, desiderosa di acquistarla, Giuliana si fa mostrare da un calzolaio come cucire la pelle, in modo da potersi rifare da sola la borsa.

Una volta tornata a Venezia con la fine della guerra, avvia una sua produzione e inaugura il marchio “Roberta di Camerino”, riprendendo il titolo dell’amato film di W. A. Seiter, Roberta, che le ricorda momenti di pura spensieratezza. La prima sede dell’azienda è a Palazzo Loredan Grifalconi, un edificio gotico quattrocentesco che ai tempi della Serenissima ospitava il Fondaco dei Curami, dove già si lavorava la pelle; gli ambienti della casa di moda sono oggi spazio espositivo.

Bagonghi, Minniver, Oklahoma, Bajadera, Napoleone: ogni modello di Giuliana Camerino nasce con un suo nome e con l’esigenza di essere un accessorio colorato che ravviva la toilette di una donna. Per dare luce e ricchezza, la stilista decide di servirsi dei velluti in soprarizzo realizzati dagli antichi telai veneziani, su cui disegna il logo del marchio, la famosa R incorniciata in un prezioso stemma, e motivi trompe l’œil che imitano cinghie e tasche. È una vera e propria rivoluzione nel campo della moda, perché per la prima volta la borsa si sgancia dall'idea di dover essere abbinata alle scarpe. Inoltre, la realizzazione di questi prodotti viene inizialmente eseguita in un piccolo laboratorio nell’Istituto di Rieducazione alle Zitelle, sull’isola della Giudecca, come attività per il reinserimento delle donne detenute nel mondo del lavoro.

In seguito, la stilista veneziana amplia la sua produzione realizzando ombrelli, foulard, vestiti e tailleur, tutti coloratissimi e con l’immancabile trompe l’œil. Il suo è uno stile che sa distinguersi ed è sempre più amato: non a caso, nel 1956 l’imprenditrice vince quello che viene considerato l’Oscar della Moda, il Neiman Marcus Award. È la prima donna italiana a ricevere questo ambitissimo premio. È del 1963, invece, la sua prima sfilata nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, e da qui in poi la sua carriera è costellata di numerosi successi, tra cui l’accordo commerciale con il colosso Mitsubishi per l'esclusiva in Giappone.

Ma Giuliana Camerino ha saputo essere innovativa anche nella presentazione delle sue creazioni: a lei si deve infatti l’invenzione delle sfilate-spettacolo, dei veri e propri eventi mondani che hanno visto la partecipazione del corpo di ballo della Fenice, del teatro delle marionette, degli sbandieratori di Asti, o perfino dell'intero circo Orfei, oltre che di un pubblico sempre più internazionale. Luogo prediletto di queste rappresentazioni è l’antica Polveriera delle Vignole, sull’omonima isoletta della laguna veneziana, da lei acquistata e restaurata con amore.

Maria Perego, l’inventrice di Topo Gigio, il pupazzo più famoso di tutti i tempi

Venezia, 5 agosto, 2022 - Un successo mondiale, dagli Usa al Giappone, con più di 2400 trasmissioni in Italia e centinaia in tutto il mondo. Una serie di Film, versioni teatrali, premi e dischi che la veneziana Maria Perego ottenne con il pupazzo più famoso di tutti i tempi e il più amato da intere generazioni di bambini: Topo Gigio.  

Maria Perego oltre ad essere l’inventrice di un’icona riconosciuta in tutto il mondo, è stata pioniera di un nuovo modo di fare spettacolo, con l’allegria e la creatività che l’hanno sempre caratterizzata, che ha inventato nel 1959 il primo pupazzo animato della storia televisiva, protagonista di tutti gli schermi televisivi fino all’ultimo Carosello nel 1977.  

Con i suoi occhi languidi e la sua inconfondibile voce, Topo Gigio era capace di interpretare decine di personaggi, ballava, cantava, intratteneva e corteggiava il pubblico. Un successo dovuto alla sua originale personalità, concepita dalla Perego: quella di un combina guai capace di calarsi nei problemi reali di tutti i giorni, cavandosela con leggerezza e ironia. Entra nelle case di tutti gli italiani con il film “Le avventure di Topo Gigio” e con il tormentone “strapazzami di coccole”, diventa un agente segreto con il nome di “Zero Zero Virgola” ai tempi di Bond, affianca i grandi dello spettacolo come Raffaella Carrà, Cochi e Renato, Heather Parisi, Mara Venier e duetta con i big della musica come Louis Armstrong e Frank Sinatra.  

Dopo il Carosello, il Topo più famoso al mondo appare nello Zecchino d’Oro e in Canzonissima, il programma più in voga degli anni Sessanta, diventando addirittura co-conduttore. 

Maria Perego con il suo personaggio viaggerà in lungo e in largo intrattenendo il grande pubblico: dal 1963 al 1981 in Gran Bretagna per gli spettacoli prodotti da BBC e da ITV. Partecipa al programma televisivo statunitense The Ed Sullivan Show e sfonda anche nel Paese del Sol Levante con ben 35 anni di collaborazione con le emittenti televisive giapponesi, includendo la produzione di un cartone animato, conosciuto in Italia con il titolo “Bentornato Topo Gigio”, distribuito in Asia, Europa e Sud America.  

A lei vennero assegnati moltissimi riconoscimenti, dalla nomina di ambasciatrice dell’Unicef al titolo di socia onoraria dell’Union Internationale de la Marionnette. 

Condotti a Venezia i primi studi di genere, predecessori dei famosi Women’s Studies, grazie all’impegno di Luisa Bergalli, letterata, poetessa e traduttrice

Venezia, 2 agosto, 2022 – Della carta, dell’inchiostro e un tavolo su cui poter scrivere un nuovo capitolo della storia del mondo femminile. Aloisa Pisana “Luisa” Bergalli, è stata la prima donna a condurre studi di genere, anticipando i famosi Women’s Studies grazie alla preziosa eredità delle veneziane che vissero prima di lei.  

“Componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo” è stata la sua opera maestra, la prima antologia di poesie scritte da 250 poetesse mai realizzata prima da una donna, con un archivio di opere che andava dal 1290 all’età contemporanea, seguita poi da “Avventure del poeta”, considerato il miglior tributo mai offerto da Luisa al teatro contemporaneo. Traduzioni, poesie, e sonetti completavano la sua vita di intellettuale, studiosa fin dall’infanzia, ragazzina laboriosa, preparata, che odiava improvvisare e che voleva costruire a tutti i costi una sua eredità letteraria, solida e inattaccabile. 

Una costruzione che richiese tempo e fatica, ma che non le impedì mai di scoprire anche i segreti della città e delle persone che la popolavano, imparando a conoscere le intellettuali che discutevano nei caffè e nei campielli, ascoltandone i pensieri, le visioni e le idee. E fu proprio qui che conobbe la famosa Rosalba Carriera, le sue sorelle - anche loro artiste - e poi ancora Luigi Querini e Caterino Zeno, gli amici di una vita.  

Tra i pomeriggi di studio e le discussioni nei caffè, Luisa incontrò anche Gasparo Gozzi, futuro marito e padre dei suoi cinque figli, con il quale condivise un matrimonio ma soprattutto il lavoro, da sempre al centro della sua vita. Un’attività sfortunata e fallimentare però quella di Gasparo e del suo Teatro Sant’Angelo, che tentò di risollevare anche grazie all’aiuto di Luisa, mettendone a repentaglio l’intera carriera.  

Letterata, madre di cinque figli e moglie, con una carriera in costante ascesa, figlia di una formazione culturale approfondita, tipica degli eredi della borghesia veneziana, la stessa a cui lei è sempre stata legata fin da bambina per via di Luigi Mocenigo e Pisana Comaro, padrino e madrina di battesimo, nonostante fosse figlia di un umile commerciante piemontese. Un padre impegnato, il suo, che con sacrificio e duro lavoro riuscì a portare avanti la famiglia e a dare alla figlia qualche consiglio e qualche lezione di francese, garantendole un’opportunità unica, quella di diventare traduttrice letteraria.  

Una lunga carriera intervallata dalla stesura di commedie, dalla scrittura di poesie, di opere letterarie, di sonetti e di traduzioni quella di Luisa, femminista veneziana che raccolse il testimone passatole dalle veneziane che prima di lei scrissero di donne, di letteratura e di poesia, facendo di queste opere il motore della loro vita.  

La bellezza letteraria del Lido di Venezia, che con il suo aspetto selvaggio e rurale seppe conquistare scrittori e reinventarsi in luogo di relax e festa

Venezia, 1 agosto 2022 – Una spiaggia deserta e selvaggia, abbellita da bassi arbusti e dune di sabbia finissima da un lato, dall’altro la vastità del mare Adriatico. E poi orti, vigne e ampi campi coltivati. Un panorama dai tratti romantici e decadenti, che ha saputo conquistare celebri letterati e artisti di ogni epoca. Continua il viaggio alla scoperta dei tesori nascosti e delle curiosità sul Lido di Venezia, lo spartiacque naturale frapposto tra la laguna della città e il mare Adriatico che appena qualche secolo fa seppe reinventarsi in luogo di relax e festa.

Già meta di lussuose e significative tradizioni veneziane come lo Sposalizio del Mare durante la Festa della Sensa, per tutto il Sette-Ottocento il Lido fu protagonista di popolari ritrovi sociali, i “Luni del Lio”, cioè i lunedì del Lido, delle giornate d’autunno tradizionalmente dedicate alla gita in barca per rilassarsi, riposarsi e divertirsi. Secondo alcuni storici questi “Luni” erano occasione di festa per uomini e donne, bambini e anziani, in cui si mangiava e beveva all’aperto con ciò che ci si era portati da casa o nei tavoli delle trattorie e, dopo il pranzo, si cantava e ballava sino a sera.

Fino a circa metà del XIX secolo l'isola veneziana era ancora un'area campestre coltivata ad orti. Tuttavia, la solitudine e la suggestione decadente del suo paesaggio erano perfettamente in linea con i canoni stilistici del maggiore movimento culturale dell’epoca, il Romanticismo: fu così che in questo periodo Venezia e il suo Lido divennero non solo meta o residenza alternativa di molti scrittori e artisti, ma vennero anche sospirati e cantati in numerose poesie e diari di viaggio.

Tra i suoi celebri visitatori non si può dimenticare il tedesco Johann Wolfgang Goethe, che nel libro Viaggi in Italia raccontò di quando, proprio al Lido, vide per la prima volta il mare. Era l’ottobre del 1786 e lo scrittore, dopo essere passato per la Riviera del Brenta, giunse a Venezia: fu subito colpito dal paesaggio lagunare, tanto da celebrare le popolazioni che abitavano quelle isole. Volendo allargare la propria conoscenza oltre la storica città di Venezia, l’8 ottobre Goethe decise di recarsi al Lido, dove rimase incantato dalla bellezza dell’Adriatico e da quella striscia di terra che lo divide dalla laguna. Amò il Lido in modo particolare anche Lord George Gordon Byron, che nei suoi tre anni di soggiorno veneziano, dal 1816 al 1818, non mancò mai di recarvisi per la cavalcata o la nuotata quotidiana, tanto da esprimere il desiderio di essere, alla sua morte, sepolto in quest’isola.

Poco prima del cambio di secolo l’isola veneziana si trasformò in un enorme affare economico. Cominciando a diffondersi in Europa la moda dei bagni in mare, sia a causa di una rinnovata passione di derivazione romantica per il contatto con la natura, che a causa della crescita di una nuova borghesia in cerca della propria affermazione sociale, Venezia e il suo Lido si trovarono dunque in una posizione privilegiata, e ben presto si confermarono come una delle mete balneari più ambite in Italia ed una delle più ricercate al mondo per l’alta società. Questo perché si cominciò ad investire maggiormente nelle infrastrutture: nel 1872 nacque la Società Civile Bagni Lido, e si collegò con una linea di vaporetti la stazione ferroviaria di Venezia Santa Lucia ed il Lido, mentre agli inizi del Novecento iniziò la costruzione di grandi alberghi come l'Hotel des Bains e l'Hotel Excelsior. Vennero inoltre realizzate molte ville in stile Liberty come villa Romanelli, villa Monplaisir i villini Papadopoli e molti altri.

La Belle Époque fu quindi il periodo d’oro per il Lido di Venezia: il jet set internazionale dell'aristocrazia e ricca borghesia europea e d'oltre oceano si riversò nei grandi alberghi, e fiorirono gli stabilimenti balneari, i centri per le cure delle malattie dell'apparato respiratorio e le sale gioco. Ancora una volta, il Lido si rese protagonista della letteratura internazionale: infatti un altro scrittore tedesco, il premio Nobel Thomas Mann, si innamorò di questo lembo di terra sabbiosa al punto tale che lo scelse come ambientazione di uno dei suoi racconti più riusciti, La morte a Venezia.

Anna Maria del Violin, l’allieva prediletta di Antonio Vivaldi che incantò con la sua musica politici, compositori e viaggiatori

Venezia, 29 luglio 2022 - Fu la più dotata allieva di Vivaldi e la più celebre fra le figlie della Pietà. Anna Maria, conosciuta anche come Anna Maria del Violin, rimase per tutta la sua esistenza all’interno dell’Ospedale della Pietà, il convento, orfanotrofio e conservatorio di Venezia, percorrendo i vari livelli di gerarchia: da figlia di Choro a figlia privilegiata, per passare poi a maestra di strumento fino a diventare Maestra di coro, il ruolo in assoluto più elevato.  

Un talento, quello per la musica, celato dietro le grate del coro della Pietà, attraverso cui incantava tutti coloro che passavano dall’Ospedale e che la definirono entusiasticamente come “il primo violino d’Italia”.  

Nata fra il 1695 e il 1696, Anna Maria era l’allieva privilegiata dal Prete Rosso, solo per lei, infatti, vennero composti venticinque concerti, con un cimento tecnico molto elevato. Una polistrumentista esperta, un’orchestrale particolarmente versatile in grado di esibirsi con altri strumenti oltre al violino, che era la specialità. Anna Maria aveva raggiunto un livello di maturità e di virtuosismo degno di una professionista quando, all’età di venticinque anni, venne acquistato per lei un violino del celebre Matteo Sellas, un celebre liutaio, il cui prezzo dello strumento lascia intuire la bravura della ragazza. 

Le figlie della Pietà erano delle giovani donne orfane che venivano accolte in età infantile, senza cognome e senza futuro. Questa Istituzione dava loro una possibilità di riscatto: qui potevano imparare un mestiere e trovare un marito. Fra queste, una piccola élite selezionata entrava a far parte del coro, le Figlie di Choro, di cui faceva parte Anna Maria.   

Il suo talento era talmente evidente che venne soprannominata “Del Violin”, una sorta di cognome con cui veniva riconosciuta la sua grande abilità e passione per la musica, ma anche la sua origine illegittima, un marchio a fuoco indelebile che porterà fisicamente sulla sua pelle.  

Diventare “figlie di coro” costituiva un privilegio: a differenza delle “figlie di commun”, quelle di coro avevano diritto a un vitto migliore, potevano ricevere gratificazioni in danaro e, se chieste in sposa a qualcuno, venivano proviste dall’Ospedale di una piccola dote. 

Un numero ristretto di quattordici fanciulle, scelte ogni tre anni fra le figlie di coro più meritevoli e due maestre, costituiva il gruppo delle “figlie privilegiate”. A loro era concesso di prendere sotto la propria tutela una “figlia di educazione”, ossia fanciulle dell’aristocrazia o della borghesia mercantile che pagavano una retta per ricevere una solida educazione musicale.  

Anna Maria passò tutte queste fasi di formazione e raggiunse addirittura il livello di Maestra di coro, doveva dirigere il coro, vigilare sulla disciplina, replicare gli insegnamenti dei maestri e farne le veci quando erano assenti.  Una vita interamente trascorsa presso l’Istituto della Pietà, dove morì all’età di novantasei anni dopo una lunga febbre e un talento riconosciuto da Antonio Vivaldi, che la omaggiava evidenziando in lettere maiuscole “AMore” nei concerti di viola d’amore per lei scritti.  

Dopo dieci mesi di uscite settimanali sui canali di Venezia 1600, si conclude l’avventura del primo fumetto partecipato che ha raccontato la Serenissima, tra passato, presente e futuro

Venezia, 28 luglio 2022 – Una storia lunga 41 strips, per un totale di 123 vignette, che non solo ha intrattenuto per dieci mesi i followers dei canali Instagram e Facebook di Venezia 1600, ma che attraverso l’espressione di una preferenza li ha anche resi partecipi del suo stesso sviluppo. Il primo di luglio si è conclusa la narrazione di “Venezia 1600: la striscia a fumetti”, il primo fumetto partecipato ambientato nel passato, presente e futuro della Serenissima frutto della creatività dello sceneggiatore Fabrizio Capigatti e del disegnatore Diego Bonesso, già autori di numerosi progetti ambientati nella città lagunare. 

Tutto è cominciato il 2 settembre 2021 con l’introduzione dei tre protagonisti sui canali social di Venezia 1600. Il fumetto, ambientato durante il Natale del 2020, in piena pandemia, si è poi strutturato in strisce di 3 vignette quadrate ciascuna, su cui i lettori esprimevano il loro voto: la scelta più votata determinava il continuo della storia, esattamente come in un libro-games. 

“Abbiamo dato subito la possibilità di scegliere attraverso quale personaggio vedere la storia”, racconta Fabrizio Capigatti, sceneggiatore del fumetto partecipato. “Ha vinto il personaggio un po’ sbruffone, Alvise; poi c’era Mattia, che era il timido del gruppo, e Arianna, che era il trait d’union tra tutti e tre, e il personaggio caratterialmente più forte, era quella che concettualmente poteva affrontare qualsiasi cosa”. 

Dall’aspetto dei personaggi alle ambientazioni delle vignette, niente è stato lasciato al caso, anzi, è frutto di un enorme lavoro di ricerca e documentazione, sia per essere fedeli e rispettosi della città che per aiutare il pubblico a sentirsi più a suo agio. Ed ecco quindi che i volti dei tre amici sono stati ispirati agli attori Timothée Chalamet (Alvise), Anya Taylor-Joy (Arianna) e Louis Hofmann (Mattia), mentre i tre spiriti d’ispirazione dickensiana che hanno fatto vivere diverse avventure al gruppo di adolescenti, viaggiando non solo nei 1600 anni di storia ma anche nel presente e futuro di Venezia, hanno dei richiami a Tristezza del film Pixar Inside Out per il Fantasma del Passato, Walter Sobchak de Il Grande Lebowski per il Fantasma del Presente, ed Alberto Angela per il Fantasma del Futuro. 

Trasportare la città lagunare nel mondo del cartoon non è stata però un’impresa facile, sebbene i due autori vantino un bagaglio di esperienza considerevole, avendo già lavorato a progetti come Capitan Venezia, fumetto edito da Venezia Comix, e Stand Up!, un’opera che tratta il tema del cyberbullismo, oltre al gioco di ruolo Venezia Obscura, ambientato nel centro storico di Venezia ma in un futuro distopico. 

“Eravamo partiti con l’idea di disegnare tutto, ma quando hai a che fare con una città come Venezia, così importante, bella e conosciuta, ci siamo resi conto che creare ogni singolo elemento ex novo era un lavoro enorme che comunque non avrebbe accontentato il pubblico”, ricorda Diego Bonesso, disegnatore della striscia a fumetti che, proprio per la realizzazione di queste strips, ha deciso di adottare una tecnica specifica per rendere al meglio l’atmosfera della città lagunare. “Abbiamo deciso di lavorare su delle fotografie, ed è stato fatto anche un grosso lavoro di fotomontaggio, proprio per rispettare l’architettura della città, che probabilmente non saremmo riusciti ad ottenere disegnando il tutto”. 

Tra gli ostacoli principali anche i tempi ristretti e le scelte spesso inaspettate dei lettori. “Solitamente quando si ha un piano editoriale di fronte ci si prepara con ampio anticipo”, prosegue Bonesso, “ma qui, dovendo scegliere il pubblico, non sapevamo quasi mai quale vignetta avrebbe vinto. Abbiamo sempre avuto le nostre preferenze, e in qualche maniera abbiamo cercato di veicolarle, però questa cosa non funzionava e le persone sceglievano un po’ perché gli piaceva la vignetta, per i colori particolari, o altri ragionamenti quasi insondabili per noi. Alcune volte la storia ha preso delle pieghe che noi non ci aspettavamo”. “La difficoltà per me è sempre stata presente”, aggiunge Capigatti, “perché bisognava riuscire a far passare un’informazione storica o una curiosità, e abbinarli ad una trama orizzontale che avesse una coerenza una volta raccolte tutte le vignette”. 

Quelle dei due autori sono state settimane scandite da compiti ben precisi: tra domenica e lunedì Capigatti faceva un controllo sui canali social di Venezia 1600 per vedere su quale vignetta fosse ricaduta la scelta del pubblico e, dopo aver preso nota delle votazioni, si metteva subito a scrivere i dialoghi per la strip successiva. Poi li girava a Bonesso, che si trovava il materiale il martedì e iniziava a lavorare sul layout, il quale veniva rivisto e corretto, in modo da poter procedere con le vignette definitive entro il giovedì. 

I dieci mesi di narrazione del fumetto partecipato si sono inoltre rivelati un momento di esercizio creativo, dando la possibilità al duo di artisti sia di rinfrescare vecchie tecniche che scoprire nuove storie e aneddoti su Venezia. “È stato lungo e impegnativo, ma ci siamo anche divertiti”, afferma il disegnatore, “ho scoperto cose nuove che non immaginavo, perché per fare queste strisce abbiamo dovuto documentarci. Per esempio io, per quanto nato e cresciuto vicino a Venezia, non sapevo molto della Festa di San Martino, conoscevo solo il dolce; ma il giorno della Festa, trovandomi a Venezia, ho visto i bambini che battevano le padelle, e questa cosa mi è piaciuta tantissimo. Spero che anche il pubblico non veneziano abbia apprezzato quando l’ho inserito nelle vignette”. 

Dunque un bel viaggio nei 1600 anni di storia di Venezia, tra passato, presente e futuro, perché quando ami la tua città, ti piace anche raccontarla a qualcun altro.

 

La Malcontenta e la leggenda di Elisabetta Dolfin, celata fra le mura di Villa Foscari

Venezia, 26 luglio 2022 - Una dama dai capelli rossi e una leggenda ambientata fra le mura della meravigliosa Villa Foscari: ecco la storia di Elisabetta Dolfin, il fantasma della Malcontenta che si aggirerebbe ancora nell’antica dimora signorile in prossimità di Mira, lungo la Riviera del Brenta. 

Il fantasma avrebbe sembianze bellissime, proprio come quelle Elisabetta in vita e farebbe le sue apparizioni nella stanza di Armida e nel giardino posteriore, alle prime luci dell’alba. Indossa un abito lungo nero e scollato sulla schiena, con un viso bianco candido incorniciato dai capelli rossi, e due occhi grandi nei quali si scorge il riflesso del desiderio inappagato di libertà.  

La leggenda ebbe origine verso la seconda metà del Cinquecento, quando Nicolò Foscari sposò Elisabetta, vedova del primo marito appartenente alla famiglia Pisani.  All’epoca giravano numerose voci sull’infedeltà della donna, al punto da essere esiliata dal marito in una condizione di clausura, all’interno della villa affacciata sul Brenta. Venne rinchiusa per gli ultimi 30 anni della sua vita, tanto che non fu mai vista uscire o affacciarsi dalle finestre. In questi trent’anni la villa si riempì di sterpaglie e resta un mistero come la bella dama riuscì a sopravvivere, dal momento che nessuno le portò mai degli alimenti o visse insieme a lei nella villa.  

Una figura decantata anche da Antonio Foscari in una architettura di Palladio con “nobile figura femminile nella quale veniva riconosciuta la dama malcontenta che qui sarebbe stata reclusa per espiare le sue avventure d’amore”. Il nome Malcontenta è legato all’idrografia del luogo. Il canale scavato per portare le acque del Brenta dalla vicina Oriago alle valli di Sant’Ilario era chiamato proprio “fossa dei malcontenti” così come il nome del fiume, anticamente declinato al femminile: la Brenta “mala contempta”. 

Luisa Ronchini, la cantante che salvò il patrimonio musicale popolare di Venezia dall’oblio

Venezia, 22 luglio 2022 – “Semo tute impiraresse / semo qua de vita piene / tuto fògo ne le vene / core sangue venessiàn, / no ghe gnente che ne tegna / quando furie deventèmo, / semo done che impiremo / e chi impira gà rason”. Se non fosse stato per un registratore a bobina sempre pronto ad incidere canzoni antiche come questa, o per la curiosità, la passione e il duro lavoro della sua proprietaria, forse una buona parte del patrimonio popolare musicale veneziano sarebbe stata perduta per sempre. Il merito di tale impresa è di Luisa Ronchini, cantante di nome ma etnomusicologa di fatto, che nella seconda metà del secolo scorso girò per le calli e i campielli della laguna veneziana incontrando anziani, pescatori, impiraresse, e salvando dall’oblio circa 600 canti di lavoro, ninne nanne, serenate e canzoni di lotta. 

Nata a Bergamo nel 1933, Luisa decide di trasferirsi a Venezia all’inizio degli anni ’60, dove lavora come artigiana ceramista presso un laboratorio della città. Grazie alle sue frequentazioni con un gruppo anarchico, scopre la libreria e galleria d’arte “Internazionale”, in cui sente per la prima volta dei dischi di musica popolare. È amore a primo ascolto e, di lì a poco, comincia la sua attività di raccoglitrice e straordinaria interprete di canti popolari veneziani, spronata soprattutto dall’etichetta discografica I Dischi del Sole. 

Si aggira non solo tra le calli di Venezia, ma anche tra le strade di Chioggia, Treporti e Pellestrina, entra dentro a osterie, ricoveri per anziani e in qualsiasi altro posto in cui si possano trovare gruppi che cantano o anziani con un’ottima memoria: instancabile, Luisa Ronchini setaccia ogni angolo della laguna, alla ricerca di antiche melodie. Una delle maggiori influenze all’inizio dello studio sul patrimonio popolare veneziano è, per pura coincidenza, la sua padrona di casa nel sestiere di Castello, Tilde Nordio, che con voce armoniosa si presta a cantarle diverse delle canzoni poi confluite nel suo primo EP Nineta cara, registrato tra il 1964 e il 1965. Negli stessi anni dà vita al gruppo Canzoniere Popolare Veneto, assieme a Gualtiero Bertelli e Alberto D’Amico, con il quale allestisce lo spettacolo “Tera e aqua” e incide il disco Addio Venezia addio, portando poi nelle piazze e nei teatri di tutta Italia la musica popolare veneziana. 

Nel 1990 Luisa pubblica la raccolta di testi Sentime bona zente, una raccolta di “canti, conte e cante del popolo veneto”, raccolti con pazienza e passione. Nel 1993 si esibisce per l’ultima volta in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita della Camera del Lavoro di Venezia.

Voce dal timbro inconfondibile, a tratti aspra, a tratti dolce, anima e forza del gruppo musicale veneziano, Luisa Ronchini è quindi riuscita a rendere immortale il ricordo di canzoni antiche come “Peregrinazioni lagunari”, in cui si racconta di una lunga passeggiata tra Venezia e la sua laguna, da Marghera a Fusina passando per la Giudecca e Burano, ma anche di canti di lavoro come “I batipali” o “Tiorte i remi e voga”, importanti testimonianze di un passato assai lontano che ancora oggi emozionano i loro ascoltatori.

 

Intellettuale progressista e docente rivoluzionaria: la storia della veneziana Franca Trentin

Venezia, 19 luglio 2022 - Franca Trentin è stata un’insegnante ma anche una rivoluzionaria, un’intellettuale e un’attivista che ha preso parte alla Resistenza francese e il cui impegno è stato premiato con la Croix de la Résistence che le venne conferita direttamente da Charles De Gaulle. Orgoglio, sacrificio, dedizione e responsabilità sono stati i cardini su cui Franca, nata a Venezia più di cento anni fa, ha costruito la sua vita di donna libera.  

Non ci si doveva far ingannare dagli occhi chiari e dal viso gentile, dietro ai quali si celava un carattere forte e tenace. Era rigorosa e severa come la madre quando doveva preparare anche il più piccolo dei tanti interventi accademici che teneva come insegnante, e coraggiosa come il padre quando lottava per la sua indipendenza e per l’emancipazione di tutte le donne.  

Aveva solo sei anni Franca quando fu costretta a cambiare vita, a lasciare la sua Venezia e le comodità di cui poteva godere al tempo una famiglia benestante per scappare a Pavie, a causa delle rigide leggi del regime fascista che obbligarono il padre Silvio, professore universitario, volontario nella Prima guerra mondiale e deputato, ad esiliare in Francia e a reinventarsi partendo dall’agricoltura.  

La tenacia, la dedizione, il lavoro e poi lo studio, erano i valori che Franca aveva imparato guardando il padre affrontare la vita, e ha inizio proprio tra i banchi di scuola francesi la consapevolezza di Franca per l’importanza di questi valori, che diventeranno in seguito i cardini su cui baserà la sua vita accademica e privata. «Sono una donna che lavora, felice» dirà infatti di sé stessa qualche anno dopo, cosciente che l’unica via per l’emancipazione femminile passava per il lavoro e l’impegno.  

La vita in Francia è stata per lei difficile, a tratti crudele. Dai continui cambiamenti di città, a cui una bambina faticava ad abituarsi alle umiliazioni subite per essere italiana, cittadina di un paese in cui regnava il fascismo. Franca subì scherni quasi quotidianamente, tra i banchi di scuola e per le vie della città, ma il padre Silvio, colto, forte e protettivo, fu il suo filtro per capire il mondo e per allontanare da sé insulti e prese in giro.  

Nel frattempo, a Tolosa, Franca cresceva attorniata dalla sua famiglia e dagli amici del padre, scrittori, filosofi, e pensatori in fuga dalla madre patria e che trovavano rifugio nella sua casa, e nella libreria di Silvio. Tra un esame e l’altro Franca iniziò a lavorare accettando diverse supplenze di insegnamento, piccoli impieghi come segretaria del Rettore della Facoltà, incarichi come sorvegliante nelle colonie estive, interprete e traduttrice. Come il padre prima di lei, non rinunciò alla sua indipendenza e alla sua libertà, adattandosi a tutto pur di preservare entrambe.  

A poco più di trent’anni, due lauree, un figlio e un matrimonio, Franca iniziò ad insegnare, riversando in questa professione tutto il suo vissuto e i suoi valori. Insegnò a Digione, alla Sorbona e al Ministero degli Affari esteri francese prima di approdare all’Università Ca’ Foscari, la stessa in cui aveva insegnato suo padre qualche decennio prima. Nei suoi vent’anni di insegnamento qui, nella sua città, Franca portò un vento di entusiasmo, di apertura al mondo e un’idea nuova e forte della libertà femminile, figlia del lavoro, della conoscenza e del sacrificio.  

Coraggio, resistenza e dedizione hanno contraddistinto la storia di una docente rivoluzionaria e intellettuale progressista che ha vissuto tra la Francia e l’Italia, diventando una delle più grandi protagoniste della storia di Venezia e dell’Italia intera.  

Maria Malibran, la celebre cantante a cui venne titolato uno dei più prestigiosi teatri veneziani

Venezia, 15 luglio 2022 - Arrivava a bordo di una gondola di color grigio chiaro dagli interni dipinti in oro scarlatto, con a poppa un gondoliere in costume da lei disegnato. Era Maria Malibran, una voce magnifica da contralto e da soprano, un’artista di grande talento, talmente amata a Venezia che le fu titolato uno dei principali teatri della città.   

Il suo nome competo era Maria Felicia Garcia Malibran e fu una delle più celebri cantanti dell’Ottocento: grazie alla sua eccezionale estensione vocale cantò come soprano di bravura, ed eseguiva persino ruoli da tenore come il Gualtiero ne Il pirata di Bellini. Fu anche compositrice di musica vocale da camera, di notturni, di romanze e canzoni. 

Conosciuta con il nome di “La Mariquita” in Spagna, “La Malibran” in Francia, “La Signorina” negli Stati Uniti, “Madame Malibran” in Inghilterra e “Marrietta” in Italia cantò nei teatri di tutto il mondo ma è proprio a Venezia che lasciò il segno. Il teatro fu a lei dedicato perché dopo la sua interpretazione magistrale de La sonnambula nel 1835, rifiutò il suo compenso, suggerendo che avrebbero potuto utilizzarlo per sostenere le spese di ristrutturazione dell’edificio, ormai fatiscente.  

Interpretò nella città della Serenissima i ruoli di Norma, Rosina, Desdemona e Cenerentola, e un repertorio che conta complessivamente una trentina di opere di grandi musicisti del calibro di Bellini e Rossini, il quale la definiva in una sua lettera “Celebre compositrice, Cantatrice, Suonatrice, Pittrice, Fiorista, Sartrice, Declamatrice, Danzatrice, etc. etc. etc. etc.”.  

Sposò il banchiere francese Eugène Malibran, conosciuto a New York nel corso di una tournée americana anche se poi si legò al violinista e compositore belga Charles Auguste de Bériot, con il quale convolò a nozze ed ebbe un figlio. Un amore celato in un dipinto che la ritrae con un mazzo di fiori di Camelia, Acanto, Rosa, Luppolo ed Olea Fragrans, le cui iniziali compongono il nome del marito Charles. 

La tradizione del ponte votivo della Festa del Redentore, l’iconica via sull’acqua che da 445 anni collega Fondamenta delle Zattere all’isola della Giudecca

Venezia, 14 luglio 2022 – Da 445 anni a questa parte, il terzo sabato di luglio una tradizione tutta veneziana anima il Canale della Giudecca: l’allestimento di un percorso galleggiante temporaneo che, con i suoi 334 metri di lunghezza, lega saldamente Fondamenta delle Zattere e la basilica del Cristo Redentore sull’isola della Giudecca, due estremità della città di Venezia solitamente divise dall’acqua della laguna. Iconico e immancabile simbolo della Festa del Redentore, la via sull’acqua creata dal ponte votivo ha da sempre accompagnato i festeggiamenti, sebbene sotto diverse spoglie, arrivando ad assumere in tempi più recenti le sembianze della struttura modulare in legno e acciaio che da 20 anni i veneziani sono abituati ad attraversare a ricordo perenne di un voto per la liberazione dalla peste. Quest’anno l’attraversamento pedonale verrà aperto al pubblico domani, venerdì 15 luglio, alle ore 20, alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro, del patriarca Francesco Moraglia e delle autorità civili e religiose.

Affettuosamente chiamato anche “Notte Famosissima”, il Redentore è una delle ricorrenze più sentite dai veneziani e, grazie alla sua spettacolarità, col tempo è diventato noto in tutto il mondo. La celebrazione cade ogni sabato precedente alla terza domenica del mese di luglio e ricorda la fine dell’epidemia di peste che devastò la città negli anni 1575-1577, portando alla morte oltre un terzo della popolazione di Venezia. Fu per questo motivo che il 4 settembre del 1576 il Senato della Serenissima scelse quindi di erigere una chiesa a nome del Cristo Redentore, come ex voto per cercare di allontanare la malattia dalla laguna. Nel giorno del primo Redentore, nel 1577, fu allestito un ponte di galere per raggiungere l’isola della Giudecca e la nuova basilica. Sempre qui ebbe luogo la prima processione di fedeli, ancora oggi parte fondamentale delle celebrazioni.

Attraverso i secoli, il ponte votivo cambia il suo aspetto ma non la sua funzione: l’appoggio delle galere ben presto viene sostituito dalle più pratiche zattere, per passare poi, tra fine Ottocento ed inizio Novecento, alle peàte, le grandi barche dal fondo piatto utilizzate per il trasporto di materiali pesanti come carbone e legname. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, invece, assume il volto “militare” dell’inglese ponte Bailey, composto da diversi moduli in acciaio e legno che permettono un veloce montaggio e smontaggio. Per ben cinquant’anni il secondo reggimento Genio pontieri, entrato in possesso della struttura, a ogni Festa del Redentore lo ha assemblato sul Canale della Giudecca come esercitazione militare.

Dichiarato “residuato bellico” nel 2002, il ponte Bailey è sostituito dall’odierno percorso galleggiante, che quest’anno festeggia vent’anni di utilizzo. A seguire attentamente i lavori, ancora oggi come la prima volta, il geometra Matteo Vianello, collaboratore del Responsabile Unico del Procedimento.

“È un ponte costituito da moduli galleggianti, per una lunghezza di circa 334 metri lineari, mentre il camminamento è largo 4 metri circa - spiega Vianello - L’inizio dell’assemblamento è avvenuto martedì 5 luglio, ed è un procedimento che viene realizzato in fasi, chiudendo progressivamente il Canale della Giudecca. Venerdì 15 ci sarà la fase finale, che inizierà alle 7 della mattina, poi si procederà a chiudere completamente il ponte alle 16:15 con il passaggio dell’ultimo Ferry. Sarà aperto al pubblico dalle ore 20 di venerdì e resterà fino alla mezzanotte di domenica, quando inizierà la fase di disallestimento”.

L’attraversamento pedonale oggi in uso è il frutto di un’attenta mediazione tra moderno e tradizione, nel rispetto dell’ambiente che lo circonda e dei 445 anni di storia della Festa del Redentore: le antiche barche sono state sostituite da unità galleggianti in polietilene, ma il piano di calpestio e il corrimano continuano ad essere in legno.

“Il ponte viene ancorato su dei pali in acciaio vibroinfissi sul fondo del Canale”, aggiunge il geometra, “e su tutto il parapetto c’è un impianto di illuminazione che rischiara il camminamento. Alcuni moduli hanno dei tralicci che servono per fare un sopralzo per consentire ai mezzi pubblici di transitare sotto il varco centrale, che ha un’altezza di 3,50 metri e una larghezza di 10 metri”.

Quella del ponte di barche è una tradizione tutta veneziana, e non è affatto raro che questa via sull’acqua venga montata anche in occasione di altre celebrazioni. “La struttura viene usata, oltre che per la Festa del Redentore, anche per la Madonna della Salute e per la manifestazione sportiva della Venicemarathon”, precisa Vianello, ricordando anche come nel novembre 2019 sia stato impiegato in occasione della Festa di Ognissanti e della Commemorazione dei Defunti, quando ha collegato Fondamente Nove con il cimitero di San Michele.

 

LINK PER DOWNLOAD VIDEO INTERVISTA

https://we.tl/t-PshqLKenMV

 

La storia di Yvonne Girardello la veneziana prima hostess d’Italia

Venezia, 12 luglio 2022 - "Non ho mai avuto paura di volare" ha dichiarato all’età di 96 anni quando è salita, ormai nonna, per l’ultima volta su un aereo all’Aeroporto del Lido di Venezia, lo stesso luogo dove aveva iniziato la sua carriera da hostess. L’amore per il mondo visto dall’alto e per i viaggi l’hanno accompagnata ogni giorno in una vita fatta di voli, accoglienza e curiosità nei confronti di luoghi e culture lontane dalla sua. È Yvonne Girardello, la prima hostess d’Italia, veneziana e donna che ha testimoniato la nascita non solo di un mestiere che fino ad allora non esisteva ma anche primi voli di linea in Italia accompagnando, con il suo celebre sorriso e i suoi modi pacati e accoglienti, tante celebrità da Domenico Modugno che in volo, dal finestrino, le ha indicato il “Blu dipinto di Blu” a Don Camillo e poi ancora Maria Callas, Sandra Milo e altri personaggi illustri.  

Yvonne è nata a Venezia nel 1923 e gli aerei da piccola le facevano paura perché associati alla guerra. Poi, però, sono diventati la sua seconda casa. Questa giovane ragazza che si considerava un vero e proprio “maschiaccio” alla fine della Seconda Guerra Mondiale era impiegata alle Officine Aeronavali del Lido dove gli aerei arrivavano per le revisioni. Si occupava di gestire i libretti di volo dei piloti quando è stata tuffata nel mondo dei voli diventando protagonista della nascita della TransAdriatica, la prima compagnia di aviazione civile italiana originata dalla trasformazione degli aerei militari statunitensi in velivoli civili da parte di alcuni piloti reduci dal conflitto.  

Era solo una ragazza quando le venne proposto di fare l’hostess di bordo, un mestiere che non esisteva ancora e che lei accettò senza pensarci troppo, incuriosita da questo mondo ad alta quota che le permetteva di viaggiare su e giù per il suo Paese. Bastava esibire solo tre caratteristiche dopotutto, gentilezza, sorriso e semplicità e lei le aveva tutte.  

Yvonne ha iniziato con il cosiddetto Dc-3, un aereo di linea prodotto negli anni Quaranta dall’azienda americana Douglas Aicraft Company, che lei stessa ha definito “suo grande amore” per poi passare ad altri velivoli e concludere la sua carriera con la compagnia Alitalia. Il primo volo che fece fu sulla sua città, Venezia, in volo su un aereo acrobatico in picchiata che sembrava si schiantasse sulla laguna come lei stessa ricorda. Una volta a terra, il comandante di volo le disse che era pronta per volare vedendola tranquilla e in equilibrio. L’importante, infatti, era non avere paura e lei non l’aveva mai avuta.  

Da lì iniziò la sua lunga carriera da assistente di volo diventando un esempio di donna indipendente e forte e svolgendo un mestiere impensabile per le giovani donne dell’epoca che non potevano allontanarsi da casa. Sua mamma, però, firmò il consenso, le cucì una divisa di colore azzurro e le regalò quella libertà che fece sempre parte della sua vita. 

Yvonne rischiò più volte la vita a causa di questo mestiere, soprattutto durante un atterraggio d’emergenza a Bologna per una bufera dove dovette gestire l’emergenza cercando di tranquillizzare il più possibile i passeggeri di quell’aereo che sfiorò la tragedia. Ma lei, donna dal grande autocontrollo, sapeva bene come gestire l’ansia e calmare le persone.   

Yvonne Girardello non ha mai smesso di amare il suo mestiere, nonostante i rischi, e, una volta in pensione, ha scelto di fermare nel tempo tutti i suoi ricordi e le sue esperienze in alta quota raccogliendole in un libro che ha intitolato “Appunti di volo”, pubblicato nel 2008 dove si può scoprire, tra i racconti non solo l’anima di questa grande donna ma anche storie e aneddoti su tutti i suoi passeggeri che hanno avuto la fortuna di viaggiare accompagnati da lei e dal suo sorriso. 

Viaggio a Melara di Rovigo alla scoperta degli alchimisti che preparano i fuochi d’artificio per la festa del Redentore

Venezia, 10 luglio 2022 - È in quello che viene definito “il triangolo del divertimento” che nasce la magia dello spettacolo del Redentore. Il sibilo, il botto, il fuoco che si apre a sfera, a fiore, a fontana pennellando il cielo di Venezia e incollando lo sguardo all’insù per 40 minuti ad ammirare lo skyline di barche, di acqua, di colori che si fonde nel tutt’uno di ciò che è e rappresenta ancora la Serenissima. A Melara di Rovigo la cinquantina di dipendenti dell’azienda Parente Fireworks è alle prese con la preparazione degli oltre 6 mila fuochi d’artificio che verranno sparati in aria durante la notte “famosissima”, sabato 16 luglio, la più sentita manifestazione cittadina promossa dal Comune di Venezia con il coordinamento operativo di Vela spa. 

Un luogo dove ogni singola lavorazione è separata dall’altra per questioni di sicurezza e dove tutto è fatto a mano, interamente a mano dagli “alchimisti” dell’arte pirotecnica. Un lavoro artigianale che porta in alto la bandiera del Made in Italy e che evoca cura, attenzione, qualità e rispetto delle norme di sicurezza perché qui si maneggia in sostanza la polvere da sparo.

“Da veneti, la festa del Redentore per noi è la più importante e ogni anno ci teniamo a partecipare alla gara d’appalto pubblica – spiega Antonio Parente, che porta avanti l’azienda insieme ai fratelli Davide e Claudio – non possiamo dare anticipazioni sullo spettacolo, ma possiamo dire che ci saranno dei momenti legati alla realtà e che ovviamente non potranno mancare i colori che più di tutti rappresentano Venezia e che sono il rosso e l’oro, per finire con l’argento brillante”.

Lo spettacolo pirotecnico è il momento clou del Redentore, una delle feste più amate dai veneziani che da centinaia di anni mescola il sacro al popolare senza perdere la sua identità. La sua particolarità è proprio la lunghezza dello spettacolo, che inizia alle 23.30 e per tradizione deve andare oltre la mezzanotte, portando quindi a 40 minuti i botti in Bacino San Marco che si riflettono nelle acque della laguna.

“Uno spettacolo di soli fuochi d’artificio così lungo è difficile trovarlo da altre parti e quindi la difficoltà è anche quella di cercare di non annoiare lo spettatore – continua Parente – per questo ogni anno cerchiamo di migliorare qualcosa, di modificare qualcosa, di trovare un effetto nuovo”. 

Fino alla metà del Novecento, i “foghi” si svolgevano con il fronte rivolto verso il Canale della Giudecca, mentre tra gli anni ’50 e ’60 la postazione degli artificieri fu sdoppiata e da due diverse zattere due ditte si sfidavano sparando alternativamente i fuochi. Gli artifici venivano quindi lanciati sia dal Bacino che dall’area compresa tra il Molino Stucky e Sacca Fisola. È solo alla fine degli anni ’70 che i fuochi sono tornati in Bacino e dal 2008 il fronte è stato ampliato fino a raggiungere i 400 metri, aumentando così il fascino dello spettacolo.  

“Dal 1988 abbiamo partecipato a tantissime edizioni del Redentore e lo facciamo per il legame che abbiamo con la città, perché la festa del Redentore è una delle tradizioni italiane più belle – spiega Parente - all’estero facciamo eventi di gran lunga più grandi rispetto a questo, ma il fascino di questa città non ce l’ha nessun’altra”.

Le origini della “Parente Fireworks” risalgono alla fine del diciannovesimo secolo quando il fondatore della famiglia di pirotecnici Romualdo Parente, originario della provincia di Foggia, decise di intraprendere questa attività allestendo spettacoli per eventi religiosi. La prima vera fabbrica fu costruita all’inizio del 1900 e dopo una breve pausa durante la Prima Guerra Mondiale Romualdo ricominciò l’attività insieme ai sette fratelli, creando una delle più grandi fabbriche pirotecniche del Sud Italia. Nel 1951 il figlio Antonio lasciò il Sud per trasferirsi a Melara e nel 1956, con l’aiuto dei suoi due figli Augusto e Romualdo, costruì quella che è l’attuale fabbrica.

“L’artificio cilindrico è tipico della scuola italiana, mentre quello sferico nasce dalla scuola cino-giapponese asiatica ed è quello più usato – spiega – il maggior fabbricante di artifici oggi è la Cina, poi ci sono Italia e Spagna che realizzano artifici di pregio, un po’ più di elite diciamo, che hanno anche un costo diverso perché la loro qualità è diversa e lo si vede nei colori, nella luminosità e nelle tonalità”. Le lavorazioni sono tutte manuali, tutto viene pesato al grammo seguendo in parte i ricettari tramandati dal bisnonno e in parte seguendo le evoluzioni dei prodotti. Ogni colore, poi, è frutto di formule diverse e di componenti che vengono mescolati dai fuochisti, che con pazienza e attenzione danno vita e forma a sfere e cilindri che si trasformeranno in luce, rumore, fumo e piccoli coriandoli di carta in caduta.

A Melara tutto è organizzato secondo un ordine preciso: da una parte ci sono i laboratori dove viene prodotta la polvere nera che viene utilizzata come base per la carica di lancio e per la salita dell’artificio, che l’azienda commercializza anche nel resto del mondo perché è l’unica in Europa a realizzarla in loco.  

La polvere nera si compone di tre elementi: carbone, nitrato di potassio e zolfo. Il carbone scelto è quello in tralci di vite, che è un po’ più leggero, che viene macinato in botti tritatorie e polverizzato per un numero preciso di minuti. A questo viene aggiunto poi il nitrato di potassio e, successivamente, lo zolfo, oltre ad un collante. Questo processo termina poi con l’essicazione controllata all’interno di un altro laboratorio che ha una sorta di condizionatore in grado di far perdere, dopo 24 ore, tutta l’umidità al prodotto. 

“Non lo mettiamo al sole, sarebbe un risparmio di tempo perché basterebbero poche ore, ma con certe temperature estive è molto pericoloso – spiega – così è tutto sicuro ed è una scelta vincente”. 

Poi ci sono le altre fasi delicate, ci sono le composizioni, le mescolature, le pressature, c’è la realizzazione dell’involucro esterno, il suo riempimento con le palline di polvere nera e la sua chiusura. Gesti che si ripetono da centinaia di anni e che sono sempre gli stessi. 

“Rispetto a come faceva i fuochi d’artificio il bisnonno alcune cose tecniche sono le stesse di cento anni fa, ma negli ultimi 50 anni sono cambiati i componenti - racconta – i prodotti sono più raffinati e puliti, creano meno fumo, è stata anche perfezionata la tecnica del lancio, che una volta era manuale mentre adesso viene fatta con sistemi di gestione radiocomandati elettronici”.

Ogni sera, al calar del sole, tutti i lotti di prodotti vengono testati per garantire gli standard di qualità in un’area dell’azienda e per qualche minuto il cielo di Melara si colora con una sequenza di botti.

“Quello di Venezia è un evento complicato – conclude Parente - c’è la preparazione del progetto artistico, per la quale servono circa due settimane perché in questo lavoro non esiste il copia-incolla; poi c’è la difficoltà di una città delicata e del trasporto dei materiali, che viene fatto in più fasi. A Venezia tra l’altro bisogna stare al di sotto di un certo numero di decibel di suono. Poi c’è la questione della distanza di sicurezza dalle barche, perché con il rischio che qualche barca invada l’area di spettacolo abbiamo cercato di dotarci delle tecnologie che ci aiutano a bloccare il lancio nel caso ci siano condizioni limitate di sicurezza. Sono cose che si imparano con gli anni e rispettando la città”.

E in attesa che i “foghi” siano pronti per essere sparati, a Venezia si preparano le luminarie, si cucinano i piatti della tradizione, si addobbano le barche perché, si sa, il Redentore tra canti e balli rappresenta la rinascita di un nuovo giorno, di una vita senza la peste, di cui oggi come 500 anni fa si sente ancora l’esigenza.

120 anni fa crollava il campanile di San Marco: le macerie del “Paron de casa” inabissate al largo del Lido

Venezia, 11 luglio 2022. Un rumore sordo, una nuvola densa che circonda la piazza e il vuoto che improvvisamente cambia lo skyline del salotto più bello del mondo. Il Paron di casa si siede, crolla, lasciando il posto a un cumulo di macerie. È il 14 luglio del 1902, esattamente 120 anni fa, quando i veneziani assistono a una scena che ha dell’incredibile: il crollo del campanile di San Marco, la torre sulla cui cuspide svetta l’arcangelo Gabriele, che sembra quasi vegliare sulla città. Pochi secondi e il campanile si siede su se stesso, risparmiando miracolosamente i monumenti vicini e senza fare alcuna vittima.  

“Per ogni dove mescolaronsi, precipitando, le colonne marmoree della cella campanaria, assieme ai cornicioni, alle sculture dell’attico ed alla pesante armatura della cuspide. I massi ristettero all’angolo della Basilica, ed attuti il colpo la colonna che fu svelta; squarciarono, verso mezzogiorno, la testata della Libreria Marciana”. Così l’archeologo Giacomo Boni descrive la scena che compare ai suoi occhi, davanti allo stupore della gente che in un attimo aveva perso il proprio punto di riferimento.  

Il campanile si accartoccia su se stesso, si insacca e piega verso l’angolo nord est, per imprudenti lavori murari, come verrà poi studiato e analizzato. La torre originaria viene infatti rialzata e modificata ma senza irrobustirne le base e seguendo criteri e tecniche diverse, proprie di uno e dell’altro secolo. Il campanile, oggi alto quasi 100 metri, viene costruito per la prima volta nel XII secolo, dove prima sorgeva probabilmente una torre di avvistamento, e viene poi riedificato tra il 1511 e il 1514. Le indagini successive al crollo rivelano difetti strutturali e trascuratezze di lavorazione, difetti di qualità e di impiego dei materiali che facilitano l’azione distruggitrice del tempo. Tra le macerie, ci sono sì i resistenti e solidi laterizi romani rettangolari, quadrati, tondi, ricurvi provenienti per la maggior parte da Aquileia, ma si recuperano anche molti mattoni di scarsa resistenza, utilizzati per sanare i danni prodotti da fulmini e intemperie. Senza coesione sono le malte di calce d’Istria che, anche per effetto del moto delle campane e della spinta dei venti, si polverizzano e che, al momento del crollo, imbiancano i tetti e il suolo tanto da dare l’illusione che su Venezia sia caduta la neve.   

Com’era e dov’era. Lo decreta il Comune di Venezia, che già a distanza di pochi mesi, il 25 aprile del 1903, colloca la prima pietra e sempre il 25 aprile, giorno di San Marco, del 1912, inaugurerà il nuovo campanile.   

La costruzione, ricopiata fedelmente nel suo aspetto esteriore, viene reintegrata di alcune parti distrutte: vengono cioè posti su due lati del dado sopra la cella, alternati con le Giustizie, i due Leoni andanti in pietra d’Istria in sostituzione di quelli scalpellati alla caduta della Repubblica e, sulla sommità, viene ricomposta con gli originali frammenti la statua in rame sbalzato dell’Arcangelo Gabriele, quasi interamente rifatta, ricopiando l’antico modello del 1822. 

Le macerie del campanile vengono inabissate a tre miglia al largo del Lido. A lanciare in acqua il primo degli oltre 1.200.000 mattoni è una bambina, Gigeta Alessandri, figlia del pittore Angelo che lavorava per lo scrittore John Ruskin. È un funerale, un viaggio lugubre, quello che parte da San Marco e che termina alla bocca di porto del Lido con i primi cento metri cubi di macerie a bordo di una chiatta: a quel mare Venezia dona una parte di sé, di quei laterizi che i veneziani avevano raccolto fra i resti delle città romane dell’estuario, un “triste carico, biancheggiante come ossa cremate” e la folla, assiepata sul Molo, assiste in religioso silenzio all’ultimo viaggio di ciò che resta di uno dei simboli della loro città.   

Ma la storia del campanile non finisce lì. Da alcuni anni il mare sta restituendo tanti mattoni del vecchio campanile e nel 2021 è stato inaugurato il progetto culturale ed educativo “El Paron de casa” che vede al centro proprio lui, un monumento diventato simbolo permanente di rinascita. 

Il grande giornalismo di Tina Merlin, storica firma dell’Unità che a Venezia diresse le pagine regionali del quotidiano

Venezia, 8 luglio 2022 – La vita partigiana, le lotte operaie, l’emigrazione, la condizione femminile e, soprattutto, la tragedia del Vajont. Ogni riga delle opere di Tina Merlin, storica firma dell’Unità che a Venezia diresse le pagine regionali del quotidiano, è pervasa di giustizia, verità e un forte impegno civile. Una giornalista caparbia e decisa che ha sempre avuto il coraggio di raccontare i fatti così come stanno, anche a costo di pagare prezzi alti e dovendo muoversi all’interno di un ambiente lavorativo prevalentemente maschile. In poche parole, una donna che sapeva fare bene il suo mestiere e che, ancora oggi, è d’ispirazione per tutti coloro che le sono succeduti. 

Clementina Merlin, per tutti Tina, nasce il 19 agosto 1926 sui monti bellunesi di Trichiana, da una famiglia contadina. Seguendo l’esempio del fratello Toni, entra nella Resistenza nel luglio del 1944 con il nome di battaglia “Joe” e, con la sua attività di staffetta partigiana, arriva a consumare le ruote della sua bicicletta girando da un avamposto all’altro. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si iscrive al PCI e nel 1951 diventa corrispondente dell’Unità, grazie a un concorso del giornale vinto con un racconto. Per tutti gli anni ‘50 si occupa dei problemi della sua amata montagna veneta, soffocata da emigrazione, sottosviluppo, disoccupazione e spopolamento. Sono anche gli anni della costruzione delle grandi dighe e dello strapotere della SADE, la Società Adriatica di Elettricità, spesso descritta come uno “stato nello stato”. 

È negli anni ’60 che il suo nome si lega indissolubilmente al disastro provocato dalla diga del Vajont. Già prima del fatidico 9 ottobre 1963, Tina indaga, scrive e protesta contro la costruzione della pericolosa opera di ingegneria idraulica. Ma la sua voce rimane inascoltata e nel 1959 viene addirittura accusata, processata, e poi assolta, per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Perché la giornalista bellunese si muove in un contesto lavorativo che, all’epoca, è fatto di soli uomini, e le donne come lei sono pochissime. In più, non è un’inviata speciale, ma una corrispondente locale che scrive per il giornale di un partito dell’opposizione. «Tutti sapevano, nessuno si mosse»: così grida dalle colonne del suo quotidiano una volta avvenuta la tragedia, dimostrando la veridicità delle precedenti inchieste. 

Verità, giustizia e un forte impegno civile restano gli elementi caratterizzanti dell’intera vita professionale di Tina Merlin, anche quando si sposta di redazione prima a Milano, e poi a Venezia. Nella città lagunare, infatti, la giornalista ci arriva nel 1974, trasferendosi assieme al figlio Toni Sirena in un semplice appartamento in uno dei primi nuovi insediamenti della Giudecca. Qui, deve dirigere le pagine regionali del Veneto dell’Unità, che al tempo aveva la sua redazione a Cannaregio: per farlo al meglio, si mette a cercare tra le calli della città giovani collaboratori da inserire nello staff. Ricopre questo incarico fino al 1982, continuando a scrivere, con la solita caparbietà, dei temi a lei cari come le lotte operaie, la condizione femminile e i suoi luoghi natali, ponendosi sempre dalla parte dei deboli e opponendosi alle ingiustizie. 

Negli anni della pensione – divisa fra la laguna e la sua terra – Tina Merlin ritorna sui suoi passi di donna, militante e cronista. Nel 1983, dopo essere andata per anni alla ricerca di un editore interessato, riesce a pubblicare Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, il libro in cui ricostruisce accuratamente l’intera vicenda. 

Ancora oggi si può trovare traccia della preziosa eredità culturale di Tina Merlin all’interno della Città Metropolitana di Venezia. Nel 2015, infatti, il comune di Quarto d’Altino ha deciso d’intitolare il suo Centro Culturale alla giornalista bellunese in quanto, come partigiana prima e giornalista poi, rappresenta un modello di donna capace di mostrare la propria indipendenza nei confronti dei poteri forti ed il proprio impegno di cittadina attiva e vigile, in grado di fungere da esempio per l’intera comunità.