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La Scuola Grande di San Rocco: il sontuoso e caritatevole sistema di welfare ai tempi della Serenissima

Venezia, 13 agosto 2021 - Imponente, maestosa, decorata d’oro e di chiaroscuri, distribuita su due piani e adornata interamente dall’abile mano di Jacopo Robusti detto il Tintoretto che, per questo edificio, ha realizzato una delle imprese pittoriche più grandi e affascinanti di tutti i tempi. 

La Scuola Grande di San Rocco è una delle Scuole (o schole) veneziane sopravvissute all’avvento di Napoleone e alla fine della Repubblica Serenissima e una delle poche ancora attive in città. Si trattava di confraternite di laici, istituite nella seconda metà del ‘200 e innalzate, ognuna, in nome di una figura religiosa. Queste “schole” nascevano con diversi scopi: da quello di tutelare i lavoratori a quello di raggruppare e dare assistenza alle comunità straniere in città (le ambasciate di una volta), fino a passare per il fine di aiutare poveri e bisognosi mettendo in pratica tutti quei valori di carità e beneficienza che la morale cristiana richiedeva. Queste ultime, delle vere e proprie strutture di welfare, venivano chiamate “Scuole Grandi” e, alla fine del ‘500, ne esistevano ben sei a Venezia: San Teodoro del 1258, Santa Maria della Carità del 1260, San Marco e San Giovanni Evangelista del 1261, Santa Maria Misericordia del 1308, San Rocco, istituita nel 1478 e infine la Scuola dei Carmini fondata a fine 1500. Ne restano, oggi, attive solo quattro (Carmini, San Rocco, San Teodoro, San Giovanni Evangelista). 

«Le persone venivano qui a chiedere aiuto. C’erano le vedove in cerca di casa, gli orfani alla ricerca di un luogo in cui stare o le ragazze in cerca di dote per sposarsi - spiega la consorella della Scuola, Pier Paola Setti - A cavallo tra le due guerre mondiali, inoltre, abbiamo testimonianze fotografiche di lunghe file di persone al di fuori della Scuola Grande di San Rocco che uscivano con sacchi di farina sulle spalle per poter sopravvivere alla carestia». 

Costituite da un sistema organizzativo che prevedeva l’esistenza di uno statuto approvato dal Consiglio dei Dieci, detto, in gergo, Mariegola, le Scuole Grandi avevano a capo un Guardian Grande con 15 consiglieri, organo successivamente affiancato da un gruppo di confratelli con il compito di controllare il corretto operato della “Scuola”. Al giorno d’oggi, nella Scuola Grande di San Rocco ci sono ancora circa 480 confratelli, alcuni dei quali sono stati personaggi importanti del passato come i papi Pio X e Giovanni XXIII, entrambi Patriarchi di Venezia prima di salire al soglio Pontificio. 

Un luogo di sfarzo, di culto e di beneficienza senza scopo di lucro

La Scuola Grande di San Rocco, la cui prima sede si trovava nella chiesa di San Giuliano, successivamente spostata a ridosso della chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari dove si trova tutt’oggi, è stata costruita in circa 30 anni partendo da una struttura vuota, poi, riempita, per volere dei confratelli, da sontuosi arredi a cura di diversi artisti tra i più importanti del ‘5-‘600. Primo tra tutti Jacopo Robusti “Tintoretto” che, fu il pittore ufficiale della Scuola realizzando, nel periodo tra il 1564 al 1587, un totale di 60 tele decorative, vincendo, il bando perché dipinse e posizionò un dipinto dedicato al Santo, sul soffitto della Sala dell’Albergo, ancora prima che venisse pubblicato l’esito del concorso per pittore della Scuola, facendolo passare per “un dono per San Rocco”. Hanno, poi, contribuito alle decorazioni della struttura anche Antonio Zanchi, Pietro Negri e Francesco Pianta il Giovane. 

Tutti i dipinti e le statue della Scuola Grande di San Rocco sono stati pensati per fungere da insegnamento per chiunque oltrepassava la soglia del palazzo. Guardando i soffitti e le pareti, infatti, ci si poteva immedesimare nei momenti della vita di Cristo e riconoscere, in essi, esempi di vita dedita al bene e alla carità. Ogni piano ripropone, in veste pittorica, la vita di Gesù dall’infanzia alla passione, fino a passare per la salvezza per un percorso ascetico che vuole ricordare che solo attraverso il bene si può arrivare alla salvezza. 

«Questa è una confraternita di devozione - continua la consorella Pier Paola Setti - ed è stato scelto San Rocco perché esempio di uomo che ha dedicato la vita al bene e alla beneficienza. Si tratta di un’associazione caritativa ma anche di sfarzo perché uno degli obiettivi della Scuola era accogliere i poveri in un bell’ambiente perché faceva bene a tutti sia a chi ne faceva parte, sia a chi vi passava a chiedere aiuto. Tutti i beni, parte di donazioni e autotassazione dei confratelli, infatti, venivano usati per pagare pittori, scultori e reperire beni di necessità e la gente credeva in quest’istituzione e nella sua onestà». 

La Scuola Grande di San Rocco è costituita da una Sala Terrena che accoglie la statua del santo a cui è dedicata la Scuola e una serie di dipinti dedicati alla Madonna e all’infanzia di Gesù. Si giunge, poi, a uno Scalone monumentale di grande interesse artistico in quanto accoglie, su una delle sue arcate, l’Annunciazione di Tiziano. Alla sommità dello Scalone si viene accolti da una maestosa Sala Capitolare, la sala dei confratelli dedicata a San Rocco con tutta la storia della salvezza di Cristo, partendo dal peccato originale e passando attraverso vari passaggi dell’Antico Testamento. 

È presente, inoltre, un altare che conserva la reliquia del dito di San Rocco decorato con un baldacchino realizzato con il mantello del Doge regalato alla Scuola e arricchito da tessuti del ‘700 ricamati in oro. Nello stesso piano è presente la sala più importante della struttura, la Sala dell’Albergo tutta decorata con la storia della vita di San Rocco e la passione di Cristo con La Crocifissione di Tintoretto, dipinto tra i più importanti dell’artista, che mostra tutta la sua innovazione figurando quasi come cartolina della cronaca dell’epoca. In questa sala, nel giorno della festa di San Rocco venivano accolti i confratelli e lo stesso Doge in visita alla Scuola ed esposte le reliquie del santo. 

Proprio ai piedi del dipinto di Tintoretto si nasconde un passaggio segreto che porta a un caveau sotterraneo dove il ragioniere della Scuola Grande aveva il suo ufficio e conservava i libri contabili e i soldi (monete d’oro) della confraternita in forzieri costituiti da serrature particolarissime al punto che servivano quattro persone per poter essere aperte. 
Ancora oggi i forzieri sono presenti insieme a una collezione di preziosissime ceramiche e altri beni del passato. Sempre nel piano della Sala Capitolare sorge una saletta dedicata alla Cancelleria dove si radunavano i membri del consiglio per prendere le decisioni. La Scuola Grande di San Rocco dispone anche di un ulteriore piano che accoglie la cosiddetta Sala del Tesoro, che custodisce le sacre reliquie e gli argenti della Scuola, cioè tutti quei tesori sopravvissuti all’avvento di Napoleone. 

«La Scuola Grande di San Rocco è l’unica che conserva ancora tutte le sue opere originali - commenta il cancelliere Alfredo Baroncini - e anche la sola ad essere sopravvissuta dopo la legge che eliminò questi istituti a seguito della caduta della Repubblica Serenissima e dell’avvento del Regno Italico. È un esempio, ancora attivo, della magnificenza della Venezia 500esca e di solidarietà».

Per maggiori informazioni e prenotazioni di visite consultare il sito http://www.scuolagrandesanrocco.org/home/

“Sotto la maschera di Venezia”: la mostra, che fino al 29 agosto, porterà a Mosca il ‘700 veneziano

Venezia, 12 agosto 2021 - Nel centro storico di Mosca, da oltre vent’anni, il Festival d’Arte “Bosco dei Ciliegi” si decora con mostre e spettacoli di grandi maestri italiani nel campo dell’arte, del cinema, della musica e della moda. Ormai da tempo, infatti, una parte del Festival viene interamente riservata alla promozione di eventi, mostre e progetti dedicati allo sviluppo delle relazioni culturali tra i due Paesi e al rafforzamento del loro legame storico. A capo del progetto c’è Mikhail Kusnirovich, fondatore della società “Bosco dei Ciliegi” e azionista di maggioranza dei famosi Magazzini Gum di Mosca, nonché principale sponsor di svariate manifestazioni culturali italiane in Russia come, ad esempio, la “mostra russa di Giorgio De Chirico (1888-1978)”, ospitata dalla Galleria Tretyakov nel 2017. 

L’esposizione “Sotto la maschera di Venezia”, dedicata interamente alla città che quest’anno festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione (421-2021), esplora e approfondisce la cultura veneziana del Settecento, epoca legata al Carnevale di Venezia nonché alla pittura, al teatro e alla letteratura dell’Illuminismo, rendendo evidente lo straordinario legame tra la Russia e la Repubblica Serenissima del XVIII secolo. 

All’interno del Complesso Espositivo di Palazzo Tsaritsyno, luogo unico nella capitale russa composto da un insieme di pittoreschi palazzi, ponti, padiglioni, laghetti e giardini, saranno presentati per la prima volta rari reperti provenienti dalle collezioni dei più antichi musei veneziani. Tra questi, oggetti d'arte provenienti dal Museo Correr, Museo Ca' Rezzonico, Museo del Vetro dell'Isola di Murano, Palazzo Mocenigo e Museo del Tessuto e Costume veneziano, così come testimonianze provenienti dal Museo Pushkin, dal Museo Storico Statale di Mosca e da altre collezioni nazionali.

La mostra, nel suo complesso, presenterà più di cento opere d’arte della Fondazione Musei Civici di Venezia. Dal 27 aprile, fino alla fine dell’estate, sarà quindi possibile toccare con mano la vita veneziana del XVIII secolo, immergendosi nell’era durante la quale il Carnevale veneziano raggiunse il suo massimo splendore, diventando un evento prestigioso e rinomato in tutta Europa. Questo fu infatti il secolo del famoso Giacomo Casanova, celebre personaggio veneziano noto al pubblico per aver sdoganato la Venezia libertina del ‘700, nella quale feste lussuose, sfarzo e ricchezza facevano da padroni. 

La mostra esibirà maschere di carnevale, costumi nobili, oggetti in vetro di Murano, decorazioni per ferri da gondola nonché stampe e dipinti di Pietro Longhi raffiguranti scene di vita quotidiana e persino kit da gioco provenienti da famosi casinò veneziani.

“Palazzo Tsaritsyno fu concepito come residenza delle vacanze, dove poter ascoltare musica ed assistere a scintillanti fuochi d'artificio e credo che tutto questo sia in sintonia con l'atmosfera del carnevale veneziano. Abbiamo sognato che la favola veneziana fosse raccontata nel nostro museo e questi sogni si sono avverati!" – ha affermato Elizaveta Fokina, direttrice generale del Museo Tsaritsyno, a proposito della decisione di tenere la mostra all’interno del Complesso Espositivo. 

“Il progetto regalerà ai moscoviti e agli ospiti della capitale un'immersione emotiva nell'atmosfera di questa straordinaria città, un'atmosfera di amore e libertà: una passeggiata immaginaria lungo le strade e i canali, un viaggio nel passato e la conoscenza della cultura veneziana del XVIII secolo- continua Edith Kusnirovich, direttore esecutivo del Festival- la mostra farà innamorare chi non è mai stato in questa città e farà scoprire una nuova Venezia a chi, come me, la conosce e la ammira già.” 

Aperture straordinarie serali della Basilica di San Giovanni e Paolo e Scuola Grande di San Marco

Venezia, 11 agosto 2021 – Aperture straordinarie serali della Basilica di San Giovanni e Paolo e della Scuola Grande di San Marco per celebrare i 1600 anni di Venezia e ricreare quell’antico legame tra religiosi e le confraternite laiche delle scuole. Sabato 14 e domenica 15 agosto la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo e il Polo museale della Scuola Grande di San Marco aprono le proprie porte al pubblico con proposte di visita inedite e percorsi tematici per festeggiare il compleanno di Venezia. 

In occasione della festività dell’Assunta, la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo e la Venerata Confraternita Scuola Grande di San Marco celebrano questa importante ricorrenza con due giorni di aperture serali straordinarie. Questa iniziativa desidera far vivere al pubblico tutta la magia del luogo soprannominato dai veneziani “Campo delle Maravegie” che concentra tante “meraviglie” in un piccolo spazio: la quattrocentesca statua equestre in bronzo dell’artista Andrea del Verrocchio raffigurante Bartolomeo Colleoni, famoso condottiero al servizio della Serenissima nel XV secolo; la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, soprannominata Pantheon per le sue dimensioni e il numero di Dogi qui sepolti, e la Scuola Grande di San Marco con la sua facciata rinascimentale e i suoi tesori custoditi all’interno. Due serate al chiaro di luna per approfondire e riscoprire, per mezzo di guide volontarie, il rapporto tra i domenicani e la Scuola più facoltosa e imponente di Venezia: la Scuola Grande di San Marco. La visita guidata inizierà dalla Basilica dei Santi Giovanni e Paolo per proseguire poi con la Scuola di San Marco. Il primo turno è alle 20, il secondo alle 21. Per informazioni e prenotazioni scrivere a visite@santigiovanniepaolo.it

Le iniziative dei frati domenicani continuano anche nei prossimi mesi: sabato 11 settembre e sabato 9 ottobre, alle 15, ci saranno altre due visite guidate alla Scuola e alla Basilica, sempre con prenotazione obbligatoria. 

San Servolo: da luogo di emarginazione e segregazione alla svolta che punta alla sostenibilità ambientale

Venezia, 9 agosto 2021 – Qualcuno ricorda ancora la minaccia “se non fai il bravo ti mando a San Servolo”, ma oggi quell’espressione è fortunatamente scomparsa portandosi dietro tutto quello che quest’isola ha rappresentato nel corso dei secoli. San Servolo è il simbolo di come i soldi pubblici abbiano portato al riutilizzo insperato di un’intera isola che rischiava l’abbandono e la vendita a privati; San Servolo è l’isola dove le eccellenze delle istituzioni scolastiche trovano posto; San Servolo è l’isola della pace grazie al suo enorme parco e alla vista che si estende su Venezia, rendendola location perfetta per eventi di ogni tipo; San Servolo è anche l’isola dell’inquietudine, della sofferenza, delle decine di migliaia di cartelle cliniche che raccontano storie di esseri umani, di vite, di soggiorni brevi o lunghi, di una malattia che a volte era dovuta alla malnutrizione e altre volte non lasciava scampo. San Servolo è l’isola della follia, dove un tempo non così lontano sorgeva il manicomio monumentale della città, spazzato via dalla legge Basaglia del 1978, la riforma psichiatrica che ha portato alla chiusura di tutti i manicomi. 

L’isola, come spiega l’amministratore unico Andrea Berro, ha una ricettività di 175 camere con una capienza di circa 300 posti letto e qui vi si svolgono dai 120 ai 150 eventi all’anno: feste aziendali, matrimoni, mostre, convegni e altro. Ma a perenne testimonianza di ciò che è stato, si può anche visitare il Museo della follia, che registra circa 6mila visitatori ogni anno e il trend è in crescita.  

“San Servolo è tra le più belle isole minori e l’unico esempio di recupero da parte del pubblico: in origine era un monastero benedettino prima di monaci e poi di suore, poi è stata anche bonificata nel corso degli anni, dopo un millennio è diventata presidio ospedaliero militare e poi manicomio monumentale maschile della città fino al 1978 – spiega Berro – successivamente ha subito un periodo di abbandono fino alla fine degli anni 90, dopodiché la Città Metropolitana, allora Provincia di Venezia, ha fatto un importante intervento di restauro e ristrutturazione dell’isola con fondi pubblici statali per trasformarla in un centro congressuale. Inizialmente l’attività era rivolta soprattutto al mondo accademico e degli studenti, con l’insediamento di Venice International University, poi si è aperta ad altre realtà istituzionali e all’organizzazione di eventi”. 

San Servolo custodisce e testimonia – perché la memoria dei 1600 anni di Venezia va custodita, testimoniata e raccontata – ma guarda anche oltre. Nel luogo un tempo di emarginazione e segregazione oggi si libera il vociare dei bambini che qui svolgono i campi estivi, si raccolgono le olive, si uniscono in matrimonio gli innamorati, si festeggiano gli eventi aziendali, si inaugurano mostre, si vedono passare affaccendati studenti, studiosi, visitatori. E si guarda al futuro anche in tema di sostenibilità, con un progetto che prevede la realizzazione di una serie di interventi di ammodernamento delle strutture e delle funzioni dell’isola che verranno effettuati nell’ottica del design e soprattutto del rispetto ambientale. 

L’isola, dal 2004 gestita dalla società San Servolo – Servizi Metropolitani di Venezia, nel 1700 ospitava i numerosi feriti della Repubblica Serenissima che confluivano a Venezia dai luoghi degli scontri con i Turchi e venivano curati dai Padri di San Giovanni di Dio, oggi Fatebenefratelli. Come racconta Luigi Armiato, responsabile del Museo, tra le testimonianze rimaste vi è la farmacia settecentesca – un tempo spezieria –  con gli scaffali e gli oltre 200 vasi originali, tutti caratterizzati dalla presenza dell’effige del leone di San Marco, in giallo, dono della Repubblica Serenissima come segno di stima per la qualità delle medicine prodotte. Successivamente l’isola venne trasformata in un manicomio: nel 1725 venne inviato il primo “pazzo” per ordine del Consiglio dei Dieci e negli anni successivi approdarono solo nobili e benestanti, in grado di pagare la mesata. Per i folli poveri, invece, c’era la fusta, una nave fatiscente dove venivano ammassate centinaia di persone tra condannati, ammalati e pazzi poveri. Dopo il 1797, San Servolo si apre invece a tutte le classi sociali.   

Di grande interesse è la ricostruzione della sala anatomica (spostata vicino alla chiesa settecentesca rispetto al luogo originale che era all’estremità dell’isola), dove sono esposti tutti reperti originali, compresi i cervelli che sono conservati con il metodo della plastinazione. 

“Il museo custodisce almeno 70mila cartelle cliniche, dagli anni 40 dell’800 fino alla chiusura – spiega Armiato – ma abbiamo anche recuperato le cartelle cliniche di San Clemente, che era manicomio femminile, oltre a quelle di Marocco a Mogliano Veneto”. 

San Servolo racconta storie: quella dell’illustrissimo Lorenzo Stefani che, potendo pagare, fu ricoverato qui invece che venire abbandonato in “fusta”, nel carcere, dove finivano indistintamente malati di mente e condannati: aveva 32 anni, ne uscirà a 69; quella di Matteo Lovat da Casal di Zoldo, che una volta arrivato a Venezia si inflisse l’autocrocifissione in una calle e dopo un anno morì a San Servolo; quella del “giovane” Alessandro Bravin che venne rinchiuso a San Servolo per un anno intero “per castigo”.  E poi ci sono i volti, quelli che compongono l’ “album comparativo”: uomini e donne al loro ingresso e uscita dal manicomio. Com’erano prima e com’erano poi. E spesso, siccome la pellagra – una malattia da carenza alimentare – era la principale causa dello squilibrio mentale di molti ricoverati, solo il fatto di mangiare in maniera più regolare era sufficiente ca farli guarire. Ma nel museo si trovano anche le testimonianze delle terapie – dall’idroterapia all’elettroshock –, gli oggetti di contenzione, le testimonianze del lavoro a cui ciascuno dei pazienti, circa 700 ospiti fissi, doveva provvedere quotidianamente.  

“San Servolo è un modello vincente – conclude Berro – perché oltre alla testimonianza del passato manicomiale, abbiamo investito tanto nell’isola per fare dell’altro”.  

Sulle tracce di Venezia nelle isole di Cherso e Lussino

Venezia, 6 agosto 2021 – Sulle tracce di Venezia, tra bastioni, effige del leone alato, sapori e profumi che rimandano alla Serenissima. C’è tempo fino al 30 settembre per visitare la mostra fotografica “Tracce veneziane nelle isole di Cherso e Lussino”, realizzata per celebrare i 1600 anni di Venezia e il rapporto che la Serenissima aveva con i territori circostanti. La Croazia condivide infatti con la Serenissima una stagione lunghissima. L’Istria e la Dalmazia fanno parte della Repubblica per secoli, a seconda delle località. Assieme vivono l’ascesa, le guerre con gli Ottomani combattute fianco a fianco, il declino e la fine. E a Venezia decine di calli, piazze e ponti sono dedicati a queste terre. Basti pensare alla Riva degli Schiavoni, che prende il nome proprio dai mercanti della Dalmazia, la “Slavonia” in veneziano.  

L’esposizione, curata dalla Comunità degli Italiani Lussinpiccolo e Comunità degli Italiani di Cherso, si può visitare sia a Cherso sia a Lussinpiccolo (fotografie e grafica Sandro Tariba del Papyrum studio di Lussinpiccolo). 

Più di 1.200 isole e isolotti sono disseminati lungo la costa della Croazia. Si passa da quelli più settentrionali, situati nel golfo del Quarnaro, a quelli più meridionali, al largo di Spalato e Ragusa: le isole hanno un passato molto diverso, ma tutte sono state sotto il dominio veneziano.

Cherso, che fece parte della Repubblica di Venezia fino alla caduta nel 1797, conserva parti dell’antica cinta muraria costruita dai veneziani, nonché numerosi palazzi risalenti al dominio della Serenissima. Ancora oggi si possono visitare la porta col leone marciano, la torre dell’orologio e la loggia, di foggia rinascimentale. Così come Lussino con i suoi centri abitati, dove un tempo le chiese di legno furono mano a mano sostituite in relazione a quanto avveniva a Venezia: gli altari di marmo che venivano rimpiazzati in occasione del restauro di una chiesa a Venezia, venivano acquistati da Lussino. Sempre qui si può ammirare la torre difensiva di forma circolare per proteggersi dagli attacchi turchi. 

La “quarantena”: l’avanguardia veneziana contro le epidemie nata da un’intuizione del XV secolo

Venezia, 5 agosto 2021 - Il concetto di “quarantena”, il periodo di isolamento lungo quaranta giorni riservato a persone affette da malattie contagiose con il fine di bloccarne l’espansione è un’intuizione e un’avanguardia tutta veneziana risalente al XV secolo. Fu proprio in questi anni, infatti, che gli abitanti della città lagunare, dopo aver capito che solo l’isolamento poteva interrompere il diffondersi di determinati virus contagiosi, come quello della peste, istituirono un luogo, il cosiddetto “Lazzaretto Nuovo” a 3 km a Nord-Est di Venezia vicino alla bocca di porto del Lido, destinato ad accogliere per un tempo lungo quaranta giorni, persone e merci potenzialmente contagiate e contagiose provenienti da tutto il mondo. Era il 1468 e questa struttura ospitante si andava ad aggiungere a quella del primo Lazzaretto, definito appunto “vecchio” del 1423, che costituiva, invece, il primo ospedale pubblico per malattie contagiose della storia occidentale situato su un’isola in bacino San Marco. 

«Venezia, con un’intuizione all’avanguardia e in anticipo su tutti - commenta Giorgia Fazzini di Ekos Club e Archeoclub d'Italia Sede di Venezia -, andando anche contro le superstizioni dell’epoca, capisce che la peste è contagiosa e  per prima cosa crea il primo ospedale pubblico per malattie contagiose sull’isola del Lazzaretto Vecchio, poi, nel 1468, siccome capisce che prevenire è meglio che curare, soprattutto quando non sai come curare, inventa la prevenzione della peste con l’istituzione della quarantena da mettere in pratica sull’isola del Lazzaretto Nuovo».  

Il Lazzaretto Nuovo, un’isola di nove ettari dei quali 3500 mq edificati, era una vera e propria soglia tra la laguna e la città di Venezia nonché simbolo di un metodo preventivo avanguardistico nel trattamento delle malattie contagiose che dimostrava quanto i veneziani, già nel 1468, avessero una mentalità intuitiva e lungimirante in questo settore della medicina che ancora oggi viene approcciato con la stessa metodologia.

«È un’invenzione veneziana, quella della quarantena che diventa oggi, con il biennio pandemico del Coronavirus, estremamente attuale - continua Giorgia Fazzini - perché sia le diverse pratiche di network informativo e diplomatico internazionale, sia le pratiche quotidiane hanno un confronto molto preciso con ciò che Venezia ha capito e istituito nel XV secolo e ciò che nel mondo contemporaneo continuano ad applicare tutti i Paesi al mondo colpiti dal Sars-Cov-2. Il network dei lazzaretti fu un network non solo sanitario ma di intelligence internazionale». 

Quella del Lazzaretto nuovo, l’unica isola veneziana recuperata dall’abbandono e riportata alla collettività con un progetto non profit, è frequentata da decine di realtà locali e internazionali e migliaia di persone ogni anno attraverso visite guidate, workshop, mostre ed eventi, ma gli aspetti più importanti di questa isola sono tre e abbracciano tre diversi ambiti di studio da quello storico-archeologico a quello ambientale, fino a passare a quello legato al progetto di recupero dell’isola, promosso nel 1977 e giunto fino a oggi per rendere questo luogo una vera e propria piattaforma di lifelong learning. 

Dal punto di vista storico, l’isola del Lazzaretto Nuovo ha vissuto tutti i diversi usi che hanno caratterizzato le oltre sessanta isole della laguna di Venezia: quello agricolo quando questo luogo veniva utilizzato per coltivazioni e allevamenti, quello religioso a partire dalla fine dell’XI secolo quando l’isola divenne di proprietà dei monaci benedettini di San Giorgio Maggiore, l’uso sanitario durante la diffusione della peste nel XV secolo e, infine, un uso militare nel corso del ‘800 quando l’isola venne utilizzata come sistema difensivo lagunare.

Il periodo più importante per l’isola del Lazzaretto nuovo è, senza dubbio, quello della Repubblica Serenissima, che ha visto il suo uso applicato all’ambito sanitario quando diventa il lazzaretto di quarantena e per tre secoli è soglia di Venezia da oltrepassare per raggiungere il centro della città. Tutte le merci, le persone e le imbarcazioni che venivano da posti sospetti di peste, quindi, i diversi porti del Mediterraneo con cui Venezia collaborava in quanto cerniera tra Oriente e Occidente, dovevano passare per di qui per fare il periodo di isolamento di quaranta giorni prima di entrare a città. 

L’isola, inoltre, ha un significato importante anche dal punto di vista ambientale in quanto ospita il sentiero delle barene, la passeggiata naturalistica dell’ecomuseo che racconta questo particolarissimo ambiente dell’ecosistema lagunare. Quello delle barene è un ambiente a rischio estinzione, ne è scomparso, infatti, il 70% nel corso dell’ultimo secolo, ma fondamentale dal punto di vista ecologico, paesaggistico e di impatto sull’economia, sul territorio così come sull’identità di Venezia e dei suoi abitanti. Il percorso delle barene, ancora oggi attraversabile, ricalca il giro di ronda dei militari dell’isola del Lazzaretto Nuovo, estendendosi fuori dalla cinta muraria per circa un km. 

Oltre all’aspetto storico-archeologico e a quello ambientale, il Lazzaretto Nuovo ha anche la funzione di deposito per i beni archeologici della soprintendenza. La struttura ospita, infatti, gratuitamente tutti i reperti di migliaia di indagini archeologiche grazie all’accordo tra le associazioni Ekos Club, Archeoclub di Venezia e il Ministero della Cultura. 

«Ultima chicca dell’isola, poco conosciuta, - conclude Giorgia Fazzini - è quella di avere uno dei primi impianti di fitodepurazione d’Italia, una tecnologia che permette di depurare le acque di scarico a favore di un basso impatto ambientale». 

Il Lazzaretto Nuovo è un’isola che testimonia non solo la grande mente intuitiva dei veneziani ma anche la bellezza dell’ecosistema lagunare che ha reso Venezia unica al mondo e che, ancora oggi, possiamo ammirare in questo luogo che ne preserva, con cura, le sue origini.  

Per info e visite all’isola del Lazzaretto nuovo consultare il sito: https://lazzarettiveneziani.it/it.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/iaDLQ1v1cAo

 

Canaletto incontra Guardi: due artisti per lo stesso scorcio dal Molo verso la Basilica della Salute  

Venezia, 4 agosto 2021 – Canaletto incontra Guardi e ne esce una veduta a confronto che dal Molo di San Marco spazia oltre la Basilica della Salute. Venerdì 6 agosto, in Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, si inaugura “Canaletto incontra Guardi. Vedute veneziane a confronto: il Molo verso la Basilica della Salute”, un omaggio alla città di Venezia in occasione delle celebrazioni per la sua fondazione: 421-2021.

La mostra, che vede come “ospite” eccezionale la veduta di Canaletto raffigurante “Il Molo verso ovest con la Zecca e la colonna di San Teodoro” della Civica Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano, sarà visitabile fino al 24 ottobre. Il prestito è frutto di uno scambio temporaneo tra le due istituzioni museali in occasione della contemporanea mostra milanese dedicata alla scultura italiana del Rinascimento (“Il Corpo e l’Anima da Donatello a Michelangelo. Scultura italiana del Rinascimento”, Castello Sforzesco 21 luglio - 24 ottobre). 

L’esposizione temporanea della tela di Canaletto accanto al dipinto di Francesco Guardi, che presenta lo stesso soggetto (proprietà collezione Franchetti), offre la possibilità di accostare due straordinarie vedute veneziane, tra le più apprezzate dai turisti aristocratici del Grand Tour, ponendo a confronto diretto due “fermi immagine” (e due diverse concezioni pittoriche del ritratto urbano) di due protagonisti assoluti del vedutismo lagunare del Settecento. Da una parte la luminosa versione di Canaletto, di ampio respiro scenografico e impeccabile coerenza prospettica, riferibile alla maturità del pittore e databile entro il 1742, dall’altra la vibrante interpretazione lirica offerta da Francesco Guardi in una fase avanzata del suo operato, ormai lontana, nella sua indeterminatezza fantastica, dal nitido rigore che aveva suggellato, in una immagine solare, “come incisa nel cristallo” (A. Mariuz), la Venezia di Canaletto nella percezione dei viaggiatori e dei collezionisti dell’epoca. Nella prospettiva immortalata dai due artisti si condensano edifici che incarnano la storia di stessa Venezia e accompagnano chi guarda le tele  verso la scoperta dei suoi mutamenti e delle sue persistenze urbanistiche, in un viaggio nel tempo che celebra quest’anno i 1600 anni dalla fondazione leggendaria della città

Per entrambi, lo sguardo si concentra prima sulla colonna di San Teodoro (che richiama le origini della città e il culto per il Santo bizantino) e si allarga poi verso l’infilata di architetture marciane che affacciano sulla riva del Molo: dall’angolo sud della Libreria sansoviniana, con le svettanti statue poste a coronamento del cornicione che ne completano l’assetto monumentale, si passa alle facciate della Zecca, di fronte alla quale si svolgeva l’antico mercato di pesci e pollame; e poi ancora l’austero blocco dei Granai di Terranova, che ospitavano i magazzini per lo stoccaggio dei cereali (distrutti nel XIX secolo per far posto ai Giardini Reali) e, a chiusura della fondamenta, il piccolo edificio del Fonteghetto della Farina, dove avveniva la rivendita del prezioso prodotto della macinazione, divenuto nel Settecento sede dell’Accademia dei Pittori. Oltre l’imbocco del Canal Grande, svetta Punta della Dogana con le cupole maestose della Basilica della Salute di Baldassarre Longhena, imponente ex-voto costruito per salvare la città dalla peste del 1630, e più in lontananza, seminascosto dal veliero nel dipinto di Canaletto e meglio visibile nella tela di Guardi, l’altro importante edificio di culto legato al terribile morbo, il Redentore. 

Sulla riva e sull’acqua pullula la vita quotidiana della Serenissima narrata dai due artisti: dalle imbarcazioni che attraccano e scaricano le merci alle tende del mercato brulicante di masserizie, fino alla rappresentazione di una eterogenea umanità, indaffarata o sfaccendata. Eleganti dame passeggiano sulla fondamenta nel dipinto di Guardi – figure guizzanti, sinteticamente abbozzate con pennellate sottili e rapidi tocchi di colore – mentre il Canaletto offre più studiati brani di “natura morta” en plein air, come quello delle ceste e delle botti con sedia vuota sulla riva o come il gruppo sulla destra con il gentiluomo di spalle in tricorno e i tre levantini ripreso anche da Bernardo Bellotto in una sua tela. 

Protagonisti, in entrambi i dipinti, la luce e il cielo: una Venezia calda e avvolgente, congeniale all’immagine di incantevole naturalezza cara al gusto razionalista di derivazione illuministica nella tela di Canaletto; una trasfigurazione sentimentale dai toni quasi preromantici nella rilettura di Guardi, dove l’accentuazione dei valori atmosferici e la luce mutevole delle nuvole che corrono veloci nel cielo getta falcate iridescenti su ogni dettaglio della raffigurazione.

In un’ottica di itinerario allargato dal Museo al territorio, saranno previste anche visite e percorsi guidati con partenza dalla Galleria e dalla mostra per poi raggiungere i luoghi narrati nelle tele settecentesche, in un confronto attraverso il quale solo una città come Venezia, con la sua luce e i giochi d’acqua, può restituire una realtà ancora più suggestiva di quella dipinta.  

Per informazioni 

http://www.polomusealeveneto.beniculturali.it

www.facebook.com/MuseoCadoro

www.insatagram.com/galleriagiorgiofranchetti

La storia delle Zitelle: le giovani veneziane a rischio prostituzione trasformate in nobildonne

Venezia, 3 agosto 2021 - Si affaccia sul canale che divide l’isola della Giudecca da Venezia e guarda dritto verso Punta della Dogana, è conosciuto con il termine con cui venivano appellate le ospiti che vi abitavano e serviva a dare assistenza a giovani veneziane di condizioni disagiate e a rischio prostituzione. Si tratta dell’istituto delle cosiddette “Zitelle”, una delle strutture ospedaliere della Venezia del XVI secolo che comprende al suo interno la Chiesa di Santa Maria della Presentazione presente ancora oggi sulla fondamenta dell’isola veneziana che ospitava questo “pio istituto”. La casa delle Zitelle (termine che in veneziano indicava le “giovani ragazze”) è nata con il nobile intento di dare una seconda possibilità alle povere e bellissime veneziane che, proprio per la loro avvenenza e le loro scarse risorse economiche, rischiavano di finire vittima del mercato della prostituzione.  Le “zitelle” che vivevano nel complesso assistenziale della Giudecca, costruito nel 1561 per volontà del patriarca Giovanni Trevisan, erano giovanissime, povere, bellissime e aspiranti nobildonne, fine ultimo che queste ragazze raggiungevano al termine della loro permanenza all’interno di questa struttura educativa.

A differenza di quanto accadeva con il complesso delle Penitenti di San Giobbe che fungeva, invece, da percorso riabilitativo per donne di tutte le età già cadute nel “peccato” della prostituzione, per entrare nel percorso delle “Zitelle” bisognava semplicemente essere belle, povere e di età compresa tra i 12 e i 18 anni. A fare la differenza tra le due strutture era anche lo standard di vita all’interno del complesso, alto nella struttura giudecchina che forgiava nobildonne pronte a diventare mogli di uomini importanti e, più basso, in quello di San Giobbe che dava una seconda chance alle meretrici “pentite”.

«Bisognava essere belle per entrare nel complesso delle Zitelle, le “brutte” non potevano accedere - commenta Agata Brusegan, curatrice di IPAV (Istituzioni pubbliche di assistenza veneziane) - e le ragazze venivano selezionate secondo uno statuto dai governatori dopo essere state segnalate dai parroci che individuavano le giovani a rischio prostituzione prendendole in tempo per dare loro un futuro migliore». 

Quello offerto dal complesso delle Zitelle era un percorso psicologico ed educativo per giovanissime veneziane che uscivano da questa struttura, fondata nel 1561 e di grande fasto nel ‘600, simili alle loro nobili governatrici, la cui prima fu Adriana Contarini che diete tutti i suoi averi in dote a queste giovani donne. Dal gradino più basso della società, quindi, si poteva arrivare a salire in alto diventando donne con buoni costumi, buone maniere e con la capacità di mettere in pratica l’arte del merletto e gli altri mestieri propri di una perfetta nobildonna da matrimonio. 

«Era un vivaio di giovani bellissime educate a un livello alto - continua Brusegan - quindi era un collegio che faceva uscire signorine per bene che, però erano nate molto male».  

La vita all’interno di questa istituzione cittadina prevedeva l’isolamento delle ragazze che, nel 1583, arrivarono a toccare il numero di duecento. Le giovani non potevano avere contatti con l’esterno se non per un giorno all’anno in cui era concesso loro di andare in gita in barca nelle isole veneziane o nel caso in cui venissero selezionate come papabili mogli da parte di uomini importanti. 

«L’isolamento delle ragazze causava ogni anno diversi casi di isteria o nevrosi - racconta ancora la Agata Brusegan - e la rivalità tra le giovani era molto alta in quanto tutte adolescenti, tutte bellissime e tutte alla ricerca del perfetto matrimonio». 

Nessuna delle ospiti del complesso delle zitelle restava a vita al suo interno, questa struttura, infatti, consisteva in una fase di passaggio dall’adolescenza problematica alla vita adulta vissuta non più da giovani povere a rischio prostituzione ma da ben educate, rispettabili e pur sempre bellissime nobili donne. 

Oggi il complesso delle Zitelle alla Giudecca è parte di quelli che vengono considerati i cinque gioielli nascosti di Venezia insieme all’oratorio dei Crociferi, la chiesa delle Penitenti, il complesso dell’Ospedaletto e la Scala Contarini del Bovolo.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/3XlWOtqs-zQ

 

A Crema i burattini della Commedia dell’Arte per festeggiare i 1600 anni di Venezia

Venezia, 2 agosto 2021 – Proseguono a Crema i festeggiamenti per i 1600 anni di Venezia. Domani (martedì 3 agosto) e martedì prossimo (10 agosto) la compagnia “I burattini Cortesi” presenta la fiaba “Gioppino e il mistero del castello” e la commedia “Gioppino e Brighella servitori malandrini”. Gli spettacoli si terranno a Crema, in Campo di Marte alle ore 21, con ingresso libero fino ad esaurimento posti. In particolare, martedì 10, in attesa dei burattini si esibirà la Banda di Ombriano, mentre al termine dello spettacolo occhi al cielo per osservare le stelle cadenti nella notte di San Lorenzo. 

Gli spettacoli rispetteranno in modo rigoroso i caratteri salienti della miglior tradizione burattinaia: burattini finemente intagliati nel legno e animati in una grande baracca arricchita da raffinate decorazioni. Quindi protagoniste le famose maschere della Commedia dell’Arte (Arlecchino, Brighella, Pantalone, Tartaglia, ecc.), affiancate dal personaggio “Gioppino”, protagonista della tradizione burattinaia lombarda. 

Il teatro dei burattini costituisce una delle grandi eredità del teatro popolare italiano, che nella terra bergamasca affonda profonde radici storiche e culturali. Bergamo, infatti, è il cuore vivo e pulsante di una delle più diffuse e pregevoli tradizioni del teatro d’animazione: quello delle teste di legno, figlio della più grande e antica tradizione teatrale italiana della Commedia dell’Arte. Unico tipo di teatro accessibile anche ai ceti più deboli, si è caratterizzato per essere un teatro popolare, aperto alla fruizione di tutti. Le prime notizie di uno spettacolo di burattini a Bergamo risalgono al 1700,  quando la commediante Camilla Bizzoni, detta “ Franceschina”, chiese al Comune di poter allestire il proprio teatrino in Piazza Vecchia, cuore storico ed artistico della città medioevale.

Nel rigoroso rispetto dei canoni classici, la compagnia  “I burattini Cortesi” produce spettacoli del tutto nuovi e originali, interpretando e rinnovando, con uno stile preciso e riconoscibile, la tradizione burattinaia. Protagonista è “Gioppino”, espressione del popolano bergamasco, semplice e schietto, gioviale e arguto, sempre pronto a riportar giustizia, anche con il suo bastone. Riconoscibile per i suoi inconfondibili tre gozzi, provocati da una malattia endemica delle valli bergamasche, “Gioppino” diventa immediatamente il beniamino del pubblico e il protagonista in tutte le recite dei burattinai lombardi.

L’Ospedale dei Derelitti: il welfare e recupero sociale nel periodo della Repubblica Serenissima

Venezia, 29 luglio 2021 – Per vedere una scala ellittica che sembra sfidare le leggi di gravità bisogna andare lì, all’Ospedale dei Derelitti, che i veneziani conoscono più semplicemente come l’”Ospedaletto”. È un complesso enorme, che comprende la chiesa, in Barbaria de le Tole, dove fino ad una decina d’anni fa trovava spazio una residenza per anziani, in continuità quindi con il modello di assistenza ai bisognosi che la Repubblica Serenissima perseguiva. Un compleanno lungo 1600 anni, quello che quest’anno festeggia Venezia, una città che è stata un modello di organizzazione moderno ed efficiente anche nell’assistenza ai poveri, ai bisognosi, agli orfani, alle vedove, attraverso la creazione di “Ospedaletti” o “Ospizi”.  

“Questo viene realizzato tra il 1527 e il 1528 per accogliere medicanti, infermi e orfani – spiega Agata Brusegan, curatrice del patrimonio artistico della Fondazione Venezia Servizi alla Persona che gestisce i cinque siti monumentali di proprietà dell’Ire (tra cui anche la Scala Contarini del Bovolo, le Penitenti, le Zitelle e l’oratorio dei Crociferi) – noi abbiamo ereditato tutto quello che possiamo definire il welfare, ossia il sistema della Serenissima di politica sociale che era fondamentale per assicurare un buon vivere per tutta la popolazione che viveva di fatto in un’isola”. 

La prima istituzione risale al 975-978, voluta dal Doge Pietro Orseolo I ai piedi del campanile di San Marco, e nel 1500 si contano addirittura quattro Ospedali Grandi a Venezia: l’Ospedale dei Derelitti, gli Incurabili, la Pietà e i Mendicanti. Sono istituzioni che danno un ricovero alle persone, ma dentro le quali si impara un mestiere e che esaltano i talenti, come quello musicale con le “putte da coro”, le cui esibizioni sono ammirate in tutto il mondo. 

Gli ospedali, continua Brusegan, “fungevano da impresari teatrali” perché l’attività musicale era un vero e proprio business. 

“Le “putte da coro” si distinguevano dalle “putte de comun” che avevano altri compiti all’interno dell’istituzione, come fare il merletto piuttosto che fare le maestre: ognuno doveva fare un lavoro – continua – le ragazze venivano pagate con la “tasca”, ossia quel minimo di lavoro che doveva essere eseguito durante la giornata e alla fine serviva per la dote. Il futuro di queste ragazze era sposarsi, monacarsi o rimanere all’interno dell’istituzione”.

Ed è qui, nella cantoria della chiesa, che un giovanissimo Giambattista Tiepolo, mentre sta dipingendo uno dei pennacchi, si innamora della putta da coro Cecilia Guardi, sorella dei pittori Gianantonio e Francesco Guardi, che poi – non senza vicissitudini e scandali - diventerà sua moglie.

“In epoca medievale chi faceva beneficenza la faceva pro anima mea, per salvare se stesso. Questo cambia nel primo 1500 con la riforma cattolica: la beneficenza non è più per se stessi ma per un mondo migliore, che si concentra su giovani, orfani e gioventù diseredata e coincide con un laicismo contestuale, una specie di illuminismo ante litteram – spiega la curatrice – questi ospedali vengono quindi fondati e gestiti da privati cittadini, nobili benefattori, e chi trovava ricovero qui era infinitamente più fortunato di chi doveva vivere di stenti. L’attività musicale i maschi non la facevano: gli uomini uscivano con un lavoro, gli veniva pagato l’apprendistato ed avevano un filo diretto con l’Arsenale. Qui c’era anche una parte di pronto soccorso per quelli che si chiamavano i febbricitanti e una delle primissime sale anatomiche di Venezia. Questi ospedali erano cittadelle dove c’era un po’ di tutto: malati, giovani, putte di coro, merlettaie e questa promiscuità sparisce con le riforme  napoleoniche, quando la sanità viene staccata dal sociale, una divisione che ancora oggi rimane”.  

Ma il complesso è bello da visitare anche per la scala ellittica dell’architetto Giuseppe Sardi, per il cortile di Baldassarre Longhena e per l’unica sala della musica rimasta a Venezia. 

“È l’ultima costruita e l’unica rimasta a Venezia, una sala dall’acustica perfetta che viene riadattata nel 1776 al posto delle vecchie cucine e che viene costruita grazie a una specie di crowfunding a cui partecipano anche famose cantanti che erano state ospiti nell’Ospedaletto – conclude Brusegan - serviva come sala prove, come sala per concerti da camera ma anche come luogo di affari, come “salotto buono” per le relazioni all’esterno. Questa sala dura pochissimo, perché nel giro di dieci anni viene abbandonata dopo la caduta della Repubblica e l’Ospizio cambia la sua destinazione”.

Scoprire la storia di Venezia attraverso il gioco. Alberto Toso Fei presenta il suo nuovo libro interattivo per i 1600 anni di Venezia

Venezia, 28 luglio 2021 - «L’idea di potersi impadronire della storia attraverso le storie e di farlo giocando è una delle cose più belle che possiamo regalarci». È con queste parole che lo scrittore, saggista e narratore di storie muranese Alberto Toso Fei presenta, nella cornice della Sala della Musica di Ca’ Sagredo alla presenza dell’assessore con la delega al patrimonio, toponomastica, università e promozione del territorio Paola Mar e del direttore del centro commerciale Le Porte di Mestre Antonio Impedovo, il suo nuovo libro Venezia Misteriosa.  Si tratta di un progetto interattivo, ideato e promosso dal centro Le Porte di Mestre e rivolto a lettori di tutte le età, una raccolta di storie veneziane che svelano un lato inedito e ancora da scoprire di Venezia come spunto per stimolare, ancora una volta, la curiosità su una città in cui ogni pietra porta con sé il peso di 1600 anni di storia. 

«Abbiamo sentito il dovere e il piacere di condividere questo progetto di promozione del territorio di cui facciamo parte - commenta Antonio Impedovo, promotore di Venezia Misteriosa e direttore del centro Le Porte di Mestre - perché il centro commerciale fa parte, anche se in piccolo, della storia della città e non è solo retail. Il centro commerciale è una vetrina del territorio e Le Porte di Mestre lo è da 25 anni. Siamo il punto di riferimento dello shopping cittadino ma vogliamo anche fare da cassa da risonanza per un evento così importante come l’anniversario della nascita della città più bella del mondo che ha saputo portare la cultura del mondo in Italia e ha portato la cultura veneziana nel mondo».

Una pubblicazione fortemente voluta per la ricorrenza del compleanno di Venezia (421-2021), Venezia Misteriosa vuole essere un viaggio, accompagnato dalla penna esperta di Alberto Toso Fei e dall’occhio attento di Maurizio Rossi, fotografo del libro, alla scoperta di 10 misteri e degli altrettanti luoghi che li abitano rendendo gli stessi lettori protagonisti di un bellissimo percorso di scoperta. Venezia Misteriosa, infatti, è un libro interattivo, un vero e proprio puzzle educativo in cui mettere insieme tasselli per far quadrare il racconto. Alla fine del volume, infatti, è presente una raccolta di immagini adesive che serviranno ai lettori per svelare, mettendo insieme quattro figurine per ogni storia, il dettaglio chiave di ognuno dei dieci misteri raccontati. Solo leggendo attentamente ogni leggenda e andando a visitare in prima persona il punto esatto dove questa ha avuto luogo, si potrà ricomporre l’immagine completa e svelare il mistero. 

Chi riuscirà a completare il libro con tutte le storie assemblate correttamente potrà, inoltre, partecipare, presentandosi all’info-point del centro commerciale Le Barche di Mestre, all’estrazione di un viaggio in elicottero su Venezia per poter ammirare la città da una nuova prospettiva diversa da quella di terra e di acqua da cui si è abituati a osservarla. 

Venezia Misteriosa, oltre a essere un modo per stimolare la curiosità degli appassionati di storie e di Venezia ed educare le nuove generazioni alla conoscenza del proprio territorio ha anche un fine socioculturale importante. Il libro, infatti, potrà essere acquistato con un’offerta volontaria presso il punto vendita La Feltrinelli, all’interno del centro Le Porte di Mestre, e il ricavato sarà devoluto al restauro dell’aula magna dell’ex Scuola dei Picai ora Ateneo Veneto. 

«Ciò che ha valore sono le storie e il mio lavoro è da sempre al servizio della storia - commenta Alberto Toso Fei -. Sono tornato, con questo progetto, a uno dei miei grandi amori che è il patrimonio immateriale della tradizione del racconto a Venezia. Quelle che narro nel mio nuovo libro sono storie di valore perché ancora oggi abitano i luoghi della nostra città. Con questo libro/gioco si vedranno luoghi abitati dalle storie e attraverso le storie e le leggende possiamo raccontare tutta la storia della città e farlo anche divertendoci perché non è necessario annoiarsi per conoscere la storia, lo si può fare anche giocando».

A San Giobbe il luogo dove, nel ‘700, le prostitute pentite di Venezia trovavano un nuovo futuro

Venezia, 27 luglio 2021 - Si trova nel sestiere di Cannaregio, nella zona di San Giobbe, il “pio luogo delle penitenti”, il posto che accoglieva, proteggeva e dava la possibilità alle giovani meretrici pentite di Venezia di intraprendere un percorso di redenzione per un reinserimento nella società da lavoratrici o da possibili mogli. Avevano tra i 12 e i 40 anni, non avevano figli e volevano trovare a tutti i costi il loro posto nel mondo dopo essersi dedicate a un mestiere, come quello della prostituzione, per uscire da una situazione di grande povertà che le contraddistingueva. Per dare una nuova possibilità a queste giovani donne nasceva, nel 1700 a Venezia, un istituto volto proprio a dare un sostegno psicologico e materiale a queste figure femminili allo sbando che, per sopravvivenza, avevano scelto di dedicarsi a un’attività non consona ai canoni della figura femminile dell’epoca per cui erano previste solo tre possibilità di futuro: essere moglie, essere suora o essere una domestica. 

Quello della prostituzione è un fenomeno che Venezia ha dovuto affrontare già a partire dal ‘300 cercando di creare dei luoghi per ovviare a questo problema. Sarà solo nel ‘500, però, che questi posti cominciarono a concretizzarsi grazie all’intervento di alcuni nobiluomini che crearono associazioni per fondare i cosiddetti “ospizi od ospedaletti”, pensati per accogliere queste prostitute vittima di uno stato di totale miseria. Ma gli ospedaletti non bastavano più e fu così che, nei primi anni del 700, una volta ripropostosi il problema, bisognò fondare un nuovo tipo di istituzione diversa dalle già esistenti “case di soccorso” e “convertite”, la prima inaccessibile a causa del suo costo e la seconda limitata all’accesso di sole donne disposte a convertirsi alla vita monacale.

«Nel momento in cui il problema delle prostitute a Venezia si ripropone, nei primi anni del ‘700, - racconta Laura De Rossi, consulente e storica dell’arte di IPAV - saranno i parroci a gestire il controllo di questo problema igienico-sanitario e sociale con una struttura riabilitativa che fosse svincolata dall’esclusivo lato religioso e da quello economico. Dopo una supplica di questi al patriarca Giovanni Badoer, quest’ultimo prese in carico la questione diventando l’ispiratore della fondazione dell’istituzione delle “Penitenti”».

Fu così che, alcuni cittadini volontari, raggruppano il primo gruppo di prostitute pentite che dopo un primo periodo in corte Borella in Campo Santa Marina, vennero trasferite a San Giobbe, in una location periferica che consentiva l’isolamento di queste giovani donne che una volta entrate nell’istituzione delle “Penitenti” non potevano più avere contatti con l’esterno per un anno intero.

La parte organizzativa del “Pio Istituto delle Penitenti” venne affidata a un organo di governo composto da un cittadino, un nobile e un religioso che assumeva poi la carica di governatore a vita. Il primo governatore a vita delle penitenti fu l’abate Paolo Contarini, di cui troviamo ancora la lapide nella chiesa di Santa Maria delle Penitenti, parte ancora oggi dell’istituto, considerato uno dei cinque gioielli nascosti di Venezia insieme all’Oratorio dei Crociferi, la Chiesa delle Zitelle, il Complesso dell’Ospedaletto e la Scala Contarini del Bovolo. 

L’organizzazione della vita delle prostitute nell’Istituto delle Penitenti

Per poter entrare nell’Istituto delle Penitenti l’ex prostituta doveva essere raccomandata dal proprio parroco che si faceva carico di dichiarare il suo effettivo pentimento accertandosi, inoltre, che non fosse né malata di sifilide, né in uno stato di gravidanza. Nel momento in cui metteva piede in questo istituto, la ragazza veniva isolata dalle proprie compagne per la durata di un anno e doveva intraprendere un cammino spirituale senza avere contatti con le altre ospiti essendo seguita solo da una priora. In seguito, la giovane donna veniva reintrodotta nella comunità con lavori di tipo domestico come il cucito o i merletti e poteva, in alcuni casi, sperare anche in un matrimonio.

«La prima priora che seguì le penitenti di Venezia - continua Laura De Rossi - fu Elisabetta Rossi, una zitella che apparteneva a una delle poche nobili famiglie di Burano, che, insieme al fratello Francesco Rossi, un religioso molto legato al patriarca Badoer, fondò la prima scuola di merletto a Venezia introducendo questo mestiere, proprio dentro l’istituto delle penitenti che fu luogo di nascita di una delle artigianalità per cui Venezia, e in particolare Burano, è ancora oggi conosciuta in tutto il mondo».  

La struttura dell’Istituto delle Penitenti che troviamo ancora oggi a San Giobbe, venne edificata nel 1730. Si trattava di una struttura ben organizzata e nata dalla necessità di accogliere sempre più ospiti.  L’idea era quella di creare una piccola cittadella indipendente con una infermeria, una cucina, i lavatoi, una sorta di microcosmo indipendente che evitasse il contatto con l’esterno. A progettare questo edificio venne chiamato Giorgio Massari, un architetto molto conosciuto in città e ben inserito negli ordini religiosi locali, che decise di ripetere il modulo palladiano dell’istituto delle Zitelle con una chiesa incapsulata nelle ali laterali dell’edificio. La chiesa sarà terminata nel 1744-45 e consacrata una ventina di anni dopo quando i governatori prendono contezza di non riuscire a terminare la facciata per mancanza di denaro. Venne chiamato, invece, per l’arredo pittorico, Jacopo Marieschi che dipinse sul soffitto la Madonna in gloria con San Lorenzo Giustiniani, la Santissima Trinità e qualche anno dopo realizzerà la pala d’altare con San Lorenzo Giustiniani e altri santi le cui vicende biografiche avevano un’attinenza con le finalità che si raggiungevano all’interno di questo istituto e dovevano ispirare al buon esempio. 

L’ex istituto delle Penitenti è oggi una casa di riposo per anziani e la chiesa, chiusa al pubblico, è stata parte di un’installazione artistica per un evento collaterale in occasione della Biennale di Arte del 2019. 

L’essenza del tango nel parco di Villa Franchin

Venezia, 26 luglio 2021 – Comunicare con fervore l’essenza del tango argentino in quanto danza popolare, di abbraccio ed improvvisazione. Domani dalle 19.30 alle 21.30, alla pergola del parco di Villa Franchin (Viale Garibaldi 155, Mestre Carpenedo), si terrà un seminario di tango che rientra nelle celebrazioni ufficiali per i 1600 anni di Venezia. L’iniziativa si intitola “Dialogos”, è organizzata da  ASD Tango Venice Dinzel Internazionale e fa parte di “Salta Cori Zoga! Lo sport riparte a Venezia dai parchi”. L’assessorato allo Sport del Comune di Venezia, attraverso un bando pubblico, mette a disposizione gratuitamente alcune aree verdi e piastre polivalenti a beneficio delle associazioni sportive. L’obiettivo è favorire la ripartenza dello sport promuovendo l’attività delle associazioni sportive che operano nel territorio e, contemporaneamente, incentivando il coinvolgimento attivo della cittadinanza, soprattutto bambini e giovani, attraverso lezioni gratuite e momenti dimostrativi attraverso i quali misurarsi con discipline sportive note e avvicinarsi a quelle mai praticate. 

Come spiega l’associazione, la base pedagogica è il “Sistema Dinzel”, che ha più di 40 anni di applicazione di successo, un sistema completato poi con risorse di altre danze e discipline come la musica, il teatro e la meditazione. Ballare il tango diventa quindi un esercizio per l’anima e una fonte di salute, benessere e sviluppo personale, in un abbraccio che fraternizza tutti gli uomini e donne sensibili del mondo che vogliono avvicinarsi a quest’arte.

Conduce Amparo Ferrari. 
Per informazioni e iscrizioni https://www.tangovenice.com.

Paesaggi di carta e di suoni per una serata esclusiva tra musica e arte alla Querini Stampalia

 Venezia, 26 luglio 2021 – Un’apertura straordinaria con aperitivo, per ammirare le opere in mostra sulle note dal vivo del duo Vendrasco-Tonolo. Giovedì 29 luglio, dalle ore 19, alla Fondazione Querini Stampalia si svolgerà una serata esclusiva tra musica e arte, intitolata “Paesaggi di carta e di suoni”, un omaggio a Venezia e al paesaggio, reale e trasfigurato, raccontato dalle mostre in corso. 

Alle ore 19 si terrà il concerto in auditorium Tuono e Semituono a cura di Cecilia Vendrasco, flauto, ottavino, flauto basso e Pietro Tonolo, sax tenore, sax soprano, flauto contralto, flutax. Verranno proposte inedite suggestioni musicali per una declinazione sonora del paesaggio, storico e contemporaneo, di Venezia. Manoscritti della Biblioteca Querini Stampalia, canzoni da battello del Settecento, partiture che riecheggiano le produzioni della Biennale Musica, brani ispirati alla storia musicale veneziana, andranno a tracciare una mappa musicale della città. 

Dalle ore 20 (fino alle 22) sarà possibile godersi l’atmosfera suggestiva del giardino di Carlo Scarpa sorseggiando un aperitivo, prima o dopo aver visitato le mostre in corso: “Venezia panoramica. La scoperta dell’orizzonte infinito” a cura di Giandomenico Romanelli e Pascaline Vatin e “Un’evidenza fantascientifica. Luigi Ghirri, Andrea Zanzotto, Giuseppe Caccavale” a cura di Chiara Bertola e Andrea Cortellessa. 

“Venezia panoramica” presenta la più grande veduta di Venezia mai realizzata, quella dipinta nel 1887 dal pittore e decoratore veneziano Giovanni Biasin, che viene esposta per la prima volta dopo il recentissimo restauro conservativo che ne ha recuperato gli splendidi colori originali. È anche l’occasione per ricostruire, attraverso una sessantina tra incisioni e dipinti, quel viaggio avvincente che parte dalle minuscole vignette xilografiche quattrocentesche, concentrate quasi soltanto su Piazza San Marco, e si allarga man mano a scorci sempre più vasti dello skyline di Venezia, fino ad abbracciarne l’intero orizzonte. 

“Un’evidenza scientifica” è invece il terzo atto del programma di ricerca legato al Fondo Luigi Ghirri, che mette a confronto fotografia, pittura e poesia aprendo una nuova occasione di valorizzazione tra i linguaggi dell’arte. Il dialogo è a tre: un artista visivo come Giuseppe Cacccavale e un grande poeta come Andrea Zanzotto si confrontano con le opere di Luigi Ghirri sul grande tema del paesaggio. I linguaggi della fotografia, della poesia e della pittura vengono qui a comporre un paesaggio inedito tanto irriconoscibile e trasfigurato da sembrare il paesaggio di un altro mondo, fantascientifico appunto. 

Per informazioni sulla serata “Paesaggi di carta e suoni” scrivere a manifestazioni@querinistampalia.org (posti limitati su prenotazione, costo 20 euro a persona).

I vigili del fuoco di Venezia aprono le porte del loro comando al pubblico per raccontare una vita votata alla prontezza, al coraggio e alla responsabilità 

Venezia, 26 luglio 2021 - Tute antincendio, motobarche, autopompe, scale italiane, caschi protettivi. Entrare nel comando veneziano dei vigili del fuoco è un’esperienza che mette a contatto con una realtà che fa della prontezza e della gestione delle emergenze la sua essenza. Fondato negli anni ’30 del ‘900, il comando dei vigili del fuoco di Venezia oggi, come allora, continua a essere un elemento strategico per la salvaguardia della sicurezza cittadina e, in occasione dei 1600 anni dalla fondazione della città, decide di aprire le sue porte al pubblico per mostrare i retroscena di una vita votata alla prontezza, al coraggio e alla responsabilità.

Giovedì 29 luglio alle ore 16.00 e 17.00 sarà possibile fare un tour guidato delle sale interne del comando dei vigili del fuoco di Venezia e partecipare a dimostrazioni pratiche, gratuitamente, prenotandosi al seguente indirizzo: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-copia-di-venezia-1600-caserme-aperte-comando-vigili-del-fuoco-161650626375?aff=erelexpmlt.

A raccontare ad appassionati e curiosi la vita, le azioni sul campo e la storia dei pompieri e della sede veneziana di Rio Novo c’è il comandante dei vigili del fuoco del comando di Venezia, l’ingegnere Dino Poggiali insieme ai suoi compagni di squadra che hanno vissuto in prima persona momenti cruciali della storia di Venezia e continuano a scendere in campo per far sì che la bellezza di questa città che si regge sull’acqua non venga cancellata da incendi che in passato, colpendola, hanno distrutto diverse tracce del suo splendore. 

«Alle nostre spalle abbiamo una storia pesante di interventi - ricorda il comandante Dino Poggiali - a cominciare dal dopoguerra con il drammatico incendio del grande magazzino della Coin che ha visto 5 persone decedute, alle fiamme, dieci anni dopo, che hanno incenerito lo storico Teatro La Fenice, fino a passare ad altri eventi difficili per la città come l’incendio, nel 2013, avvenuto durante i lavori del restauro del Molino Stucky arrivando, infine, all’ultima grossa emergenza vissuta dalla nostra città nel novembre 2019 con la seconda Acqua Granda dopo quella eccezionale del ’66. Tanti dei nostri uomini hanno lavorato in prima linea in ognuna di queste tragiche esperienze e hanno contribuito a far sì che i danni causati dalle fiamme divampanti fossero il meno incisivi possibile».

Una vocazione più che un mestiere, quello del vigile del fuoco è un lavoro dove la lucidità mentale e il senso di responsabilità si alleano per gestire al meglio l’imprevisto e il pericolo, due elementi imprescindibili per un mestiere che diventa una vera e propria missione, ancora di più in una città dall’assetto delicato come Venezia.

«Essere vigile del fuoco a Venezia - continua Poggiali - è un’esperienza che mette ancora l’uomo al centro della lotta all’incendio, a differenza di quanto accade in terraferma dove la tecnologia, spesso, sostituisce la mano dell’uomo e questo dà ai nostri pompieri una responsabilità in più ma anche più soddisfazioni». 

La scala italiana: il fiore all’occhiello dei pompieri veneziani

Quattro componenti montabili e smontabili a mano, un legno flessibile in grado di sorreggere peso anche a grandi altezze senza spezzarsi, la mano esperta e la velocità nel mettere insieme i diversi pezzi per raggiungere fino a 10 metri di altezza partendo da qualsiasi superficie. Tutto questo è la scala italiana, lo strumento più utilizzato dai vigili del fuoco di Venezia, un mezzo “antico” quanto efficace che, in una città sospesa sull’acqua, permette di intervenire in poco tempo e affrontare emergenze improvvise anche ad alta quota. 

«I nostri vigili del fuoco vengono addestrati costantemente all’utilizzo della scala italiana - sottolinea Poggiali - si tratta di un mezzo efficacissimo per una città come la nostra, un vero e proprio fiore all’occhiello del nostro comando e una specialità in cui i nostri pompieri si allenano continuamente».

La rete antincendio di Venezia: 35 km di tubazioni per proteggere Venezia dalle fiamme

Venezia dispone, da circa 25 anni, di un’importante rete idrica antincendio. Sono 35 i km di tubazioni e 500 gli idranti distribuiti in tutto il centro storico con un sistema di pompaggio dell’acqua indipendente da quello della rete idrica cittadina, elemento che differenzia questo sistema da quelli usati nelle altre città del mondo che, invece, per domare le fiamme, prendono l’acqua dagli acquedotti cittadini. 

«I vantaggi di questo sistema - commenta l’ingegner Poggiali - stanno nel fatto che l’acqua a disposizione della rete idrica antincendio viene utilizzata solo a questo scopo. Con il nostro sistema abbiamo la garanzia di avere sempre una quantità di acqua necessaria per spegnere incendi nonché una pressione che può arrivare a portare acqua fino ai piani più alti dei palazzi della città. Inoltre, l’acqua utilizzata è un’acqua dolce in grado di ridurre il danneggiamento dei contenuti dei fabbricati e gli stessi edifici antichissimi e preziosissimi in una città come Venezia».

La rete idrica antincendio di Venezia è ancora in fase di implementazione e, attualmente, resta da completare solo un lembo nella zona di Santa Chiara dopodiché tutta la città di Venezia avrà a idranti dedicati al servizio antincendio. 

Gli appuntamenti con l’apertura al pubblico del comando dei vigili del fuoco di Venezia tornano ogni ultimo giovedì del mese fino a ottobre 2021. 

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/1glS3paMYfc

 

"Wanderlust" celebra Venezia1600:  domenica 25 alle 18 online su Youtube il dj-set di Klaus che unisce musica e arte nella suggestiva cornice di Punta della Dogana

Venezia, 23 luglio 2021 - Promuovere il viaggio e avvicinare i giovani a realtà culturali, dalle più famose a quelle più di nicchia, attraverso un punto di vista contemporaneo che parte dalla musica. Questa è la mission di Wanderlust, il progetto ideato da Tudor Laurini, in arte Klaus, giovane dj con 1 milione e 47mila di iscritti sulla sua piattaforma video e oltre 970mila "seguaci" su Instagram. 
In occasione dei 1600 anni della Città Wanderlust celebra la storia di Venezia con un dj-set che unisce musica e arte nella suggestiva cornice di Punta della Dogana, che verrà pubblicato domenica 25 luglio alle 18 sulla piattaforma Youtube di Wanderlust, Klaus e sui canali social di Venezia1600. 

Il progetto, realizzato in collaborazione con il Comune Venezia e Vela spa nell'ambito delle celebrazioni per i 1600 anni della fondazione della Città, coordinate dal comitato ufficiale presieduto dal sindaco Luigi Brugnaro vuole celebrare, dunque, una storia composta da un'eredità incomparabile, scoperte culturali e desiderio di viaggiare attraverso un live ambientato nella Serenissima. 

"Venezia è sempre stata una fucina di creatività e mutua contaminazione, lasciando da parte pregiudizi e restrizioni, a favore della pura bellezza e della conoscenza consapevole – spiega Klaus - Per guidare i nostri "wanderer" verso un futuro più riflessivo e responsabile, abbiamo ripreso in mano un oggetto che è parte della storia della Repubblica Marinara per eccellenza, il "Carnet de Voyage", lo strumento perfetto per narrare una storia con un punto di vista personale: nel 18° secolo fu cruciale per chi intraprendeva il "Grand Tour" per esibire cosa aveva visto e vissuto durante quell'esperienza grazie ad una collezione di disegni, note e illustrazioni. Noi vogliamo

incoraggiare le persone a fare lo stesso, anche nella vita di tutti i giorni, perché la percezione può ispirare le future generazioni. Come location abbiamo deciso di utilizzare Punta della Dogana, per la quale ringraziamo Palazzo Grassi Pinault collection: inizio e fine del Canal Grande, ha sempre rappresentato il punto di arrivo o di partenza di milioni e milioni di persone che transitano a Venezia. In cima a questo edificio si trova una statua d'oro rotante che raffigura Occasio, la dea romana della fortuna, che ha il dovere da sempre di mostrare la direzione del vento ai viaggiatori."

Biografia di Klaus

Tudor Laurini, in arte Klaus, nasce il 10 Maggio 1997, sotto il segno del Toro. Coraggioso e intuitivo per natura, inizia la sua carriera come content creator nel 2013 raccontando viaggi intrapresi, emozioni vissute e persone incontrate. Da quel momento in poi Tudor non ha mai smesso di mettersi alla prova, sperimentando, testando e dando vita a progetti versatili e coinvolgenti. Da sempre attratto dalla musica, nel 2020, dopo qualche anno in tour per l'Europa e l'Italia come DJ, decide di fondare la propria label, Wanderlust, che coniuga settori diversi attraverso un dialogo costante tra tradizione e innovazione. 

Venetia Regina: nelle tele di Sophie Schmidt la flora e la fauna della laguna di Venezia 

Venezia, 23 luglio 2021 – Quattro tele di grandi dimensioni, acquerelli e una installazione per reinterpretare non solo l’architettura e l’arte della città ma anche la flora e la laguna, in omaggio ai 1600 anni di Venezia. La prima personale di Sophie Schmidt si intitola “Venetia Regina” ed espone una selezione di opere realizzate dall’artista tra gennaio e marzo 2021, nel corso della residenza artistica promossa e ospitata dal Centro Tedesco di Studi Veneziani. La mostra, parte del programma ufficiale per le celebrazioni dei 1600 di Venezia, è promossa dal Centro Tedesco di Studi Veneziani e il Ministero della Cultura e i Media della Repubblica Federale di Germania, realizzata con il supporto di Fondazione Dr. Christiane Hackerodt per l’Arte e la Cultura, Galerie Tobias Naehringnel contesto dell’iniziativa Ponti - comunicare (con) Venezia.

Il lavoro e la pratica di Sophie Schmidt saranno protagonisti di un talk che si terrà lunedì 26 luglio alle 18 sulla terrazza della Domus Civica (Calle de le Sechere, San Polo 3082). La pittrice racconterà della sua trasferta da Venezia a Taipei dove, a fine giugno 2021, ha presentato la mostra personale “How Much Venice Water Do You Carry In Your Legs, Still?” con una serie di opere che coniugano la flora e fauna veneziana con la giungla taiwanese. Schmidt sarà presente insieme al collettivo di performance operistica “Diva”, con il quale collabora dal 2002 e con cui, a Venezia, sta attualmente realizzando un workshop sulla performance.

“Venetia Regina” è una mostra a cura di Petra Schaefer, visitabile fino al 29 agosto negli spazi di D3082 (Domus Civica, San Polo 3082). Il progetto espositivo trova la sua acme nell’ “Assunta”, opera che trae ispirazione iconografica dalla celebre pala del Tiziano, di cui Sophie riprende l’imponente figura femminile centrale che qui apre le proprie braccia per accogliere nel suo manto le creature della laguna veneziana. In primis le carpe che, raccogliendosi intorno al suo corpo, sembrano quasi tirarla verso l’alto, riprendendo il medesimo ritmo ascendente del capolavoro tizianesco tuttora presente sull’altare maggiore della vicina Basilica dei Frari. Il suo intenso sguardo aperto si ritrova anche nelle figure centrali dell’opera “Uccelli” in Piazza San Marco dove i volatili sfoggiano un atteggiamento quasi umano, dialogando sotto le tende di un elegante Gran Caffè. 

La somiglianza espressiva tra la figura femminile e gli uccelli – i cosiddetti Venedigvögel (uccelli di Venezia) – diventa la chiave di lettura per questo ciclo pittorico: siamo di fronte, in effetti, ad autoritratti dell’artista. Con colori accesi, tra i quali prevalgono il rosso e il fucsia, e grazie a lunghe ed espressive pennellate, Sophie Schmidt sublima la personificazione della Madonna e Regina che è Venezia, ma allo stesso tempo avvia una metamorfosi personale che la porta a trasformarsi nelle creature che la vivono e la reggono.

L’evento di lunedì è a partecipazione gratuita fino a esaurimento dei posti previa prenotazione su Eventbrite. Per informazioni www.d3082.org.

Sophie Schmidt (Starnberg, 1986)

Vive e lavora a Monaco di Baviera. Ha studiato Filosofia e Germanistica all’Università di Monaco di Baviera e inseguito Scultura alle Accademie di Belle Arti a Monaco di Baviera e Vienna. Dopo aver ottenuto il diploma in arti visive nel 2017, ha proseguito gli studi con una borsa di studio di un anno presso l’Accademia Jan van Eyck a Maastricht. A partire dal 2012 ha presentato mostre, performances e conferenze a Monaco, Zurigo, Maastricht, Londra, Vienna, Mexico City e Taipei. Nel 2020 ha pubblicato il libro Über die Tragik des menschlichen Körpers. Eine Oper in fünf Akten (Sulla tragedia del corpo umano. Un’opera in cinque atti) che unisce la sua poliedrica opera artistica con testi, disegni, quadri, sculture e drammaturgie. Dal 2020 Sophie Schmidt collabora con il collettivo operistico DIVA con il quale realizzerà uno stage nel luglio 2021 a Venezia. Da gennaio a marzo 2021 Sophie Schmidt è stata artist in residence al Centro Tedesco di Studi Veneziani. Durante il suo soggiorno a Palazzo Barbarigo della Terrazza ha realizzato otto tele di grandi dimensioni (160 x 200 cm), acquarelli e una scultura temporanea.

Da maggio e giugno 2021 è stata borsista del Goethe Institut a Taipei dove ha presentato la mostra personale How Much Venice Water Do You Carry In Your Legs, Still? And How Much Taipei Water Do You Feel In The Fields Now? Venezia Regina al D3082 Woman Art in Venice è la sua prima personale a Venezia.

Petra Schaefer (Worms 1972) 

Vive e lavora dal 1997 a Venezia si è laureata all’Università di Bonn con una tesi su Vittore Carpaccio. Dal 2009 è assistente della direzione, responsabile PR e referente per le relazioni artistiche presso il Centro Tedesco di Studi Veneziani dove presenta regolarmente i progetti veneziani dei borsisti artisti e delle borsiste artiste – dei campi arti visive, architettura, composizione e letteratura – con la formula dell’Artist Talk. Nel 2017 ha curato la collettivaRitratto/copia al Museo del Settecento Ca’ Rezzonico, evento MUVE contemporaneo (con catalogo), e nel 2021 le personali Venetia Regina di Sophie Schmidt allo spazio D3082 Woman Art in Venice (con catalogo) e Je, je suis fragile di Marlene Bart allo Spazio Salenbauch a Venezia (con catalogo). Nel 2021 usciranno due cataloghi con i suoi contributi sulle opere di Jost Wischnewski Brücke Venedig (con mostra a Venezia) e Thomas Pöhler La vena di mica (con mostra a Krefeld).

Dal 2010 Petra Schaefer è corrispondente dell’art magazin Weltkunst (ZEIT Kunstverlag Berlin). Nel 2021 sono usciti online due contributi nell’ambito delle celebrazioni ufficiali per “Venezia 1600″: la fornace Orsoni 1888 e il restauro della Basilica di San Marco e Il padiglione Germania della Biennale Architettura.

 Italiano

Il 24 luglio nasceva e moriva Benedetto Marcello, il compositore a cui è intitolato il Conservatorio

Venezia, 23 luglio 2021 – Logge, affreschi, dipinti, stucchi, cortili, saloni monumentali e la terrazza più alta di Venezia da cui si gode di una impareggiabile vista su Venezia, a 360 gradi. Essere allievi del Conservatorio Benedetto Marcello è davvero un privilegio, sia per la qualità dell’insegnamento sia per il patrimonio artistico e storico in cui gli allievi sono immersi. Il Conservatorio è una delle istituzioni più famose al mondo, amate dagli italiani e dagli stranieri, che affonda le sue radici in uno dei palazzi più belli di Venezia, palazzo Pisani in campo Santo Stefano, dove tutto ciò che si guarda è uno splendore per gli occhi. 

E domani si celebra un importante anniversario: quello della nascita e morte del compositore Benedetto Marcello, nato il 24 luglio del 1686 e morto nello stesso giorno a soli 53 anni.  Proprio in occasione di questa ricorrenza, da domani al Conservatorio si darà il via a una rassegna di sei appuntamenti musicali intitolati “Il Marcello suona”.   

Benedetto era un rampollo dei patrizi Marcello, aveva studiato da avvocato e dal 1707 era anche entrato a far parte del Maggior Consiglio della Serenissima.  

“Benedetto Marcello è stato sicuramente un compositore molto importante nella sua epoca, anche se lui dalla famiglia era stato avviato agli studi giuridici – racconta il direttore del Conservatorio, il professor Roberto Gottipavero - è stato magistrato ed ha svolto incarichi per la Repubblica veneta, però la passione musicale, e soprattutto una sorta di rivalità con il fratello Alessandro, ad un certo punto lo ha convinto ad investire tutte le sue energie nello studio della musica. È famoso per 50 salmi che ha musicato per voci e basso continuo, un’opera molto importante che è stata studiata da tutti i musicisti che sono seguiti dopo di lui e che hanno in qualche maniera dato valore alla sua opera compositiva. Ragione per cui, nel 1800 era molto stimato da Verdi e da Rossini ma anche da Antonio Buzzolla, maestro di cappella alla Basilica di San Marco, che era tra i promotori della nascita dell’allora liceo “società e scuola musicale Benedetto Marcello” e pare che l’intitolazione a Benedetto Marcello sia da attribuire proprio a una sua spinta”. 

La storia del liceo, poi liceo musicale pareggiato e infine Regio Conservatorio nasce alla fine del 1800: una scuola di cui Venezia, che quest’anno celebra i 1600 anni dalla sua fondazione, sentiva fortemente il bisogno perché altre importanti città come Milano, Napoli e Bologna, avevano già istituito dei licei musicali. Ci sono voluti anni di discussioni e di ricerca di finanziamenti per fondare il primo liceo, nel 1867, che in seguito, nel 1940 sotto la guida del direttore Gian Francesco Malipiero, è diventato Regio Conservatorio così come lo conosciamo adesso. Oggi il Conservatorio è una istituzione di alta formazione artistica, musicale e coreutica e rilascia diplomi accademici di primo e secondo livello equiparati alle lauree di primo e secondo livello oltre a corsi master, propedeutici al triennio e corsi base con una media di circa 400 studenti per anno e 86 docenti. 

“La prima sede, dal 1867 al 1880, era fisicamente a palazzo Da Ponte, da cui si accede da campo San Maurizio – ricorda il direttore – poi con l’esigenza di spazi da settembre del 1880 fino al 1897 il liceo si trasferisce alle sale apollinee del Teatro alla Fenice. Infine, sempre per rispondere alla richiesta di maggiori e adeguati spazi si è identificato in palazzo Pisani la sede ideale per il Conservatorio, soprattutto perché aveva una grande sala concerti. Palazzo Pisani è il palazzo più grande di Venezia, secondo solo a Palazzo Ducale per metratura: un palazzo che consta di circa 200 stanze, la maggior parte delle quali adibite ad aule ed uffici, che ha la caratteristica di avere la terrazza più alta di Venezia, dalla quale si può godere di un panorama su tutta la città. È un palazzo che dà anche agli studenti una atmosfera particolare, tra dipinti e stucchi, dove si respira un’aria unica. Molti, anche stranieri, dicono che il Conservatorio Benedetto Marcello è la scuola più bella del mondo e qui io non posso che essere d’accordo”. 

Ma il Conservatorio custodisce anche una biblioteca di oltre 50mila volumi, oltre a un museo dove sono esposti alcuni curiosi cimeli: come, ad esempio, il leggio, la bacchetta e il basco di Wagner.  

“Fin dalla sua fondazione il Conservatorio si è dotato di una biblioteca che è a servizio di docenti e studenti, ma anche degli esterni – racconta responsabile della biblioteca, il professor Paolo Da Col – le raccolte del Conservatorio di Venezia comprendono diversi lasciti e fondi antichi piuttosto importanti che sono anche una sorta di affresco, di sintesi della vita musicale del 700 veneziano, che sappiamo essere stato molto importante nel panorama italiano. Ad esempio, abbiamo il fondo Giustinian o Giustiniani della famiglia Giustinian delle Zattere, quello di Torrefranca e quello del Museo Correr che è in comodato”. Ci sono stampe, arie operistiche, partiture teatrali e alcune perle rare come i manoscritti autografi di Franz Liszt, di Benedetto Marcello e l’unico manoscritto autografo di Vivaldi conservato a Venezia. 

“L’acqua Granda del novembre 2019 è un evento tragico che ha visto il concorso di molti volontari, studenti, docenti ed esterni che hanno voluto aiutare a salvare questi libri dall’acqua, accelerando il processo di recapito degli stessi presso i luoghi dove poi sono stati restaurati – conclude Da Col - devo dire che questo concorso fraterno c’è stato anche successivamente, grazie alla Biblioteca Marciana e ai restauratori della Biblioteca Nazionale di Firenze che ci hanno aiutato a salvare manoscritti e stampe che in effetti sono tutti leggibili e oggi è in atto il restauro di alcuni pezzi rari e più deteriorati. Inoltre, c’è anche un accordo con Ca’ Foscari per un restauro digitale di parte di alcuni di questi e quindi contiamo di porre in salvo tutto questo patrimonio che è così prezioso”.  

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/PlBTHbhX1UQ

 

Scuola Grande di San Marco: lo “Stato nello Stato” che faceva concorrenza a Palazzo Ducale

Venezia, 22 luglio 2021 – Un soffitto decorato che fa concorrenza a Palazzo Ducale, un Cristo che da secoli custodisce il luogo e ruotando di 180 gradi attorno ad esso si assiste alla sua morte, una impareggiabile collezione di libri e strumenti medici che raccontano la storia mondiale della medicina. Questo, e molto altro, è il Museo della Scuola Grande di San Marco di Venezia, che racchiude storie e aneddoti di una Venezia che, con i suoi 1600 anni, guarda con orgoglio al passato e altrettanta forza ed energia al futuro. Il Museo sorge in alcuni degli spazi che da un secolo sono stati trasformati in ospedale Civile. Da Scuola dei Battuti a Scuola Grande di San Marco, passando attraverso la caduta della Serenissima, gli accorpamenti, la trasformazione in ospedale militare e civile. Tante sono le vicende che lo splendido edificio custodisce da secoli. A parlarne è Mario Po’, direttore del polo museale.  

In questo luogo protagonista è San Marco, ma cosa rappresenta San Marco per i veneziani? 

“Per capire chi è San Marco bisogna dare un’occhiata al dipinto di Domenico Tintoretto che mostra l’arrivo del corpo di San Marco a Venezia, il 31 gennaio dell’828. In quel dipinto il Santo è ricevuto in pompa magna dal Doge, ossia dall’esponente del potere politico. San Marco in realtà è il capo dello Stato, è l’arrivo del capo dello Stato e il Doge ne è il suo rappresentante. Una affermazione molto forte ma che fa capire molto bene perché la figura del Santo è così penetrata nel dna veneziano ed è così presente, così riconosciuta, così punto di riferimento. San Marco è il Santo patrono di Venezia, ma ricordiamoci che Venezia ne aveva già uno: Todaro, un Santo di ascendenza orientale, bizantina. San Marco non si aggiunge, è una figura che assomma in sé un profilo religioso e di protezione divina ma dà anche a questa sua presenza una evidenza a tutto tondo del ruolo che la Repubblica voleva assumere nel Mediterraneo”.

Che cosa contiene la sala Capitolare? 

“Questa sala è stata realizzata come sala del capitolo generale della congregazione della confraternita della Scuola Grande di San Marco. Il capitolo generale è quello che oggi chiameremmo assemblea di un sodalizio, seicento uomini, confratelli, che qui si riunivano e rappresentavano le volontà agli organi superiori: la Zonta e il Guardian Grande. Questa sala ha un suo fasto e una sua magniloquenza pensata per comunicare qualcosa di importante allo Stato, alla Repubblica, al Governo. Il soffitto dorato, che è stato indubbiamente un grandissimo investimento economico, aveva lo scopo di dire: “Noi siamo in competizione con lo splendore di Palazzo Ducale, con gli appartamenti privati del Doge, perché noi siamo uno “Stato nello Stato”. Qui si esercita una funzione che ha un carattere di interesse pubblico pur essendo in capo a un soggetto privato, ancorché importante come la Scuola Grande di San Marco. Questo era lo scopo e l’utilizzo di questo luogo. Con Napoleone che sopprime in maniera violenta l’organizzazione, questo ambiente diventa la sede di un reparto ospedaliero. In particolare, nella prima guerra mondiale, durante le incursioni austro-ungariche, viene sganciata una bomba qui a fianco dell'edifico, il 14 agosto del 1917, con un crollo parziale, morti e feriti. Subito dopo si pensa che questo luogo non potesse essere più utilizzato per degenza e al suo posto vi si colloca la biblioteca, per diventare poi ciò che oggi è: ossia il Museo della Storia della Medicina della Scuola Grande di San Marco”.

In che cosa consiste il Museo della Medicina?

“Abbiamo un compendio di storia della medicina molto raro e pregiato costituito da circa 20mila volumi che raccontano l’evoluzione della storia della medicina come la intendiamo in Occidente, da Ippocrate all’illuminismo, passando dagli arabi ai Bizantini e ai nostri medici veneziani, tra cui Niccolò Massa e Giovanni Della Croce. Poi abbiamo la collezione di strumenti medico-chirurgici tutti commissionati da strutture di cura veneziane molto spesso a officine veneziane e questi strumenti mostrano come si curava tra il 1700 e il 1800, attraverso le prime siringhe, gli strumenti chirurgici prima dell’anestesia, gli strumenti medici prima degli antibiotici e dei cortisonici. Poi abbiamo forse uno dei più importanti archivi a livello europeo, quello sanitario: il documento più antico risale al 1094. Si tratta di un archivio che racconta la storia delle istituzioni di cura veneziane. Poi, ancora, la farmacia napoleonica dell’ospedale che nasce come una biblioteca aperta al pubblico e oggi è intatta nell’arredo, nei vasi e nel loro contenuto oltre a un importante museo di anatomia patologica, nato con i primi reperti, che tuttora conserviamo, del 1874, ormai diventato di paleopatologia. Poi la chiesa di San Lazzaro dei Mendicanti con tante opere e la presenza delle putte da coro. Poi c’è la parte domenicana, che custodiamo con gelosia, perché all'interno c'è forse uno dei luoghi più importanti per la conservazione della cultura occidentale: la biblioteca di San Domenico, il luogo che il cardinale Bessarione, patriarca di Costantinopoli, aveva deciso dovesse contenere i tesori dopo la caduta di Costantinopoli”. 

Sulla sala domina un Cristo ligneo. 

“Un cristo che è stato il custode dei luoghi nei secoli, è il Cristo della congregazione. C’è una foto che risale al bombardamento e che mostra l’assenza dei dipinti perché erano stati asportati, ma c’era il crocifisso sull’altare e se lo guardiamo da vicino la mano destra ha ancora i segni di quell'evento. È stato concepito per essere guardato da sotto a 180 gradi. Facendo questo viaggio vedremo che all’inizio gli occhi di Gesù sono aperti e poi progressivamente si chiudono. Alla fine di questo giro Cristo è morto, con il capo reclinato sulla destra”.

Le Scuole Grandi sono fondamentali per lo sviluppo di Venezia, perché è nata quella di San Marco, che in origine era la Scuola dei Battuti?

“Ci sono due ragioni dell’origine di queste istituzioni: una è che a seguito del movimento dei flagellanti del 1260, che ha interessato molte città italiane e anche Venezia, si riscoprono le sofferenze di Gesù e con l’esercizio dell’autoflagellazione nasce la scuola dei Battuti. Ma c’è un’altra ragione: Venezia a Costantinopoli osserva tutto ciò che vede e occupa il palazzo imperiale, che da secoli aveva dato in concessione a una istituzione caritatevole una parte della proprietà imperiale affinché esercitasse la carità. Le scuole lagunari hanno una loro originalità, diversa da quella della terraferma, perché quelle lagunari sono autonome rispetto allo Stato e alla Chiesa e si occupano della cura, all’epoca si diceva la “caritas”. Un fatto importantissimo perché è la fondazione della sussidiarietà, che trova la sua nascita e invenzione proprio a Venezia per la sua influenza bizantina”.

Venezia quindi era “moderna” anche in questo. 

“Venezia esercitava una leadership anche nella medicina, nel welfare diremmo oggi, perché aveva un ministero della salute. Quali altri Stati europei avevano pensato di occuparsi della salute dei loro cittadini attraverso un organismo di governo dello Stato? Venezia l’ha fatto. È poi originale anche il suo contributo in ambito clinico. Alcune soluzioni che pensiamo abbiano un’altra origine in realtà nascono a Venezia. Ad esempio, nel campo dell’anatomia Venezia ha dato un contributo formidabile perché ha capito che poteva fare molto in questo ambito, chiamando anche antagonisti da fuori: Vesalio dalle Fiandre operava a Venezia assieme ad altri medici veneziani come l’anatomista Niccolò Massa o Giovanni della Croce, un chirurgo importantissimo. Ma anche  l’implantologia orale e ossea è nata a Venezia grazie agli studi e all’intuizione di un grande della stomatologia, Umberto Saraval, medico ebreo perseguitato, che per un anno, nascosto in un armadio, ha scritto un manuale di stomatologia che è ancora oggi una pietra miliare”. 

 

Torna il cinema Barch-in. Sei serate sotto le stelle con i film che hanno raccontato Venezia e i suoi 1600 anni di storia 

Venezia, 22 luglio 2021 - Nella suggestiva cornice dell’Arsenale di Venezia, sugli specchi d’acqua circondati da quello che in passato era un cantiere navale in grado di costruire fino a una galea al giorno, prende il via, sabato, il cinema Barch-in. Il “drive-in” tutto veneziano, giunto alla sua seconda edizione, ha scelto come setting, anche per quest’anno, gli spazi esterni dell’Arsenale di Venezia che accoglieranno gli appassionati della settima arte in un’esperienza unica nel suo genere dove le storie, il mare e una città che si regge sull’acqua saranno protagonisti di sei serate indimenticabili. 

Sarà una versione rinnovata, quella del cinema Barch-in 2021, con più posti barca e un maxischermo implementato sul quale saranno proiettate pellicole tutte dedicate al compleanno di Venezia. La manifestazione, ideata lo scorso anno da Silvia Rasia, Caterina Groli e Nicola Scopelliti e prodotta da Maria Parisi, presidente dell'associazione FEMS du Cinéma è realizzata da Vela spa con il supporto del Comune di Venezia e della Marina Militare che aprirà i suoi spazi al pubblico per regalare ai veneziani sei appuntamenti, dal 24 al 31 luglio, all’insegna delle più belle storie del cinema italiano e internazionale. Il fil-rouge del cinema Barch-in di quest’anno sarà Venezia e i suoi 1600 anni di storia con una selezione di film che raccontano diversi scorci della città e della sua essenza in un excursus tra passato e presente che abbraccerà diversi generi dal documentario alla commedia romantica fino a passare per l’animazione. 

«Il Barch-In ha fatto il giro del mondo mostrando una Venezia che racconta la cultura e lo fa in sicurezza - commenta l'assessore alla coesione sociale Simone Venturini durante la conferenza stampa di presentazione dell'evento -. Si tratta di un esperimento che ritorna dopo il grande successo dello scorso anno in una versione migliorata con più posti e più servizi. Fantasia, responsabilità e tanta venezianità, tutto questo è il Cinema Barch-In».

Saranno 67 i posti barca a disposizione del pubblico con 10 boe riservate alle associazioni remiere cittadine e servizi di delivery realizzati da Cocai Express che provvederà alla consegna di cibo e bevande direttamente in barca con un menù ad hoc creato proprio per l’occasione. Non mancheranno, inoltre, durante tutta la durata della manifestazione, il dj-set a cura di Radio Birikina, Radio Peter Pan e Radio Ca' Foscari e le serate musicali presentate da Gialloman. 

«Quando ci è stato prospettato di rinnovare l'iniziativa ci è sembrata un'ottima idea dopo il successo dello scorso anno - commenta l'ammiraglio Andrea Romani della Marina Militare -. Noi abbiamo voluto rinnovare l'apertura della base navale e metterla a disposizione per questa bella iniziativa che marca la volontà e l'auspicio di ripartenza della comunità cittadina in un momento non facile. Metteremo a disposizione gli specchi acquei della base navale conciliando le esigenze militari con le esigenze della comunità cittadina, un esercizio che ci impegna ma ci gratifica».

L'accesso alle serate è gratuito e aperto a donazioni libere con gadget di ringraziamento creati appositamente per l’occasione. 

Per partecipare basta iscriversi sul sito ufficiale sito www.cinemabarchin.com e seguire le istruzioni. Le iscrizioni sono aperte a partire dal 19 luglio alle ore 19.00. Una volta effettuata la prenotazione verrà comunicato il numero di posto barca e un orario d'ingresso nel bacino dell’Arsenale. 

È richiesto il green pass solo a chi viene ospitato dalle remiere. 

Il programma completo dei film:

  • Sabato 24 luglioCorto Maltese. Una ballata del mare salato - Richard Danto, Liam Danto, Liam Saury
  • Domenica 25 luglioPorco Rosso - Hayao Miyazaki
  • Mercoledì 28 luglio30.000 Miglia al Traguardo - Gia Marie Amella e Giuseppe Mangione
  • Giovedì 29 luglioIl mercante di Venezia - Michael Radford
  • Venerdì 30 luglioserata a sorpresa, solo pochi minuti dall'inizio del film di scoprirà il titolo. (Indizio: è un’idea del futuribile di Venezia, un viaggio verso l'ignoto). 
  • Sabato 31 luglioPane e Tulipani - Silvio Soldini 
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