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Doris Castelrosse: la semplice ragazza londinese che diventò la regina dell’alta borghesia veneziana

Venezia, 5 luglio 2022 – Apparve per la prima volta sulle prime pagine della stampa locale veneziana nell’estate del 1938, Lady Castelrosse, affacciata sulla terrazza di Palazzo Venier dei Leoni, con uno sguardo freddo e controllato, fiera nel suo abito estivo illuminato dal sole del tardo pomeriggio veneziano. Londinese, ribelle e amante del lusso, Doris è stata la regina delle feste veneziane, tra fiumi di Cherry Brandy e la compagnia di nobili e aristocratici che seduceva, puntualmente, uno ad uno.

Una cornice, quella di Palazzo Venier dei Leoni, la cui tradizione parlava di feste ed eccessi già da tempo, quando a possederla era Luisa Casati Stampa. Una tradizione, questa, che venne rispettata e onorata da Doris Castelrosse, padrona di casa e regina della mondanità veneziana per un paio d’estati prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

La storia della più chiacchierata, famosa e ambita Lady inglese ha però origini lontane, estranee alla ricchezza, allo sfarzo e agli eccessi. All’anagrafe Doris Delevigne, nacque in una famiglia di umili commercianti dell’est di Londra, la cui vita era fatta di riti e abitudini semplici, di lavoro e di sacrificio. Vita che per la giovane Doris, contraria alle convenzioni sociali e con un’indole ribelle, non era di certo abbastanza per soddisfare la sua sete di successo e ricchezza.

Fin da ragazzina, aveva sempre sognato di vivere una vita agiata, tra divertimento e lusso che aveva poco a che fare con quella che aveva vissuto fino all’adolescenza. Così, finita la scuola, da sola e con qualche penny in tasca, si trasferì nel centro città per cercare di vivere il suo sogno ed entrare finalmente nell’alta borghesia britannica.

Iniziò a costruire la sua vita da socialite dietro al bancone di un piccolo atelier di moda a Mayfair, dispensando preziosi consigli di stile a modelle, attrici e nobildonne dell’alta società che in cambio, decisero di introdurla agli uomini più ricchi di Londra, tra i quali spiccava il nome del Visconte Valentine Castelrosse, il suo futuro marito.

Un matrimonio a tratti felice e, senza dubbio, inusuale quello tra Doris e Valentine, l’unico che le diede un titolo e un ruolo concreto nella borghesia britannica. Tuttavia, un matrimonio che non le impedì certo di continuare ad intessere relazioni amorose con altri uomini facoltosi e famosi, tra cui Randolph e Winston Churchill. Fredda, baldanzosa e brillante, Doris si vantava di trovarsi a suo agio in ogni situazione, complice la sua bellezza inquieta e il suo carattere enigmatico, che facevano capitolare chiunque, uomo o donna che fosse.

Fu proprio la storia d’amore con una donna, l’ereditiera americana Margot Lindon Flick Hoffman, che portò la giovane Viscontessa nei salotti l’alta società veneziana nell’estate del 1938. Si conobbero un paio di anni prima Doris e Margot, quando, entrambe sposate, parteciparono ad una festa organizzata da degli amici in comune. Nonostante l’impegno e i vincoli matrimoniali, la storia d’amore tra le due donne non venne ostacolata e le portò a scegliere la città lagunare come meta per la loro vita insieme.

Venezia, città moderna e all’avanguardia, offriva a Doris tutti i piaceri e le libertà del XX secolo, nonostante l’avvicinarsi della Seconda Guerra Mondiale. In un Palazzo Venier dei Leoni completamente rinnovato, con pavimenti in terrazzo veneziano intarsiati di madreperla, sale sfarzose ed eleganti arredamenti moderni, Doris organizzò la prima di un’infinita serie di feste estive che verranno ricordate dalla stampa locale come le più grandi feste di Venezia, dove parteciparono esponenti dell’alta società come l’attore Douglas Fairbanks, la Principessa Alessandra di Grecia e il Conte Volpi.

Sfarzo, lusso e ricchezza erano vitali per la giovane Lady Castelrosse che ben presto, a causa dello scoppio del secondo conflitto mondiale e della fine della sua facoltosa liaison con Margot Hoffman, perse, trovandosi sommersa dai debiti e completamente sola. Costretta a lasciare Venezia, Doris, la regina delle feste veneziane, si spense a soli 42 anni in un noto hotel di Londra a seguito di un’overdose di barbiturici e alcol, abbandonando per sempre il sogno di una vita agiata nei lussuosi salotti dell’élite britannica.

Il Lido di Venezia attraverso i secoli, da prima linea di difesa della città ad elegante e raffinata meta di svago

Venezia, 4 luglio 2022 – Una sottile lingua di terra della lunghezza di circa 12 chilometri, delimitata dai porti di San Nicolò a nord e Malamocco verso sud, si frappone tra la laguna e il mare Adriatico. In passato si è rivelata di vitale importanza per Venezia, essendo la sua prima linea di difesa sia contro le incursioni dei nemici che contro la furia delle onde del mare. Nel presente, invece, è la spiaggia dei veneziani per eccellenza, pervasa da un’atmosfera più tranquilla e raffinata, complici anche le eleganti architetture Liberty che impreziosiscono i suoi viali. Queste sono solo alcune delle caratteristiche del Lido di Venezia, una delle isole più grandi del territorio lagunare. Oggi, in occasione dell’inizio della stagione estiva, cominciamo un lungo viaggio alla scoperta delle innumerevoli tracce del suo ricco e millenario passato.

Numerose fonti storiche raccontano di come questo luogo di poco distante da Venezia sia stato abitato, seppur scarsamente, fin da tempi antichissimi. Attorno al Mille si ebbero infatti i primi insediamenti nella parte settentrionale dell’isola con la realizzazione dell’abbazia benedettina e la chiesa di San Nicolò, dedicati al santo protettore dei marinai. Sebbene l’edificio attuale sia di origine secentesca, al suo interno si possono ancora ammirare elementi della struttura originaria risalente al XI secolo, come una porzione del pavimento mosaicato e una parte della navata destra. In quanto primo punto d’accesso al mare, un tempo per pescatori, commercianti e soldati non era affatto raro prendere il largo dal Lido, e per questo motivo il campanile della chiesa è stato a lungo simbolo della partenza verso terre lontane e del ritorno a casa. Ciò accadde ad esempio nel 1202 alla vigilia della Quarta Crociata, quella che poi portò Venezia ad avere il completo dominio sull’Adriatico e sull’Egeo, quando proprio qui si accamparono 30.000 crociati, in attesa di imbarcarsi verso la grande avventura.

Poco distante dalla chiesa di San Nicolò sorge un altro sito dall’importante valenza religiosa: come si legge sulla targa marmorea al suo ingresso, si tratta dell’Antico Cimitero Israelitico, un piccolo appezzamento di terra che la Serenissima assegnò alla comunità ebraica di Venezia nel lontano 1389. Considerato una delle primissime testimonianze di una radicata presenza ebraica nella città lagunare, il luogo di sepoltura è mutato innumerevoli volte nel corso dei secoli, ampliandosi fino a raggiungere la sua massima espansione nel 1641. Dopo grossi danni e perdite causate dalle costruzioni di nuove fortificazioni difensive, nel 1774 il governo veneziano concesse un nuovo spazio per la sepoltura dei membri della comunità, conosciuto come “Cimitero Nuovo”.

Nonostante il Lido sia stato a lungo un’area poco vissuta, paludosa e malsana, col tempo ha saputo diventare un tassello fondamentale del sistema difensivo della Repubblica di Venezia, grazie alla costruzione di diversi forti militari. Primo tra tutti quelli presenti nella laguna, sia in quanto a data di realizzazione che per dimensioni, si ha il Forte di San Nicolò, situato all’estremità nord dell’isola. Già esistente nel XII secolo, poi rinnovato all’inizio del XVI secolo dal celebre architetto militare Michele Sanmicheli, ospitò la caserma dei Fanti da Mar, uno dei più antichi corpi di fanteria di marina della storia, istituito dalla Serenissima per essere impiegato nel combattimento navale e nelle operazioni di sbarco. Molti sono poi i forti di successiva realizzazione che hanno contribuito a rafforzare l’immagine del Lido di baluardo della Repubblica a difesa delle invasioni provenienti dal mare: Santa Maria Elisabetta e Quattro Fontane, che purtroppo sono andati distrutti, oltre a Cà Bianca, Terre Perse, Malamocco, San Leonardo e Alberoni, che invece sono rimasti attivi fino al 1945.

L’isola veneziana è stata ugualmente strategica per la salvaguardia della città rispetto alle forti condizioni atmosferiche e alle mareggiate. A questo scopo, furono eseguiti grandi lavori di ingegneria idraulica come i Murazzi, l’imponente opera in pietra d'Istria che ancora oggi si estende per 5 chilometri, da Ca’ Bianca fino agli Alberoni. Prima di essi, la spesa che ogni anno veniva sostenuta dalla Serenissima per difendere la laguna dalla furia delle mareggiate era altissima: nei punti dove si presentava maggiore pericolo e danno, si cercava di provvedere con le palade, delle palafitte rinforzate con sassi la cui durata era però assai breve. Nel Settecento si decise di affidare a Bernardino Zendrini la costruzione di un nuovo e più stabile metodo di difesa, costituito da una muraglia di blocchi di pietra d’Istria. L’impresa iniziò nel 1744 e fu completata nel 1782; successivamente, i Murazzi vennero danneggiati dalle mareggiate nel 1825 e soprattutto il 4 novembre 1966, quando il loro cedimento fu una delle cause dell'eccezionale acqua alta che sommerse Venezia.

Un punto di svolta fondamentale nella storia del Lido di Venezia venne infine raggiunto tra il Sette e Ottocento. Il suo ruolo militare iniziò a passare in secondo piano, sebbene le attività di fortificazione continuarono, e fu sempre più apprezzato da artisti e scrittori come meta di svago e residenza, specialmente per la sua atmosfera romantica e decadente.

L’eccentricità di Luisa Casati, la marchesa che a Palazzo Venier dei Leoni organizzava stravaganti feste in costume

Venezia, 1 luglio 2022 – È una tiepida sera di settembre del 1913, e nel punto in cui il Canal Grande si allarga verso la laguna, nei pressi di Punta della Dogana, una flottiglia di gondole intasa la via acquea. A bordo si scorgono individui dai complicati costumi che, impazienti, non vedono l’ora di scoprire quali nuove avventure riserverà loro il luogo in cui sono diretti. Ad accoglierli c’è una donna alta e sottile vestita da principessa persiana, con un diafano costume argento e oro: è la marchesa Luisa Casati, prima inquilina di Palazzo Venier dei Leoni e famosa, a Venezia come in tutto il mondo, per i suoi spettacolari ricevimenti. Ereditiera e musa di artisti famosissimi, protagonista indiscussa della Belle Époque, la nobile milanese dallo stile di vita spesso estremo e fuori dalle convenzioni del tempo resta ancora oggi l’incarnazione di una figura femminile tra le più stravaganti e raffinate che la città lagunare abbia mai visto.

Nata nel 1881 da una ricca famiglia di produttori di cotone, a 19 anni sposa il marchese Camillo Casati Stampa. Ben presto però il ruolo di brava moglie comincia a starle stretto e l’incontro con il celebre Gabriele D'Annunzio, avvenuto durante una battuta di caccia, rende questa insoddisfazione un punto di rottura col suo passato. “Voglio diventare un’opera d’arte vivente”, affermerà successivamente la nobile e, prendendo maggiore coscienza di sé, decide di mostrare al mondo intero la sua eccentrica personalità. Taglia i capelli e li tinge di un acceso rosso fuoco, inizia ad usare la cipria per un incarnato ancora più chiaro ed evidenzia i suoi grandi occhi verdi con un marcato trucco nero: il suo è un cambio di look totale e iconico.

Come molti altri prima e dopo di lei, Luisa giunge a Venezia perché attirata da una fantasia: considera la città lagunare un luogo di bellezza ultraterrena che fluttua magicamente sul mare, e spera di trovare qui un mondo parallelo in cui fuggire dal tedio della sua vita aristocratica. Così nel 1910, incoraggiata dallo stesso D’Annunzio, acquista quello che al tempo è un fatiscente Palazzo Venier dei Leoni, per plasmarlo secondo la propria esigente immagine estetica.

Volendo preservare all’esterno il fascino gotico dell’edificio, con i suoi muri in pietra bianca invasi d’edera e il tetto pieno di buchi, la marchesa Casati ristruttura solo l’interno della residenza, impreziosendone i corridoi con marmo chiaro, lampadari in vetro di Murano e tende di merletto dorato. Oltre il salone principale, tinteggiato d’oro e scintillante di specchi, si apre un giardino sommerso dalla vegetazione in cui si aggirano numerosi animali esotici come un boa, che Luisa ama avvolgere attorno al collo come fosse una sciarpa, ma anche pavoni bianchi addestrati, levrieri di razza e merli albini colorati secondo il tema delle sue feste. Ma l'animale che forse è rimasto più impresso nella memoria di tutti è il mansueto ghepardo, che con il suo passo felpato la segue ovunque in città e la accompagna nei tragitti in gondola. Secondo alcuni veneziani del sestiere di Dorsoduro il felino è la maniera della nobile di omaggiare il leone che, secondo la leggenda, viveva nel giardino durante la costruzione di Palazzo Venier.

Questo è dunque l’ambiente fantastico in cui vengono catapultati gli ospiti degli incontri mondani di Luisa, diventati in breve tempo materia di leggende locali. Persino in una città famosa per il Carnevale e le feste in maschera come Venezia non c’è niente di simile agli spettacolari ricevimenti della marchesa, in cui viene rappresentato, secondo la moda dell’epoca, un incontro tra Oriente ed Occidente tanto elaborato e sgargiante quanto la storia della città lagunare.

Il campo trincerato di Mestre: una storia lunga più di cent’anni

Venezia, 30 giugno 2022 – Venezia, la città della Serenissima, per secoli regina dello Stato de Mar e dello Stato de Tera, è anche la città dove si trova il più importante campo trincerato d’ Italia dopo quello di Roma. Racchiusa tra le mura in cemento armato dei dodici forti, si cela la storia plurimillenaria di questa città, del suo entroterra e dei suoi soldati, che hanno combattuto fianco a fianco dando la vita per la loro patria. 

Metter piede in uno dei forti veneziani oggi, più di cent’anni dopo la loro costruzione, è come tornare indietro nel tempo, a quando nei cunicoli freddi, fatti di muri spessi, che collegano i magazzini e le varie stanze del forte, i soldati veneziani armati di rivoltelle e fucili, correvano svelti pronti a difendere la loro città dal nemico. Sembra ancora di sentirli, i colpi dei fucili nemici che si infrangono contro le mura di cemento armato dei forti, scalfendole, sì, ma senza mai distruggerle. 

Una storia militare che iniziò nel 1862, quando per la prima volta tra i vertici dell’esercito italiano si avanzò l’ipotesi di costruire delle strutture fortificate, proprio come quelle francesi, vere e proprie cittadelle militari utilizzate per difendere le città d’oltralpe, i cui confini erano minacciati dall’esercito prussiano. Passeranno però dieci anni prima che al Ministero della Difesa si approvino i progetti architettonici per la realizzazione dei forti italiani, nonostante il conclamato fallimento di queste opere belliche fosse stato testimoniato dalla sconfitta della Francia, caduta di fronte all’esercito nemico. 

Si preparava così l’Italia, alla vigilia dei due conflitti mondiali, schierando un piano di difesa fatto di campi trincerati estesi da nord a sud, da Venezia a Civitavecchia. E proprio Venezia era la piazza fondamentale che, se ben difesa, avrebbe bloccato l’avanzata del nemico, concedendo all’esercito italiano tempo per riorganizzare un contro attacco e per avere, forse, la meglio sui nemici. 

Poggia le sue fondamenta su un’area un tempo paludosa, il primo e più grande tra i dodici forti del campo trincerato. Con i suoi 48 ettari, Forte Marghera occupa quello che un tempo era il borgo di “Margera” (ovvero il mare c’era), dove i veneziani conservavano le merci destinate al centro città. Una zona strategica questa, grazie alla presenza del Canal Salso che collegava “Margera” alla città di Venezia, un vero e proprio ponte tra terra e mare. Quasi 90 anni dopo, il via definitivo al progetto del campo trincerato di Mestre con i forti Tron, Brendole, Carpenedo, Poerio e Bazzera prima, e i forti Pepe, Cosenz Mezzacapo, Sirtori e Poerio, poi. Esteso, sviluppato lungo un’ampia area di terraferma, nei dintorni di Venezia e delle sue isole, questo progetto militare ampio e complesso venne interamente completato nel 1918 a ridosso dello scoppiare della Prima Guerra Mondiale. I lavori della struttura difensiva veneziana vennero definiti addirittura “colossali”, attirando l’attenzione delle più alte cariche di Stato, tra cui quella del Re Vittorio Emanuele III e del generale Viganò, ex ministro della guerra, che nel giugno del 1910 decisero di lasciare i loro uffici romani per recarsi a Venezia e toccare con mano i risultati del progetto militare. 

Un progetto ambizioso e apparentemente ben riuscito, che però, come nel caso francese, non fu in grado di far fronte alle nuove tecniche di attacco nemiche utilizzate durante la Prima Guerra Mondiale, rivelandosi inadeguato rispetto ad un combattimento nuovo, attivo, lontano dall’idea dei conflitti bellici del XVIII secolo. Così, alla vigilia del secondo conflitto mondiale i forti, da luoghi di combattimento attivo, assunsero la funzione di depositi e polveriere, magazzini dove conservare munizioni utilizzate durante gli attacchi ed i conflitti a fuoco che si svolgevano altrove. 

Dal dopoguerra in poi, smilitarizzazioni, ristrutturazioni e riqualificazioni hanno caratterizzato la nuova vita di gran parte dei forti del campo trincerato, riscrivendo la storia di edifici ormai abbandonati e segnati dallo scorrere del tempo. Da strutture militari, magazzini colpi di armi a fucine di cultura, centri per il reinserimento sociale, punti di riferimento per la cittadinanza locale e per le istituzioni, i forti continuano ad essere dei veri e proprio cardini per la società veneziana. 

A Venezia, Olga Asta Lustig: la disegnatrice di merletti più famosa al mondo

Venezia, 28 giugno 2022 - Due vetrine sotto le arcate delle Procuratie vecchie portano ancora oggi il suo nome. Disegnò modelli per i duchi di Windsor, per William Powell e per la moglie del re Faruk d’Egitto. Imprenditrice veneziana, abile modellista, da sempre appassionata del merletto, Olga Asta Lustig è tra le protagoniste dell’arte del ricamo del Novecento veneziano.

La storia tra Olga e l’arte del merletto inizia quando lei era appena una ragazzina e lavorava come commessa nella storica bottega Jesurum del centro storico. Tra veli da sposa, tovaglie, centri tavola, abiti e le lenzuola, capì che la sua strada era nascosta tra le trame dei ricami che lei stessa vendeva. Non sapeva cucire, né a macchina né con ago e filo, ma sapeva disegnare molto bene Olga, che iniziò a creare piccoli bozzetti che subito saltarono all’occhio di chi lavorava lì da tempo. I modelli di Olga andavano bene, piacevano, si vendevano facilmente, ed è proprio in seguito a questo successo che la giovane disegnatrice di merletti decise di aprire una piccola bottega tutta sua.

L’avventura di Olga come imprenditrice e disegnatrice di merletti iniziò da Piazza San Marco, nel cuore della sua città, tra le arcate delle Procuratie vecchie con l’insegna “Olga Asta & C.” sistemata sopra le due lucide vetrine. Si divideva tra il negozio e il retrobottega, dove passava le ore tra modelli, carta e carboncino per dare vita ai bozzetti, garanzia di talento, tradizione e passione. È così che lei diventò in poco tempo un’istituzione non solo nella città lagunare, patria del merletto, ma ben oltre i confini della città.

Negli anni ’30 le sue creazioni erano molto famose, apprezzate, richieste, ben pagate, soprattutto nella capitale italiana della moda: Milano. E proprio a Milano, in quello che oggi è conosciuto come corso Matteotti, aprì il suo secondo negozio di merletti, sbarcando poi anche a Nizza e St. Moritz.

Il nome Olga Asta era sinonimo di successo, arte e imprenditoria. Tra le prime imprenditrici progressiste a rendere i propri dipendenti partecipi degli utili dell’azienda, anticipando i tempi, e rendendo la sua eredità imprenditoriale unica, vedeva l’azienda come una famiglia in cui tutti dovevano partecipare e da cui tutti dovevano poter trarre dei profitti in modo uguale.

Appassionata, talentuosa e determinata, Olga Asta Lustig, classe 1880, portò avanti con passione, dedizione e orgoglio i suoi negozi e la sua produzione di merletti fino alla prima metà del Novecento. Le sue creazioni sono tutt’ora famose nel mondo e alcune, fanno parte dell’immenso patrimonio culturale di una città che ha oggi più di 1600 anni.

La storia di Teresa Mosconi Papadopoli, la donna che fece costruire i giardini Papadopoli a Venezia

Venezia, 24 giugno 2022 - Nel sestiere di Santa Croce a Venezia, a pochi passi da Piazzale Roma c’è un’area verde che tutti conoscono come i giardini Papadopoli. A dare il nome a questo luogo, che ancora oggi è uno dei parchi pubblici più amati della città, è una donna, una contessa, un personaggio poco noto della storia veneziana ma che con la sua caparbietà e intraprendenza ha saputo dare, se pur nel suo piccolo, un contributo importante a Venezia e alla sua storia lunga 1600 anni.

Il suo nome è Teresa Mosconi, è nata da Clarina e Alessandro Mosconi il 4 agosto del 1807 ed è di origine veronese anche se tutti a Venezia la ricordano con il cognome che prese una volta sposata, quello di Papadopoli. Teresa Mosconi, infatti, è diventata Teresa Mosconi Papadopoli nel 1831 quando si unì in matrimonio con il nobile Spiridione Papadopoli. Spiridione veniva da una ricca famiglia di origine greca che a Venezia aveva fatto fortuna. I Papadopoulos, nome originario della stirpe, provenivano dall’isola di Creta e approdarono a Venezia verso la fine del Settecento, italianizzando il cognome in Papadopoli quando l’isola passò alla Repubblica Serenissima e diventò Ducato di Candia.

Teresa non ebbe mai figli nel suo matrimonio con Spiridione ma questo non la limitò nel vivere una vita piena e soddisfacente lasciando ugualmente ai posteri un’eredità importante. Moglie di un uomo di successo e con una personalità forte e decisa, Teresa fu la mente dietro la costruzione di un grande parco urbano in zona Tolentini a Venezia.

Teresa Mosconi Papadopoli, infatti, fece commissionare la costruzione dei giardini Papadopoli a Venezia di cui oggi resta solo una minima parte rispetto al parco originale che in passato rappresentava una delle zone verdi più celebri della città. Il giardino è stato costruito nel luogo in cui sorgeva, in passato, il monastero di Santa Croce, il complesso religioso di suore clarisse che diede il nome all’omonimo sestiere veneziano. Chiuso nel 1810, il complesso venne demolito definitivamente qualche anno dopo e fece posto al parco Papadopoli. 

Se la commissione di questo giardino è di Teresa Mosconi Papadopoli, il progetto è, invece, di Francesco Bagnara che accorpò ai giardini e agli orti preesistenti, divenuti di proprietà di Spiridione subentrato alla famiglia Quadri, nuove aree per un totale di 12mila metri quadrati di giardino all’inglese in linea con le tendenze romantiche del periodo. I giardini furono poi modificati e ampliati nel 1863 da Marc Guignon con l’inserimento di piante esotiche, una voliera con pappagalli e fagiani e una terrazza rivolta sul Canal Grande. Durante la Prima Guerra Mondiale, però, l’area fu danneggiata dai bombardamenti e, successivamente, nel 1933, fu coinvolta nella costruzione di Piazzale Roma subendo, così, particolari cambiamenti che la portò a essere ridotta nello spazio e diventare quel luogo verde di passaggio tra la vita lagunare e quella di terraferma, un luogo ameno in cui rilassarsi, raccogliersi nei propri pensieri e respirare il profumo della natura.

Torna la sagra di San Pietro di Castello, la festa sacra e popolare che propone momenti di fede, tradizione e musica

Venezia, 22 giugno 2022 - Sono 150 i volontari che hanno risposto all’appello. Giovani e meno giovani, nuove e vecchie leve: sono loro la ricchezza della festa di San Pietro di Castello, che affonda le sue radici ben oltre le ultime 52 edizioni e che viene ricordata perfino nei quadri di Canaletto. E come da tradizione, il 29 giugno l’unico vero campo erboso di Venezia e tutti i suoi spazi circostanti tornano ad essere animati dalla Festa di San Pietro. Un appuntamento religioso, prima di tutto, che nasce come ricorrenza religiosa per i Santi Pietro e Paolo, venerati nella Basilica di San Pietro - sede vescovile per 700 anni, poi cattedrale e sede patriarcale fino al 1807 – ma poi divenuto un evento pieno di folclore, punto di riferimento per tutti i cittadini che per cinque giorni ripercorrono la storia della città tra appuntamenti che mescolano la ritualità delle celebrazioni ad eventi popolari, tanta musica e cucina tradizionale.  

“Nei due anni segnati dal Covid abbiamo comunque conservato l’anima della festa, mantenendo quegli appuntamenti fondamentali come la celebrazione con il patriarca e la regata – spiega Paolo Basili, presidente dell’Associazione “Comitato San Pietro di Castello” – quest’anno sono tantissimi i volontari che aiuteranno nell’organizzazione di questo importante evento per la città e la ricchezza di questa festa sta proprio nella gente che la costruisce, nella spontaneità, nel tempo donato, nelle idee e nelle competenze messe a disposizione della comunità. Per noi questa adesione così massiccia significa offrire l’occasione per far sperimentare quanto sono importanti l’accoglienza, le relazioni sociali e lo stare insieme in modo positivo, ma è anche un messaggio di continuità nell’orgoglio di portare avanti una tradizione che ci appartiene”. 

San Pietro sorge nell’antica isola di Olivolo, poi Castello, in quello che fu il primo insediamento abitativo e il primo centro religioso della città, un tempo tra le zone più importanti di Venezia assieme a San Marco, l’Arsenale e Rialto, che rappresentavano il potere politico, militare ed economico della Serenissima. Uno spaccato di Venezia che sopravvive al tempo, che concentra tesori e monumenti, che tramanda il rapimento delle 12 spose, oggi ricordato nella Festa delle Marie, ma anche un angolo speciale dove rimasto intatto nei secoli.  

La festa mantiene e ripropone momenti di fede, tradizione, spettacoli musicali, attività culturali, attività sportive, momenti specifici dedicati a bambini, giovani e anziani. La arricchiscono, per tutta la sua durata, il mercatino della solidarietà, lo stand gastronomico con i piatti della tradizione veneziana (dalla frittura di pesce alle costicine e salsicce, dalla pasta e fagioli ai bigoli in salsa) e il bar per soddisfare anche i palati dei più giovani. 

La festa in campo sarà preceduta da alcuni appuntamenti che si terranno domenica 26 e martedì 28 giugno: una Santa Messa, un concerto d’organo e un incontro dedicato agli anziani con i responsabili del progetto “Ocio Ciò”.  

Mercoledì 29 si darà il via ufficiale alla sagra, con la Messa presieduta dal parroco, don Narciso Belfiore, e il concerto in basilica della Big Vocal Orchestra, proiettato in diretta sullo schermo in campo San Pietro. Nei giorni successivi, saranno tantissimi gli appuntamenti che animeranno la zona di Castello est, una delle primissime zone edificate della città, tra concerti, presentazioni di libri, mostre fotografiche, spettacoli di burattini, gare di torte, tornei di scacchi, visite guidate alla Basilica e all’Arsenale per mezzo di una imbarcazione ibrida. Da non perdere gli eventi sportivi e religiosi che marcano ogni edizione: sabato 2 luglio alle 16 la 27esima regata delle Marie su mascarete e alle 17.15 la 45esima regata di San Pietro su sandoli a 4 remi, mentre domenica 3 luglio alle 9.45 il corteo acqueo con partenza dal Canale di San Giuseppe e la Messa solenne alle 10.15 presieduta dal Patriarca Francesco Moraglia con la tradizionale consegna dell’anello piscatorio.  

“L’associazione si occupa da sempre di organizzare la festa e quest’anno festeggiamo la ripartenza e la gioia dello stare assieme attraverso un programma ricchissimo, religioso, culturale e popolare, che ha l’obiettivo di portare avanti la tutela delle radici di questa zona – conclude Basili – negli anni la festa è diventata sempre più frequentata e ogni sera, per cinque sere, abbiamo una media di 3-4mila partecipanti, non solo veneziani, ma da tutto il Veneto e anche stranieri che si sono affezionati a questo appuntamento dell’estate veneziana”.  

Sublime pianista e amante del poeta Gabriele D’Annunzio: la storia della veneziana Luisa Baccara, la Signora del Vittoriale

Venezia, 21 giugno 2022 – Sfuggente a qualsiasi etichetta, appassionata e colta, la veneziana Luisa Baccara fu una delle musiciste più importanti del panorama nazionale del Novecento. Alta, minuta, dai lineamenti greci e dal fascino misterioso, a soli vent’anni era la rivelazione del Conservatorio veneziano Benedetto Marcello e la musa di uno dei poeti italiani più celebri di tutti i tempi: Gabriele D’Annunzio.

Il mondo di Luisa era fatto di sinfonie, di spartiti e di note, che conosceva perfettamente già all’età di cinque anni. Figlia di un colonnello dei bersaglieri e di una tra le donne più originali ed eclettiche della borghesia veneziana del tempo, questa bambina prodigio non sapeva né leggere né scrivere quando iniziò a suonare il pianoforte per la prima volta. Suonava per ore nelle sale del Conservatorio Benedetto Marcello e cresceva, diventando, a poco a poco, una giovane donna virtuosa di talento e bellezza aristocratica.

La sua fama di pianista sublime veniva elogiata da tutti i giornali dell’epoca e si espanse oltre i confini della sua città, Venezia, arrivando fino ai cancelli del Vittoriale, la reggia del poeta Gabriele D’Annunzio che, fin da subito, si interessò al talento e alla bellezza della giovane veneziana. Lui aveva quasi trent’anni più di lei e l’aveva ascoltata suonare per la prima volta a casa di un’amica in comune, Olga Levi, rimanendone stregato.

La storia tra Smikrà (così la chiamava lui) e D’Annunzio iniziò con dei semplici complimenti dopo una magnifica esibizione, e diventò, qualche tempo dopo, una storia d’amore anticonvenzionale, fatta di ossessioni, passioni e fedeltà.

La giovane pianista veneziana e il poeta dalla fama internazionale vissero fianco a fianco per molti anni, dividendosi tra il Vittoriale e Venezia, tra il pianoforte e le poesie fino ad una sera d’estate del 1922, quando, durante un concerto privato nella stanza della musica del Vittoriale, D’Annunzio cadde accidentalmente dal balcone restando tra la vita e la morte per alcuni giorni. C’è chi sostenne fosse stato un tentativo di suicidio, chi invece accusò la stessa Luisa di aver spinto il Vate per difendere la sorella Jolanda dalle troppe attenzioni del poeta. Dopo quella notte, Luisa si chiuse in sé stessa rifugiandosi nella sua musica, passione nella quale riversava dispiaceri e delusioni.

La vita della giovane musicista veneziana scorse così, tra le mura del Vittoriale, le pene d’amore per il suo amato e la musica, fino alla morte del poeta, che la spinse a tornare alle sue origini e alla sua città: Venezia.

Tornò in quella casa che l’aveva vista crescere e muovere i primi passi nel mondo dell’arte e della musica, da sempre la sua unica ragione di vita. In solitudine, circondata da qualche fedele amico e dando lezioni private di pianoforte, Luisa visse gli ultimi anni nella sua Venezia, tra i ricordi di un amore tormentato e la serenità della sua amata città.

La storia di Nelda Bragadin, la prima aviatrice veneziana e una delle prime donne pilota d’Italia

Venezia, 17 giugno 2022 - Forte, coraggiosa e anticonformista. Veneziana di nascita e cittadina del mondo per scelta, una donna che fin da piccola aveva un’unica grande passione, quella di guardare il mondo dall’alto. È Nelda Bragadin, la prima veneziana a diventare aviatrice e una delle prime donne in Italia a intraprendere il mestiere di pilota.

La storia di Nelda è fatta di passione, arte, dolore e coraggio. Nasce nel 1919 in una città circondata dall’acqua e da un senso di libertà e apertura verso il diverso che ha forgiato il suo carattere aperto e desideroso di conoscere sempre nuovi posti e nuove culture. Il suo è un cognome importante a Venezia, i Bragadin, infatti, erano i discendenti di Marcantonio, il generale veneziano torturato e ucciso dai turchi 1571 di cui si conserva ancora la pelle scuoiata all’interno della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo nell’omonimo campo veneziano.

Questa ragazza, spirito libero e con una grande passione per il disegno oltre che per il volo, una volta cresciuta scelse di portare avanti queste sue due vocazioni iscrivendosi alla scuola di pilotaggio della RUNA (Reale Unione Nazionale Aeronautica di Venezia) con sede all’Aeroporto del Lido e anche all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Aveva solo 26 anni quando riesce a conseguire il brevetto da pilota e allo stesso tempo portava avanti anche l’altra sua passione, disegnando, con una straordinaria minuzia e dedizione, i distintivi dei reparti della Regia Aeronautica.

La sua carriera da pilota e il suo amore per questo mestiere subirono, però, un momento di crisi a causa di un brutto incidente che la vide protagonista mentre era in volo su un aliante ad Asiago. Nelda rimase ferita sia fisicamente che psicologicamente al punto da non volere più volare da sola da allora in poi.

Le sfortune e il dolore nella vita di questa donna non finirono qui. Nelda, infatti, che aveva conosciuto l’amore durante la Seconda Guerra Mondiale, perse, purtroppo, il suo giovane compagno che fu colpito, mentre era sulla motonave “Giudecca” insieme a Nelda nei pressi di Pellestrina, da un attacco aereo degli alleati, il 13 ottobre 1944.

Ferita da un dolore così grande, Nelda continuò a vivere solo per suo figlio, continuando a vivere nella sua casa al Lido di Venezia dove si dedicò a lui e alla sua passione per il disegno e la pittura. Sull’isola veneziana, infatti, passava le giornate a dipingere e studiare arte arrivò perfino a collaborare con le fornaci di Murano per cui decorò piatti e coppe e riuscendo a laurearsi all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Il suo legame con l’aeronautica e la sua passione per il disegno restarono negli anni, anche dopo aver concluso la sua carriera da pilota e aver raggiunto un’età importante. Nelda, infatti, continuò a disegnare i distintivi per l’Aeronautica Militare fino agli anni Ottanta e a collaborare con le fornaci di Murano nella decorazione del vetro fino agli anni Novanta del Novecento quando aveva più di ottant’anni.

Nelda Bradagin morì nel 2001 ma la sua straordinaria vita fatta di viaggi, di arte e di coraggio ha lasciato un segno indelebile nella storia di Venezia e nella memoria di chiunque l’abbia conosciuta.

La storia di Stella Cellini, la prima ballerina del Teatro di San Cassiano che tutti ricordano come la “Vergine Cellini”

Venezia, 14 giugno 2022 - C’è stato un momento nella storia di Venezia in cui i cittadini non giuravano più alla Vergine Maria ma a una cosiddetta “Vergine Cellini”. Questo curioso modo di dire, insorto a Venezia intorno agli anni ’80 del Settecento, deriva dalla sventurata storia di una donna, un’artista, una prima ballerina di teatro che è stata vittima di una terribile vendetta che l’ha fatta allontanare, per diversi anni, dalle scene e acquisire l’appellativo di “Vergine”.

Il suo vero nome è Stella, Stella Cellini e la sua passione per la danza insieme al suo sconfinato talento l’hanno portata a diventare la prima ballerina del Teatro di San Cassiano, situato nell’omonima corte cittadina, di cui oggi resta solo l’entrata tra Calle della Commedia e Ramo Secondo del Teatro.

Stella, nel 1780, tra un’esibizione e l’altra iniziò a essere corteggiata da un nobiluomo, Tommaso Sandi, giudice alla Bestemmia che, invaghitosi del suo aspetto e della sua grazia sul palcoscenico, provò a conquistarla in tutti i modi. La ragazza, però, rifiutò l’uomo e cercò di mettere fine alle sue continue sollecitazioni. Infuriato per non essere stato scelto da Stella, Tommaso decise di rovinarla e mise in pratica una vendetta studiata nel minimo dettaglio. Il giudice, infatti, accusò la ragazza di essere una poco di buono e aver avuto rapporti amorosi con i turchi, facendola allontanare, così, dal teatro e dalla danza. 

La ballerina si ritrovò, all’improvviso, dal danzare su palcoscenici come quello del Teatro di San Cassiano o del Teatro La Fenice a dover rinunciare alla sua più grande passione, la danza, il tutto solo per aver rifiutato il corteggiamento di un uomo e non aver avuto paura di scegliere per se stessa.

Così, conscia dei suoi diritti, Stella decise di fare ricorso al tribunale supremo dei Dieci, allegando un documento, rilasciato dal parroco di San Benedetto, dove lei abitava, che certificava i suoi buoni costumi e soprattutto la sua verginità, attestata perfino da due medici. 

Davanti a prova certa, la sentenza dovette essere revocata dal giudice e Stella poté tornare a fare la cosa che amava di più, ballare per la gioia dei cittadini che da sempre sono stati dalla sua parte. Da quel momento si racconta che a Venezia, i gondolieri, iniziarono a giurare scherzosamente non più alla Vergine Maria ma proprio alla Vergine Cellini dando vita a un modo di dire legato alla vita di questa donna che aveva saputo far valere i suoi diritti anche in un’epoca in cui non era facile battersi per le proprie opinioni, soprattutto da donne e da artiste. 

Ancora oggi, se si va alla ricerca del nome di Stella Cellini in città, la si può trovare in diversi libretti di sala del Teatro di San Cassiano e nello specifico in quello dello spettacolo L’amor per rigiro, intermezzo in musica a cinque voci che andò in scena nel Carnevale veneziano del 1781. 

“La Divina” Eleonora Duse, attrice e impresaria teatrale che spinge il mondo del teatro verso nuovi orizzonti con il suo stile moderno

Venezia, 10 giugno 2022 – Una figura femminile cammina sul palco di un teatro di fine Ottocento. Si siede, congiunge le mani e intreccia le dita, poi solleva gli indici e li porta alla bocca, sfiorandosi le labbra, pensosa. Ha una chioma folta e bruna, il viso struccato e dei lineamenti marcati, che non sono affatto in linea con i canoni estetici dell’epoca. Il pubblico, seduto in silenzio sulle poltroncine, attende con trepidazione una sua parola. Perché Eleonora Duse, “La Divina”, sa come ammaliare gli spettatori che sono venuti a vederla. Istintiva e inconfondibile,l’attrice e impresaria teatrale, che nella laguna di Venezia ha mosso i primi passi e ha avuto il suo primo grande successo, ha saputo anticipare i tempi e spingere il mondo del teatro verso nuovi orizzonti con il suo stile moderno e naturale, privo degli schemi obsoleti dell’epoca.

Eleonora Duse ha la recitazione nel sangue. Suo nonno paterno è Luigi Duse, un attore di commedie veneziane, e anche i suoi genitori, Vincenzo Duse e Angelica Cappelletto, recitano e girano il nord Italia con una compagnia itinerante. Ha solo quattro anni quando, a Chioggia, sale sul palcoscenico per interpretare Cosetta nei Miserabili di Victor Hugo. A dodici sostituisce la madre ammalata nella parte di Francesca da Rimini, nell’omonima tragedia di Silvio Pellico. Poi è un susseguirsi di prove sempre più impegnative, fino alla sua consacrazione nel 1882, a Venezia, con La principessa di Baghdad di Alexandre Dumas.

Con i testi del suo repertorio affronta temi spinosi, di critica sociale, che mettono in risalto il finto perbenismo del mondo borghese. E recita sempre in italiano, anche all’estero. Questo, però, non è un problema per il pubblico straniero, perché la sua magistrale interpretazione, che si basa molto sull’istinto e la naturalezza, aiuta gli spettatori a comprendere tutto quello che non capiscono dalle sue parole. La Duse, in netto contrasto con le sue colleghe, scatena quindi una vera e propria rivoluzione nel teatro di fine Ottocento, contribuendo ad indirizzarlo verso la modernità. Con lei non servono grandi decorazioni, un trucco pesante o enfasi nelle pose, nei gesti e nelle battute; la scenografia è sempre spoglia, il viso al naturale e il corpo è il protagonista dello spettacolo.

A Venezia Eleonora Duse ci giunge nel 1894, eleggendo a sua residenza la mansarda con terrazza di Palazzo Barbaro, sul Canal Grande; qui si unisce al circolo di artisti e scrittori della città lagunare. A poco più di due metri di distanza sorge invece Palazzo Dario, dimora della contessa De La Baume, che è solita intrattenere una cerchia di letterati, tra i quali anche Gabriele D’Annunzio. Ed è forse la vicinanza dei due palazzi a favorire la turbolenta relazione amorosa, nonché alleanza artistica, tra il Vate e la Divina, segnata dai numerosi tradimenti di lui e durata circa dieci anni.

Nel Novecento l’attrice e impresaria teatrale, dopo aver investito energie, idee e denaro nelle opere di D’Annunzio ed essere rimasta fortemente delusa, continua a lavorare e viaggiare per il mondo; persino con la scoppio della Grande Guerra non si arresta ma anzi si prodiga per dare il suo contributo, fa visita ai soldati, parla con loro, recita per loro. È nell’ennesima tournée negli Stati Uniti che la Duse, già debole di polmoni, si ammala in modo grave e si spegne in una stanza d’albergo a Pittsburgh.

Ad oggi, nella città lagunare, il ricordo della più grande attrice teatrale della sua epoca vive ancora all’interno della Stanza di Eleonora Duse, uno spazio permanente allestito dall’Istituto per il Teatro e il Melodramma alla Fondazione Giorgio Cini, nell’Isola di San Giorgio Maggiore. Qui, sono esposte lettere, copioni e autografi, oltre a fotografie originali, oggetti personali e costumi di scena della Divina.

La storia delle Sibille, le donne profetiche a metà tra storia e mitologia che decorano le chiese e i palazzi di Venezia

Venezia, 7 giugno 2022 - Si ergono fiere all’interno delle chiese o dei palazzi veneziani di diverse epoche storiche. Marmoree, mute e dallo sguardo risoluto riempiono nicchie, absidi e altari. Sono figure femminili a metà tra storia e mitologia e le conosciamo tutti con il nome di Sibille.

Le Sibille sono personaggi storicamente esistiti oltre che figure leggendarie legate alla mitologia greca e romana. Sono delle vergini con particolari virtù profetiche che venivano ispirate direttamente dagli dei. Queste donne, infatti, avevano il dono di predire il futuro e dare responsi a quesiti esistenziali che erano solite scrivere su foglie o libri, a volte anche a pagamento come nel caso dei re. 

In antichità le Sibille erano numerose ma le più note erano quella di Delfi, di Eritrea e di Cuma. Queste veggenti erano conosciute anche con il nome di Pizie, in riferimento all’omonima serpe che uccise Apollo a Delfi quando si impadronì della fonte dell’oracolo. 

Anche se appartenenti al mondo pagano, le sibille sono sopravvissute all’avvento del cristianesimo e ne hanno preso parte diventando personaggi decorativi da affiancare a quelli biblici all’interno di chiese e luoghi sacri. Alcuni padri della Chiesa, infatti, nei primi secoli dopo Cristo tentarono un dialogo con le religioni pagane creando, così, una sovrapposizione di figure leggendarie e, tra queste, c’erano anche le Sibille che dall’ambiente giudaico-ellenistico approdarono in quello cristiano. Un vero e proprio elemento di passaggio e interconnessione tra passato e presente, le Sibille sono sopravvissute al cristianesimo in quanto viste come coloro che avevano predetto l’avvento del salvatore Gesù Cristo.

A Venezia sono diversi i luoghi sacri che presentano ancora oggi rappresentazioni artistiche di queste importanti donne che sapevano leggere il futuro. Tra tutti, uno dei più iconici, è la Chiesa di Santa Maria di Nazareth, che tutti conoscono come Chiesa degli Scalzi situata nei pressi dell’omonimo ponte vicino alla Stazione Ferroviaria. Questa chiesa, infatti, è decorata con dodici statue di Sibille posizionate nelle nicchie dietro l’altare maggiore create per mano di cinque diversi scultori. C’è la Sibilla Delfica, l’Ellespontina, la Libica, la Persiana, la Tiburtina e la Samica. 

Due Sibille, una Delfica e una Libica sono presenti anche nella chiesa di San Giovanni e Paolo realizzate per mano dello scultore Alessandro Vittoria mentre nella Scuola Grande dei Carmini c’è un ciclo di dipinti dedicato proprio a queste donne profetiche raffigurate mentre annunciano la venuta della Vergine Maria e di Gesù. 

Personaggi affascinanti e legati a una storia antichissima fatta di miti, leggende e profezie che lasciano traccia della loro importanza in diversi angoli della città lagunare antica, a oggi, ben 1600 anni. 

La storia di Fantina, la figlia di Marco Polo che fece valere i suoi diritti nella Venezia del XIV secolo

Venezia, 3 giugno 2022 - Tessuti in seta con lavorazioni in oro, anelli con rubini, muschio per profumi, cinture d’argento. E poi ancora pezzi d’ambra pura, una tavola d’oro donata dal Gran Khan in persona, stoffe con decorazioni orientali, redini d’argento. Sono solo alcuni degli oggetti rari e preziosissimi che facevano parte della dote e dell’eredità di una donna, una patrizia veneziana, la prima figlia del mercante e viaggiatore Marco Polo, Fantina Polo. Beni dal valore inestimabile raccolti e collezionati da suo padre durante gli innumerevoli viaggi in Oriente di cui Fantina doveva diventare proprietaria dopo la sua morte e portare come dote nel suo matrimonio ma che, una volta sposata, fu costretta a cedere completamente a suo marito Marco Bragadin. Questo grande patrimonio culturale e finanziario, parte del testamento di Marco Polo del 1324, venne subito portato via a Fantina, sua legittima proprietaria, venendo confiscato prima da suo marito e, dopo la sua morte, dalla famiglia di quest’ultimo, nonostante le promesse di Bradagin di restituirle ciò che le spettava di diritto. Venezia, infatti, conservava la tradizione giuridica romana in fatto di dote, il patrimonio destinato a una figlia cadeva immediatamente nelle disponibilità del marito e solo alla morte di questo, ne sarebbe potuta rientrare in possesso. Ma per Fantina non fu così.

Nonostante questo, la figlia di Marco Polo non si dette per vinta e, donna dal carattere forte e deciso, scelse di ribellarsi e fare di tutto per tornare a essere proprietaria della sua eredità. Non fu impresa facile in quanto Fantina dovette affrontare un lungo procedimento giudiziario per rientrare in possesso della preziosa eredità lasciatale dal padre. Ed è proprio una pergamena del 1366, lunga più di un metro e larga 53 centimetri e mezzo, a testimoniare il tesoro che la donna rivendicava. Vi si legge di una serie di oggetti preziosi dalla fattura orientaleggiante, tempestati di fili d’oro e pietre preziose, per un valore che sfiorava i 1081 zecchini, la moneta dell’epoca, un vero e proprio tesoro. 

Ipse dominus Marcus Bragadino fecit quicquid voluit, cioè “Bragadin ne ha fatto ciò che voleva”. Questo è ciò che dichiara Fantina in tribunale condannando non solo la famiglia del marito defunto, ma interpellando anche i Procuratori di San Marco, ai quali era stata affidata in custodia l’eredità della donna dai potenti Bragadin.  

Aveva preparato la sua deposizione con grande scrupolo rivendicando con forza ciò le spettava di diritto, sostenendo una lunga battaglia legale contro una delle famiglie veneziane più potenti del tempo, i Bragadin e i Procuratori marciani.

Una sentenza eseguita, testimoniata dai tre tagli a spina di pesce applicati alla parte inferiore della pergamena che comportò non solo la restituzione a Fantina della sua eredità ma anche al rimborso delle spese processuali. 

La storia di Fantina Polo è un vero e proprio esempio di lotta femminile per i propri diritti, una testimonianza di caparbietà, forza e coraggio in una città che si rivela ancora una volta una grande avanguardia storica e culturale. 

Venezia ancora una volta traccia la via e sceglie di portare ad Amalfi un equipaggio tutto al femminile per il Mini-Palio delle Antiche Repubbliche Marinare

 

Venezia, 3 giugno 2022 – Nei loro volti c’è tanta emozione, ma anche tanto orgoglio. I loro nomi, invece, sono già entrati nella storia. Per la prima volta nelle celebrazioni del Palio delle Antiche Repubbliche Marinare, giunto quest’anno alla sua 66esima edizione, gareggerà un equipaggio completamente femminile, quello di Venezia. Appuntamento ad Amalfi sabato 4 giugno, alle ore 17:45, per assistere al Mini-Palio remiero con partenza da Marmorata e arrivo ad Atrani. A seguire, la presentazione degli equipaggi maschili della 66esima edizione della Regata in Piazza Umberto I, sempre ad Atrani, e la partenza del corteo storico, che terminerà sulle scale della Cattedrale ad Amalfi.

La possibilità di far competere la categoria femminile è in realtà l’esito positivo di una lunga battaglia combattuta negli ultimi anni dai rappresentanti di Venezia nel Comitato Generale delle Repubbliche Marinare d’Italia. Alla conferenza stampa di presentazione dei due equipaggi, tenutasi lo scorso giovedì 26 maggio a Ca’ Farsetti, il Consigliere delegato alla Tutela delle tradizioni Giovanni Giusto ha raccontato come, con l’approvazione all’unanimità dell’istituzione di una nuova gara, sempre su galeoni ma con equipaggio misto e su una distanza di un chilometro, la città lagunare ha scorto una scappatoia. Se da un lato, infatti, veniva messo un limite massimo di quattro uomini per equipaggio, ciò non avveniva nel caso delle donne: ed è qui che, nel corso dell’ultima riunione del Comitato Generale, Venezia ha dichiarato che sarebbe arrivata ad Amalfi con un equipaggio completamente femminile, il primo nella storia del Palio delle Antiche Repubbliche Marinare.

Grande è stato l’entusiasmo alla conferma della novità, soprattutto da parte di Giuseppe Barichello, allenatore del dragon boat delle università veneziane e che per primo, insieme alle Università Ca’ Foscari-IUAV e CUS Venezia, ha organizzato competizioni in Galeone al femminile. Lui, quando è stato contattato, i nomi delle atlete per il nuovo equipaggio li aveva già tutti in mente. Grande appoggio è poi arrivato anche dalle università della laguna, dal CUS Venezia e dall’Università di Padova.

A vestire la maglia verde di Venezia per la regata parallela di sabato 4 giugno ci saranno il timoniere Letizia Nuscis (Ca' Foscari), il capovoga Dalila Anghetti (Ca' Foscari), Martina Damuzzo (Ca' Foscari), Anita Serena (Ca' Foscari), Chiara D'Este (Ca' Foscari), Monica Favaro (Università di Padova), Chiara Lastra (IUAV), Sara De Battisti (Ca' Foscari), e Vittoria Stangherlin (Ca' Foscari).

Tante sono le emozioni che attraversano i volti delle atlete: sebbene siano agitate al sapere che gareggeranno contro gli equipaggi misti di Genova, Pisa e Amalfi, sono contente e onorate di vogare in nome di Venezia al Palio delle Repubbliche. E, del resto, l’esperienza non manca loro, dato che hanno già vogato in galeone con l’equipaggio tutto al femminile delle università veneziane in occasione della Regata Storica.

Il 5 giugno ad Amalfi torna il Palio delle Antiche Repubbliche Marinare, e l’equipaggio maschile del galeone Venezia è pronto a sfidarsi

Venezia, 2 giugno 2022 – Negli occhi la scintilla di orgoglio e la voglia di tenere alto il nome di Venezia, la Regina dei Mari. Nelle mani i calli formatisi dopo anni di esperienza, passati ad affinare la tecnica e a trovare il giusto ritmo tra le onde della laguna. L’equipaggio maschile del galeone Venezia per il 66esimo Palio delle Antiche Repubbliche Marinare ha fame di vittoria, ed è più che pronto a dare filo da torcere alle altre tre squadre in gara: Pisa, Amalfi e la vincitrice uscente, Genova. L’appuntamento è per le ore 18 del 5 giugno, ad Amalfi, su un campo di gara lungo 2mila metri in linea e che abbraccia il tratto di mare che va dal Capo di Vettica fino alla Marina Grande. A precedere il tradizionale evento, sabato 4 giugno alle ore 17:45 si terrà una gara parallela con equipaggi misti, con partenza da Marmorata e arrivo ad Atrani. Venezia parteciperà portando la prima squadra completamente femminile nella storia del Palio.

Celebrare le rivalità e le imprese delle quattro Repubbliche Marinare italiane, all’insegna non solo della storia e dello sport, ma anche della tradizione e della cultura. Con questo scopo nasceva, nel lontano 1955 e sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la manifestazione nota come Palio delle Antiche Repubbliche Marinare, disputata ogni anno, a rotazione, nelle quattro città. Dalle imbarcazioni, progettate e costruite dalle abili mani di Giovanni Giuponi della Cooperativa Gondolieri di Venezia, ai successi accumulati negli anni, eco della storica abilità remiera della Serenissima: tanta è la venezianità che ogni anno si mostra all’Italia e al mondo intero.

Con un equipaggio composto da otto vogatori e un timoniere, le barche che scendono in acqua per sfidarsi si distinguono nei colori e nelle splendide polene: il verde e il leone alato di San Marco per Venezia; il rosso e l’aquila di Pisa, che simboleggia l’antico legame tra la Repubblica Marinara e il Sacro Romano Impero; il blu e il cavallo alato di Amalfi; il bianco e il drago di San Giorgio per Genova.

Alla polena che taglia per prima il traguardo viene consegnato l’ambito trofeo in oro e argento realizzato dalla Scuola Orafa Fiorentina, raffigurante un galeone a remi sorretto da quattro ippocampi, sotto al quale compaiono gli stemmi delle Quattro Repubbliche. Il premio rimane nelle mani della città vincitrice per un anno, per poi essere rimesso in palio in occasione della regata successiva. A precedere l’evento sportivo un corteo storico, durante il quale sfilano i figuranti nei panni di antichi personaggi che caratterizzano ciascuna Repubblica.

Nei suoi 65 anni di duelli via mare, la città lagunare è riuscita ad aggiudicarsi ben 34 vittorie, più di tutte le altre tre squadre messe insieme. “Venezia ha vinto il 50% delle volte che ha fatto la regata”, racconta Mauro Serena, direttore tecnico dell’equipaggio maschile del galeone Venezia di quest’anno, giunto alla sua ventiduesima presenza al Palio dopo aver passato 9 anni da vogatore e 13 da allenatore, “andremo ad Amalfi per vincere. Partiamo per arrivare primi, e se qualcuno dovesse arrivare prima di noi non lo farà in scioltezza”.

Quello che Serena e il suo team allenano è un affiatato equipaggio di amici, quasi una famiglia, che ogni volta che infila un remo in acqua ci mette esperienza, determinazione, passione. Tra volti nuovi, impazienti di dar prova di sé al loro primo Palio, e facce note provenienti dalla laguna stessa, orgogliose di rappresentare la propria città ad Amalfi, uno è il desiderio che predomina: vincere.

“Abbiamo dei componenti molto forti”, afferma Stefano Morosinato, allenatore e timoniere del galeone, “sono ragazzi che hanno partecipato alle Olimpiadi o ai mondiali, come anche vincitori della Regata Storica. Siamo fiduciosi”. “I ragazzi sono carichi”, aggiunge il direttore tecnico, “e ognuno sa che sta dando il massimo perché il suo compagno davanti e quello dietro stanno già dando il massimo per lui. È un’esperienza che ti resta nel cuore e che ti ricordi per tutta la vita”.

Allenarsi in laguna per il Palio delle Antiche Repubbliche Marinare richiede dedizione: bisogna fare i conti con il traffico di motoscafi e barche a remi, le condizioni meteo avverse e il fatto che spesso ci si sveglia all’alba o si torna a casa la sera tardi. È essenziale trovare un ritmo per affinare la tecnica, oltre che avere la volontà di far migliorare la barca giorno dopo giorno. Ma per l’equipaggio, unito quasi quanto una famiglia, non bisogna mai dimenticare di metterci anche il cuore, perché a volte conta di più l’insieme che la pura forza fisica.

Giustina Renier Michiel, la “dosetta” sagace che per prima in Italia tradusse le tragedie di William Shakespeare e difese la memoria della Serenissima

Venezia, 24 maggio 2022 – «Prima di tutto sono Venezianissima». Già da queste parole si capisce il carattere di Giustina Renier Michiel, la “dosetta” regina dei salotti veneziani di fine Settecento che diventa, con il suo libro L’origine delle feste veneziane, la memoria storica della Serenissima dopo la sua caduta. Fiera protettrice della Repubblica e delle sue istituzioni contro ogni forma di falsità e calunnia postume, priva di timore nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie idee anche di fronte a Napoleone Bonaparte in persona, Giustina è un personaggio emblematico della Venezia che, sebbene sotto il giogo austriaco, non si vuole arrendere alla dominazione straniera.

Appartenente a una delle famiglie apostoliche del patriziato veneziano, Giustina Renier Michiel, donna seria e di spessore, si distingue sin da giovanissima per l’importante ruolo di rappresentanza politica che le viene affidato dalla Serenissima: è lei che i veneziani vedono affiancare spesso, in veste di dama della Repubblica, il penultimo doge di Venezia Paolo Renier, suo nonno paterno, e successivamente l’ultimo doge Ludovico Manin, suo zio materno.

Con la caduta della Serenissima, la “dosetta” è libera dagli impegni di stato e si può dedicare ad una delle sue più grandi passioni, la letteratura e le lingue straniere. Apre quindi un ridotto, prima in corte Contarina a San Moisè, poi in Procuratia di San Marco, trasformandolo in un luogo di incontri internazionali per letterati e artisti, contribuendo così a formare la sensibilità letteraria e patriottica delle nuove generazioni. Frequentato da personaggi del calibro di Ugo Foscolo, Antonio Canova, Madame de Staël e Lord Byron, il circolo viene ben presto considerato un “centro di venezianità”. Ed è proprio per questi motivi che si attira le antipatie della polizia austriaca, intollerante dello spirito patriottico dimostrato dai suoi assidui frequentatori.

Coraggiosa e indomita, la regina dei salotti veneziani, oltre ad essere apprezzata per la sua intelligenza e le sue doti letterarie, viene ricordata per la sua particolare sagacità. Ne dà prova nel 1806, durante un incontro con Napoleone Bonaparte quando, non temendo il confronto, ad una domanda dell’imperatore su cosa avesse scritto, risponde di aver tradotto alcune tragedie. “Racine, immagino”, aggiunge allora Napoleone, ma la letterata, dando prova del suo vivacissimo spirito, ribatte con un “No, Shakespeare”, mandando su tutte le furie il francese. È Giustina Renier Michiel, infatti, la prima in Italia a cimentarsi nella traduzione di alcune tragedie di William Shakespeare, OtelloMacbeth Coriolano, apprezzate dallo stesso Ugo Foscolo. Sebbene poco ricordate, queste produzioni sono eccezionali per l’epoca, prima di tutto perché per la prima volta le opere del Bardo inglese possono essere lette anche da quei lettori che conoscono solo l’italiano, ed in secondo luogo, perché a compiere tale traduzione è, per l’appunto, una donna.

Fiera protettrice della Serenissima, per la quale nutre un amore profondo, Giustina Renier Michiel riporta inoltre in vita, con la sua opera più famosa, L’origine delle feste veneziane, usi e costumi di un mondo ormai remoto. Per circa vent'anni la scrittrice dedica anima e corpo a questo testo, sfogliando libri e documenti, consultando esperti, correggendo bozze, nel tentativo di restituire ad ogni festa veneziana il suo significato, e di rimarcare la lungimiranza dei veneziani nel conciliare la devozione con le celebrazioni.

Da Torcello a Venezia, domenica tornano in città le spoglie dell’apostolo San Giacomo

Venezia, 20 maggio 2022 - Torna a Venezia la reliquia dell’apostolo San Giacomo, 1600 anni dopo il suo arrivo in città. Domenica 22 maggio verranno trasferite nella chiesa di San Giacometo le spoglie del santo, fino ad oggi custodite nella canonica di Santa Maria Assunta a Torcello.

Quella che verrà ripercorsa domenica è una storia antica, che ha radici lontane e che ha inizio ad Altino, oggi piccolo paese nell’entroterra veneziano. Fu proprio da qui che il vescovo Eliodoro partì verso la laguna, costruendo a poco a poco quella che nel tempo diventerà poi la città di Venezia. Il santo, oggi sepolto all’interno dell’altare maggiore della Basilica di Torcello, riuscì nell’intento di farsi riconsegnare da Gerusalemme l’avambraccio e la mano di San Giacomo, lo stesso che venne poi trasportato con un corteo di barche il 25 marzo del 422 a Rialto, proseguendo poi verso l’isola nella quale è stato custodito fino ad oggi e mai esposto pubblicamente. 

Oggi come 1600 anni fa, un corteo acqueo sfilerà lungo il rio di Cannaregio, accompagnando la bissona con a bordo la reliquia del santo che partirà da San Giobbe alle ore 17.00. Raggiungerà poi il Canal Grande e approderà infine alla chiesa di San Giacometo. Una breve processione accompagnerà le spoglie all’interno della chiesa fino all’altare, dove verranno posizionate in una teca ad opera del restauratore Adriano Cincotto e, a seguire, alle ore 18.00 verrà celebrata la Santa Messa dal patriarca Francesco Moraglia.

Una grande festa alla quale parteciperanno anche i figuranti dell’associazione “Rialto mio”, rappresentando le fazioni storiche dei Castellani e dei Nicolotti che si sfideranno nel palio di San Giacometo, una corsa con portantine dove i giocatori trasporteranno le Marie del Carnevale 2022.

Il ritorno delle spoglie di San Giacomo in città sarà un momento unico per festeggiare Venezia e i suoi 1600 anni di storia. La celebrazione si unirà all’inaugurazione del nuovo campanile della chiesa di San Giacometo, ritenuta dalla tradizione la più antica di Venezia e le cui fondamenta pare siano state poste proprio il 25 marzo 421 da un carpentiere, Candioto o Eutinopo, il quale si sarebbe poi rivolto a San Giacomo perché domasse un grave incendio scoppiato a Rialto. 
 

Pier Luigi Penzo, la storia di uno stadio sospeso sull’acqua

Venezia, 18 maggio 2022 - Un luogo magico, costruito su un'isola, sospeso sull'acqua, che ha visto per decenni grandi campioni del calcio battersi per la vittoria, una storia fitta di debutti, promozioni, successi, sfide memorabili e intitolato in onore del marinaio e aviatore veneziano: Pier Luigi Penzo. È il secondo stadio più antico d'Italia, un luogo che resta testimone fedele dei cambiamenti di una città che vanta ben 1600 anni di storia. Una struttura antica che sa affascinare chiunque abbia l'onore di entrarci.

Pier Luigi Penzo, fu prima marinaio e poi aviatore veneziano, originario di Malamocco. Frequentava l'istituto nautico ma era il cielo la sua passione, passione che lo spinse a conseguire il brevetto da aviatore. Viene ricordato anche da una statua a Sant'Elena, a pochi passi dal Penzo: un busto che troneggia su un'aquila che stringe fra gli artigli un'ancora, a testimonianza del suo passaggio dalla marina all'aviazione. 

Grazie alla Reyer e alla Marziale e poi, ufficialmente dal 1907, dal Venezia F.C. il calcio in laguna ebbe un'impennata. L'epicità dello stadio è passata alla storia con il suo battesimo del 7 settembre 1913, quando la madrina Ines Taddio, figlia di uno dei dirigenti del club, si ferì nel tentativo di aprire una bottiglia di champagne e così la cerimonia inaugurale viene ricordata come un battesimo di "sangue e champagne"

Dopo l'inaugurazione il primo match ufficiale di campionato si gioca nel nuovo impianto il 16 novembre 1913: è un pareggio 1 a 1 col Verona. Ma il momento più bello è quello vissuto il 15 giugno 1941, quando si gioca la finale di Coppa Italia, contro la Roma. Col vantaggio di giocare la seconda sfida in casa, incoraggiati dalla tifoseria, Valentino Mazzola e compagni conquistarono quello che ancora oggi resta il pezzo più prestigioso fra tutti i loro trofei: è Loik, a metà della ripresa, con un colpo di testa a fil di palo, dopo un'azione di Mazzola, a regalare al Venezia la Coppa Italia. Un altro massimo storico è stato registrato nella stagione 1966/67 quando il Penzo raggiunge un numero di ben 26000 spettatori alla partita contro il Milan.

Il Penzo è stadio che ha subito molti cambiamenti nel corso degli anni, alcuni necessari, in seguito a delle catastrofi che colpirono la struttura: nel 1970 e nel 2012 quando una tromba d'aria si abbatté su Sant'Elena scaraventando in laguna le tribune e la copertura in ferro, abbattendo il muro di cinta e quello che delimitava l'ingresso alle tribune laterali. Nel maggio 2021 gli ultimi interventi di ristrutturazione: sono stati ampliati gli spalti e le tribune, gli interni sono stati rinnovati così come il manto d'erba, modifiche degne della Serie A conquistata al termine dei playoff di serie B, vinti in una sfida al cardiopalmo contro il Cittadella. 

Lo stadio ricorda anche uno degli eventi più dolorosi della storia dello sport e del calcio italiano: la tragedia di Superga del 4 maggio 1949. E lo fa con una lapide realizzata dallo scultore veneziano Giuseppe Romanelli su cui sono incisi i nomi dei giocatori che il Venezia lasciò al club Torinese e che morirono nell'incidente aereo. Fra questi, i nomi di Aldo Ballarin, Ezio Loik e Valentino Mazzola con al centro il leone di San Marco e il libro chiuso, a simboleggiare il lutto. 

Una storia costellata da campioni e successi e il Penzo che ne fa da testimone, conservando tutte le maglie della squadra, dal 1960 ad oggi, e tutti i trofei che riflettono la storia dell'unico stadio costruito sull'acqua. 

È la veneziana Rosa Piazza la prima donna a insegnare pedagogia nelle scuole della città

Venezia, 17 maggio 2022 - Un’oratrice che sapeva suscitare le migliori energie in chi la ascoltava, lei, Rosa Piazza, la prima donna ad aver ottenuto l’abilitazione per insegnare pedagogia nelle scuole. Emancipata, paladina dell’educazione femminile, studiosa e scrittrice, è tra le protagoniste della storia dell’educazione nella città lagunare plurimillenaria. 

Nasce e cresce in una Venezia in costante subbuglio, quando a farle da sfondo sono le vicende risorgimentali e le guerre d’indipendenza. Ed è proprio da questi eventi che Rosa sviluppa la tenacia e la determinazione che hanno contraddistinto i suoi scritti e le sue opinioni, espresse nei dibattiti con gli intellettuali del tempo senza timore o tentennamenti, ma con la sola voglia di riuscire a conquistare il diritto alla cultura e all’educazione anche per le donne, al pari degli uomini.

É una giovane donna, Rosa, la cui vita si divide tra la città di Padova, dove è attiva nella redazione del primo giornale femminista italiano La donna, e Venezia, dove si impegna per far conoscere un nuovo tipo di educazione basata sul metodo froebeliano da cui deriva la moderna concezione di scuola materna. Nei ritagli di tempo che le restano tra i numerosi impegni di intellettuale, Rosa continua a studiare per diventare la prima donna a poter insegnare pedagogia nelle scuole.                                                                                                  

A soli 29 anni mette in pratica tutto quello che ha imparato iniziando ad insegnare, prima alla scuola magistrale femminile di Padova, dove ne diventerà poi la direttrice, e a seguire alla Scuola superiore femminile “Giustinian” e alla scuola professionale femminile "Vendramin Corner" di Venezia. Crede che il ruolo della donna nell’insegnamento sia essenziale, perché una maestra deve essere come una seconda mamma, affettuosa e indulgente ma anche severa e ferma nell’educazione dei suoi allievi. 

Nella Venezia di fine Ottocento, Rosa Piazza non è sola a battersi per il diritto all’istruzione e all’emancipazione femminile. Al suo fianco figure importanti come quella di Maria Pezzè Pascolato, che con lei ha fatto la storia di questa città e che come lei credeva che l’educazione fosse l’unico motore del progresso di una città, di una società e di un paese.

Ha fatto della cultura e dell’istruzione le sue ragioni di vita, battendosi per la tutela dell’infanzia, per l’educazione femminile e per l’introduzione della scuola dell’obbligo. Autorevole e materna, Rosa Piazza è stata tra le figure più influenti del panorama educativo veneziano dell’epoca

A Sant’Erasmo protagonista il carciofo violetto: visite guidate e mostre alla scoperta dell’orto di Venezia

Venezia, 14 maggio 2022 – Centomila sono le piante del Consorzio e centomila sono le castraure di Sant’Erasmo. Sono le prime gemme delle carciofaie dell’isola di Sant’Erasmo, più famosa come l’orto di Venezia, quelle che si portano sulle tavole e che hanno un gusto inconfondibile, perché racchiudono il sapore dolce e amaro della salinità, della sabbia e della terra della laguna nord.

Sant’Erasmo è un’oasi di pace nella laguna, un lembo di terra che si estende tra campi verdi e coltivati, capace di far fiorire vere e proprie prelibatezze che non hanno rivali. E per far conoscere la punta di diamante di questa terra, domenica 15 e 22 maggio il Consorzio del carciofo violetto apre le porte delle proprie aziende, una quindicina in totale, per mostrare le piante che sono un presidio slow food dal 2002 e sono dislocate tra Sant’Erasmo, Vignole e Lio Piccolo.

“Il carciofo violetto di Sant’Erasmo era un ortaggio ormai abbandonato e nel 1996 alcuni produttori, in particolare Giovanni Vignotto, stanchi dei prodotti che venivano venduti nei mercati spacciandosi per Sant’Erasmo, smossero l’interessamento di Coldiretti e Regione Veneto, da qui venne fatto uno studio e nel 2004 è nato il Consorzio – spiega il presidente Carlo Finotello – abbiamo preso in mano un prodotto che era in via di estinzione e portato questo carciofo ad essere un’eccellenza mondiale. E noi ne siamo anche gelosi: per esempio, abbiamo registrato il termine castraura, che abbiamo coniato noi e che solo il Consorzio potrebbe usare”.  

Ma la castraura è solo il frutto apicale della pianta, il più tenero e pregiato, che viene tagliato per primo in modo da permettere lo sviluppo degli altri. Poi c’è tutto un mondo, racchiuso in un periodo che va da metà aprile a metà giugno, e che segue un disciplinare ben preciso che non prevede l’utilizzo di alcun fitosanitario e diserbante durante la crescita della pianta per garantire intatto il sapore salmastro. Una pianta produce in media una ventina di frutti a stagione e la produzione del carciofo violetto si aggira sul milione di carciofi.

“Di castraura ce n’è una per pianta ed essendo le piante 100.000 abbiamo 100.000 castraure – continua – si raccoglie in un periodo limitato, che dura una quindicina di giorni, da metà aprile ai primi di maggio. Quest’anno siamo in ritardo a causa della siccità che ha creato grossi problemi alle coltivazioni in generale, oltre al ritorno del freddo nel mese di marzo che ha bloccato la produzione. Dopo le castraure arrivano i botoli, poi gli articiocchi e le mazzette che sono quei carciofi morbidi che escono lateralmente e vengono tagliati con il gambo lungo. Si chiamano mazzette perché quando i nostri antenati andavano a remi al mercato di Rialto, mettevano questi mazzi di carciofi sulla prua ed era uno spettacolo da vedere”.

La particolarità che lo distingue da tutti gli altri è proprio il fatto di essere coltivato in isola ed assumere quel sapore inconfondibile che solo la laguna può dare. “Tutto quello che si produce nella laguna di Venezia si distingue per il salmastro - aggiunge Finotello-  Quella percentuale di salinità rende molto più saporiti i nostri prodotti, è vero che le piante sono molto più sotto stress e si produce meno ma risalta molto il sapore ed è questo il nostro valore aggiunto”. Saranno proprio i produttori a raccontare, domenica 15 e domenica 22, i segreti di questa coltivazione: si potrà entrare nei campi, avere informazioni sulle piante, sui prodotti, sulle tecniche di cottura, acquistare carciofi direttamente dai produttori e poi, nei ristoranti convenzionati, assaggiare quei prodotti a km zero.

Ma il carciofo non è l’unica eccellenza che si potrà conoscere durante le due domeniche di visite guidate. Perché le donne dell’isola metteranno in mostra, alla Torre Massimiliana, il frutto di un percorso storico che vede la realizzazione di una fibra di tessuto partendo dall’ortica.

I fusti vengono lasciati macerare in acqua per circa dieci giorni e, successivamente, la poltiglia che se ne ricava viene fatta asciugare e pettinata come fosse una lana. Il risultato è una fibra grezza che ha la consistenza tra il cotone e il lino.

Il progetto nasce dalla moglie di Carlo, Cosetta, che nei progetti di didattica aveva il desiderio di fornire un quadro più ampio della famiglia contadina. Agris Arte è il nome scelto per dare vita a un gruppo di 13 donne che mettono la loro creatività a servizio degli altri.

La fibra vegetale viene lavorata a mano, è un tessuto ecosostenibile perché non richiede fitoparassitari e l’ortica stessa, oltre ad avere molte proprietà benefiche, è versatile ed utilizzabile in vari settori, dalla cucina all’ erboristeria.

In mostra, alla Torre ci sarà la prima esposizione di alcuni articoli realizzati con l’ortica a uncinetto e a telaio, come uno scialle, un gilet, un cappello, un acchiappa sogni e dei giocattoli, anche se il sogno è quello di realizzare della biancheria intima perché questa fibra fa traspirare la pelle, non punge e mantiene costante la temperatura corporea.

Sempre in Torre saranno esposte le mostre fotografiche di Gianni Ragazzi, sculture in legno di Adriano Zane e una mostra di pittura di Isabelle De Bei. Domenica 22 si terrà anche la Carciofo Violetto Trail, una corsa o camminata immersi nella natura fra campi e vigne.

Link Video Intervista

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