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Dalla Venetia romana alla Venezia contemporanea. Al Lido un salotto culturale su memoria, riuso e identità veneziana

Venezia, 21 luglio 2021 - Continuano le iniziative organizzate dal progetto culturale El Paron de Casa, ideato dall’associazione Lido Oro Benon e sviluppato con l’Università Ca’ Foscari Venezia per il biennio 2021-2022, con un salotto culturale scientifico, Public History sotto l’ombrellone, dedicato alla storia e all’archeologia di Venezia. Giovedì 22 luglio al Lido di Venezia a partire dalle 18.00, presso lo stabilimento La Pagoda Des Bains, gli studiosi e gli storici del Dipartimento di Studi Umanistici dell’ateneo veneziano discuteranno sull’importanza del riuso dei materiali archeologici del passato insieme a studenti, autori e giornalisti per creare un dibattito interattivo finalizzato a scoprire le origini del territorio veneziano, che quest’anno compie 1600 anni di storia.

Il tema del riuso è stato determinante nella storia evolutiva della città di Venezia in quanto sono stati gli stessi mattoni e pietre antiche a fungere da fondamenta per le strutture moderne di approdo o la costruzione di edifici pubblici. Pertanto, si partirà dall’analisi dei mattoni del Campanile di San Marco, riportati alla luce dalle recenti mareggiate e ancora capaci di raccontarci una complessa e affascinante storia, per comprendere la grandezza di Venezia e la sua identità che la memoria collettiva tramanda ancora oggi, a 1600 anni dalla sua fondazione. 

Interverranno nel salotto culturale: Diego Calaon, professore di Topografia antica dell’Università Ca’ Foscari Venezia, Lorenzo Calvelli, professore di Storia romana ed Epigrafia latina all’Università Ca’ Foscari Venezia, Giovannella Cresci, professoressa si Storia romana ed Epigrafia latina all’Università Ca’ Foscari Venezia, già Direttrice del Dipartimento di Studi umanistici, Myriam Pilutti Namer, professoressa di Archeologia classica e Storia dell’arte antica all’Università Ca’ Foscari Venezia e Margherita Tirelli, già Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Altino.

L’attività è gratuita e aperta al pubblico previa prenotazione online al seguente indirizzo: https://elparondecasa.net/2021/07/06/public-history/

Dopo il salotto culturale, alle ore 20.00 presso La Pagoda Des Bains, sarà possibile, per chi lo vorrà, partecipare a una cena rievocativa dei gusti della Venezia del passato con un menù dedicato alla tradizione gastronomica locale: Bigoli de Bassan Borella girati in forma di cacio romano DOP e pepe, mix di pesce e prelibate cozze interpretate da Mitilla con un risotto La Fagiana e poi saltate e servite su un letto di radicchio rosso di Chioggia dell’Azienda Agricola Isola Verde. 

Il costo della cena è di 30€ con prenotazione obbligatoria fino all’esaurimento dei posti disponibili.

Per maggiori informazioni e prenotazioni: https://elparondecasa.net/2021/07/06/cena-storica/

Nasce “San Polo”, il nuovo damasco di casa Rubelli dedicato ai 1600 anni di Venezia

Venezia, 21 luglio 2021 – Un secolo per ogni variante di colore fino ad arrivare a 16, come i 1600 anni di Venezia. In origine era “San Marco”, poi fu “San Polo”. San Marco e San Polo (San Paolo, detto Polo dai veneziani): due sestieri di Venezia e due Santi importanti che racchiudono in sé un ulteriore nome che ha un forte legame con Venezia e che evoca la via della Seta: quello del mercante ed esploratore veneziano Marco Polo. È con queste premesse che la storica azienda Rubelli ha realizzato, per il compleanno di Venezia, un nuovo damasco in pura seta italiana: “San Polo”. Il nuovo tessuto, ispirato ai 1600 anni della città che nasce e vive sull’acqua, è una “costola” del damasco crespo “San Marco”, che vanta oltre cento anni alle spalle. Insieme rappresentano la più alta espressione della produzione serica dell’azienda. 

Ciascuno dei due damaschi è declinato in una palette di 16 varianti. Per una Venezia che compie 1600 anni, ecco che ogni singolo colore diventa così un omaggio ad ogni secolo di vita della città.

Con il termine damasco si indica un tessuto senza rovescio che in origine veniva realizzato in Cina, e che è poi approdato nell’antica città di Damasco in Siria, che nel XII secolo si specializzò nella lavorazione e nel commercio dell’omonimo tessuto. In Italia approdò grazie alle rotte commerciali che Venezia e Genova avevano con tutto l’Oriente e anche con Damasco, importando quindi un’arte tessile che prevede una complessa lavorazione ma il cui risultato è un tessuto di altissima qualità, caratterizzato da disegni floreali e dal contrasto tra lucentezza e opacità della superficie.  

Ma se “San Marco” affascina per i suoi colori ispirati alla luce soffusa degli interni, “San Polo” – con una scala dimezzata rispetto al capostipite “San Marco” – colpisce invece per il suo colore puro, brillante, per la sua vivacità, i suoi colori schietti e smaglianti, vicini al gusto contemporaneo. 

Ad otto varianti tono su tono fanno da contrappunto otto varianti con ordito e trama in contrasto. Queste ultime sono il risultato di studiati abbinamenti di colore, frutto di contrapposizioni e antitesi cromatiche che esaltano gli effetti cangianti. Prodotto da oltre un secolo, “San Marco” è entrato negli hotel di lusso di tutto il mondo, in palazzi storici, dimore lussuose e sedi di rappresentanza (come il Quirinale e il Ministero di Grazia e Giustizia a Roma, Palazzo Ducale, Palazzo Querini Stampalia e Palazzo Vendramin Calergi a Venezia, il Musée du Louvre a Parigi). Per il compleanno di Venezia, il motivo decorativo ridotto e i vivaci colori, del tutto nuovi e pieni di energia che rendo omaggio alla storia della città, rendono invece “San Polo” un tessuto in grado di sedurre anche il mondo della moda: un damasco glamour che va oltre la decorazione e in grado di diventare protagonista di dettagli fashion che sapranno conquistare, come “San Marco”  e come Marco Polo, le presenti e future vie della seta.  

L’acqua dolce a Venezia, dalle vere da pozzo al moderno acquedotto 

Venezia, 20 luglio 2021 – Poter disporre di acqua potabile nella vita quotidiana è fondamentale. Oggi basta un semplice gesto, come aprire il rubinetto, per avere l’acqua in casa. Un gesto che ha alle spalle un complesso percorso fatto di moderne pompe e impianti che rilanciano e portano nelle case di Venezia e delle isole l’acqua che arriva dai campi pozzi e dal potabilizzatore di Ca’ Solaro. Un gesto che non è così scontato nella città che, paradossalmente, vive nell’acqua eppure non ha acqua dolce.

I veneziani, fin dalla fondazione della città - che come vuole la tradizione affonda le sue radici nel 421 e quest’anno celebra quindi un compleanno lungo 1600 anni - si sono sempre dovuti ingegnare per trovare l’acqua. All’inizio recuperando l’acqua piovana, poi inventandosi le vere da pozzo, ancor oggi visibili in molti campi di Venezia. Sotto la vera c’era una cisterna coibentata con l’argilla dove l’acqua piovana, raccolta attraverso le pilelle, veniva in qualche modo filtrata, depurata e immagazzinata (anche se i parametri di quell’acqua depurata sarebbero simili a quelli dei nostri attuali reflui fognari). Questi pozzi erano vere e proprie cisterne pubbliche, riempite – oltre che dalla pioggia – dai membri della corporazione degli Acquaroli e da loro sorvegliate per evitare furti. Proprio per il fatto di non avere fonti di approvvigionamento, a Venezia l’acqua dolce era considerata un bene molto importante e la sua gestione era affidata a ben quattro Magistrature, i nostri attuali ministeri. 

A metà del 1400 le autorità decisero che l’unica fonte di approvvigionamento di acqua dolce fosse il fiume Brenta, che per questo motivo venne monitorato, scavato e addirittura deviato. All’inizio del 1600 fu anche realizzato il canale Seriola, da cui venne prelevata l’acqua dolce, portata a Venezia a bordo di grandi barche, i cosiddetti burchi. I pozzi, riforniti dalla pioggia e dall’acqua della Seriola, rimasero per secoli l’unico sistema di approvvigionamento idrico, nonostante i molti progetti presentati nel corso degli anni. E così si continuò fino all’inizio dell’Ottocento quando, con l’arrivo dei francesi, si iniziò a discutere di come rifornire Venezia di acqua potabile, tenendo anche conto che il numero di abitanti stava crescendo a vista d’occhio, fino ad arrivare nel 1857 al record di oltre 120.000 residenti, che vivevano in condizioni igienico sanitarie molto precarie. Lo stato dei pozzi (quindi dell’acqua contenuta) non era buono ed anche per questo in quegli anni scoppiarono molte epidemie di colera. 

Serviva una soluzione drastica e radicale: la costruzione di un acquedotto a controllo pubblico. Nel 1874, dopo 300 anni di discussioni e decine di progetti, il Comune decise di costruire l’acquedotto, che prenderà l’acqua dal Brenta e dalla Seriola e la porterà a Venezia attraverso condotte posate sul fondo della laguna. L’intervento fu affidato prima a una società inglese e poi alla francese Societè generale des eaux che rilevò il contratto. La sera del 23 giugno 1884, dopo quattro anni di lavori, fu inaugurato l’acquedotto: Piazza San Marco venne illuminata a giorno e all’ombra del campanile venne allestita una fontana dalla quale sgorgava l’acqua dell’acquedotto. Tuttavia, il Comune impose al gestore di trovare una fonte alternativa al canale Seriola, che a causa di interventi idraulici non appariva più salubre. Dopo poche settimane furono quindi individuate nella zona di Sant’Ambrogio, nel Comune di Trebaseleghe (Pd), alcune sorgenti di acqua purissima. Le stesse falde che ancora oggi riforniscono i rubinetti di Venezia.

L’acquedotto inizialmente rifornì i pozzi, le fontane pubbliche e pochissime utenze private - perché i costi del servizio erano insostenibili per la maggior parte dei cittadini, che continuarono ad attingere l’acqua dalle molte fontane di Venezia e dai pozzi - ma nel giro di pochi anni venne esteso e alla fine dell’Ottocento furono collegate anche le isole di Murano, Giudecca e Lido. Il 1923 fu l’anno della svolta: la Compagnia generale delle acque ricevette dal Comune di Venezia l’incarico di gestire l’acquedotto per 50 anni. Grazie a importanti investimenti e lavori, che daranno al servizio idrico integrato la forma e la struttura che oggi conosciamo, l’acquedotto ebbe una spinta verso la modernizzazione e verso la crescita esponenziale del numero di utenti allacciati. Nel 1973, allo scadere della concessione, il servizio torna al Comune, che quattro anni dopo crea Aspiv, una società interamente pubblica che poi diventerà Vesta e nel 2007 l’attuale Veritas.

Guarda il video al link https://www.youtube.com/watch?v=8Ntcz0qihrc

Scala Contarini del Bovolo, un gioiello nascosto

Venezia, 19 luglio 2021 – Per vederla bisogna cercarla. E quando la si è trovata l’espressione è sempre di stupore. “Incastrata” tra strette calli, la “Scala del Bovolo”, che in dialetto veneziano significa chiocciola, è tra i monumenti più amati di Venezia, perché il suo impatto lascia subito senza fiato. Sarà per il contrasto cromatico del rosso del cotto e del bianco della Pietra d’Istria, o per i sei piani di logge sovrapposte che sembrano accarezzare il cielo; saranno gli ottanta gradini che non stancano il passo verso la salita, oppure, sarà che la terrazza, dai suoi 28 metri di altezza, regala ad ogni cambio di luce uno spettacolo senza eguali. Palazzo Contarini del Bovolo è uno dei cinque “gioielli nascosti” di proprietà dell’Ire, dalla quale è nata la Fondazione Venezia Servizi alla Persona che li gestisce operativamente. Un gioiello che fa parte della storia di Venezia, che affonda le sue radici nella Serenissimache quest’anno festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione.  

“Palazzo Contarini del Bovolo è di origine trecentesca – spiega Edoardo Rizzi, di Fondazione Venezia Servizi alla Persona – inizialmente era della famiglia Morosini ed era stato costruito come “casa fontego”, ossia una casa per immagazzinare le merci e quindi anche comoda con il canale che si trovava nell’altro lato del palazzo”. 

Fu Pietro Contarini, verso la fine del Quattrocento, a volere fortemente questa leggiadra scala. Pietro era un rampollo della potente famiglia Contarini del ramo di San Paternian (il cui soprannome derivava dalla chiesa che sorgeva nell’attuale Campo Manin), che nel Trecento aveva dato alla Serenissima Repubblica un Doge: Andrea Contarini

“Pietro Contarini vuole fortemente la scala per avere qualcosa di unico in città – spiega Rizzi – la Repubblica vietava la magnificenza da parte delle singole famiglie nobili veneziane per mantenere uno status quo a livello politico, ma la famiglia Contarini riesce a costruire questa scala a chiocciola, di ispirazione sia rinascimentale sia bizantina. Il Belvedere fu costruito non solo per il panorama ma anche come simbolo della potenza della famiglia Contarini: questa era infatti la zona più centrale e più richiesta di Venezia: equidistante dalla Piazza San Marco, luogo politico e culturale della città, ma anche da Rialto, luogo economico per eccellenza”. 

Le vicende di questo palazzo attraversano cinque secoli di storia veneziana e molte sono le curiosità ad esso legate. Ad esempio, ad essere riccamente decorata da terra a cielo era la parte retrostante dell’edificio, fatto anomalo per i palazzi dell’epoca la cui sfarzosità veniva ovviamente esibita sulla facciata principale. Ma Palazzo Contarini ha la facciata principale sul rio di San Luca mentre la parte retrostante è quella più importante perché è rivolta a San Marco, un tempo vero cuore politico di Venezia. Di questa decorazione, che fu sacrificata per la costruzione della scala, ancora oggi vi è qualche piccola traccia sulle pareti. E poi c’è il Belvedere a cupola, ossia la terrazza da cui si domina la città con uno straordinario panorama: proprio da qui l’astronomo tedesco Tempel, conducendo le sue osservazioni col telescopio sulla cima della torre, scoprì la cometa C/1859 e la nebulosa di Merope delle Pleiadi.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/PqT6y3Y4BEU

 

I campioni del remo si sfidano per il Redentore. La storia delle regate della festa famosissima

Venezia, 17 luglio 2021 - Torna anche quest’anno, in occasione della Festa del Redentore, la tradizionale regata di voga alla veneta che vede 18 regatanti veneziani sfidarsi a colpi di remate per aggiudicarsi il titolo di vincitore nella gara legata alla festa più sentita dai veneziani.  

Saranno tre le avvincenti sfide con nove equipaggi che gareggeranno su gondole a due remi e pupparini, sempre a due remi, ognuno di colore diverso dal viola al “canarin”, dal celeste al “marron”, dal bianco al rosa, rosso, verde e arancio, secondo una tradizione che va avanti dal 1843 e nata per permettere agli spettatori di seguire più facilmente la gara dalle rive. Nove colori per distinguere i nove sfidanti alle prese con uno sprint di voga alla veneta che avrà luogo domenica 18 luglio a partire dalle ore 16.00 con un percorso con partenza dal Redentore che prevede, successivamente l’attraversamento del Canale della Giudecca, quello del Canale di Fusina, il cosiddetto “giro del paleto” all’altezza di S.Giorgio in Alga per poi tornare nei pressi della Chiesa del Redentore dove si proclamerà il vincitore. 

La regata del Redentore 2021 vedrà gareggiare giovanissimi su pupparini a due remi, uomini su pupparini a due remi e uomini su gondole a due remi in tre sfide sull’acqua a partire dai più giovani alle ore 16.00 per poi passare agli uomini su pupparini alle 16.45 e, infine, la sfida più attesa, gli uomini su gondole alle 17.30. Si tratta di una gara che il Comune di Venezia rinnova da oltre cento anni con un periodo di stop vissuto dalla competizione solo negli anni che vanno dal 1925 al 1957, nel momento storico a ridosso della Seconda Guerra mondiale e Dopoguerra. 

La competizione cade ogni terza domenica di luglio in concomitanza dei festeggiamenti della “festa famosissima” e rappresenta una tappa importante della stagione remiera annuale nonché un appuntamento sportivo molto sentito dai cittadini e vissuto con passione dai protagonisti delle gare, dai veneziani, dagli appassionati di voga alla veneta e dai turisti. 

I campioni della regata del Redentore dal 1920 a oggi

Quella del Redentore è una regata che contribuisce a dare colore e folklore a una festa che attrae turisti da tutto il mondo, i cui festeggiamenti vengono arricchiti anche da una competizione sportiva “a colpi di remo” che proclama, ogni anno, i nuovi campioni di questa categoria di regatanti. 

La prima edizione della regata del Redentore risale al 1920 e ha visto come campioni del remo su gondole, secondo l’albo d’oro del Redentore, gli equipaggi composti da Giovanni Vianello, I-Cucchiero Crea e Arturo Scuciaro, vincitori di tre edizioni consecutive della regata, sostituiti, successivamente, da una coppia di regatanti che ha dominato il podio di questa gara per ben 12 edizioni, di cui 9 consecutive dal 2002 al 2011 e altre due nel 2014 e nel 2015: si tratta degli storici del remo Ivo Tezzat Redolfi e Giampaolo D’Este. Tra gli altri campioni che hanno fatto la storia di questa disciplina tutta veneziana ricordiamo anche Giuseppe Bepi Fontegher e Sergio Ciaci Tagliapietra, vincitori, e compagni di equipaggio, per ben 8 edizioni della gara a partire dal 1965 fino al 1977 e, quest’ultimo, campione della categoria già dal 1961 insieme ad Albino Strigheta Dei Rossi. 

Nelle ultime due edizioni, la regata del Redentore, nella sezione gondole a due remi, è stata vinta da Andrea Bertoldini e Mattia Colombi, campioni uscenti. Nelle categorie pupparini a due remi, invece, vincono lo scorso anno Simone Costantini e Federico Busetto mentre per quanto riguarda i giovanissimi Luca Rigo e Giorgio Sabadin si sono aggiudicati il titolo di campioni della regata del Redentore 2020. 

La storia del ponte votivo: il legame “galleggiante” tra i veneziani e il Redentore

Venezia, 16 luglio 2021 - Dal 1577, ogni anno, Venezia crea una via sull’acqua, un passaggio temporaneo ed evocativo realizzato per raggiungere a piedi il luogo simbolo della sua festa più sentita: il Redentore. Questo collegamento che, fin dal XVI secolo permetteva ai veneziani di attraversare a piedi il Canale della Giudecca per raggiungere, in pellegrinaggio, la chiesa del Cristo Redentore, assumeva e, continua ad assumere ancora oggi, un valore importante sia dal punto di vista religioso che da quello sociale. Immagine e simbolo della “festa famosissima”, il ponte votivo accompagna i festeggiamenti del Redentore da secoli. La struttura, negli anni ha subito diverse trasformazioni senza, però, tradire mai la sua funzione più importante, quella di fungere da legame “galleggiante” e simbolico tra due punti della città devastati, allo stesso modo, da un’epidemia che, con forza, si era riusciti insieme a debellare. 

L’evoluzione del ponte votivo: una tradizione rinnovata da oltre 440 anni

Il primo ponte votivo del Redentore risale al 1577. Non si trattava di un ponte vero e proprio, bensì di una successione di barche messe una a fianco all’altra che permettevano di raggiungere la riva opposta a quella della fondamenta delle Zattere per arrivare fino al luogo in cui, in quello stesso anno, veniva posta la prima pietra di quella che sarebbe diventata la chiesa in onore del Cristo Redentore. Il primo ponte di barche venne allestito dai veneziani, per festeggiare, con una processione verso l’isola della Giudecca, la fine di un’epidemia durata ben due anni, e questa tradizione, a 444 anni di distanza è ancora parte integrante delle celebrazioni del Redentore. 

A cambiare, però, nel corso del tempo, non è stato il significato di questa festa e del suo ponte simbolico ma la struttura di questa via sull’acqua che passò dall’essere costituita da barche ad assumere il volto “militare” del cosiddetto ponte Bailey composto da diversi moduli in acciaio e legno che permettevano un veloce montaggio e smontaggio. Il ponte Bailey, di provenienza inglese e abbandonato dagli alleati dopo la Seconda Guerra Mondiale, venne acquisito dal secondo reggimento Genio pontieri che per cinquant’anni, a ogni Festa del Redentore lo ha assemblato sul Canale della Giudecca come esercitazione militare. Dichiarato “residuato bellico” nel 2002, questa tipologia di ponte venne sostituita dall’odierna struttura galleggiante. Il nuovo ponte votivo divenne di competenza della società Insula, la cui proposta di realizzazione di un ponte dal materiale flessibile, venne accettata dall’amministrazione comunale il primo marzo del 2002 come alternativa innovativa e funzionale del vecchio ponte. 

Oggi è ancora la società veneziana a realizzare il ponte votivo come lo conosciamo, struttura che viene montata a ridosso dell’inizio della festa più amata dai veneziani e inaugurata ogni venerdì sera prima del giorno del Redentore in ricordo di quel simbolico passaggio sull’acqua che, a oltre 440 anni di distanza, continua ad avere la stessa risonanza emotiva di un tempo. 

Il ponte di barche: una tradizione tutta veneziana e non solo del Redentore 

Quella del ponte di barche è una tradizione tutta veneziana nonché simbolo di un voto perpetuo. Questa tipologia di attraversamento temporaneo sull’acqua veniva, e viene ancora oggi, utilizzata dai veneziani in diverse occasioni del calendario celebrativo cittadino. Oltre al giorno del Redentore, il ponte votivo galleggiante è montato, anche in occasione della Festa della Madonna della Salute, ogni 21 novembre, permettendo ai fedeli e a tutti i cittadini di attraversare, in pellegrinaggio, il Canal Grande per raggiungere dalla riva opposta la chiesa eretta come ex voto alla Madonna per la liberazione della città dalla peste. Anche la Venice Marathon, l’appuntamento sportivo che vede gli atleti di questa disciplina sfidarsi in una corsa veneziana di 42 km, si serve, ormai da qualche anno, di questa stessa struttura galleggiante di 170 m che permette ai maratoneti di attraversare, correndo, il Canal Grande fino a raggiungere Piazza San Marco. 

La tradizione dei ponti di barche usati per attraversare i canali della città prevedeva, in passato, il semplice affiancamento delle barche con delle passerelle che, poggiate su queste, senza parapetti, permettevano ai cittadini di raggiungere a piedi luoghi altrimenti raggiungibili solo via mare. A cambiare questa modalità di approccio alla realizzazione dei ponti votivi è stato il fatto che, in mancanza di protezioni e parapetti, era pericoloso per le persone attraversarli senza rischiare di finire in acqua. Nell’800, infatti, si registra un incidente che causò dei morti provocato proprio dalla scarsa sicurezza della struttura di un ponte votivo e di un eccessivo numero di persone assembrate su questo.

Un’altra occasione in cui veniva montato il ponte di barche era la Festa in commemorazione dei defunti del 2 novembre, per permettere ai cittadini di giungere, a piedi, sull’isola del cimitero di San Michele dalle Fondamente Nove, una tradizione che il Comune ha fortemente voluto riprendere nel 2019 ma che è stata interrotta l’anno scorso a causa della pandemia. 

“Salta cori zoga”, giocare a calcio divertendosi 

Venezia, 15 luglio 2021 – Giocare a calcio divertendosi all’aria aperta con gli istruttori qualificati di Venezia Football Academy per stare insieme, fare attività fisica e imparare il gioco di squadra. Due week end dedicati ai bambini dai 6 ai 12 anni, per dare il via a un open day che si terrà sabato 17 e 24 luglio e domenica 18 e 25 luglioL’iniziativa rientra nelle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia e fa parte di “Salta Cori Zoga! Lo sport riparte a Venezia dai parchi”: l’assessorato allo Sport del Comune di Venezia, attraverso un bando pubblico, mette a disposizione gratuitamente alcune aree verdi e piastre polivalenti a beneficio delle associazioni sportive. L’obiettivo è favorire la ripartenza dello sport promuovendo l’attività delle associazioni sportive che operano nel territorio e, contemporaneamente, incentivare il coinvolgimento attivo della cittadinanza.

L’appuntamento è fissato per sabato 17 e sabato 24 luglio dalle 18 alle 19 in Parco Albanese; mentre domenica 18 e domenica 25 Venezia Football Academy sarà presente con i suoi istruttori qualificati al Parco San Giuliano, sempre dalle 18 alle 19. Nel corso delle quattro lezioni verranno svolte delle esercitazioni tecniche individuali per i bambini in modalità challenge per coinvolgerli nella pratica del calcio, con una metodologia ludica basata sul divertimento.

Le pandemie: una lunga storia, dalla peste al Covid 19

Venezia, 15 luglio 2021 – Studiare il passato per capire come affrontare il presente e il futuro. È una mostra che ha l’obiettivo di portare a conoscenza del pubblico i devastanti effetti che hanno avuto le pandemie nel corso dei secoli e l’impegno degli Stati, della medicina e della scienza per fronteggiarle e debellarle. “Le pandemie: una lunga storia, dalla peste al Covid 19” è stata inaugurata nei giorni scorsi al piano terra della Scuola Grande San Marco, ossia l’Ospedale Civile di Venezia, nell’ambito delle celebrazioni per la nascita dei 1600 anni di Venezia, e sarà visitabile fino a settembre. Dopo la prima esposizione “La civiltà del bene: la cura nei secoli a Venezia”, è partito il nuovo progetto espositivo e digitale, a cura di Walter Pasini e Isabella Angela Pasini, che racconta a grandi linee come epidemie e pandemie abbiano per secoli funestato la vita degli uomini: tra queste le più conosciute come la peste, il vaiolo, la sifilide e il colera fino ad arrivare alla recente pandemia Covid-19.

Una mostra che assume una rilevanza particolare a pochi giorni dai festeggiamenti del Redentore, un voto che Venezia perpetua nei secoli per la liberazione dalla peste. La peste fu, infatti, la pandemia più importante della storia dell’umanità per numero di vittime. La malattia era causata dal batterio Yersinia pestis, e veniva trasmessa agli uomini attraverso il morso di una pulce infetta: si presentava con febbre alta e i classici “bubboni”, ovvero l’ingrossamento anomalo dei linfonodi. Tra il 1347 e il 1348 si diffuse in tutta Europa e fu soprannominata “Morte nera” perché rappresentò la più grande e mortale pandemia di tutti i tempi, tanto che nel triennio dal 1347 al 1350 causò la morte di un terzo della popolazione europea di allora. La peste continuò a colpire periodicamente l’Europa, anche nei secoli successivi. A Venezia la peste del 1575 portò al voto del Redentore e quella del 1630 portò al voto della Madonna della Salute

In epoche passate, fu nei porti che si concentrò per secoli la lotta contro le malattie infettive. Grazie alla sua particolare conformazione, a Venezia nacque il primo lazzaretto della storia in un’isola, dove il Senato della Repubblica collocò, nel 1423, il primo ospedale pubblico per gli appestati. Nel 1468 nacque il secondo lazzaretto, in un’altra isola. Nel 1782 ne eresse un terzo, nell’isola di Poveglia. I lazzaretti servivano per isolare uomini e merci per un determinato periodo, chiamato “quarantena” perché, secondo la dottrina ippocratica, si riteneva che fossero 40 i giorni di massima incubazione di una malattia contagiosa.

In tempi di contagio scattavano delle misure restrittive: ad esempio, una delle misure di prevenzione più antiche, la più diffusa e meglio documentata, è la “Fede di sanità”, ossia un vero e proprio passaporto sanitario di cui si doveva munire chi iniziava un viaggio via terra, mentre chi viaggiava via mare doveva essere in possesso della “Patente di sanità”. 

Altra piaga ben nota era il vaiolo, di cui sono state rinvenute tracce perfino nei resti mummificati di alcuni faraoni, circa 1500 anni prima di Cristo. Dal VI secolo dopo Cristo il vaiolo si diffuse in Europa dove, nel 1700, arrivò a un picco di 60 milioni di morti. Il vaiolo è la prima malattia che si cercò di prevenire, prima con la “variolazione” e poi con la vaccinazione di massa, grazie agli studi del medico inglese Edward Jenner. Fu ufficialmente considerato eradicato nel 1980, a 24 anni dall’inizio della vaccinazione promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. 

Tra le malattie note anche la sifilide, che irruppe in Europa alla fine del XV secolo e che probabilmente fu introdotta dai marinai di Cristoforo Colombo al ritorno dal viaggio nelle Indie Occidentali. I malati vennero raccolti negli ospedali chiamati “ospedali degli Incurabili”: a Venezia ne sorse uno nel 1522, il primo grande ospedale centralizzato della città. 

Il colera fu invece la più importante pandemia dell’Ottocento, causata dall’ingestione di cibo o acqua contaminata da un batterio. Il colera fu anche l’elemento determinante per la capitolazione dei veneziani nei confronti degli assedianti austriaci, come viene citato nella poesia di Arnaldo Fusinato “Le ultime ore di Venezia”. 

Nei pannelli espositivi si ricordano anche la cosiddetta “Spagnola”, una influenza che si diffuse dal 1918 e causò la morte di almeno 50 milioni di persone, per la maggior parte comprese tra i 20 e i 40 anni, oppure la poliomelite e la Tbc, le malattie infettive come la Sars e l’Ebola fino alla pandemia da Covid-19 tuttora in corso che, secondo i dati ufficiali, ha registrato 177 milioni di infetti e causato quasi 4 milioni di decessi. 

Il convento dei frati cappuccini del Redentore, dove la  giornata è scandita da preghiera, orto e aiuto ai poveri

Venezia, 14 luglio 2021 –  È un legame stretto quello che lega i frati cappuccini del convento del Redentore agli abitanti della Giudecca. Un legame storico, che affonda le sue radici nel 1500, quando i frati già all’epoca curavano gli ammalati e assistevano i bisognosi. Un legame che si rinnovò quando Napoleone spazzò via l’ordine i frati vennero accolti con amore nelle case dei giudecchini. Sono passati 500 anni ma poco è cambiato, perché i frati cappuccini, oggi come allora, sono sempre al servizio di quel lembo di terra che sembra proteggere, con la sua forma allungata, il “pesce” Venezia. 

Il tempio votivo del Redentore, così come viene chiamato dai frati, è un simbolo per Giudecca e per tutta la città, che quest’anno festeggia i 1600 anni dalla sua fondazione. E a pochi giorni dalle celebrazioni della liberazione dalla peste del 1575, i frati sono pronti a rinnovare, insieme a residenti e turisti, il voto del Senato della Repubblica. 

“La festa del Redentore è ancora molto sentita, non solo dai turisti ma anche dai veneziani. L’anno scorso mi divertivo a chiedere alle persone in fila: “Ma come mai è qui, da dove viene?” – racconta il superiore del convento, Padre Gianfranco Tinello – e mi ricordo che venne un signore e disse: “Siamo qui ad esplicare il voto dei nostri avi”. Non solo: ricordo con una certa emozione che venne anche un gruppo da Codogno, che era qui per ringraziare a chiedere aiuto al Signore per essere liberati dalla piaga del Covid 19. Tra pochi giorni si celebra la festa del Redentore e noi frati siamo depositari di questo incontro tra l’impegno religioso, sociale e la fede. Il nostro messaggio di speranza è che ora e per sempre ci sia questa integrazione, questo incontro tra le varie forze della nostra società, chi è più impegnato sul territorio, chi nella vita spirituale, affinché possiamo ripartire con forza”. 

I frati cappuccini, che si ispirano alla regola di San Francesco, sono al Redentore dal 1535. 

“Nel 1535 i frati arrivano qui e si dedicano alla predicazione, ma soprattutto erano importanti perché in Giudecca venivano mandati i vari ammalati delle epidemie veneziane – continua Padre Gianfranco – i frati si prendevano cura degli appestati, ecco perché nel 1576 la chiesa del Redentore fu data a loro”. 

I frati cappuccini nascono come una riforma francescana che va alla ricerca della sobrietà e della povertà: la prima chiesetta originaria si trova alle spalle del maestoso tempio del Redentore e fu costruita nel 1535: era la chiesa di Santa Maria degli Angeli.  

“Quando i frati videro crescere questa chiesa meravigliosa del Redentore, maestosa e gigantesca per le misure minime della riforma povera cappuccina, presero paura e volevano andarsene – dice Padre Gianfranco – il compromesso fra il Palladio e i frati fu questo: la chiesa poteva essere costruita in stile neoclassico maestoso, con linee meravigliose e pulite, ma il coro sarebbe dovuto essere molto semplice: infatti il coro è semplice, con 5 finestre e un intonaco bianco. Anche le sedie del coro in legno non sono intarsiate, come invece si possono vedere in altri cori meravigliosi di Venezia, ma sono estremamente semplici”. 

E così, come viene riportato all’ingresso del tempio votivo, nel 1576 il Senato della Repubblica delibera il voto per la costruzione del Redentore per ringraziare di aver liberato Venezia dalla pestilenza. 

“È proprio un tempio votivo perché lo sguardo non si perde nelle cappelle laterali, che pur sono arricchite dalle opere di importanti artisti, ma tutto porta a guardare il Redentore, colui che liberò Venezia dalla peste – spiega il superiore – e nel giorno in cui si festeggiava il Redentore, nelle due cappelle che affiancano l’abside da una parte sedeva il Doge e dall’altra il Patriarca, che assistevano e presenziavano la cerimonia”. 

Il complesso del Redentore è tutta una scoperta: ci sono i chiostri, ci sono le testimonianze delle travi lignee su cui è costruito il tempio, c’è l’antica farmacia perché quando c’erano le pestilenze le magistrature veneziane davano dei “ticket gratuiti” alle persone povere per usufruire dei medicamenti a base di erbe fatte dai frati cappuccini e dai monaci di San Giorgio. “In realtà è una cosa piuttosto singolare per i frati cappuccini, perché nelle costituzioni, cioè nelle regole, c’era il divieto di preparare medicine per i laici, ma qui a Venezia c’era una deroga” racconta Padre Gianfranco. E poi ci sono gli orti e i giardini che da sempre servono alla sussistenza dei frati, dove la vista si perde oltre le isole di San Clemente, di Sacca Sessola e delle Grazie. Ci sono alberi da frutto, un boschetto di ulivi da cui i frati ricavano l’olio, viti con uva da tavola, ortaggi, erbe aromatiche, perfino carciofi. C’è una cavana con una caorlina dell’800 che da sempre accompagna i frati nelle loro attività quotidiane, compresa quella di accompagnare i fratelli defunti al cimitero di San Michele. “Ma questa caorlina potete vederla anche quando c’è la Vogalonga perché noi vi partecipiamo – sorride  Padre Gianfranco – Sembra che questa caorlina sia arrivata alla fine dell’800 e che sia la più antica barca veneziana ancora in acqua. E poi abbiamo un mototopo che usiamo anche per le nostre opere caritatevoli, ad esempio per la distribuzione delle borse alimentari”. 

La giornata è scandita dal lavoro e dalla preghiera, dalla scuola di teologia, dalle attività di manutenzione dell’enorme complesso fino alla cura dell’orto. 

“Siamo impegnati nel mantenere il convento e poi c’è l’assistenza spirituale e quella materiale – conclude Padre Gianfranco –  in tempo di Covid i frati si sono uniti alle altre associazioni dell’isola per aiutare i bisognosi, siamo arrivati a picchi di 130 nuclei familiari per un totale di oltre 300 persone. Abbiamo questa speranza: che il Covid passi e che, come in altre situazioni, questi momenti di difficoltà possano attivare alcune sensibilità profonde e che alcune delle persone che hanno beneficiato dei nostri aiuti possano tornare a fare i volontari o essere a loro volta benefattori per le persone che attualmente sono in difficoltà”.  

Poesie sotto le stelle dedicate a Venezia

Venezia, 13 luglio 2021 – Nell’ambito delle celebrazioni per la nascita di Venezia, domani alle 21, all’hotel Ausonia Hungaria del Lido di Venezia, si terrà la serata “Poesie sotto le stelle, la Serenissima nei secoli”. Si tratta di un evento che fa parte della rassegna “Libri in spiaggia”, ed è organizzato dall’associazione Civica Lido Pellestrina in collaborazione con la Municipalità. L’iniziativa quest’anno vuole celebrare la storia di Venezia lungo tutti i suoi 1600 anni e vedrà alternarsi una ventina di poeti nazionali e di lettori dell’associazione “Voci di carta” per declamare i componimenti dedicati a Venezia.  

Nel rispetto delle norme Covid, la serata vedrà il saluto istituzionale della Municipalità, della curatrice della rassegna “Libri in spiaggia”, Daniela Zamburlin, e della presidente dell’associazione Civica Lido Pellestrina, Germana Daneluzzi. 

È necessario prenotare alla mail civicalidopellestrina@gmail.comhttp://civicalidopellestrina@gmail.com

A 119 anni dal crollo del Campanile di San Marco lo scultore Giorgio Bortoli omaggia Venezia e il suo “Paron de Casa”

Venezia, 13 luglio 2021 - In occasione del centodiciannovesimo anniversario del crollo del campanile di San Marco, avvenuto il 14 luglio 1902, e delle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia, lo scultore veneziano Giorgio Bortoli darà omaggio al ricordo di un tragico evento che ha segnato la storia della città. Con una suggestiva cerimonia in notturna, mercoledì 14 luglio alle 21.00 nella Loggetta del Campanile di San Marco, l’artista, nonché componente del Ministero dei Beni Culturali, permetterà ai presenti di vivere un emozionante e coinvolgente ricordo del crollo del Campanile di Venezia e della sua ricostruzione con un messaggio di speranza verso il futuro.  

La celebrazione dell’anniversario sarà anche occasione di premiazione di personalità, uomini e donne, che si stanno impegnando, in diversi ambiti, per la città di Venezia.

L’evento è reso possibile grazie alla disponibilità della Procuratoria di San Marco e del suo Primo Procuratore Carlo Alberto Tesserin, e alla partecipazione di Ance, Confartigianato di Venezia, Concave, Cavalieri di San Marco, Fondazione Giorgio Cini e Endar.

Giorgio Bortoli è un artista veneziano da anni impegnato in prima linea nella promozione, attraverso la cultura e le sue sculture, di un rapporto di amicizia e di scambio culturale e artistico tra Venezia e New York. Alcune sue opere sono realizzate incastonando proprio i reperti del campanile crollato, come mattoni recuperati a metri di profondità sott'acqua. Tra le sue diverse creazioni c’è anche una “Torre di Luce”, segno di speranza e di ripartenza, che ora si trova ad Aviano (dove insiste una grande base americana) in attesa che l'opera possa raggiungere il Meucci Museum a New York dove l'installazione avrebbe già un posto a lei assegnato. 

Mercoledì 14 la quarta edizione di “Venice Hotel Market” dedicata alla nascita di Venezia

Venezia, 13 luglio 2021 – Una speciale edizione dedicata ai 1600 anni di storia di Venezia. Al via la quarta edizione di “Venice Hotel Market”, che si svolgerà domani, mercoledì 14 luglio, dalle 9.30 alle 18, all’aeroporto Marco Polo di Venezia. 

Albergatori, fornitori e professionisti dell’ospitalità e del turismo tornano a unire le forze per ripartire insieme, in una giornata che l’Associazione Veneziana Albergatori (Ava) dedica al mondo dell’ospitalità. La manifestazione, che quest’anno vuole unirsi alle celebrazioni per i 1600 anni dalla nascita della città, andrà in scena in un luogo speciale e simbolico per sottolineare il restart delle attività economiche locali: gli spazi espositivi dell’aeroporto Marco Polo di Venezia.

Dopo il successo delle precedenti edizioni, in cui si è registrata la partecipazione di centinaia di albergatori, figure professionali del settore, ristoratori e specialisti nell’accoglienza, l’Ava ripropone quindi l’evento in una versione speciale. L’esposizione comprende il tradizionale Marketplace per conoscere le ultime tendenze su arredo e oggettistica, cibo e vino. All’interno del palinsesto sono previsti seminari, conferenze ed eventi riguardanti vari argomenti e approfondimenti, oltre a show-cooking con chef italiani. 

La giornata prevede l’inaugurazione alle 9.30; alle 11.30 “Miworld: l’ecosistema del cashback tra fidelizzazione dei clienti e reti di impresa in B2B” con il relatore Edoardo Moretti (regional director Italia e Francia di myWorld); alle 12 “Blastness go digital: il partner per lo sviluppo del business alberghiero in un mercato sempre più digitale” con il relatore Andrea Delfini (founder e ceo di Blastness); alle 14 “Finalmente si riparte! Strategia e strumenti professionali adeguati sono le basi per cogliere al meglio le opportunità (scopri con noi come ripianificare la tua ripartenza puntando sulla vendita diretta” con i relatori Alessandra Favaretto (head of sales and customer success Nozio) e Fabio Murachelli (market manager Nozio); alle 15 “Come vendere camere tramite i social network” con il relatore Ugo Brusegan (amministratore Reven yousrl); alle 16 “PNRR e le città d’arte: le opportunità di crescita e sviluppo per gli albergatori e per il sistema turistico” con il relatore Giuseppe Mongiello (Studio Tonucci & partners). Alle 17 cocktail finale con il dj Francesco Trizza. 

Ingresso libero. Per informazioni ava.promozione@gmail.com.

 

Castelfranco Veneto ricorda lo splendore di Venezia con un concerto nel giardino di Villa Barbarella

Venezia, 13 luglio 2021 - Il giardino di Villa Barbarella a Castelfranco Veneto diventa la cornice di una serata musicale dedicata al compleanno di Venezia. In occasione della ricorrenza del 1600 anni dalla fondazione della città, il comune di Castelfranco Veneto ha organizzato un concerto di musica per coro e ottoni dedicato al ricordo dello splendore della policoralità veneziana, realizzato in collaborazione con il Conservatorio Steffani. 

Lo splendore della policoralità veneziana tra XVI e XVII secolo, in programma per mercoledì 14 luglio alle 21.00, racconterà, in note, tutta la magnificenza della potenza della Serenissima con un coro di voci coordinato dal maestro Marco Berrini e una ensamble di ottoni diretta da Fabiano Maniero.

Tra armonie corali, ambientazioni dal fascino storico-artistico unico e tutta l’emozione che solo la musica riesce a dare, il giardino della sede del conservatorio di Castelfranco Veneto accoglierà gli spettatori pronti a godere di una serata all’insegna della musica, dell’arte e della storia. 

L’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria all’indirizzo e-mail: estate2021@steffani.it o al numero 3387588404. 

Torna il Redentore a Venezia. La storia di una festa che ricorda la fine di un’epidemia

Venezia 13 luglio 2021 - La Festa del Redentore è una delle ricorrenze più sentite dai veneziani, che quest'anno, in occasione dei 1600 anni dalla fondazione di Venezia, assume una risonanza ancora più significativa per la città. La celebrazione ricorre sabato 17 luglio 2021 e ricorda la fine della terribile epidemia di peste che colpì Venezia tra il 1575 e il 1577. Il cosiddetto "Redentore", come lo chiamano colloquialmente i veneziani, è parte integrante del costume degli abitanti della città lagunare che continuano a rinnovare, ancora oggi, le tradizioni gastronomiche, il folklore e i festeggiamenti tramandati dai loro antenati che hanno reso, negli anni, questa festa "venezianissima" nota anche a livello internazionale nonché una delle attrazioni turistiche più grandi della città. 

Le origini della Festa del Redentore

La Festa del Redentore cade ogni sabato precedente alla terza domenica del mese di luglio. Si tratta di una celebrazione, di base religiosa, istituita il 20 luglio 1576 per ricordare la fine della peste che aveva devastato la città negli anni '75-'77 del sedicesimo secolo, diventando la seconda peggiore epidemia cittadina dopo quella del 1348. Questa contagiosissima malattia portò, in quel biennio, alla morte di oltre 50 mila persone che corrispondevano a un terzo della popolazione di Venezia. Era il 4 settembre del 1576 quando il Senato della Repubblica Serenissima scelse di erigere una chiesa a nome del Cristo Redentore, come ex voto per cercare di allontanare la peste da Venezia. La prima pietra di questa chiesa, il cui progetto fu affidato all'allora proto di Venezia Andrea Palladio, venne posta il 3 maggio 1577. Da quel giorno fino a oggi, la chiesa del Redentore è il simbolo di un momento decisivo per la città di Venezia che si liberò, nello stesso anno di inizio della costruzione di questa chiesa, da quella terribile pestilenza che l'aveva devastata da ogni punto di vista. 

Nel giorno del primo Redentore, nel 1577, i veneziani, per festeggiare la fine dell'epidemia, allestirono un ponte di barche che permetteva di raggiungere la fondamenta della Giudecca, dove stava sorgendo la chiesa in nome del Cristo Redentore e sul quale ebbe luogo la prima processione di fedeli, parte delle celebrazioni ancora oggi, a 444 anni di distanza. Il ponte votivo, in passato costituito da barche messe l'una a fianco all'altra, oggi è realizzato da più parti in legno assemblate e poggiate su supporti galleggianti e permette l'attraversamento a piedi del canale della Giudecca a partire dalle Zattere, all'altezza della Chiesa dello Spirito Santo, fino a raggiungere ingresso della chiesa del Redentore sulla riva opposta del canale. Questo provvisorio attraversamento pedonale viene utilizzato dalla maggior parte dei veneziani e dei turisti per raggiungere l'isola della Giudecca durante i giorni di festa del Redentore. Verrà aperto al pubblico venerdì sera 16 luglio.

La Festa del Redentore da ieri a oggi: l'evoluzione dei festeggiamenti negli anni

Erano diversi i giorni dedicati ai festeggiamenti del Redentore nell'Ottocento. Il primo giorno, il sabato del Redentore, si andava con le proprie barche, addobbate con fiori, palloncini luminosi e fronde all'isola della Giudecca. Lì, lungo le rive, sorgevano piccoli chioschi adibiti alla vendita di finocchio, more, di acqua di Melissa dei Padri Carmelitani Scalzi, di "sfogi" (sogliole) in saor, anatre e polli arrosto. Poi, la tradizione voleva che i veneziani, si spostassero in barca al Lido per vedere l'alba. La domenica mattina, invece, era dedicata alla processione religiosa che partiva dalla Basilica di San Marco e attraversava il canale, sul ponte votivo, fino a raggiungere la chiesa del Redentore alla Giudecca. La sera, infine, si poteva assistere allo spettacolo dei fuochi pirotecnici.

Oggi, la Festa del Redentore viene celebrata mantenendo la maggior parte delle tradizioni del passato. Oltre al ponte votivo, inaugurato il venerdì sera prima del sabato del Redentore e alla processione e Santa Messa, la Festa del Redentore viene celebrata dai veneziani sulle rive della Giudecca con tavolate tra amici e familiari dove si possono assaporare i cibi della tradizione culinaria veneziana, o direttamente in barca, rigorosamente addobbata a festa e ormeggiata in Canale della Giudecca. Tradizioni che verranno mantenute anche quest'anno anche se, con alcune rigorose limitazioni sia a terra che in acqua, dovute alle disposizioni anti Covid-19.

Nella notte tra sabato e domenica, inoltre, sul bacino di San Marco c'è lo spettacolo pirotecnico del Redentore, evento che attrae un pubblico da tutto il mondo e che colora il cielo sull'isola di Venezia dando ancora più luce alla sua bellezza. Quest'anno, in concomitanza con le celebrazioni dei 1600 anni di Venezia i fuochi d'artificio avranno una tematica dedicata, non solo nei colori ma anche nelle figure che si comporranno in cielo. 

La domenica è il giorno dedicato alle regate del Redentore, le competizioni di voga alla veneta su imbarcazioni tradizionali veneziane, dalle gondole ai pupparini a due remi, che avvengono nel pomeriggio della domenica successiva al giorno del Redentore in Canale della Giudecca con i campioni del remo nelle varie categorie. 

Venezia si racconta attraverso il teatro nella nona edizione del Venice Open Stage 

Venezia 12 luglio 2021 - Sarà Venezia, con i suoi 1600 anni di storia e le sue innumerevoli storie da raccontare di città a metà tra terra e mare, la protagonista indiscussa della nona edizione del Venice Open Stage. 

Nella caratteristica cornice di Campazzo San Sebastiano, nel sestiere di Dorsoduro, dal 13 fino al 25 luglio, prenderà il via Par tera, par mar l’edizione 2021 del festival internazionale di teatro organizzato dall’associazione Cantieri Teatrali Veneziani insieme al Comune di Venezia che ogni anno permette ad attori e compagnie provenienti da tutto il mondo di dare spunti riflessivi ed emozionare il pubblico seduto sotto le stelle di una città magica come Venezia. 

Par tera, par mar è il tema di quest’anno, nonché motto di Venezia e dei suoi 1600 anni di storia, simbolo di apertura verso l’esplorazione del mondo di cui i veneziani hanno sono sempre stati pionieri. Viaggiatori, mercanti, avanguardisti, curiosi, intraprendenti e aperti al diverso, gli abitanti dell’arcipelago della laguna veneziana continuano a ispirare il mondo teatrale, e nello specifico, il festival Venice Open Stage che da nove anni, mantiene lo stesso approccio di apertura nei confronti delle novità nel mondo delle arti performative. 

Con un programma che racconta i legami della Serenissima con la terraferma e con il Mediterraneo, dalla Croazia alla Grecia, alle antiche Repubbliche Marinare, il Venice Open Stage, quest’anno, vuole celebrare il compleanno di Venezia ma anche continuare a far risuonare l’eco dell’influenza storica e culturale che questa città continua ad avere ancora oggi in tutto il mondo. 

Il programma degli spettacoli 

  • L’inaugurazione del festival è in programma per martedì 13 luglio alle 19.00 con la dedica dell’arena al maestro Gigi Dall’Aglio, alla presenza dell’Assessore al Patrimonio, Toponomastica, Università e Promozione del territorio del Comune di Venezia, Paola Mar. Dalle 19.30 alle 20.30 ci sarà la presentazione del volume Within this O. Il teatro dall’interno della sua pupilla di Gigi Dall’Aglio. Interverranno per Gigi, nella sua arena, Ninetto Davoli, Moni Ovadia, Dominique Pitoiset, Elisabetta Pozzi, Arianna Scommegna, Rita Maffei.
  • Martedì 13 luglio alle 21:45 c’è lo spettacolo The beautiful tragedy to be human dell’Accademia Teatro Dimitri di Verscio (Svizzera). 
  • Mercoledì 14 luglio, ad aprire la sezione OFF 2021, composta da tre spettacoli di compagnie professioniste selezionate tramite bando, c’è Let me be, della compagnia Fuori Equilibrio di Firenze.
  • Giovedì 15 luglio c’è lo spettavolo Il trentesimo compleanno di Ida D. della compagnia Super sekt.
  • Venerdì 16 luglio, chiude la sezione OFF, La principessa Azzurra della compagnia La Fuffa. 
  • Sabato 17 e domenica 18 luglio tornano le accademie con la Faculty of fine Arts / School of drama della Aristotle University di Salonicco che presenta Kaspar. Nella notte del 17, inoltre, in occasione della Festa del Redentore, il 17 luglio dopo lo spettacolo, la Piccola Orchestra MDM, proporrà un cantautorato ispirato alla vecchia scuola italiana e arricchito da sonorità a volte intime e riflessive a volte scanzonate.
  • Lunedì 19 e martedì 20 luglio la Academy of Dramatic Arts di Zagabria (Croazia) sarà in scena con Tartuffe. Ci sarà, inoltre, alle 20.30 la presentazione parte della sezione Venezia 1600, di “...ma Vinegia esser d’oro”,tre brevi estratti da Parlaura Misculada, raccolta di testi del ‘500 curata da Piermario Vescovo che raccontano in lingue e dialetti antichi le vicende quotidiane di schiavoni, bulli, ruffiane e figure che animavano la Venezia del ‘500.
  • Mercoledì 21 luglio, ad aprire la sezione Venezia 1600 sarà la compagnia La Ribalta di Pisa con Interno camera
  • Giovedì 22 luglio, c’è Tomato Soap, dei veneziani/bolognesi Manimotò. Continua, inoltre, alle 20.30 la presentazione, parte di Venezia 1600, di “...ma Vinegia esser d’oro”, tre brevi estratti da Parlaura Misculada, raccolta di testi del ‘500 curata da Piermario Vescovo.
  • Venerdì 23 luglio, ancora Venezia 1600, con Saichebanca di Ilynx teatroPrima dello spettacolo, alle 20.30 l’ultimo appuntamento della sezione Venezia 1600 con “...ma Vinegia esser d’oro”, tre brevi estratti da Parlaura Misculada, raccolta di testi del ‘500 curata da Piermario Vescovo.
  • Sabato 24 luglio è la volta di Fuck Me(n) della compagnia Evoè Teatro. 
  • Domenica 25 luglio alle 20.00 in scena Io & Marco Polo, coproduzione Venice Open Stage / Teatro Boxer,sempre parte di Venezia 1600. Il racconto teatrale è il prequel o storia della genesi di uno dei libri più̀ meravigliosi della Storia, “Il Milione” di Marco Polo, e anche della forza alla Libertà che danno le storie raccontate. Si chiude, poi, il Venice Open Stage con La Papessa di Ippogrifo Produzioni.

Tutti gli spettacoli iniziano alle 21.45 con ingresso gratuito su prenotazione. Si prega di raggiungere il teatro almeno mezz'ora prima dell’inizio dello spettacolo e per accedere sarà necessario ritirare presso la biglietteria il biglietto con il codice posto. L'accesso agli spettacoli è libero su invito/prenotazione al +39 345 6105044 o direttamente presso la biglietteria del Venice Open Stage in campazzo San Sebastiano.

Il festival ha il patrocinio di; Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Veneto, Città di Venezia, ESU Venezia, Capitaneria di Porto di Venezia, Accademia di Belle Arti di Venezia, Università IUAV di Venezia, European Cultural Centre, ALDA con la media partnership di VeneziaToday e VeneziaèUnica.

Scegli il tuo futuro! Ca’ Foscari spiega l’università agli studenti degli istituti superiori italiani

Venezia, 12 luglio 2021 – Cosa si studia a Ca’ Foscari? Come si diventa Cafoscarini? Quali opportunità offre Venezia? A queste e molte altre domande si risponderà in occasione della Scuola estiva di orientamento “Scegli il tuo futuro!”, che si svolgerà online, su piattaforma Zoom, dal 13 al 15 luglio, un evento rivolto agli studenti delle classi terze, quarte e quinte degli istituti superiori italiani durante il quale si potranno approfondire la conoscenza dell’Università Ca’ Foscari, scoprire i corsi di laurea triennale offerti dall’Ateneo e la vita universitaria veneziana. 

L’edizione di quest'anno è dedicata a Venezia e vuole festeggiarne i 1600 anni, mettendo in risalto le collaborazioni e sinergie tra l’Ateneo e la città che lo ospita. Un modo, quindi, per spiegare lo stretto rapporto che lega Ca’ Foscari a Venezia e per conoscere tutte le opportunità che la città offre per vivere appieno l’esperienza universitaria. 

Le tre giornate inizieranno alle 9.30. Martedì 13 luglio alle 10.10 ci sarà la tavola rotonda a più voci “Ca’ Foscari per me è…” dove studenti, tutor, ex cafoscarini e docenti racconteranno la loro esperienza di studio e di crescita a Ca’ Foscari; alle 11.30 toccherà a #UNIamociAlVeniceParty, uno spazio di incontro e di conoscenza dove i partecipanti si presenteranno guidati da una professionista, mentre alle 14.30 si svolgerà la caccia al tesoro virtuale “Benvenuti a Venezia” per conoscere la città. Mercoledì 14 luglio alle 9.30 saranno presentati i corsi di laurea triennali; a seguire, alle 10.15 si svolgeranno dei laboratori didattici dove i partecipanti saranno suddivisi in classi in base ai propri interessi; alle 11.45 saranno presentati i Servizi di Ateneo per gli studenti; alle 14 si parlerà di Venezia e le professioni del futuro, una tavola rotonda sulle professioni attuali e future connesse con il territorio cittadino; infine, alle 14.30, in collaborazione con gli enti culturali cittadini, sarà realizzato un workshop. Giovedì 15 alle 9.30 verrà fatto un focus sui test di ammissione e sulle procedure di immatricolazione, alle 10.15 si svolgeranno dei laboratori didattici dove i partecipanti saranno suddivisi in classi in base ai propri interessi; alle 11.45 ci sarà la presentazione dei “Minor” e dei progetti di didattica innovativa con le opportunità per un percorso di studio internazionale; alle 14 si svolgerà un’attività laboratoriale di conoscenza della città e alle 15.30 si concluderà con le presentazioni delle attività del settore orientamento e accoglienza di Ca’ Foscari. 

“Salta cori zoga”, lo sport riparte dalla spiaggia del Lido e dai parchi di Mestre e Marghera

Venezia, 8 luglio 2021 – Un open day all’aria aperta per giocare a pallavolo sulla spiaggia del Lido, al Parco Catene di Marghera e al Parco San Giuliano per stare insieme, fare attività fisica e imparare il gioco di squadra. Sabato 10 e domenica 11 luglio il Cus Venezia e il Mestre Volley Center organizzano lezioni di pallavolo gratuite per bambini e ragazzi. 

L’iniziativa rientra nelle celebrazioni per i 1600 anni di Venezia e fa parte di “Salta Cori Zoga! Lo sport riparte a Venezia dai parchi”: l’assessorato allo Sport del Comune di Venezia, attraverso un bando pubblico, mette a disposizione gratuitamente alcune aree verdi e piastre polivalenti a beneficio delle associazioni sportive. L’obiettivo è favorire la ripartenza dello sport promuovendo l’attività delle associazioni sportive che operano nel territorio e, contemporaneamente, incentivando il coinvolgimento attivo della cittadinanza, soprattutto bambini e giovani, attraverso lezioni gratuite e momenti dimostrativi attraverso i quali misurarsi con discipline sportive note e avvicinarsi a quelle mai praticate. 

Per quanto riguarda il Cus Venezia, l’iniziativa si svolgerà in spiaggia, nello stabilimento di Venezia Spiagge, ed è aperta a tutti i ragazzi, tra i 6 e i 14 anni, che vogliano provare a giocare a pallavolo insieme ai tecnici qualificati e alcuni atleti del Cus. L’appuntamento è alle reti di Venezia Spiagge in zona A: sabato dalle 9.30 alle 11.30, mentre domenica le prove si svolgeranno nel pomeriggio, dalle 16.30 alle 18.30

Nello stesso week end il Mestre Volley Center organizzerà le lezioni per bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni per coinvolgerli nella pratica della pallavolo attraverso alcuni atleti e tecnici qualificati. L’appuntamento è per sabato dalle 16 alle 19 nella piastra polivalente del Parco Catene e domenica alla stessa ora al Parco San Giuliano

“Lirica in circolo” per il compleanno di Venezia  

Venezia, 9 luglio 2021 – La settima edizione del festival “Lirica in circolo” si apre con un concerto benefico dedicato al compleanno di Venezia, che quest’anno celebra i 1600 anni dalla sua fondazione. L’associazione culturale “Il Circolo delle Muse” di Crema inaugura domani, sabato 10 luglio alle 21, una speciale edizione del festival con un concerto che si terrà in CremArena (in Sala da Cemmo nel caso di maltempo) con ingresso a offerta libera che verrà interamente devoluta alla “Associazione assistenza ai disabili fisici e psichici Ginevra Terni de Gregorj”. 

Il concerto sarà dedicato alla “Opera lirica a Venezia” e presenterà brani tratti da opere di ambientazione veneziana o realizzate appositamente per i teatri veneziani, primo fra tutti il Teatro La Fenice, per cui hanno scritto pressoché tutti i maggiori compositori operistici.

Sul palco si esibiranno Eleonora Filipponi (mezzosoprano), Cristiano Amici (tenore), Enrico Tansini (pianoforte) e Gabriele Duranti (pianoforte). Ingresso a offerta libera fino ad esaurimento dei posti.

Il festival proseguirà poi a novembre con l’allestimento completo dell’opera “Capuleti e Montecchi”, scritta da Vincenzo Bellini per La Fenice: lo spettacolo si terrà in Sala Pietro Da Cemmo e vedrà un cast di giovanissimi debuttanti nei rispettivi ruoli: il mezzosoprano Eleonora Filipponi (Romeo), il soprano Erica Realino (Giulietta), il tenore Cristiano Amici (Tibaldo) e i bassi Emil Abdullaiev e Lorenzo Barbieri (Capuleti e Lorenzo), affiancati dal Coro del Festival e accompagnati al pianoforte dal Maestro Enrico Tansini. Alla direzione e alla concertazione, il direttore stabile del festival, il Maestro Fabrizio Tallachini, mentre la regia e la scenografia saranno affidati a Giordano Formenti e i costumi a Serena Rizzo. 

Una mostra dossier per raccontare i secolari rapporti tra il Cadore e la Serenissima

Venezia, 9 luglio 2021 –La Casa natale di Tiziano Vecellio a Pieve di Cadore (Belluno) diventa il luogo per ripercorrere un’importante pagina di storia del Cadore, scritta cinque secoli fa, ma anche un momento di tributo ai 1600 anni di Venezia, con la quale il Cadore sancì il proprio legame attraverso la dedizione nel 1420.

Dal 10 luglio al 19 settembre, nella Casa natale di Tiziano, si potrà infatti visitare l’esposizione “La battaglia di Cadore. Storia, contesti, copie da Tiziano”, curata dalla Magnifica Comunità del Cadore: si tratta di un racconto che si sviluppa attorno al dipinto “Battaglia” (metà del XVI secolo), attribuito al veneziano Leonardo Corona, ottenuto in prestito dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, che è un telero realizzato da Tiziano e andato distrutto durante il rogo di Palazzo Ducale a Venezia nel 1577. Una piccola sezione con dipinti di autori del Novecento è inoltre ospitata nel Palazzo Municipale di Valle di Cadore.

Una pagina di storia che segna un duplice anniversario: si inserisce nelle celebrazioni promosse per i 1600 anni dalla fondazione della città di Venezia dando, al contempo, continuità all’attività di analisi, studio e promozione dei secolari rapporti tra il Cadore e la Serenissima Repubblica, tematica approfondita negli ultimi anni e al centro del dibattito storico locale. 

A cinquecento anni dalla disputa di una delle battaglie più importanti della storia moderna, che cambiò le sorti e i giochi di potere nello scenario europeo, si rievoca quindi lo scontro che avvenne proprio in Cadore, il 2 marzo 1508, nei dintorni di Valle di Cadore, nella località detta di Rusecco, e che vide contrapporsi l’armata imperiale di Massimiliano I e l’armata veneziana capitanata dal celebre condottiero Bartolomeo D’Alviano; si tratta di un episodio ben noto alla storia militare e politica dell’Europa all’avvio del Cinquecento, e già Macchiavelli e Guicciardini ne colsero l’importanza.

Per costruire la mostra dossier è stata avviata una ricerca delle fonti che ha spaziato non solo in Veneto, ma in tutta Italia e anche in Europa. Al centro della mostra c’è l’autorevole prestito della tela, solitamente conservata nei depositi delle Gallerie degli Uffizi di Firenze, e ad esso sono affiancati un’incisione della Battaglia di Cadore ad opera del Fontana, e altre testimonianze storiche relative alla battaglia.

Il dipinto di Tiziano 

Tiziano Vecellio, nato a Pieve di Cadore, si offrì di eseguire, fin dal 1513, un telero avente per soggetto la raffigurazione della Battaglia, destinato alla Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale a Venezia, avendo bene in mente la Battaglia di Anghiari di Leonardo e la Battaglia di Cascina di Michelangelo. Tuttavia, la consegna non avvenne prima dell’agosto 1538 e l’opera ebbe vita breve poiché andò bruciata nell’incendio del 1577, evento che devastò l’intero Palazzo. 

Per desumere l’aspetto dell’opera oggi ci si deve dunque affidare ad altre fonti quali disegni preparatori, stampe, un disegno successivo di Rubens, la copia pittorica coeva (olio su tela) di Leonardo Corona. La Battaglia di Cadore, opera di grande pregio e straordinario documento storico, arrivò a Palazzo Pitti nel Seicento grazie al Cardinal Leopoldo de’ Medici, e ha lasciato Firenze negli ultimi decenni solo per poche mostre, a Venezia, Pordenone e in Giappone.

Il soggetto raffigurato nella scena non è stato identificato in maniera definitiva, ma secondo Carlo Ridolfi, noto per aver scritto una raccolta di biografie di pittori veneti e per il volume Le Maraviglie (1648), rappresenta la Battaglia di Cadore (1508) nella quale i Veneziani capitanati da Bartolomeo d’Alviano sconfissero l’esercito imperiale comandato da Massimiliano I d’Asburgo. I critici, dall’Ottocento ad oggi, hanno tentato, attraverso l’identificazione araldica delle bandiere, di stabilire a quale battaglia si riferisca il dipinto, ma nonostante le varie ipotesi ancora nessuno è giunto ad una definizione certa.

Per informazioni: 

Magnifica Comunità di Cadore

tel. 0435 32262, email: info@magnificacomunitadicadore.it

Oratorio dei Crociferi, uno scrigno che nasconde un inedito Palma il Giovane

Venezia, 8 luglio 2021 – Un posto magico, per intenditori d’arte, dove si può ammirare un inedito Jacopo Palma il Giovane. Un posto dove un tempo, in piena epoca di crociate, facevano sosta soldati e pellegrini che si dirigevano o tornavano dalla Terrasanta. Venezia anche così racconta i suoi 1600 anni di storia e nasconde in ogni angolo dei capolavori che hanno saputo affrontare il degrado del tempo. 

È il caso dell’Ospizio Zen e l’annesso Oratorio dei Crociferi, dall’esterno un insignificante edificio con facciata a capanna sul lato sinistro del campo dei Gesuiti, ma che conserva un intero ciclo pittorico del noto artista del tardo Rinascimento veneziano. In questa zona paludosa della città, nel XII secolo, l’ordine religioso dei Crociferi edificò un proprio ospedale e una chiesa dedicata alla Vergine Assunta, successivamente andata distrutta in un incendio nel 1214 e ricostruita in forme più ampie. I Crociferi all’epoca svolgevano una funzione sociale altamente utile nel campo dell’assistenza ai malati, nell’opera di bonifica della zona periferica dove si erano insediati, nel dare ospitalità ai mercanti, ai soldati e ai pellegrini che, durante le crociate, si dirigevano o tornavano dalla Terrasanta. 

“Tutta questa area venne data all’Ordine dei Crociferi affinché venisse da loro bonificata – spiega Laura Marcomin, coordinatrice del settore culturale ed espositivo per la Fondazione Venezia Servizi alla Persona (Antica Scuola dei Battuti e Ire) che custodisce questo bene – Costruirono questo ospizio per accogliere in un primo momento i pellegrini che facevano sosta a Venezia in direzione di Gerusalemme, mentre in un secondo momento cambierà destinazione d’uso ed ospiterà delle donne sole. Si costituisce di due piani con una struttura tipica degli ospizi dell’epoca, un corridoio centrale e 7 camere che si affacciano su di esso, camere che erano dotate di una piccola cucina che tuttora esiste”. 

Nel 1268 il Doge Renier Zen nel suo testamento lasciava all’ordine dei Crociferi quasi tutti i suoi beni, comprese le vigne che si trovavano in Istria e che dovevano garantire il perpetuo usufrutto a favore degli infermi ricoverati. Renier Zen abitava nel palazzo attiguo, soprannominato palazzo Zen, e si dice fosse così vicino ai Crociferi che si fece costruire un passaggio interno tra il palazzo e l’Ospizio. Nel corso del Quattrocento, a causa del minor numero di pellegrini in transito per Venezia e per l’esaurirsi delle crociate, anche questo ospizio, come molti altri, si trasformò e si dedicò, in questo caso, ad accogliere 12 donne sole e bisognose. Nel Cinquecento, dopo una lunga lite per sdoganare l’eredità Zen, che non era mai stata puntualmente corrisposta dai Procuratori che la gestivano, il complesso ebbe una nuova rinascita con un’esplosione artistica che rende oggi l’Oratorio un unicum nel panorama della cultura artistica veneziana del XVI secolo. Si tratta del ciclo pittorico di Palma il Giovane, eseguito tra il 1583 ed il 1592 principalmente per volontà del Doge Pasquale Cicogna, che si estende su tutte le pareti dell’Oratorio e sul soffitto della piccola aula e dove vengono rappresentati gli avvenimenti più salienti della storia dei Crociferi. 

“A fianco di questo Ospizio si trova una piccola cappella, un Oratorio che nel 1500 viene arricchito da un grande artista veneziano: Jacopo Palma il Giovane, ma in questo caso inedito perché di solito è molto manierista, classico, mentre qui vediamo un Palma ritrattista – continua Marcomin – questo è un luogo magico e unico, per intenditori e amanti dell’arte, e i visitatori non si aspettano un ciclo pittorico così bello, dai colori accesi, quasi completamente conservato, perché l’unica pala non originale, che non è di Palma perché trafugata, è quella dell’altare”. 

L’Oratorio dei Crociferi è stato riaperto al pubblico nell’ottobre del 1984 dopo quasi vent’anni di forzata chiusura dovuta ai danni provocati dall’alluvione del 4 novembre 1966 e dopo un lungo e minuzioso intervento di recupero.

LINK VIDEO INTERVISTA: https://youtu.be/pTvq5qSgSzA